Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO L’AMMISSIONE DELLO SPIONAGGIO DA PARTE DEL GOVERNO CONTRO “MEDITERRANEA” LA ONG ACCUSA: “VOLEVANO I NOMI DEI TESTIMONI DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CONTRO I TORTURATORI LIBICI”
Dopo quasi due mesi di misteri, smentite, ritrattazioni, e dopo innumerevoli versioni date dagli esponenti del governo Meloni sul caso dello spionaggio con il software Graphite della Paragon Solution, ai danni degli attivisti di Mediterranea Saving Humans e del direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato, nell’ultima audizione al Copasir, il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha ammesso che i servizi segreti italiani hanno spiato Luca Casarini e Beppe Caccia, i fondatori dell’associazione italiana che si occupa del salvataggio in mare dei migranti. Per Mantovano l’attività sarebbe stata svolta nell’ambito del contrasto all’immigrazione clandestina, in quanto Mediterranea Saving Humans sarebbe considerata come un target sensibile. Ma a svolgere le intercettazioni non sarebbero state le forze dell’ordine ordinarie, ma addirittura i servizi segreti, ed in particolar modo l’AISE che si occupa degli affari esteri. Con Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans, abbiamo provato a ripercorrere le fasi di questa vicenda ed analizzare ciò che è emerso dalle dichiarazioni di Mantovano al Copasir.
Ora Mantovano ammette che i servizi segreti italiani hanno utilizzato il software di Paragon per spiare Mediterranea, come l’avete presa?
Dopo due mesi di mezze verità e bugie intere, è crollato il segreto di Stato. L’ammissione di Mantovano è il segnale che abbiamo vinto la prima battaglia che è quella della trasparenza, questo perché questa vicenda è rimasta aperta grazie alla mobilitazione del mondo dell’informazione, della società civile, grazie anche al contributo dei canadesi del Citizen Lab. Questo caso doveva essere già chiuso per qualcuno, invece li abbiamo beccati con le mani nel sacco. In tutto il mondo abbiamo fatto sapere i metodi da regime, lo spionaggio ai giornalisti e agli attivisti che praticano solidarietà, questo per noi è un punto importante. Ma questa vicenda non è finita, adesso bisogna andare fino in fondo. Il caso Paragon avviene subito dopo il caso Almasri e prima del caso Al Kikli, e ci mostra in maniera chiara i rapporti tra il nostro governo, la Libia e la Tunisia rispetto alle politiche di respingimento nel Mediterraneo.
Dopo Almasri, la presenza indisturbata in Italia Abdel Al Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, ha riproposto il tema dei rapporti oscuri tra il nostro governo e i torturatori libici, questi casi possono essere collegati a Paragon?
Innanzitutto c’è il paradosso che la società civile viene spiata e i torturatori libici girano a piede libero. Il caso Paragon avviene subito dopo il caso Almasri, e questo ci fornisce una fotografia della realtà che nel mondo delle post verità è difficile avere. Un torturatore accusato di crimini contro l’umanità, inseguito da un mandato di cattura internazionale che viene protetto dall’arresto, dalla consegna alla corte penale internazionale e riaccompagnato a casa con un volo di Stato, e attivisti e giornalisti che sono un problema per la sicurezza nazionale. Questa è la realtà, che rompe tutte le ipocrisie, questi sono i fatti veri. E’ stata tolta la maschera. E le vicende sono collegate senza dubbio.
Mantovano dice che Mediterranea Saving Humans è stata monitorata perché è un target sensibile sull’immigrazione clandestina, cosa si aspettavano di trovare nei vostri telefoni?
Parto da una considerazione che mi è stata fatta da alcuni super poliziotti della cyber sicurezza che si stanno occupando delle indagini, a seguito delle denunce che abbiamo presentato in diverse procure italiane. Mi hanno detto che noi siamo tra i più controllati d’Italia, proprio per le attività che svolgiamo. E questo è vero, basta guardare le numerose inchieste che si sono poi concluse con le assoluzioni o con le archiviazioni, io stesso sono stato indagato quattro volte per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, quindi lo so che siamo tra i più controllati d’Italia, e non abbiamo nulla da nascondere. Questi poliziotti mi dicevano che l’anomalia è proprio l’uso di Paragon. Che senso ha usare Paragon se le polizie e le procure già ci controllano? Se lo chiede anche chi sta indagando. Io credo che la soluzione dell’enigma sia il fatto che mentre le intercettazioni a cui io sono stato sottoposto da sempre, sono controllate dalla magistratura, l’uso di Paragon invece è proprio di apparati che non hanno il controllo della magistratura sul materiale che acquisiscono. Questo materiale, che si chiama intercettazione preventiva, non può essere nemmeno utilizzato nei processi, e quindi sono esenti dal controllo della magistratura.
Questo cosa comporterebbe?
Che questo materiale, frutto di questo tipo di intercettazioni con Paragon, serve per costruire dossier. Nella fattispecie cosa cercavano nei nostri telefoni che già non avessero? Cercavano l’unica cosa non pubblica, i nomi e i cognomi dei potenziali testimoni alla Corte penale internazionale sulle torture in Libia. E’ un tema su cui noi stiamo lavorando, noi monitoriamo la violazione dei diritti umani nel Mediterraneo, e noi stiamo aiutando le persone ad andare alla corte penale internazionale a denunciare le torture subite dai capi delle milizie, che sono gli stessi che vediamo circolare in
Italia tranquillamente. Questo è l’unico motivo per cui usare Paragon, avere una lista di nomi non pubblici, persone che anzi andrebbero tutelate, da fornire come merce di scambio con le milizie libiche, perché è chiaro che l’attività della Corte penale internazionale è molto pericolosa per gli accordi illegittimi ed in violazione del diritto internazionale che l’Italia ha con i torturatori libici come Almasri. Schedare chi vuole andare a testimoniare alla corte penale internazionale significa fornire alle milizie i nomi dei torturatori accusati e quindi rendere inefficaci le indagini o i mandati di cattura emessi dalla corte stessa, quelli presenti e potenzialmente anche quelli futuri.
Questa ipotesi, unita all’atteggiamento del governo italiano verso Almasri, Al Kikli ed altri, testimonierebbe il rapporto strettissimo tra il nostro governo ed i torturatori delle milizie libiche?
Assolutamente. Questa ipotesi è anche confermata dal fatto che Mantovano ha detto che è l’AISE (servizi segreti per gli affari esteri ndr) che usa Paragon contro di noi, e non l’AISI (servizi segreti per gli affari interni ndr) che avrebbe come presupposto il controllo sull’immigrazione clandestina che entra in Italia. Lo usa l’AISE perché serve a loro nel quadro dei rapporti con le milizie libiche. L’attività su di noi è un’attività contro la Corte penale internazionale, per depotenziare le possibili azioni giudiziarie nei confronti dei capi milizia e togliere dall’imbarazzo il governo italiano se questi fossero presenti in Italia per esempio.
Perché per due mesi il governo ha messo in scena un tira e molla con versioni sempre diverse, per poi arrivare a dire la verità nel modo più candido possibile?
Ci sono due punti chiave, uno è Meta e l’altro è Paragon. Il tentativo del governo, immediatamente, è stato quello di tentare di smontare questo caso, quindi di insabbiarlo. Per farlo hanno tentato un approccio con Meta, che è avvenuto immediatamente dopo l’avviso che Meta ha inviato ai soggetti spiati. L’approccio è avvenuto tramite un contatto tra il governo italiano e l’avvocato rappresentante gli interessi di Meta in Europa, che si trova in Irlanda. Il secondo tentativo c’è stato circa 10 giorni fa, con l’incontro tra il responsabile global affairs di Meta a Palazzo Chigi con la presidente Meloni. In questi incontri hanno sicuramente proposto a Meta una mediazione, quindi una ritrattazione del loro allert inviato agli spiati. Questo perché Meta doveva essere audita dal Copasir, ma nell’audizione invece i rappresentanti di Meta hanno confermato tutto quello che già conoscevamo, quindi nessuna ritrattazione. L’altro punto riguarda Paragon, ed il tentativo di non far rompere il contratto tra il governo italiano e l’azienda israeliana. Questo volevano risolverlo non con la marcia indietro di Paragon, ma con una mediazione che prevede la sospensione del contratto e non la rescissione. Ma Paragon ha rescisso il contratto, proprio perché violava il codice etico sull’utilizzo del software, anche perché ormai era tutto
pubblico. Sono questi i tentativi che hanno fatto in questi due mesi, mentre pubblicamente provavano ad insabbiare e a smontare il caso. Poi ci sono 5 procure che stanno soffiando sul collo di Mantovano, perché stanno facendo le indagini a seguito delle nostre denunce e quella del direttore di Fanpage.it. Dopo i tentativi falliti con Meta e Paragon, l’intervento delle 5 procure ha portato Mantovano a cedere e a dire la verità.
Poi c’era il segreto di Stato
Anche quello è stato un tentativo, ma è stato un tentativo a metà. Il segreto di Stato per poter essere posto deve essere formulato per iscritto secondo l’articolo 131 che lo norma. Bisognava fare un atto scritto con le motivazioni, e questa cosa non l’hanno fatta, quindi il segreto di Stato era una scusa. Non l’hanno formulato in forma scritta perché avevano poi le procure che avrebbero chiesto questo tipo di documento. Quindi hanno accampato il segreto di Stato per non rispondere in parlamento, tentando di vedere se il caso si sgonfiava, siccome invece c’è stata una mobilitazione civile senza precedenti della società civile e del mondo del giornalismo italiano, il caso non si è sgonfiato e Mantovano è capitolato al Copasir.
(da Fanpage)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
IN QUESTO MODO QUASI TUTTI RISCHIANO DI PAGARE TASSE NON DOVUTE
Una norma varata e dimenticata. Quella che imponeva di calcolare l’acconto Irpef 
con aliquote e detrazioni del 2023, meno favorevoli. E così, di fronte al concreto rischio di far pagare più tasse del dovuto quest’anno a milioni di lavoratori e pensionati, il governo fa retromarcia.
Ammette l’errore. E annuncia di «intervenire in via normativa per consentire l’applicazione delle nuove aliquote del 2025». Lo farà «in tempo utile per evitare ai contribuenti aggravi» in sede di dichiarazione dei redditi.
«Siamo soddisfatti di aver difeso le persone che rappresentiamo, inducendo il governo a rivedere una norma profondamente ingiusta», dicono ora sollevati Christian Ferrari, segretario confederale Cgil, e Monica Iviglia, presidente del consorzio nazionale dei Caaf Cgil. Esultano perché il paventato taglio fino a 4,3
miliardi, nei loro calcoli, avrebbe colpito 19,5 milioni di lavoratori e 9,2 milioni di pensionati con aggravi di tasse non dovute da 75 a 260 euro. Nella speranza di vederle rimborsate l’anno prossimo.
Il ministero dell’Economia si giustifica ricordando la genesi dell’ormai incriminato comma 4 dell’articolo 1 contenuto nel decreto legislativo 216 del 2023. In quel decreto attuativo della riforma fiscale il governo riduceva gli scaglioni Irpef da quattro a tre, abbassando l’aliquota dal 25 al 23% fino a 28 mila euro e alzando da 1.880 a 1.955 euro la detrazione da lavoro per i redditi bassi.
Un intervento da 4,3 miliardi a lungo rivendicato – la stessa cifra che nei calcoli Cgil ora sarebbe tornata indietro – ma all’epoca temporaneo, varato per il solo 2024. È proprio per questo, per la finitezza dello sgravio, che viene inserito il comma 4. Una sorta di clausola di salvaguardia: gli acconti guardano a un futuro senza quel taglio Irpef e quindi più tartassati.
Verrebbe da dire che neanche il governo credeva fino in fondo alla sua riforma, alla possibilità di confermare il nuovo assetto. E invece, nella manovra di dicembre, rende strutturale l’Irpef a tre aliquote. Dimenticando o trascurando quel comma 4. Lasciando così che il ricalcolo dell’acconto venga determinato con l’Irpef a quattro aliquote e risulti quindi più gravoso. Un vero pasticcio.
E un cortocircuito fiscale pericoloso. Avrebbe aperto la strada a un «prestito a tasso zero» dei contribuenti verso lo Stato, come denunciato dalla Cgil. Eppure non si può dire che nessuno ignorasse. Almeno non dopo il 17 marzo scorso, all’indomani cioè della pubblicazione da parte dell’Agenzia delle Entrate delle istruzioni alla dichiarazione dei redditi.
Non era questa l’intenzione, prova a spiegare il ministero dell’Economia. Si volevano colpire solo i lavoratori dipendenti con altri redditi – e quindi obbligati a presentare il 730 – già in debito con lo Stato per un importo superiore a 52 euro. Ma anche qui non si capisce perché avrebbero dovuto pagare più tasse del dovuto.
La Cgil ha dimostrato però che non era così. Si sarebbero ricalcolate le dichiarazioni di tutti, anche di autonomi e pensionati senza altri redditi che fanno il 730 per andare a credito di qualche rimborso. Chissà quanti l’avrebbero notato, in una dichiarazione precompilata dove tutto è già calcolato. «L’incongruenza evidenziata dai Caf», come la definisce il ministero dell’Economia senza mai ci tare la Cgil, era dunque vera. Si attende la modifica normativa promessa. Nessun cenno al possibile buco di bilancio da 250 milioni rilanciato dall’agenzia Agi. Solo una norma da cancellare.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO “FILIPPO CHAMPAGNE” SONO TANTI I LOCALI A MILANO DOVE SI POSSONO TROVARE ESCORT E COCAINA: “QUALCUNO È FREQUENTATO DA CALCIATORI CHE SI FANNO ACCOMPAGNARE DA PUTTANE”
“Sono l’erede di Lacerenza, aprirò un locale a Milano per radunare tutto il popolo della gaina” – “La revoca della licenza a Davide? Dovrebbero revocarla a tutta Milano” – A La Zanzara su Radio24 torna a parlare della faccenda Lacerenza Filippo “Champagne” che lamenta di non essere più gradito in molti locali di Milano: “Non mi fanno più entrare in molti locali di Milano perché sono amico di Davide” –
“Sono pulito, non ho fatto nulla, di cosa hanno paura?” – “Cocaina? Macchè spacciatore! Lacerenza la comprava per condividerla con gli amici” –
“Inutile scandalizzarsi, a Milano pippano anche i politici, perfino quelli della Lega” – “Il ritorno di Lacerenza? Finchè ci sarò io Davide non morirà mai” – Poi il racconto delle sue ultime incredibili perdite al gioco: “Un mese fa ho perso circa 250mila euro, ho fatto dei disastri” – “Qualche giorno fa con un amico abbiamo perso 100mila euro in tre giorni, ho debiti a strozzo ma restituirò tutto”.
Torna a La Zanzara su Radio24 Filippo Champagne che, dopo la questione Lacerenza, lamenta di non essere più gradito in molti locali di Milano: “A causa della mia amicizia con Davide (Lacerenza, ndr) non sono più gradito in diversi locali di Milano, fanno storie per farmi entrare. Hanno il culo sporco, le puttane girano anche lì. Di cosa hanno paura, che scoprano le puttane anche da loro? I magistrati non mi hanno mai convocato, sono pulito”.
E continua: “Lo sa tutta Milano che ci sono locali dove vanno calciatori accompagnati da puttane, sono ovunque. Basta fare i moralisti, aprite i social e vedrete tutte ste ragazze che vanno a Dubai a fare le escort, alcune di facevano cagare in bocca per 30mila euro. Una mia amica andava spesso a Dubai da questi arabi con i quali non faceva nemmeno sesso, loro si sdraiavano per terra e la mia amica gli pisciava addosso per 5 mila euro”.
“Cosa pensi della licenza che hanno revocato a Lacerenza a causa dei reati che gli imputano?”, chiede Cruciani. Champagne: “Solo i comunisti godono per queste cose. Se la revocano a lui (Davide, ndr) devono revocarla a quasi tutta Milano. Sono sicuro che Davide non sfruttava la prostituzione, questa accusa è una follia. Andavo tutte le sere in Gintoneria, le ragazze (escort, ndr) c’erano ma non ho mai visto Davide lucrare su queste ragazze. Arrivavano, si acchiappavano il cliente e se lo portavano via.
“E la storia dei famosi pacchetti droga e prostitute?”, chiede ancora il conduttore. La risposta di Filippo: “Tutte leggende metropolitane. L’altra sera è successo a me in un locale, il PR mi ha chiesto se volevo qualche ragazza al tavolo, ho rifiutato ma è una cosa normale. Questo è un paese di comunisti, moralisti è ipocriti. Legalizziamo la prostituzione e la droga e risolviamo tutto”.
“Davide ti ha mai offerto la cocaina o la offriva ai clienti?”, chiede Cruciani. Filippo: “No perché io non pippo e comunque non l’ho mai visto dare la cocaina a qualcuno. Davanti a me pippava ma non era lui a pubblicare i video dove faceva uso. Quei video dove pippava – spiega Champagne – li mandava in privato a me e altri amici, però qualche invidioso sfigato li pubblicava sui social”.
E ancora: “Il video dove lava i cerchioni della macchina con lo champagne? Macché disprezzo! Una volta ho preso una bottiglia di un noto spumante italiano e ho lavato la strada”.
Poi continua: “Ovvio che se la usava la comprava da qualcuno. Penso che sia un po’ come quando esci con gli amici e condividi una bottiglia di champagne, la stessa cosa perché non può valere per 3 amici che si fanno un pippotto insieme”.
“Confermi la presenza di rappresentanti delle forze dell’ordine alla Gintoneria?”, chiede ancora il conduttore. La risposta di Filippo: Confermo tutto, finanzieri, carabinieri, poliziotti e alcuni sono anche miei amici, venivano lì a bere un bicchiere quando erano fuori servizio. Non capisco quale sia il problema. Se un carabiniere vuole bersi una bottiglia di champagne con me, avrà diritto di farlo o no?”.
E continua: “Se ho i soldi devo poter fare quello che voglio, anche accendere un falò per scaldarsi come faceva Pablo Escobar. Mi scrivono continuamente persone dicendo che è una vergogna il fatto che io mi balli tutta la fresca al gioco o a bere quando molte persone non arrivano a fine mese, ma che cazzo volete da me, andate a rubare!”
Poi la rivelazione di Champagne sull’apertura di un suo locale: “A settembre/ottobre aprirò il mio club per radunare tutto il popolo della gaina, dalle 8 a mezzanotte sarà dedicato all’aperitivo, poi da mezzanotte alle 5 del mattino sarà una discoteca. Distruggerò tutti i locali di Milano, verranno da me strisciando.
Sarà un locale pulito – prosegue Filippo – ma se arriva il cliente con la cocaina in tasca e va in bagno a farsela sono cazzi suoi. Inutile scandalizzarsi, anche in politica è così, sarà pieno di gente che pippa anche nella Lega. Pippano tutti anche i minorenni e la maggior parte sono ragazze”, chiosa Filippo.
“Davide tornerà?”, chiede infine Cruciani. E Champagne: “Non lo so, ma finché ci sono io, Davide non morirà mai”. Infine il racconto degli ultimi debiti di gioco: “Il gioco sta andando male da novembre, un mese fa ho perso circa 250mila euro, ho fatto dei disastri. Qualche giorno fa invece con un amico abbiamo perso 100mila euro in tre giorni, purtroppo è facile quando punti 2-3 mila euro a botta. Adesso ho debiti a strozzo ma restituirò tutto”.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
“L’ITALIA MERITA UN GOVERNO CHE NON ABBIA UN MINISTRO DELLA GIUSTIZIA CHE LIBERA I TORTURATORI MENTRE METTE IN CARCERE I MINORI”
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein si infuoca in Aula contro il ministro
della Giustizia Carlo Nordio: «La sua difesa d’ufficio di un torturatore libico è una delle pagine più vergognose che questo Parlamento abbia mai visto».
Questa mattina, alle 9:30, è iniziata la seduta in cui verrà votata la mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli in merito al caso di Najem Osama Almasri, il “torturatore di Mittiga”, su cui pende un mandato di arresto internazionale, accusato di crimini contro l’umanità, arrestato a Torino il 19 gennaio e successivamente rimpatriato in Libia con un volo di Stato.
La mozione è stata presentata da tutte le opposizioni di centrosinistra, con l’eccezione di Azione, che rimprovera a Nordio la «mancanza di chiarezza» nella vicenda, ma «non condivide l’idea di proporre lo strumento della mozione di sfiducia», come ha spiegato il deputato Antonio D’Alessio in Aula. La discussione della mozione si è svolta il 25 febbraio, lo stesso giorno in cui era stata votata la mozione di sfiducia contro il ministro del Turismo Daniela Santanchè.
«C’è dietro Giorgia Meloni»
Per la segretaria dem da quando Nordio «è stato nominato ministro, ha rinnegato le idee che professava come garantista prima di entrare al governo. Le sue stesse scelte sono una continuamente smentite dalle sue dichiarazioni passate». Ma per Schlein c’è dietro l’ombra di Giorgia Meloni: «Per quante omissioni e falsità lei e il suo governo abbiano cercato di nascondere, i fatti rimangono inequivocabili. Come può ancora rimanere al suo posto? Chi c’è dietro di lui? Chi le ha chiesto di fermarsi? È stata forse Giorgia Meloni? Che oggi non è in Aula e rimane nell’ombra con i suoi ministri a difendere le sue scelte».
«E’ stata una scelta politica»
Poi Schlein, riprendendo le accuse delle altre forze di opposizione, lo attacca sulle dinamiche dell’arresto: «Lei avrebbe potuto mantenere in carcere quel torturatore libico, ma ha scelto di non farlo perché la sua è stata una scelta politica». Poi aggiunge: «Perché ha permesso questa scarcerazione? Se davvero fosse stato un cavillo giuridico, perché non l’ha fatto arrestare due minuti dopo? Perché ha mentito al Paese con una nota alle 16, dicendo che stava ancora valutando gli atti, quando già dalle 11 l’aereo stava aspettando il torturatore libico?»
Fallimento in Albania
«La vostra preoccupazione era solo rimandarlo in Libia. Avevate paura che, facendo ripartire qualche barcone in più dalla Libia, sarebbero emersi i fallimenti del progetto dell’Albania. E con il solito vittimismo, vi siete spinti ad attaccare la magistratura», aggiunge Schlein. «L’Italia merita un governo che non abbia un ministro della Giustizia che libera i torturatori mentre mette in carcere i minori, che attacca i giudici e non ottempera agli obblighi di legge», afferma la segretaria del Pd, che poi si scaglia anche contro la ministra Santanchè e Calderone. La leader dem sottolinea che al Paese serve un Esecutivo che «non abbia una ministra del Turismo rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa aggravata ai danni dello Stato. E magari che non abbia nemmeno una ministra del Lavoro che mente sulla sua laurea, sostenendo di averla ottenuta senza pagare la retta e facendo gli esami di domenica».
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
QUANDO CI SI GIUSTIFICA CON LA FRASE CHE “LA ONG E’ CONSIDERATA UN TARGET PER LA SICUREZZA NAZIONALE” MENTRE LIBERIAMO CRIMINALI E STUPRATORI NON PUO’ ESSERCI GIUSTIFICAZIONE, SOLO LE DIMISSIONI
La Ong Mediterranea Saving Humans è stata «considerata un target per la sicurezza nazionale», per questo i Servizi segreti italiani avrebbero deciso di sorvegliare alcuni attivisti – tra cui Luca Casarini e Beppe Caccia – utilizzando lo spyware dell’azienda israeliana Paragon.
Lo ha ammesso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, in un’audizione coperta da segreto al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Secondo quanto riporta Giuliano Foschini su Repubblica, infatti, Mantovano avrebbe certificato l’autorizzazione di intercettazioni preventive ai danni dei membri dell’equipaggio di Mediterranea. Negato ancora una volta, invece, il coinvolgimento nello spionaggio del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato.
Il via libera del procuratore e l’uso di Graphite, Mantovano: «Rispettate le norme»
Quella degli 007 italiani, avrebbe raccontato Mantovano, era una semplice «indagine preventiva sull’immigrazione clandestina». E Mediterranea era uno degli obiettivi prescelti perché operante sulla rotta libica e quindi, potenzialmente, anello debole per la sicurezza nazionale. Il via libera all’uso del potentissimo spyware Graphite è arrivato nel 2024, su input dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e con l’autorizzazione firmata dal procuratore generale di Roma, Jimmy Amato. Tutto esattamente secondo la procedura, ci avrebbe tenuto a sottolineare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Così come sarebbe stato legittimo l’utilizzo dello spyware, per quanto invasivo, perché in quel momento si trovava regolarmente nelle potenzialità dei Servizi. Cosa che, dopo la sospensione dei contratti con Paragon, ora non è più.
I dubbi sullo spionaggio a Cancellato
L’indagine del Copasir dovrebbe essere alle sue battute finali. Poi il Comitato presenterà una relazione in Parlamento, in cui presenterà i risultati delle audizioni. All’appello manca anche l’indagine del Citizen Lab, il gruppo di ricerca tecnologica dell’Università di Toronto che sta analizzando i cellulari degli “spiati” per tentare di capire come lo spyware si sia intromesso nei dispositivi. E, potenzialmente, chiarire uno dei punti che rimane ancora oscuro: chi ha sorvegliato il direttore di Fanpage Francesco Cancellato? Il governo Meloni e i Servizi negano e le indagini condotte in cinque procure italiane (Napoli, Roma, Venezia, Bologna e Palermo) ha portato a un nulla di fatto.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
ECCO PERCHE’ IL MODELLO USA E’ PERICOLOSO
In nessun altro settore la distanza tra Europa e Stati Uniti è incolmabile come nella
Sanità. Due sistemi totalmente diversi per oneri e diritti. Vediamoli.
Il paziente europeo e la protezione pubblica
Nell’Unione europea e nel Regno Unito la salute è riconosciuta come un diritto e gli Stati sono responsabili dell’organizzazione sanitaria e dell’assistenza medica. In via generale dominano due modelli: il servizio sanitario nazionale e le casse mutue. Il primo è prevalente in 11 Stati Ue tra cui l’Italia: si tratta di un sistema finanziato dalle tasse dei cittadini e dove è lo Stato ad erogare le cure sanitarie gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket. Le casse mutue, invece, sono concentrate in 13 Paesi tra cui Francia e Germania: per tutti i residenti c’è l’obbligo di assicurazione, che è pubblica e a prezzi accessibili. Ognuno la paga in proporzione al reddito, ma con un tetto: le assicurazioni coprono gran parte delle spese sanitarie, è raro che il paziente non sia rimborsato del pagamento di una prestazione e le strutture sanitarie sono maggiormente pubbliche. Per i disoccupati e chi ha redditi bassi invece lo Stato si fa carico di tutto. In tre Paesi (Austria, Bulgaria e Grecia) il modello è misto ovvero sono garantiti i servizi essenziali, ma una parte consistente delle prestazioni sono finanziate direttamente dai cittadini o da assicurazioni volontarie. Alla fine comunque a tutti i cittadini europei è garantita la stessa copertura.
Chi vuole prestazioni più rapide, o le paga rivolgendosi alla sanità privata o stipula assicurazioni volontarie che tuttavia rappresentano ancora una quota marginale non superando il 4% della spesa sanitaria europea. In definitiva nel 2022 su 1.648 miliardi di costi complessivi (10,4% del Pil della Ue), l’esborso diretto da parte dei cittadini è di 235,7 miliardi (14,3%).
Stati Uniti: il dominio delle assicurazioni private
Gli Stati Uniti, patria degli ospedali e industrie farmaceutiche più all’avanguardia del mondo, sono anche l’unica nazione sviluppata a non avere un sistema di copertura sanitaria universale. Ognuno è tenuto a provvedere autonomamente alla propria salute e il regime che regola il sistema è quello delle assicurazioni private. Il datore di lavoro copre in media l’83% della quota mensile della polizza privata del dipendente e il 73% di quella familiare (il resto è a carico del dipendente). Oggi poco più del 50% della popolazione ha un’assicurazione pagata dal datore di lavoro e secondo l’agenzia indipendente KFF nel 2024 i premi hanno raggiunto in media 8.951 dollari all’anno per la copertura singola e 25.572 dollari per la copertura familiare. I lavoratori autonomi ovviamente devono pagarsi la polizza di tasca loro. Il costo dipende dall’età, dalla residenza, dal numero dei componenti della famiglia e dai fattori di rischio (es. se sei fumatore o hai una malattia genetica).
L’assicurazione deve coprire almeno 10 prestazioni essenziali, tra cui servizi di emergenza, ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici, analisi di laboratorio, servizi pediatrici e farmaci da prescrizione, ma il cliente non può scegliere il medico o l’ospedale: deve andare nelle strutture e dagli specialisti indicati dall’assicurazione. Ogni visita, esame, ricovero, intervento deve prima essere autorizzato dalla compagnia di assicurazione, e spesso c’è da contrattare, ma può anche negare la prestazione.
Cosa succede a chi l’assicurazione non ce l’ha
Sono 26 milioni gli americani senza polizza, e che quindi non possono accedere alle cure, se non pagando cash. In caso di emergenza però l’ospedale ti assiste subito, e poi ti presenta il conto. Un trasporto in ambulanza può costare fino a 1.200 dollari, le analisi del sangue 3 mila dollari, l’intervento per frattura al braccio 10 mila dollari, un trapianto di cuore 200 mila dollari. Se non paghi scatta il pignoramento dei beni di proprietà (casa, auto o conto in banca).
Chi invece perde il lavoro, si trova in un limbo pericoloso, perché perde anche la polizza sanitaria. A quel punto l’ex dipendente ha varie possibilità:
1) può decidere di pagarsi di tasca sua tutta la polizza;
2) se è sposato e la moglie (o il marito) lavora può appoggiarsi alla polizza del coniuge estendendo la copertura;
3) può sottoscrivere un’assicurazione «a termine» o una «catastrofica», entrambi con premi bassi, ma franchigie alte. La prima copre il cliente per un periodo limitato e non garantisce tutte le prestazioni essenziali, come l’assistenza per malattie preesistenti o alla maternità. La seconda praticamente copre solo gli interventi in emergenza, cioè il ricovero ospedaliero per infortunio, incidente o malattia;
4) può richiedere l’iscrizione a una polizza pubblica (quella per indigenti), ma i tempi
burocratici si allungano ed inevitabilmente si resta scoperti per mesi;
5) può non assicurarsi finché non trova un nuovo lavoro, ma come abbiamo visto il rischio è elevato.
Pensionati e indigenti
Per queste due categorie di cittadini esiste l’assicurazione sanitaria pubblica. Per i pensionati che durante la vita lavorativa hanno pagato i contributi previdenziali c’è «Medicare», polizza che garantisce una parte delle cure essenziali gratuite in strutture convenzionate, ma non altre prestazioni (visite oftalmiche, urologiche, ginecologiche, mammografie), che però si possono acquistare estendendo la copertura assicurativa. Per i poveri, le persone con disabilità, donne incinte e i bambini in difficoltà ci sono i sistemi «Medicaid» e «CHIP», che garantiscono le cure di base. Chi nel 2025 ha un reddito individuale sotto i 21.597 dollari ha una polizza gratuita o paga premi molto bassi (questo beneficio sociale vale in 41 Stati, negli altri il reddito deve essere ancora più basso). Chi invece sta sotto i 63 mila dollari può sottoscrivere polizze private alleggerite da sussidi statali e crediti d’imposta.
Riassumendo: oltre 179 milioni di americani sono coperti da una polizza fornita dal datore di lavoro, 32,8 milioni l’hanno acquistata di tasca loro, 119 milioni hanno un’assicurazione pubblica, di cui 12 milioni iscritti sia a Medicare che a Medicaid. Mentre 26 milioni sono senza copertura (dati 2022). La spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 4.500 miliardi di dollari (17,4% del Pil) così ripartiti: il 52% è stato finanziato da famiglie e aziende private, il 48% dal governo federale e dalle amministrazioni statali e locali.
Gli obblighi dell’assicurazione
Le compagnie hanno l’obbligo di sottoscrivere polizze a tutti i clienti, anche se sono malati, ma non sono tenute a coprire interamente i costi delle prestazioni. Ovviamente tutto dipende sempre da quanto si paga. Esistono 4 piani assicurativi (bronzo, argento, oro e platino) e più si sale di livello, e di età, e più aumentano i costi mensili e il grado di copertura. Ad esempio, un 21enne che acquista un pacchetto bronzo paga un premio annuale di 4.164 euro (347 euro al mese) e avrà una copertura delle spese sanitarie del 60% (con il restante 40% a suo carico). La stessa formula, invece, costerà 7.452 dollari a un cinquantenne. Se però il cinquantenne vuole migliorare la qualità della polizza passando al livello platino dovrà sborsare quasi 14 mila dollari all’anno, ma avrà garantita una copertura del 90% delle spese. La stessa polizza ad un sessantenne costerà quasi 21 mila dollari. Ad ogni modo anche chi paga un premio mensile più alto, quando usufruisce dei servizi sanitari è tenuto a pagare una parte dei costi di tasca propria sotto forma di franchigie e co
pagamenti. E pure chi ha la polizza platino deve sempre essere autorizzato dalla
compagnia per qualunque prestazione, e presso le strutture convenzionate.
Malati oncologici
La differenza che va messa di tasca propria, in caso di malattia oncologica, pesa parecchio visto che mediamente il trattamento farmacologico di un tumore alla prostata costa 55 mila dollari l’anno, un ciclo di chemioterapia per tumore al seno fino a 100 mila dollari. Secondo il National Cancer Institute per alcuni pazienti oncologici i costi dei farmaci a carico del paziente (out of pocket) possono raggiungere i 12 mila dollari all’anno. Secondo dati ufficiali complessivamente gli americani hanno almeno 220 miliardi di dollari di debiti sanitari: 11,4 milioni di persone hanno un debito medico compreso fra mille e 10 mila dollari, e per quasi 3 milioni di persone supera i 10 mila dollari.
In Europa quando ad un cittadino viene fatta una diagnosi oncologica, è lo Stato a farsi carico di tutto. Per esempio in Italia il paziente oncologico ha diritto a tutta la diagnostica preoperatoria, intervento, cure, farmaci, e follow up di 5 anni con esenzione dal ticket, sia presso strutture pubbliche che quelle private convenzionate. Aspettativa di vita
Il modello sanitario americano sta mostrando tutto il suo volto cinico basato su un unico valore: il profitto. Secondo il Center for Retirement Research dell’università di Boston, nel 2022 il 40% degli americani ha dovuto rinunciare a cure sanitarie perché non in grado di sostenere le spese. E lo sguardo va verso il modello europeo, dove il conto in banca non condiziona il diritto ad essere curati. O meglio andava, visto che ora Trump sta calando la scure sui fondi pubblici.
Tirando le somme: il costo sanitario medio pro-capite negli Usa è di 12.555 dollari l’anno, quello della Ue è di 3.685 euro. Stiamo anche noi però arrivando sulla linea di confine: i finanziamenti pubblici in calo e le pressioni dell’imprenditoria sanitaria privata stanno erodendo quello che fino ad oggi è stato il miglior sistema al mondo.
Sta andando in crisi la sanità pubblica inglese, e quella italiana si sta riducendo ai minimi termini per carenza di medici, infermieri e liste d’attesa talmente lunghe che costringono i pazienti a rivolgersi ai privati. Siccome gli effetti si vedono sul lungo periodo, è bene stamparsi in testa questi numeri, e mobilitarsi affinché il nostro modello non degeneri verso il profitto. L’aspettativa di vita media negli Usa è di 78,4 anni, nella Ue di 81,5 e in Italia 83.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)L
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
LE VERITA’ SCOMODE SUL RAPPORTO EUROPA-USA
J.D. Vance – una sorta di Salvini con laurea e accento dell’Ohio – ha recentemente avuto l’eleganza retorica di definire gli europei come “parassiti”. Un termine raffinato, certo, che non sorprende chi conosce il personaggio: lo stesso che, con invidiabile coerenza logica, identifica il nemico principale degli Stati Uniti non in Mosca o Pechino, ma nei corridoi delle università americane. Quelle temibili fucine di pensiero critico e di liberalismo accademico che, a quanto pare, minacciano più della Cina le fondamenta dell’Occidente.
E così, con un colpo solo, Vance (Insieme al suo Capo) riscrive settant’anni di storia euro-atlantica trasformando una complessa architettura geopolitica in una lite da condominio: voi europei non pagate abbastanza. Punto.
Ridurre il contributo europeo alla NATO a una questione di bilancio – tipo: “quanto ci mettete sul tavolo?” – significa ignorare con encomiabile nonchalance l’intero processo attraverso cui l’Europa ha costruito la propria sicurezza: una costruzione per lo più eterodiretta, dove la voce americana contava, e conta, decisamente più delle altre.
Questo tipo di semplificazione, molto in voga tra i populismi di varia latitudine, ha certamente il merito di rendere tutto più digeribile all’opinione pubblica americana. Peccato che abbia anche l’effetto collaterale – trascurabile, per carità – di rendere impossibile qualsiasi dibattito serio sulla difesa europea e sulla famosa (quanto evanescente) autonomia strategica.
Ancora più interessante, in tutto ciò, è l’atteggiamento delle élite europee. Davanti a queste dichiarazioni, che oscillano tra l’insulto e la comicità involontaria, la reazione si riduce spesso a qualche tweet di circostanza, un sopracciglio sollevato, e poi il consueto ritorno al silenzio. Un silenzio che è diventato quasi una postura geopolitica. Come se ogni boutade americana fosse da trattare come una spiritosa uscita da cabaret congressuale, e non come un segnale politico da prendere sul serio.
Nel frattempo, gli stessi settori della politica estera americana che accusano l’Europa di pigrizia sono quelli che più apertamente riscrivono le regole dell’alleanza transatlantica su base transazionale: meno storia condivisa, più fatture da saldare. Il che, a ben vedere, è l’epifenomeno di un equilibrio di potere profondamente sbilanciato, costruito nel dopoguerra e mai realmente rinegoziato.
Ma attenzione: il problema non è solo la caricatura americana dell’Europa. Il vero punto critico è che l’Europa stessa sembra accettarla con imbarazzante disinvoltura. Troppo spesso il continente – o meglio, le sue classi dirigenti – ha interiorizzato la propria subalternità al punto da non riuscire nemmeno a rivendicare la propria storia. Una storia fatta di basi NATO imposte, di dottrine militari preconfezionate, di settori industriali strategici svenduti o colonizzati (con la benedizione degli alleati, s’intende).
Il caso italiano è quasi da manuale: ogni volta che forze politiche non allineate al paradigma atlantico hanno accarezzato l’idea di governare, si sono attivati meccanismi più o meno occulti di contenimento. Dalla strategia della tensione alle operazioni coperte, passando per le influenze nella formazione dei governi e nelle scelte industriali strategiche, il Paese è stato spesso trattato più come una zona d’influenza che come uno Stato sovrano. E, come documenta L.Gallino in uno splendido saggio del 2003, in molti settori l’Italia ha perso la capacità stessa di immaginare uno sviluppo autonomo.
Di fronte a tutto ciò, l’Europa dovrebbe quanto meno tentare di riscrivere il proprio ruolo. Non per rompere con Washington, ma per smettere di agire da soggetto passivo nel proprio quadrante geopolitico. Riconoscere la profondità della dipendenza storica non è un atto d’accusa, ma un passo necessario verso una nuova maturità strategica. E se proprio dobbiamo restare nel club atlantico, che sia almeno con un posto a tavola, e non come quelli che portano il vino e poi vengono accusati di non contribuire abbastanza alla cena.
Solo un’Europa che sa parlare con voce propria, che conosce la propria storia e che non si vergogna di affermare la propria identità, può collocarsi nel mondo come attore adulto e credibile. E forse, a quel punto, potrà anche permettersi di rispondere con un sorriso ironico a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, la accusa di parassitismo. Un’accusa che, detta da chi ha scritto le regole del gioco, ha davvero un certo sapore di commedia involontaria.
(da glistatigenerali.com)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE, RAFFAELE FITTO, PROVA A SMORZARE LE POLEMICHE: “SALVINI? PAROLE SENZA ATTI CONCRETI…”… LA PROTESTA DEI TRATTORI CONTRO IL GOVERNO: “CI AVETE PRESO IN GIRO”
Lollo è tornato. E questa è la sua Atreju dell’Agricoltura. Un villaggio di quaranta stand
da leccarsi i baffi in piazza della Repubblica, in mezzo al chiasso di Roma e senza che il sindaco Roberto Gualtieri – presente – si proponga di pagare tutto, come per altre democratiche iniziative. Alle 12 c’è anche il capo dello stato che interviene contro i dazi “inaccettabili”, sferzando anche l’Ue. Sergio Mattarella non cita il Manifesto di Ventotene, ma “i movimenti di pensiero” che contribuirono all’Europa sì.
Morale della giornata: la destra sognava l’egemonia culturale, ha ottenuto quella agroalimentare.
Dopo il G7 e l’Expo a Siracusa, il ministro Francesco Lollobrigida ha organizzato tutto questo ambaradan in occasione dei Trattati di Roma. Si chiama “Agricoltura è”. Durerà fino a mercoledì. Tutti passeranno da qui. Compresa la premier Giorgia Meloni, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Ci sarà anche Antonio Tajani per Forza Italia, più una sfilza di ministri di Fratelli d’Italia e il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen.
Insomma tutti alla corte di Lollo, con ciuffo color trumpiano e cotonata saggezza mattarelliana quando si rifà al “buon senso” invocato dal capo dello stato su dazi e controdazi. Sono dunque questi i giochi lollici, per non dire pitici, del capodelegazione di Fratelli d’Italia, fresco di nuovo staff (ha trovato il capo ufficio stampa, Edoardo Garibaldi) e intenzionato a dimostrare che non è dimezzato
Nel programma non compare Matteo Salvini (non invitato) e vedremo se tra le casette – il giallo Coldiretti è dominante – spunterà Arianna Meloni, sorella d’Italia, ex compagna del ministro “in ottimi rapporti” nonché capo della segreteria di Fratelli d’Italia.
La bella iniziativa organizzata dal ministro copre il rumore di fondo – e vengono in mente le zanzare – prodotto dai distinguo e dalle punturine quotidiane di Salvini. Fitto con calma democristiana e spirito brussellese commenta con il Foglio: “Fino a quando non ci sono atti concreti non c’è da preoccuparsi: fa parte della dialettica fisiologica all’interno della maggioranza”.
Il vice di Ursula von der Leyen dirà con un sorriso disarmante che “non gli mancano queste beghe romane”. Fitto si sottrae al gioco di chi dovrebbe parlare con l’Amministrazione Usa e si limita a dire che “in queste ore, il commissario Sefcovic è in viaggio per gli Stati Uniti. Attendiamo fiduciosi il dialogo e le interlocuzioni”.
Che pace, che tranquillità fra questi gelatini alla nocciola, un un morso di bruschetta all’olio gentilmente offerta dalle scuole di Caivano e soppressata calabrese. La prima giornata di incontri – conclusa dal ministro per gli Affari europei Tommaso Foti – sarà punteggiata anche dalla contestazione di una decina di attivisti del popolo dei “Trattori”.
Sono capitanati da Salvatore Fais che interromperà il padrone di casa, Lollobrigida durante il dibattito con Fitto. Tra i contestatori anche l’ex parlamentare M5s Silvia Benedetti.
Il siparietto lo fa imbufalire tanto che i suoi parlamentari, come il presidente della commissione Agricoltura del Senato Luca De Carlo gli consigliano di lasciarli perdere, di evitare il faccia a faccia a favore di telecamere. Il debutto resta più che positivo. Il presidente Mattarella di mattina dice che per l’agricoltura “il bilancio per l’Italia è altamente positivo”. E che “siamo il primo paese dell’Unione per prodotti tutelati”.
(da il Foglio)
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Marzo 26th, 2025 Riccardo Fucile
NEI GIORNI SCORSI IL PREMIER LI QIANG HA APPARECCHIATO UN FORUM CON LE PRINCIPALI MULTINAZIONALI MONDIALI (APPLE, BLACKSTONE, PFIZER, SIEMENS, MERCEDES E BOEING). .. LA MANO TESA ALL’EUROPA: “TUTTI PERDONO DALLE GUERRE COMMERCIALI E TARIFFARIE”
Apple, Blackstone, Pfizer, Cargill, Siemens, Mercedes-Benz, Boeing e tante altre. In tutto un’ottantina corporation globali, soprattutto statunitensi ed europee. Sono loro le migliori polizze assicurative contro Donald Trump del partito comunista cinese, che le ha chiamate a rapporto in occasione del China Development Forum concluso lunedì 24 marzo a Pechino.
“Liberare lo slancio dello sviluppo per una crescita stabile dell’economia globale” il tema della due giorni, alla quale hanno partecipato in massa i top manager di queste
multinazionali per le quali i mercati cinesi sono imprescindibili.
Li Qiang ha assicurato loro che «siamo pronti per possibili shock inaspettati da fonti esterne» e che, «se necessario, il governo introdurrà anche nuove politiche per garantire il regolare funzionamento dell’economia».
Dunque per rispondere alle ripercussioni sul suo sistema produttivo dell’aumento sui dazi nelle importazioni negli Usa la Cina potrà incrementare ulteriormente le misure di stimolo fiscale e monetario fin qui varate. Il numero due del partito ha invitato esplicitamente Tim Cook, Stephen Schwarzman e colleghi a fare fronte comune contro le politiche di Trump.
Il premier ha aggiunto che «il potere di una singola impresa può essere limitato, ma se tutti si uniscono, possono formare una potente sinergia. Spero sinceramente che gli imprenditori possano cooperare per resistere all’unilateralismo e al protezionismo e ottenere un maggiore sviluppo delle nostre rispettive imprese a reciproco vantaggio».
Il partito comunista sta tessendo un’alleanza con il gotha del capitalismo internazionale a difesa della globalizzazione come quella che nel 1994 sconfisse Bill Clinton e i sindacati, che già allora chiedevano protezioni per i lavoratori Usa in nome del rispetto dei diritti umani in Cina e volevano revocarle lo status commerciale di “nazione più favorita”.
Sono passati oltre trent’anni, e, al di là della retorica del “de-risking”, Corporate America e il made in Germany continuano a investire massicciamente in Cina. Mentre la trasformazione del paese nella fabbrica del mondo ha fatto lievitare il commercio bilaterale con gli Usa da 39 a 581 miliardi di dollari dal 1993 al 2024 e quello con l’Unione europea da 30 a 700 miliardi di euro nello stesso periodo.
Morgan Stanley si è aggiunta al coro delle banche d’affari e delle agenzie di rating che negli ultimi giorni hanno avvicinato le loro stime di crescita per il 2025 a quella ufficiale del governo (intorno al 5 per cento) benedicendo il capitalismo di stato cinese e i successi delle sue politiche industriali soprattutto nell’innovazione tecnologica.
Denis Depoux, direttore generale della società di consulenza tedesca Roland Berger, ha affermato che la Cina punterebbe addirittura a stabilizzare il mondo. «Come nel 2017, quando il presidente Xi si è rivolto a Davos, c’è una finestra per la Cina per diventare stabilizzatrice, riformatrice e pilastro responsabile. In questo, possono fare da spalla all’Europa», ha dichiarato Depoux.
Durante il forum, Li ha discusso con Steve Daines, in preparazione dell’incontro tra Xi e Trump che potrebbe avvenire il mese prossimo. Tramite il senatore repubblicano giunto a Pechino, il premier ha mandato a dire che «le guerre commerciali non hanno vincitori. Nessun paese può raggiungere sviluppo e prosperità imponendo tariffe, la Cina accoglie sempre le aziende di tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti».
Ma ce n’è anche per l’Unione europea, alla quale il ministro del Commercio, Wang Wentao, sempre dal forum pechinese, ha fatto sapere – durante l’incontro con il presidente del Bmw Group Oliver Zipse – che «la storia ha dimostrato più volte che le guerre tariffarie e le guerre commerciali possono solo portare a una situazione in cui tutti perdono».
Per quanto riguarda l’Ue, Pechino preme sui settori che (come le auto di lusso tedesche importate in Cina) potrebbero rimetterci di più da una guerra tariffaria, dopo che da Bruxelles è arrivata la notizia che la Commissione ha messo sotto inchiesta l’impianto che il colosso cinese delle auto elettriche Byd sta costruendo in Ungheria, che avrebbe – questa è l’accusa – usufruito di sussidi governativi.
(da agenzie)
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