Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
IL MOTIVO DELL’ADDIO? LA LINEA TRUMPUTINISTA DI SALVINI: “SONO ENTRATO IN UN PARTITO TERRITORIALE CHE AMBIVA A DIVENTARE NAZIONALE E MI SONO RITROVATO IN EUROPA AL FIANCO DI AFD E ORBÁN. IO SONO UN EUROPEISTA CONVINTO”
Un passaggio, dalla Lega a FI, arrivato in un momento in cui i rapporti tra i due partiti sono molto tesi. L’addio del deputato Davide Bellomo ha toccato un nervo scoperto: molti si chiedono se altre fuoriuscite seguiranno.
«Sono scelte personali — dice Bellomo —. Ma è evidente che ci siano diversi in disaccordo con la linea di Salvini». Il disaccordo, lo tratteggia così: «Sono entrato in un partito territoriale che ambiva a diventare nazionale e mi sono ritrovato in Europa al fianco di AfD e Orbán».
L’obiezione è immediata: la linea nazional-sovranista non nasce oggi e quando Bellomo — che vive in Puglia ed è nato ad Ascoli da papà siciliano e mamma calabrese — approda nella Lega è il 2019 e Salvini ha già posizionato il partito a destra: «Negli ultimi mesi è diventato tutto troppo. […] è stata un’escalation il suo spostamento per occupare lo spazio alla destra di Meloni». Dunque un posizionamento tattico? «Credo di sì. E pesa anche il congresso di aprile». Perché FI? «Sono un europeista convinto».
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
COME FOTTERE GLI ITALIANI: LE SIMULAZIONI SU LAVORATORI, AUTONOMI E PENSIONATI…ALIQUOTE PIU’ ALTE E DETRAZIONI PIU’ BASSE FANNO PAGARE PIU’ TASSE DEL DOVUTO
Da 75 euro a 260 euro in più nella prossima dichiarazione dei redditi. Per il pasticcio
dell’acconto Irpef non dovuto. Che riporterà nelle casse dello Stato 4,3 miliardi. Proprio quelli serviti per finanziare il taglio dell’Irpef in vigore dal primo gennaio 2024.
«Una vergognosa partita di giro», la definisce Christian Ferrari, segretario confederale Cgil. «Dopo aver autofinanziato il taglio del cuneo con il fiscal drag, dopo la flat tax regalata agli autonomi benestanti, dopo gli innumerevoli condoni, ecco l’ennesimo inganno: una riforma virtuale». I Caf Cgil hanno effettuato simulazioni sulle dichiarazioni di lavoratori, autonomi, pensionati. Tutte portano alla stessa conclusione.
Aliquote più alte, detrazioni più basse
Il governo Meloni, spiega oggi Repubblica, ha infatti applicato le vecchie regole dell’Irpef vigenti nel 2023. Che prevedono aliquote più alte e detrazioni più basse. In questo modo quasi tutti pagano più tasse non dovute. O abbatte il rimborso per le spese portate in detrazione. Per esempio una pensionata con reddito da 27.800 euro, una casa con rendita da 500 euro, un figlio disabile a carico, avrebbe una dichiarazione a zero imposte. Il ricalcolo che l’Agenzia delle entrate farà del suo 730 precompilato porterà invece un debito fiscale di 260 euro. In media i lavoratori dipendenti presteranno a tasso zero allo Stato circa 75 euro nella fascia sopra la no tax area fino a 15 mila euro. Quelli dello scaglione successivo (da 15 a 28 mila) ne daranno 100. 260 euro dai 29 mila euro in su.
2,8 miliardi di imposte non dovute
In questo modo 9,5 milioni di contribuenti coinvolti verseranno così 2,8 miliardi di imposte non dovute. Che riavranno l’anno prossimo. Perché si tratta di un disallineamento temporaneo, spiegano dalle parti del ministero dell’Economia. I pensionati con 15-29 mila euro di reddito dovranno pagare 100 euro. Quelli sopra 29 mila euro ne dovranno pagare 260. In totale si tratta di 9,2 milioni di pensionati interessati. Dovranno dare 1,5 miliardi. Il totale è esattamente quanto ha speso il governo Meloni per ridurre dal 25 al 23% l’aliquota Irpef nel secondo scaglione e alzare la detrazione per lavoro dipendente da 1.880 a 1.955 per redditi fino a 15 mila euro. Ovvero 4,3 miliardi.
L’Ufficio Studi
All’epoca del varo della norma, nel dicembre 2023, il comma 4 dell’articolo 1 era stato criticato dall’ufficio studi di Camera e Senato. «Andrebbero forniti elementi informativi circa lo sviluppo per cassa degli effetti finanziari stimati». Ma la relazione tecnica del decreto legislativo 216 non forniva l’informazione. «Di sicuro già l’anno scorso, in sordina, il governo ha fatto pagare ai contribuenti acconti più alti del dovuto e così quest’anno, senza trasparenza, infilandoli nei 730 precompilati», dice Maria Cecilia Guerra, responsabile lavoro del Pd. «Di sicuro il prossimo anno ci sarà un ammanco per il bilancio dello Stato, visto che dovrà restituire quanto prelevato: chiediamo di sapere di quanto».
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
“IL LIMITE AGLI ASCOLTI AIUTA I CRIMINALI E RENDE COMPLICATO CERCARE LE PROVE”
Procuratore Nicola Gratteri, come valuta nel complesso la riforma appena approvata che fissa a 45 giorni il limite di tempo per intercettare la maggior parte dei reati?
È una riforma incomprensibile. Reati anche gravi vengono scoperti dopo diversi mesi, perché non si riesce a trovare il bersaglio giusto o perché in molti casi si raccolgono le prove dopo diverso tempo. Ed è una riforma anche incoerente perché se la legge fissa un termine di un anno e mezzo o due (a seconda dei reati) per indagare, non si capisce perché ci debba essere una tagliola per le sole intercettazioni, che sono uno strumento proprio per indagare. Evidentemente la finalità è un’altra.
Quale?
Quella di complicare l’acquisizione delle prove.
Quali saranno i reati più difficili da perseguire dopo questa riforma?
Rapine, furti in abitazioni, falsi materiali, riduzione in schiavitù, tratta di persone, reati in materia di stupefacenti, inquinamento ambientale, disastro ambientale, omicidio, violenza sulle donne. L’elenco è lungo, forse si fa prima a dire quali reati sarà ancora possibile perseguire.
Ci può fare degli esempi concreti sulle ricadute per le indagini e, di conseguenza, sulla sicurezza dei cittadini?
Viene commessa una rapina e arrestato uno degli autori. Si devono individuare i
complici. Si mettono sotto controllo telefoni dei familiari o i colloqui carcerari nella immediatezza. Bene, dopo 45 giorni si devono staccare gli ascolti, impedendo l’acquisizione di prove sugli altri componenti, che ben possono essere frutto di successivi colloqui. Altro esempio, viene commesso un omicidio e si intercettano i possibili sospettati. Dopo 45 giorni, potranno parlare a ruota libera.
I reati di terrorismo e di mafia sono stati esclusi da questo limite temporale. Ma resta il problema per i reati satellite, quelli cosiddetti “spia”, che preludono a un’attività di tipo mafioso? E se sì, per meglio comprendere, può citarne alcuni?
Il problema resta. Per esempio, se ci troviamo di fronte a una estorsione non aggravata; se avviene il trasporto di 50 kg di cocaina; se c’è una rapina di armi da guerra. Oppure un falso permesso di costruire, rilasciato per fare una speculazione edilizia. Si tende ad affermare, quando si fanno riforme di questo tipo, che non si abbassa l’asticella della lotta alle mafie. Ma la nostra comunità non ha bisogno solo di combattere le mafie, ha bisogno di affermare la legalità, che comprende anche la sicurezza delle strade, la sicurezza degli anziani potenziali vittime di truffe, il pagamento delle tasse da parte di tutti, la lotta alle speculazioni edilizie. Quello che il governo deve spiegare, ma ai cittadini non certo a noi magistrati, è perché vogliono limitare così fortemente la possibilità di fare giustizia, di individuare gli autori di reati così odiosi.
La maggioranza di governo ha già cancellato l’abuso d’ufficio e neutralizzato il traffico di influenze. Adesso si appresta a sterilizzare il danno erariale per scudare ulteriormente gli amministratori, oltre che – in generale – voler ridimensionare il compito di “controllore” della Corte dei Conti. Non sono riforme che lanciano messaggi di impunità?
Assolutamente si. Dietro lo slogan della cosiddetta paura della firma si è inteso dapprima scudare tutte le condotte gravemente colpose che comportassero danno erariale e ora – nonostante si sia dimostrato nella pratica che in tal modo si è solo legalizzato il comportamento del funzionario gravemente negligente senza alcun tipo di ripresa per l’economia nazionale – si intende bloccare se non annullare l’azione erariale sul territorio, aumentando le ipotesi di controllo sugli atti e stabilendo che ogni atto anche solo collegato a quello vietato comporti impunità. Tutto questo lascia i cittadini senza tutela. In tutti i settori.
Quindi?
Spero che si percepiscano, a tutti i livelli, le mortificazioni che stanno subendo i cittadini onesti. Stiamo svendendo le nostre libertà.
Procuratore, il ministro Nordio ha fretta di far approvare al Parlamento la separazione delle carriere e i due Csm. Punta al referendum entro un anno al massimo. Come la giudica questa fretta, al di là del merito della riforma su cui già si è espresso negativamente?
Conferma quello che penso da tempo, che il vero obiettivo non è la “sola” separazione delle carriere, già di per sé sbagliata e dannosa, ma che si vuole giungere frettolosamente a questo risultato per poi assicurarsene subito dopo un altro, ovvero quello di assoggettare il Pm all’esecutivo. Io sono molto preoccupato, ma non per noi magistrati, per i cittadini, per la democrazia. Sarà mio impegno, da ora in poi, fare capire alla collettività, in tutte le sedi i cui mi sarà consentito, a cosa vanno incontro. Sono ottimista, mi fido degli italiani.
Il nostro giornale ha deciso per i 30 anni di Libera di dedicare, a partire dalla giornata in ricordo delle vittime, ogni 21 marzo, una riflessione su mafia e anti mafia. Come sta la lotta alle organizzazioni di tipo mafioso?
Non va bene e non basta andare alle cerimonie di commemorazione di tanti uomini e donne che hanno perso la vita per mano della mafia, per dire di essere contro la mafia e di volere combattere la mafia. Bisogna agire e in concreto, volerla questa lotta alla mafia. La cosa che mi lascia perplesso è che ogni volta che vengo audito in sedi istituzionali, spero sempre che qualcuno comprenda che la lotta alla mafia è una lotta di democrazia, di libertà. Ma ogni volta poi resto deluso dalle scelte che vengono fatte. Quella in atto è più corretto chiamarla riforma della “ingiustizia”, perché di giustizia non ce ne è. Ma andiamo avanti.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DEMOS: MALE ANCHE SULLE TASSE… LA SICUREZZA E’ MIGLIORATA SOLO PER IL 16%
Il governo guidato da Giorgia Meloni attraversa una fase complicata. Lo ha messo in
evidenza un recente sondaggio condotto da Demos per Repubblica, nel quale emergeva che il grado di fiducia verso questa maggioranza ha toccato il grado più basso dalle elezioni del 2022. Quando si era
affermata. È, peraltro, vero che il (la) presidente del Consiglio si conferma davanti a tutti gli altri leader, in quanto a gradimento popolare: 42%. Ben al di sopra, rispetto alla segretaria del Pd, Elly Schlein: 26%.
Tuttavia, un recente sondaggio di Demos mostra come l’azione del governo non soddisfi particolarmente i cittadini. Anche se, in generale, non li delude. Salvo alcune materie, molto importanti per la società. In particolar modo, la sanità e le tasse, che generano grande insoddisfazione. E, com’è noto, si tratta di argomenti “sensibili”. Certamente, fra i più considerati dagli italiani. Ma appare minoritaria anche la quota delle persone che, da quando è in carica questo governo, ritengono “migliorati” i servizi pubblici e la difesa dell’ambiente, il contrasto alla criminalità e il controllo dei flussi migratori. Argomenti centrali per i cittadini e nei programmi dei partiti della maggioranza di governo a sostegno di Giorgia Meloni. Che ottiene valutazioni più positive per quel che riguarda l’economia e il sistema produttivo, ma, soprattutto, il ruolo dell’Italia sul piano internazionale. Al quale il governo e Meloni, in prima persona, hanno riservato grande attenzione. Fin dall’inizio. Con incontri diretti – e personali – con la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. E il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
I giudizi sull’azione del governo, prevedibilmente, riflettono la posizione politica dei cittadini. Di conseguenza, emerge un grado elevato di insoddisfazione fra i più vicini ai partiti di centrosinistra. Mentre, parallelamente, le opinioni divengono più positive fra quanti dichiarano la loro preferenza al centrodestra. Pareri particolarmente critici vengono espressi dai sostenitori del M5S e di Avs sulle politiche relative all’ambiente e, insieme al Pd, sulla sanità. Mentre, al contrario, le critiche sfumano nella base di centrodestra. E anche di Iv e Azione. Ma l’aspetto più evidente, che caratterizza l’opinione pubblica, è lo sguardo pessimista. Che non percepisce grandi cambiamenti, rispetto al passato recente. L’epoca del governo Meloni non sembra aver mutato lo sguardo dei cittadini. Che appare largamente “incerto”. O meglio, l’unica certezza è l’in-certezza. L’in-sicurezza. Che la (il) Presidente del Consiglio non pare avere intenzione di superare. Perché l’insicurezza fornisce buoni motivi a chi governa. Per dare forza alla propria posizione. Al proprio ruolo. D’altra parte, è ormai da molto tempo che alla base del consenso ci sono le paure. Le ideologie si sono dissolte da decenni. Insieme alla Prima Repubblica. Quando il voto era dettato da fratture storiche. Come l’anti-comunismo. Segnato dal muro che separava l’Occidente dall’Unione Sovietica e i suoi Paesi periferici. Ma oggi il muro non esiste più. Neppure in Italia. Dove il governo ha di fronte un’opposizione…timida. E disorientata.
Mentre anche “il polo dell’Occidente”, gli Stati Uniti, è divenuto un problema, più che un riferimento certo. Soprattutto dopo la ri-elezione di Donald Trump alla Presidenza. Così l’Europa e l’Italia sono divenuti, a loro volta, “periferici”. Stretti
nella morsa fra Putin e Trump. E quindi pervasi dall’in-sicurezza. Economica e politica. Anche perché l’Unione Europea non è mai divenuta veramente unita. Ma Unione di Paesi che seguono il proprio specifico percorso. Somma e coalizione di Paesi distinti e, spesso, distanti. Incapaci di costruire un esercito comune perché diffidenti verso gli altri Paesi europei. E, al tempo stesso, divisi al loro interno. Così l’Europa diventa una “terra di mezzo”. Fra i due storici Paesi dominanti. E l’Italia rischia di divenire la “periferia di mezzo”. Come percepiscono gli stessi cittadini. Che, per questa ragione, guardano con preoccupazione l’azione del governo. Ma, per la stessa ragione, dovrebbero opporsi quando il governo si distacca dal manifesto di Ventotene. Per un’Europa più libera e giusta. E più unita. Perché così anche noi …ci perdiamo.
(da La Repubblica)
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Marzo 24th, 2025 Riccardo Fucile
“TRUMP NON RIUSCIRA’ A SPEZZARCI”… UN’ONDATA DI SANO NAZIONALISMO STA RAFFORZANDO I LIBERALI NEI SONDAGGI
Il primo ministro canadese Mark Carney ha indetto le elezioni per il 28 aprile durante una conferenza stampa. Lo riporta la Bbc. Carney ha affermato di volere «un mandato forte e positivo dai miei concittadini canadesi» e ha aggiunto che ci sarà una campagna elettorale di cinque settimane prima del voto.
«Chiedo ai canadesi un mandato forte per affrontare il presidente Trump», ha dichiarato il capo del governo canadese che ha sostituito Justin Trudeau meno di 10 giorni fa. Il voto anticipato si terrà in un clima di guerra commerciale per i dazi e di crescenti tensioni con gli Stati Uniti.
«Stiamo affrontando la crisi più significativa della nostra vita a causa delle ingiustificate azioni commerciali del presidente Trump e delle sue minacce alla nostra sovranità», ha aggiunto Carney. «Vuole spezzarci, così l’America può possederci. Non permetteremo che ciò accada. Abbiamo superato lo shock, lo shock del tradimento, ma non potremo mai dimenticare la lezione. Dobbiamo prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro». Lo riporta il Guardian.
I liberali al governo, di cui Carney e l’ex primo ministro Justin Trudeau fanno parte, sembravano destinati a una storica sconfitta elettorale quest’anno, fino a quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha dichiarato una guerra commerciale al Canada. Trump ha ripetutamente affermato che il Canada dovrebbe diventare il 51° stato degli Stati Uniti. Gli attacchi quasi quotidiani di Trump alla sovranità del Canada hanno fatto infuriare i canadesi e hanno portato a un’ondata di nazionalismo che ha rafforzato i numeri nei sondaggi per i liberali.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile
LA DUCETTA SOGNA UN INCONTRO ALLA CASA BIANCA, MA AL MOMENTO DEVE ACCONTENTARSI DI VOLARE A PARIGI AL VERTICE DEI “VOLENTEROSI” CONVOCATO DALL’ODIATO MACRON
Sono giorni evidentemente complessi per la premier, alla ricerca di una coerenza nella
sua strategia a metà tra Europa e Stati Uniti, e in attesa di vedere confermata la possibilità di una visita alla Casa Bianca. Le stanno consigliando di non andare prima del 2 aprile, quando Trump farà scattare la tagliola commerciale sull’Ue, perché rischierebbe di diventarne l’involontaria sponsor nello Studio Ovale.
E perché poi, soprattutto, è preferibile avere tempo di costruire un bilaterale strutturato, con delegazioni di ministri e un ampio ventaglio di argomenti su cui confrontarsi, non un blitz in stile Mar-a-Lago. Nel frattempo volerà a Parigi giovedì, al vertice convocato da Macron sulla coalizione dei volenterosi. La missione sotto mandato Onu è diventata un’ipotesi concreta, come nel governo già sapevano da settimane.
Tanto che persino Salvini, dopo essersi scagliato con forza contro l’ipotesi, da qualche tempo si dice favorevole a una missione che coinvolga i caschi blu. E questo, tutto sommato, conforta Meloni: segno che la voce di Salvini è pronta ad affievolirsi un attimo prima di rischiare lo scontro.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile
GIAMPIERO MASSOLO: “PER GLI USA, TATTICAMENTE, OCCORRE TENERE FEDE ALL’IMPEGNO ELETTORALE A FAR CESSARE LE ARMI. PIÙ STRATEGICAMENTE, CON BUONA PACE DELL’UE, NE VA DEL RECUPERO DI MOSCA A UN RAPPORTO TRA POTENZE CHE RIGUARDI UN AMPIO QUADRO DI DOSSIER ANCHE IN FUNZIONE CONTENITIVA DI PECHINO. PER WASHINGTON, COSTI E RISCHI MINIMI E SEMPRE COMPENSABILI CON IL SUO PESO SOVERCHIANTE. DI CUI L’EUROPA NON DISPONE. MA IL RISULTATO NETTO DI UNA ‘PACE FACILE’ SAREBBE L’INSICUREZZA EUROPEA”
Tempi di illusioni ottiche i nostri se davvero, nella guerra d’Ucraina, gli americani ci appaiono all’improvviso come pacifisti e gli europei come guerrafondai: le rispettive circostanze sono diverse e gli interessi non sempre coincidono.
Per la nuova amministrazione Usa, la partita ucraina ha un risvolto tattico a fini interni e uno più strategico. Tatticamente, occorre tenere fede all’impegno elettorale a far cessare le armi e dimostrare con l’accordo sulle terre rare che i denari dei contribuenti americani tornano indietro.
Più strategicamente, con buona pace dell’Ue, ne va del recupero di Mosca a un rapporto tra potenze che riguardi un ampio quadro di dossier anche in funzione contenitiva di Pechino. Per Washington, costi e rischi minimi e sempre compensabili con il suo peso soverchiante. Di cui l’Europa non dispone.
Per gli europei, il conflitto russo-ucraino comporta difatti l’emergere di tre gravi criticità: un problema di sicurezza legato all’inaffidabilità di Putin che richiede un’adeguata deterrenza; un ritmo troppo lento di sviluppo della difesa europea; l’impossibilità nel breve-medio termine di affrancarsi dall’eccesso di dipendenza dagli Stati Uniti.
Circostanze non facilmente rimediabili: con la potenza americana in ripiegamento, il risultato netto di una «pace facile» in Ucraina sarebbe l’insicurezza dell’Europa.
L’attivismo della Commissione Ue e le intense interazioni tra i maggiori Stati europei puntano a mitigare questo stato di cose. In assenza di una competenza comunitaria in materia di difesa e sicurezza, questo sta avvenendo in due modi urgenti e complementari: a livello europeo, ricercando finanziamenti fuori dei parametri (se possibile anche privati) e a tassi vantaggiosi per consentire agli Stati di finanziare il rafforzamento delle loro difese nazionali; a livello intergovernativo – anche con il Regno Unito – cercando di costruire coalizioni di Paesi «capaci e disponibili» ad assicurare almeno un livello minimo di deterrenza autonoma.
Nell’auspicio poi che ciò serva per trattenere gli americani in Europa. Sviluppi tecnicamente privi di alternative. E ineludibili per i Paesi europei, al netto delle rispettive narrative politiche. A indebolirci contribuisce la nostra percezione della minaccia russa: non andrebbe strumentalizzata ulteriormente.
(da Il Corriere della Sera)
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Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, CARLO NORDIO, BALENA L’IPOTESI DI INTRODURRE SANZIONI DISCIPLINARI PER I MAGISTRATI CHE ESPRIMONO LE LORO OPINIONI, IN PARTICOLARE SULLE RIFORME DELL’ESECUTIVO
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, vuole introdurre sanzioni disciplinari per i
magistrati e i giudici che esprimono le proprie opinioni, a partire da coloro che criticano le riforme della Giustizia del governo di Giorgia Meloni
.Non si tratta di un’ipotesi o di una semplice idea, ma ad annunciare il progetto dell’esecutivo è lo stesso Guardasigilli rispondendo in forma scritta a un’interrogazione del capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri.
L’interrogazione risale all’11 novembre scorso e la risposta – che non è ancora stata resa pubblica e che Il Fatto ha letto in anteprima – è un nuovo attacco diretto del governo alla magistratura.
Nordio, infatti, spiega che l’esecutivo vuole reintrodurre una norma che risale al governo Berlusconi IV (ministro della Giustizia Roberto Castelli) che prevede sanzioni disciplinari per quei giudici che tengono “comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”. Una definizione talmente generica che rischia di essere intimidatoria
In primo luogo, Nordio censura quei giudici o magistrati che “ritengono di dover assumere pubblicamente posizioni politiche o di partecipare a iniziative su temi politicamente sensibili con un atteggiamento di forte contrapposizione all’azione di governo”.
Poi critica duramente quei giudici che lo scorso 27 febbraio hanno scioperato contro la riforma della separazione delle carriere, ma anche la partecipazione di magistrati a convegni in sedi di partito: questi due comportamenti, per Nordio, “appaiono assai inopportuni”.
A quel punto il Guardasigilli richiama le toghe: l’imparzialità dei magistrati prevede che le esternazioni pubbliche siano caratterizzate da “sobrietà, irreprensibilità e riservatezza dei comportamenti individuali, così da evitare il rischio di apparire condizionabili o di parte”.
Segue altra bordata: “Le legittime opinioni del magistrato, anche su temi politicamente sensibili, non devono essere espresse in modo tale da fare dubitare della sua indipendenza e imparzialità nell’adempimento dei compiti a lui assegnati”.
Quindi a quale conclusione arriva Nordio? La soluzione contro i magistrati che esprimono le proprie posizioni viene indicata nell’ultima pagina della risposta: il ministro della Giustizia spiega che il governo sta valutando di reintrodurre il divieto per le toghe di “tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”. Pena la sanzione disciplinare.
Nordio, insomma, vorrebbe reintrodurre una norma che risale al febbraio 2006: un decreto legislativo approvato dal governo Berlusconi (ministro Castelli) che dava attuazione alla riforma della giustizia.
Una norma che era stata abrogata solo pochi mesi dopo dal governo Prodi proprio perché comprimeva troppo la libertà di espressione […] Nordio vuole tornare al passato. Proprio lui che, negli anni in cui faceva il magistrato, aveva ampiamente espresso le proprie opinioni con articoli e libri. A dicembre Nordio aveva già provato a inserire una “astensione” per ragioni di “convenienza” contro i pm, ma era stato stoppato dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dal Quirinale.
(da l Fatto quotidiano)
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Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile
E PERCHÉ, SE DICHIARA UNA CASSA DA BEN 37 MILIARDI DI DOLLARI, NEL 2024 HA PRESO IN PRESTITO 6 MILIARDI? “È IL SEGNALE D’ALLARME DI DICHIARAZIONI CONTABILI SCORRETTE”
Cosa sta accadendo a Tesla e cosa rivela quest’ultima degli equilibri della Casa Bianca? Pochi giorni fa il Financial Times ha dedicato un approfondimento al gruppo auto. Firmato da Dan McCrum, che svelò i bilanci falsi del gruppo tedesco Wirecard, l’articolo del quotidiano di Londra si pone alcune domande.
Perché negli ultimi sei mesi Tesla dichiara investimenti netti da 1,4 miliardi di euro che non si riflettono in alcun pari aumento di beni fisici o immateriali riscontrabili in bilancio? Anche la seconda domanda è insidiosa: perché un’azienda che dichiara una
cassa propria da ben 37 miliardi di dollari nel 2024 ha preso in prestito sei miliardi?
«Queste anomalie possono essere segnali d’allarme, potenzialmente indicativi di controlli interni deboli – si legge –. Una classificazione aggressiva delle spese operative (quelle ordinarie per la vita dell’azienda, come i salari, ndr) quali investimento può essere usata per gonfiare artificialmente gli utili dichiarati».
E ancora: «Una combinazione di flussi di cassa in eccesso e di continua raccolta di capitali (per esempio con un bond, ndr) può rappresentare il segnale d’allarme di dichiarazioni contabili scorrette».
Tesla è l’11esima più grande azienda al mondo, con una capitalizzazione di 800 miliardi di dollari. Essa è crollata di 900 miliardi di dollari da dicembre, falcidiando 114 miliardi dal patrimonio personale di Musk (che ha il 12,8%). Anche così, la sua valutazione resta elevata rispetto ai dati reali del gruppo: a lungo andare, si giustificherebbe solo con un aumento di sette o otto volte degli utili.
Di certo proprio nel giorno in cui è uscito l’articolo del Financial Times il segretario al Commercio Howard Lutnick ha preso un’iniziativa inusuale per un esponente di così alto livello di una democrazia liberale: in un’intervista, ha invitato gli ascoltatori a comprare azioni di Tesla.
Una settimana prima, era stato Donald Trump a pubblicizzare una serie di modelli di Tesla nel giardino della Casa Bianca (dove lo stesso Musk lavora con lui al taglio delle spese federali). Ma non si tratta dell’unico caso di conflitti d’interesse in America oggi. Trump ha guadagnato centinaia di milioni di dollari da commissioni grazie alla sua criptovaluta lanciata due mesi fa (questa però è crollata di oltre il 90%).
E il presidente non ha smentito il Wall Street Journal , quando quest’ultimo ha scritto giorni fa che la maxi piattaforma delle crypto Binance sta negoziando la cessione di una quota del gruppo alla famiglia di Trump: il presidente che ha messo le monete digitali nella riserva strategica degli Stati Uniti. Persino gli oligarchi russi hanno qualcosa da imparare a Washington, di questi tempi.
(da agenzie)
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