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FORZA ITALIA IMBARCA IL “PISTOLERO” POZZOLO? IL DEPUTATO EX FRATELLI D’ITALIA CI STA PENSANDO: INTANTO È VOLATO A PALERMO PER UN EVENTO DI FORZA ITALIA SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“IO SONO GARANTISTA A DIFFERENZA DI ALTRI. HO VOTATO E CREDO FORTEMENTE NELLA RIFORMA DELLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE…”

Per un vercellese doc, Palermo non è proprio dietro l’angolo. Così la presenza di Emanuele Pozzolo all’evento di ieri di Forza Italia sulla riforma della Giustizia nel capoluogo siciliano non è passata inosservata. E fa pensare a un imminente approdo nel partito di Antonio Tajani.
Pozzolo è diventato celebre per il caso dello sparo alla festa di Capodanno 2024 a Rosazza (Biella), veglione a cui partecipò anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: Pozzolo è imputato a Biella per porto illegale di arma da sparo e, dopo l’apertura dell’inchiesta dei probiviri di Fratelli d’Italia, sarebbe stato espulso dal partito (dopo la sospensione).
I vertici di FdI invece hanno fatto sapere che non sarebbe mai stato iscritto quest’anno. Poco cambia. Perché Pozzolo ieri era seduto in terza fila al teatro Politeama di Palermo all’evento “La riforma della Giustizia di Forza Italia”. Una convention di partito. Presenza che fa pensare a molti a un ingresso imminente di Pozzolo tra gli azzurri, che seguirebbe quello del deputato leghista Davide Bellomo annunciato venerdì.
Pozzolo non esclude il suo approdo tra gli azzurri: “Attualmente sono nel gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia, ma l’unica cosa che spero di escludere è che domani non sorga il sole…”. E quindi, entra o no in Forza Italia? “Sono stato invitato a partecipare da Forza Italia e ho partecipato: tutto qui. Il mio percorso è e rimane nel centrodestra”, risponde il deputato piemontese facendo capire che la decisione ormai sembra presa
“Ma il punto è un altro”, continua Pozzolo. Ovvero? “Io ho partecipato perché da parlamentare del centrodestra ho votato e credo fortemente nella riforma della separazione delle carriere, perché io sono un garantista a differenza di altri…”.
Il riferimento del deputato piemontese è, neppure troppo velatamente, ai suoi (ex?) compagni di partito che lo hanno emarginato e poi allontanato dopo il processo per lo sparo di Capodanno. Si riferisce ai colleghi di FdI? “Dico solo che io sono garantista…”, aggiunge Pozzolo che poi, per messaggio, aggiunge un’altra bordata ai meloniani: “O si è giustizialisti o si è garantisti, non ci sono vie di mezzo” quindi “non è nemmeno solo qualcosa di Forza Italia o del centrodestra: è stare dalla parte della Costituzione”.
Caso vuole che proprio il suo grande nemico, il sottosegretario Delmastro, una settimana fa sia incappato in uno scivolone sulla separazione delle carriere dicendo al Foglio che della riforma Nordio sulla separazione delle carriere condivida solo “il sorteggio dei togati al Csm, basta”. […] Pozzolo, la sua mossa è contro Delmastro? “Ma no, lui dice che la riforma la appoggia”, continua al Fatto. Insomma, mica tanto.
Quindi va in Forza Italia? “Attualmente sono un parlamentare iscritto al gruppo di FdI – ripete Pozzolo – controlli sul sito della Camera…”. Adesso sì, ma un domani? “Io sono un garantista vero, a differenza di altri…”.
(da il Fatto quotidiano)

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VANNACCI MANDA IN TILT LA LIGA VENETA: LA POSSIBILE NOMINA DEL GENERALE COME VICESEGRETARIO DELLA LEGA AL CONGRESSO DI APRILE NON VA GIÙ ALLA COSTOLA VENETA DEL CARROCCIO, CHE BOCCIA LO SPOSTAMENTO A DESTRA DEL PARTITO E VUOLE TORNARE AI TEMI CARI AL TERRITORIO

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

C’È CHI MINACCIA FUORIUSCITE O MINI-SCISSIONI… MA IN VISTA DELLE REGIONALI, SENZA I VOTI GARANTITI DA ZAIA, LA LEGA RISCHIA DI VEDERE DIMEZZATI I PROPRI CONSIGLIERI. E COSI’ AVANZANO LE CANDIDATURE VICINE A VANNACCI

Il «verde Lega» che per 15 anni ha ammantato il Veneto ormai scolora. E la «Liga» in fibrillazione, impegnata in un corpo a corpo con FdI per strappare un leghista come candidato alle Regionali d’autunno combatte una battaglia per la sopravvivenza, le ultime elezioni l’hanno vista ridotta al 14,5% contro il 34% di FdI.
L’alleato-avversario comune sta indubbiamente ricompattando il partito grazie alla regia del segretario regionale Alberto Stefani, autore, peraltro, della mozione «Identità è futuro» che, in vista del congresso federale del 5 e 6 aprile a Firenze ha avuto la benedizione di Matteo Salvini e dovrebbe garantire ai veneti mano libera alle prossime Regionali sulle liste.
I malumori legati all’ala capeggiata dall’assessore regionale Roberto Marcato, la meno salviniana, non sono sopiti del tutto. E a ridar fuoco alle polveri, ora, ci si potrebbe mettere anche il «fattore Vannacci». Il generale schierato alle Europee da Salvini è in predicato per diventare vice aggiunto del segretario federale proprio al congresso federale.
Vannacci in Veneto ci è venuto da poco organizzando una visita a Venezia con tanto di toccata e fuga a Torcello con sostenitori al seguito. E qualche movimento di riallineamento in Veneto già c’è. Cartina di tornasole di una «Liga» alla ricerca di un nuovo baricentro è il consiglio regionale.
Oggi i leghisti sono 30 su 51, ma c’è la consapevolezza che salvare una quindicina di scranni sarebbe già un buon risultato alle Regionali se Luca Zaia, come pare, non potrà ricandidarsi una quarta volta. E senza le percentuali bulgare garantite dal governatore uscente non ci sarà posto per tutti nel parlamentino veneto: uno su due tornerà a casa.
E allora spuntano i primi nomi in avvicinamento al campo oltranzista del generale: Fabiano Barbisan (vicino al Vannacci-pensiero) e Stefano Valdegamberi, noto come filorusso e allergico alla cultura woke. Entrambi potrebbero essere candidati in «quota Vannacci», si dice in Laguna. Casi isolati?
Forse.
La storia dice che alla Lega veneta l’ultradestra non piace e allora su Vannacci vice federale c’è chi paventa fuoriuscite, mini scissioni: finora non è accaduto. È pur vero che in Veneto si sta imponendo una linea pragmatista incarnata da Stefani, giovane vice di Salvini in grado di risvegliare la base disillusa in «patria» e di mantenersi in equilibrio sull’ortodossia salviniana a Roma.
(da agenzie)

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ESAMI FANTASMA, TEMPI E LIBRETTI, CALDERONE NON CHIARISCE NULLA

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA REPLICA DEL “FATTO” AL MINISTRO DOPO L’INCHIESTA SULLA LAUREA DUBBIA CONSEGUITA

“Orgogliosamente posso affermare che lavoro (e studio) da più di 30 anni”. Lo scrive sui social il ministro del Lavoro Marina Calderone rispondendo all’articolo-inchiesta di ieri del nostro giornale sugli esami e i titoli di studio che ha conseguito alla Link Campus, università privata oggetto di inchiesta per le “lauree facili” da parte della Procura di Firenze a partire dal 2016, l’anno in cui Calderone ha terminato gli studi.
“Oggi – si legge – un quotidiano ha trovato la prova della mia laurea, ossia il libretto universitario. Nel quale ci sono esami sostenuti lo stesso giorno e più esami superati a distanza ravvicinata. Come credo sia accaduto a molti universitari”.
In realtà libretti universitari e relativi diplomi noi li avevamo già chiesti due anni fa. Sia lei che la Link però si rifiutarono di mandarli, anche a fronte di una richiesta ufficiale di accesso agli atti. Dopo due anni, Il Fatto ha potuto visionarli scoprendo alcuni elementi a dir poco singolari.
Su tutti, il fatto che per l’Anagrafe Nazionale degli Studenti del ministero (ANS), [non risultasse nulla relativamente a tutto il corso di studi triennale. Non si capisce ancora come abbia potuto immatricolarsi al successivo corso di studi biennale.
In merito a questo, ieri la ministra ha dichiarato di aver conseguito la triennale il 12.11.2012. Forse però ricorda male. Perché nel documento interno della Link Campus pubblicato ieri dal Fatto, con gli esami da lei sostenuti nella biennale, si
legge “in corso al primo anno”.
L’anno accademico era il 2012/2013: come poteva essere iscritta a due corsi di laurea contemporaneamente? Gli unici esami che risultano all’ANS sono quelli del biennio. Per il triennio non risulta niente.
Il punto è che tutto il suo intero ciclo triennale, compresa la laurea, per il ministero dell’Istruzione italiano non poteva esistere, perché all’epoca i titoli rilasciati dalla “Libera Università di Malta” non avevano alcun valore legale in Italia.
Solamente con il decreto della ministra Mariastella Gelmini firmato il 21 settembre 2011 la Link “è riconosciuta quale Università non Statale dell’Ordinamento Universitario Italiano”.
La ministra rivendica però di averli potuti sostenere la domenica, in quanto “studente-lavoratore”. Ma la Link non è un’università telematica, pertanto sia la presenza alle lezioni sia i relativi esami dovevano svolgersi per forza in presenza ed esclusivamente nella sede di Roma, e proprio su questo verte l’indagine di Firenze.
Ma all’epoca, Calderone era una “studentessa lavoratrice”?
Stando a quanto riporta nei suoi cv in quegli anni svolgeva la libera professione come consulente del lavoro. Era titolare di uno studio a Cagliari, non aveva un lavoro dipendente con vincoli di orario che le avrebbero impedito frequenza ed esami in sessioni settimanali.
Dal 2005 era presidente del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, incarico onorifico retribuito con gettoni di presenza in base agli impegni connessi al ruolo. Era poi membro di altri Cda come Leonardo/Finmeccanica, anche questi senza vincoli.
Non solo. Nel documento in nostro possesso era indicata pure l’opzione per i lavoratori “part-time”, ma la spunta dice “no”.
Nel suo post precisa poi “sono iscritta all’ordine dei consulenti del lavoro dal 22.11.1994, mentre l’obbligo di laurea è stato introdotto solo a partire dal 2010”. E infatti lei si iscrive alla Link Campus nel 2011. Perché?
Perché essendo dal 2005 presidente dei Consulenti del Lavoro che per esercitare avevano l’obbligo della laurea – giustamente – avrà deciso di non essere da meno, anche a costo di dare due esami di Economia al giorno e anche di domenica.
Molte altre cose però non tornano.
Perché non mostra direttamente tutti gli esami e la laurea triennale? Perché di rette e tasse della biennale risulta pagato solo 1 euro di bollo?
(da il Fatto quotidiano)

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INTERVISTA A BORIS AKUNIN, LO SCRITTO RE RUSSO DISSIDENTE: PUTIN CADRA’ PRESTO”

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’AUTORE DE “L’AVVOCATO DEL DIAVOLO” E’ ODIATO DA PUTIN CHE L’HA INSERITO NELLA LISTA DEI “TERRORISTI”

Boris Akunin – pseudonimo di Grigorij Šalvovič Čhartišvili – è uno degli scrittori più letti in Russia, Paese in cui non può più mettere piede.
A causa delle sue esternazioni sul regime di Putin, infatti, è stato dichiarato “agente straniero” e inserito in una lista di persone indesiderate, e nel frattempo è stato accusato di altri crimini, considerato terrorista ed estremista.
Pochi giorni fa Mondadori ha pubblicato un libro intitolato L’avvocato del diavolo (traduzione di Erin Beretta, Francesco De Nigris e Mariangela Ferosi, illustrazioni di Sergej Ëlkin, pp. 120 euro 17.50), un’allegoria della Russia contemporanea in cui a uno scrittore dissidente – qual è Akunin – viene chiesto di difendere in un’aula di Tribunale il braccio destro del dittatore appena caduto. Una richiesta che inizialmente viene rifiutata, ma di cui si farà carico per il principio che chiunque abbia diritto a un giusto processo. Così di sviluppa un lungo dialogo tra lo scrittore e questo personaggio soprannominato Diavolo.
Akunin è anche uno dei protagonisti di Libri come che si terrà oggi, domenica 23 marzo alle 15 nello Spazio risonanze all’Auditorium parco della Musica Ennio Morricone di Roma dove parlerà assieme a Paolo Nori, che ha scritto anche un’introduzione al libro, dando un contesto di quello che leggeremo e della Russia contemporanea che ha più volte visitato negli ultimi anni e di cui è tra gli studiosi più apprezzati d’Italia. Abbiamo chiesto allo scrittore russo di parlarci del libro, ma soprattutto di cosa voglia dire essere uno scrittore nella Russia contemporanea, cosa ne pensa della guerra in Ucraina e se è vero che tutto cambierà affinché nulla cambi, come presagiva Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo.
Cosa significa essere un intellettuale russo, oggi?
Io non sono sicuro di essere un intellettuale, non tutti gli scrittori sono degli intellettuali e non tutti gli intellettuali sono degli scrittori, però sicuramente oggi essere uno scrittore russo è qualcosa di molto difficile, essere russo oggi è qualcosa di molto difficile e di molto pesante, si ha la sensazione di appartenere a una nazione
tossica e questa sensazione è molto forte e ci viene ricordato costantemente, a giusto titolo, è un bel fardello da portare sulle spalle. Questa cosa, inoltre, si accompagna anche a una buona dose di senso di colpa, tutti quelli che come me hanno la capacità di riflettere e di pensare a quello che sta succedendo si sentono in parte responsabili.
Anche se vi muovete contro il regime, pagandone le conseguenze?
Sì, questo senso di responsabilità e questo senso di colpa sono forti anche fra quelli come me che non hanno mai votato Putin, anzi sono sempre stati degli oppositori del regime e non hanno mai voluto che si arrivasse a questo. Forse ti senti così proprio perché hai la capacità di pensare e di ragionare, senti come se non avessi fatto abbastanza, ti dici che forse sei stato debole, che sei stato troppo egoista, hai pensato soltanto a te stesso. C’è questo senso di spostamento del senso di colpa, non si dà soltanto la colpa ai politici come Putin o a quelli che lo sostengono, ma anche alla Cultura che potrebbe aver avuto una responsabilità in quello che sta succedendo. Io ricevo tantissime lettere dai miei lettori in Ucraina e molti mi dicono che è come se la cultura russa soffrisse un po’ di questo retaggio imperialistico che non riguarda soltanto la politica, ma anche la letteratura e la cultura in genere. Tutto questo è un po’ difficile da elaborare.
Perché?
Perché io ho un profondissimo amore per quella che è la Cultura e la Letteratura russa, quindi sentirla così attaccata e messa in discussione o anche come fosse parte integrante di quello che sta succedendo è difficile, però mi sono fatto una mia opinione. Come sai l’emblema russo è quest’aquila a due teste e questo per me rappresenta un po’ anche quelle che sono le due teste della Cultura: da una parte una delle tue teste ha sempre avuto come punto di riferimento lo Stato e quindi è stata un po’ al suo servizio, però c’è l’altra testa della cultura che è quella che invece ha guardato sempre verso la luce, ha guardato sempre nella direzione opposta allo Stato, che si è opposta alla guerra e che è sempre andata in cerca della dignità e quindi secondo me questa è la testa della cultura che conta, questa è quella che fa la differenza e alla fine credo – e lo dico anche con un certo orgoglio – che da questo punto di vista la Cultura russa abbia superato questo test, perché sicuramente possiamo dire che Putin ha vinto politicamente, ma non ha vinto culturalmente.
Insomma, la Cultura russa non segue il suo zar, dice?
Tutti gli intellettuali, gli scrittori, sono sicuramente per la luce, sono contro Putin, sono contro la guerra in Ucraina e questo per me è un motivo di grande sollievo. Sicuramente molti miei amici scrittori la pensano come me. Quelli che hanno potuto sono andati via dalla Russia, mentre quelli che non potevano andare via a causa di circostanze familiari, o altro, preferiscono comunque tacere perché protestare oggigiorno in Russia ti porterebbe in prigione molto rapidamente. Quindi non partecipano a questa diavoleria, cercano di non avere nessuna parte in tutto questo.
Lei è stato inserito in una lista di terroristi ed estremisti e vive lontano dal suo Paese. Cosa ha significato questo per lei e in che modo ha influenzato la sua vita?
Il regime di Putin ha creato un servizio governativo che divide le persone che non sono apprezzate in diverse categorie. Ci sono quelle che gli dispiacciono, ma non tantissimo, che vengono dichiarate agenti stranieri, poi ci sono quelli che non gli piacciono per niente contro cui aprono dei procedimenti penali e quelli che proprio odiano che vengono dichiarati terroristi, estremisti. Io ho avuto il privilegio di appartenere a tutte e tre le categorie, perché sono stato dichiarato prima agente straniero, poi ci sono tre procedimenti penali contro di me: sono nella lista di terroristi ed estremisti, nella lista dei ricercati internazionali e ho un mandato di cattura che dice che potrei anche essere arrestato in assenza anche se questo non è ancora avvenuto. Quindi, in pratica, cosa significa? Significa che i miei avvocati mi danno una lista di paesi in cui è sconsigliabile per me viaggiare, ma tanto in nessuno di questi paesi mi farebbe davvero piacere viaggiare.
Ha mai avuto paura?
No, non ho paura, diciamo che prima di tutto non sono una persona che si spaventa facilmente, poi sono una persona che segue un procedimento logico: penso che can che abbaia non morde, quindi quando ce l’hanno con te e ti minacciano così apertamente, in maniera così eclatante, sicuramente è perché non fanno sul serio. Sappiamo quello che succede in Russia, se vogliono ammazzarti lo fanno silenziosamente e senza avvisarti.
C’è una frase del suo libro che recita: “Il potere autocratico non è un velocista, ma un maratoneta pianifica per il secolo a venire”. Mi pare un presagio per ciò che sta avvenendo in Europa in questo anni e ricorda ciò che è avvenuto un secolo fa.
Beh, no, non è un presagio, sono cavolate che ho attribuito a questo personaggio. Questo romanzo breve è pieno, appunto, di indizi e allusioni che sono evidenti a tutti i lettori russi e so che Paolo Nori ha scritto un’introduzione e un commento al libro spiegando tutti questi codici. Qui mi riferisco al manifesto ideologico di uno degli assistenti di Putin, Vladislav Surkov, che è uno dei demoni, colui che ama considerarsi un filosofo, quindi dice queste cose come se fossero perle di saggezza, ma in realtà sono tutte cavolate perché tutti questi personaggi si considerano come i grandi eredi della grande tradizione imperialista russa, quando in realtà sono una banda di criminali che avranno vita breve e fra un po’ soccomberanno.
Ne è sicuro?
C’è un uomo, un dittatore, che ha perso totalmente il contatto con la realtà, che ha la testa da un’altra parte, un megalomane circondato da una corte di diavoli che lo adulano, cercano di farlo contento e col tempo cercano di rubare il più possibile attingendo a tutto quello che possono attingere. Quindi sicuramente la figura di Putin è una figura molto fragile perché dipende da tutta questa corte che lo circonda, così come la struttura che ha messo in piedi è molto fragile, non c’è alcuna possibilità che possa resistere come ha fatto il Bolscevismo che andato avanti per 70 anni perché aveva dietro di sé un’ideologia, c’erano delle idee. Qua non ci sono assolutamente idee, cercano solo di rubare il più possibile e di adulare questo megalomane, ma sicuramente non c’è la base ideologica affinché durino a lungo.
Non le chiedo di fare il veggente, però conosce meglio di me la Storia russa e i suoi personaggi: come vede il futuro per quello che succede in Ucraina?
Io credo che l’Ucraina abbia fatto tutto quello che era in suo potere, ma in questo momento si sta dissanguando, è ormai arrivata quasi allo stremo. Soprattutto ora che l’America si sta ritirando da questo campo di battaglia, se l’Unione Europa non farà del tutto per sostenere l’Ucraina fino in fondo, poi dovrà vedersela faccia a faccia proprio con Putin. Questa è la mia opinione.
Il libro si chiude come il Gattopardo: tutto cambia affinché nulla cambi. E un ruolo lo giocano anche i cittadini, che dimenticano facilmente e su questa dimenticanza gioca il Potere. Nonostante prima parlasse con positività mi pare che il libro si chiuda senza troppa speranza.
Beh, quello che hai letto è un libro contro l’utopia, però ho anche scritto un romanzo che invece è utopico, si chiama Happy Russia. In questo libro c’è la descrizione di ciò che potrebbe essere la Russia del futuro, una Russia che è una vera federazione di Stati che sono completamente autonomi, che quindi decidono e gestiscono anche il potere in maniera totalmente autonoma, che sono però insieme in quanto federazione non per paura, ma per vantaggio, e questo potrebbe essere il futuro del del paese. Stanno insieme non perché hanno paura di Mosca, ma perché stare insieme è redditizio, non sono una minaccia per nessuno al mondo ed è un paese totalmente libero.
E nella realtà questa cosa ha qualche seme?
Ok, abbandoniamo i romanzi di finzione e parliamo della realtà: tutti i partiti di opposizione al momento hanno nel loro programma la federalizzazione della Russia, cioè l’abbandono di quello che è il sistema imperialistico. Questo è un po’ al centro di tutti i programmi dell’opposizione.
Pensa che dovrebbe esserci un giusto processo per Putin, come avviene nel suo libro per il suo braccio destro?
Io credo che ci saranno e ci dovranno essere tantissimi processi in Russia, non solo contro Putin, ma anche contro tutti i servi di regime, anche perché i crimini che sono stati commessi sono tantissimi e credo che ci sia necessità di processi individuali, processi giusti ed equi contro tutti, perché secondo me, anche se ci vorranno decenni, è giusto che la gente sappia di che cosa si sono macchiate queste persone. Deve venir fuori tutta la verità, bisognerà fare processi singoli e giusti, non soltanto un grande processo unico in cui si accomunano tutti quanti. Mi ricordo, una volta, parlando con
una mia amica, intellettuale e scrittrice, Ludmilla Ulizkaya, parlavamo proprio della difesa di alcuni prigionieri politici e a un certo punto le ho detto: “Immagina un incubo, uno scenario da incubo: crolla il regime, Putin va a processo e chiama te per difenderlo. Ti chiamano per motivi umanitari, visto che tutti hanno diritto a un processo” lei rispose: “No, no, non potrei mai, assolutamente”.
(da Fanpage)

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MASSIMO FRANCO SU PAPA FRANCESCO: “NON CI SARÀ UN’ALTRA RINUNCIA”

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“SEMBRA DECISO A FARE IN MODO DI SORPRENDERE TUTTI. E A TRASFORMARE QUESTO ULTIMO PERIODO DEL SUO PAPATO, BREVE O LUNGO CHE SIA, IN UNA FASE DESTINATA A LASCIARE ANCORA UN SEGNO”

Il problema, da oggi, non sarà quello che il Papa potrà fare, ma quello che riusciranno a non fargli fare; e che lui invece è intenzionato a fare, a ogni costo. I due mesi di convalescenza che i dottori hanno consigliato dovranno fare i conti non solo con le sue condizioni di salute ma con una voglia di normalità prepotente: quella per la quale ai bollettini medici si sono affiancati quasi quotidianamente le nomine, gli spostamenti dei vescovi, i programmi per il futuro.
Era come se dalla sua stanza d’ospedale volesse dire a tutti: non cambia nulla, ritornerò, e sarà tutto come prima. È una scommessa, quasi una sfida con la propria età, la malattia e un carico di lavoro che oggettivamente non potrà più sostenere; ma che, c’è da scommetterci, tenterà di perpetuare con tutta la forza che gli rimane.
Il vero tema di questa fase drammatica del pontificato argentino sarà convincerlo a prendere atto che la situazione non è, non può essere quella di «prima». Dopo una crisi riacciuffata miracolosamente, le sue condizioni sono migliorate ma tuttora in bilico.
Nei giorni scorsi, in Vaticano qualcuno si chiedeva con un filo di apprensione che cosa sarebbe accaduto quando Francesco fosse tornato dal Gemelli. E soprattutto chi avrebbe avuto il coraggio di fargli capire che dovrà risparmiarsi
La decisione di dimetterlo è stata presa consensualmente. E Francesco ne è «contentissimo»
L’esigenza di rassicurare non solo la Chiesa ma forse anche sé stesso, e mettere a
tacere le voci su possibili dimissioni, una traumatica «seconda volta» dopo quelle del 2013 di Benedetto XVI, ha prevalso. Non ci sarà un’altra rinuncia. E questa coda finale del pontificato non sarà quella di un «governo ospedaliero».
Nell’ottica di Francesco, non può né deve esserlo. Anche se non ci si può nascondere che il governo della Chiesa dovrà fare i conti almeno per le prossime settimane con un Papa infragilito e indebolito. Deciso a compiere le scelte di sempre con il piglio di sempre.
Sullo sfondo rimane la prospettiva di un Conclave che inevitabilmente in queste settimane è affiorato nelle discussioni tra i cardinali
Sarebbe stato strano il contrario. Francesco lo sa, sebbene abbia vissuto certe manovre, certe voci con il fastidio di sempre. Ma sembra deciso a fare in modo di sorprendere tutti. E a trasformare questo ultimo periodo del suo papato, breve o lungo che sia, in una fase destinata a lasciare ancora un segno.
Con Casa Santa Marta cuore del potere papale, per quanto declinante. E la convalescenza di due mesi come preparazione a un ritorno sulla scena che è già cominciato: anche se ha contorni oggettivamente drammatici, e non è chiaro a che cosa porterà.
Massimo Franco
per il “Corriere della Sera”

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SONDAGGIO GHISLERI, PREVALGONO I VIGLIACCHI: FOSSE PER GLI ITALIANI, PUTIN SI SAREBBE PRESO L’UCRAINA DA TEMPO. “PER IL 51,9% L’AIUTO MILITARE A KIEV DOVREBBE CESSARE. CON LO STESSO MOOD IL 53,8% DEI CITTADINI È CONTRARIO A PORTARE AL 2% DEL PIL LA SPESA MILITARE”

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LE DIFFERENZE TRA PARTITI: GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA SONO PIÙ PROPENSI AD ABBANDONARE ZELENSKY, QUELLI DI CENTROSINISTRA MENO … I TIMORI PER L’ISOLAMENTO DELL’UE IN SEGUITO A UN ACCORDO TRA PUTIN E TRUMP (53,5%) E L’ARRIVO DI UNA GUERRA COMMERCIALE (IL 59% NE È CONVINTO)

Un italiano su due è convinto che un accordo stretto tra Trump e Putin senza il coinvolgimento dell’Europa sancirebbe il vero isolamento della Ue (53.5%).
In questo dato, rilevato da Euromedia Research per la trasmissione Porta a Porta, non emergono importanti differenze politiche tra gli elettorati, perché la maggioranza dell’opinione pubblica è persuasa che non siano solo cause legate alla geopolitica, ma soprattutto ragioni strettamente connesse alla percezione del ruolo europeo nel mondo.
Sulla politica internazionale, sulla gestione della crisi ucraina e sulla proposta di riarmo della Ue la maggioranza del Paese valuta non unita e coesa sia l’alleanza di governo (56.5%), sia le opposizioni (67.0%).
Gli italiani, in generale, si trovano in una posizione ambivalente riguardo la guerra in Ucraina: da un lato, in molti comprendono la minaccia che la Russia rappresenta per i confini europei, dall’altro sono in maggioranza contrari all’invio di soldati e armi.
In sostanza prevalgono i toni moderati, il pragmatismo economico, una certa sfiducia nelle strategie occidentali e la paura di un escalation. Esiste una forte componente politica e mediatica che propone una visione più sfumata del conflitto, attribuendo responsabilità anche all’Occidente e spingendo per negoziati piuttosto che per l’invio di arm
Da qui il riconoscimento a Donald Trump da parte dei cittadini per aver velocizzato i processi di pace, o meglio di aver messo al centro la parola “tregua” – anche se non proprio rispettata- al posto di “guerra”.
Questa narrazione ha trovato terreno fertile in una parte dell’opinione pubblica, soprattutto tra coloro che diffidano delle istituzioni occidentali. Per un italiano su due (51.9%) l’aiuto militare all’Ucraina dovrebbe cessare, mentre per il 34.9% dovrebbe essere mantenuto, ed è interessante scoprire che la maggioranza dell’elettorato di centro destra vorrebbe fermare il sostegno, mentre tra le file del Partito Democratico (65.3%), Azione (86.6%) e Italia viva (80.7%) il sostegno dovrebbe rimanere.
Con lo stesso mood il 53,8% dei cittadini è contrario a portare al 2.0% dei Pil la spesa militare dell’Italia in ambito Nato. In questo caso tra i sostenitori dell’aumento della spesa si collocano Forza Italia (63.6%), Azione (66.9%) e Italia Viva (69.2%).
Da italiani abbiamo dato per scontata la pace, tuttavia la realtà è che la libertà e la sicurezza devono essere difese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si è costruito un sistema basato su regole e compromessi internazionali che proteggono i Paesi più piccoli dai più forti.
Se si accetta che uno stato possa invadere un altro senza conseguenze, il mondo diventerebbe –tornerebbe ad essere- un far west, in cui i più potenti impongono la loro volontà senza limiti. Questo metterebbe in pericolo anche l’Italia e l’Europa.
Un mondo più instabile significa più guerre, più crisi economiche e più insicurezza anche per l’Italia. I richiami alla politica dei dazi americani in questo senso non aiutano. Non a caso nelle previsioni dei cittadini il 59.0% è convinto che nei prossimi anni il mondo sarà teatro di una guerra commerciale ed economica, l’11.8% teme dei conflitti militari e il 10.1% potremo essere ricattatati da attacchi con l’Intelligenza Artificiale. Solo il 6.7% legge nel futuro una pace duratura.
Di fronte a questo pessimismo di massa far comprendere agli italiani l’importanza di investire in tutela, che non sia solo militare, ma tecnologica e scientifica – spazio e cyber – significherebbe spiegare che la difesa dell’Ucraina non è solo una questione lontana, ma riguarda direttamente il nostro futuro e della pace globale.
Forse sarebbe necessario impostare in maniera diversa la richiesta di protezione partendo dalle esigenze reali di ogni nazione e non dalle cifre – 800 miliardi – così importanti che appaiono come “sparate” a caso e non dettagliate, altrimenti il rischio è quello di fare interpretare la mossa come una modalità per rendere sempre più forte il centralismo di Bruxelles e sempre più deboli e dipendenti gli Stati dell’Unione.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”

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MATTARELLA S’È ROTTO IL DAZIO: L’INTEMERATA CONTRO IL PROTEZIONISMO E LE GUERRE COMMERCIALI È UN AVVERTIMENTO PER GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI, CHE FLIRTANO CON TRUMP MENTRE DA “SOVRANISTI” DOVREBBERO TUTELARE IL MADE IN ITALY

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

UGO MAGRI: “IL PRESIDENTE NUTRE TIMORI CHE IL PERICOLO NON VENGA ABBASTANZA CONSIDERATO; O CHE PREVALGA L’ASPETTATIVA CHE L’ITALIA VENGA RISPARMIATA IN VIRTÙ DEI BUONI RAPPORTI DELLA PREMIER CON LA NUOVA AMMINISTRAZIONE USA. IL PERICOLO È DI GENUFLETTERCI AI NUOVI PADRONI DEL MONDO, SENZA NEMMENO OTTENERE LA LORO MISERICORDIA”

Di dazi possiamo morire, letteralmente. Perché si comincia così, con i protezionismi, finché il conflitto dilaga, va fuori controllo e le ripicche commerciali sfociano in una guerra guerreggiata. È la storia che lo insegna, insistere su questa strada mette
l’umanità in pericolo: Sergio Mattarella va ripetendolo quotidianamente da quando Donald Trump impugna le tariffe come un randello nei confronti dei vecchi amici vicini e lontani.
Anche ieri il presidente vi è tornato su, puntuale. Ma alle ragioni nobili della pace stavolta ha aggiunto una considerazione che può suonare più prosaica, quasi terra terra. I nostri produttori agricoli sono sulle spine e ne hanno motivo, ha riconosciuto. «Legittimamente esprimono preoccupazione», sono le parole testuali.
Anche Mattarella vivrebbe i dazi allo stesso modo se si trovasse nei loro panni e fosse, ad esempio, esportatore di olio o di vino negli Stati Uniti. Non ci dormirebbe la notte. Interi business messi in piedi con fatica e decenni di intrapresa rischiano di essere spazzati via con danni economici irreparabili.
Il presidente si rivolgeva a una platea di operatori oleari e vinicoli riuniti nel quarantaquattresimo Forum di Bibenda. Tuttavia quel suo richiamo può essere esteso all’intero Made in Italy
Un orgoglio tricolore di cui sovranisti per primi dovrebbero farsi portabandiera. L’arte, la cultura, il design, la tecnologia e l’agro-alimentare appunto. Il capo dello Stato non entra, ci mancherebbe, nel merito delle trattative tra le due sponde dell’Atlantico; tantomeno discute le tattiche negoziali da adottare contro i dazi, dunque se sia più efficace una risposta ferma e unitaria in chiave europea ovvero la linea di cauto attendismo come quella che sembra avere imboccato Giorgia Meloni.
Certe scelte non competono al Quirinale. Il presidente però mette in guardia che un problema esiste, né può essere aggirato; tanti rischiano di finire sul lastrico; indirettamente, con i suoi accenti, Mattarella denuncia quanto suonano false le narrazioni che minimizzano o, addirittura, presentano i dazi non per quello che sono ma come un’occasione per promuovere la nostra domanda interna, quasi un regalo di Trump ai nostri consumatori.
Il super-miliardario nelle improbabili vesti del benefattore. Ecco: Mattarella non ci sta. «Produrre per l’autoconsumo ricondurrebbe l’Italia all’agricoltura dei primi anni del Novecento», torneremmo indietro di un secolo, avverte. Perderemmo fette di mercato mondiale forse irreparabilmente, perché certi sapori unici che all’estero hanno imparato ad amare per effetto dei dazi verrebbero rimpiazzati con prodotti locali dal cosiddetto «Italian sound», che richiamano i nostri nomi senza nemmeno avvicinarsi sul piano della qualità, semplicemente perché costano meno.
Se Mattarella lancia così forte l’allarme, un motivo dovrà pur esserci. Il presidente non parla a caso. Evidentemente nutre timori che il pericolo dei dazi non venga abbastanza considerato, che l’opinione pubblica sottovaluti il rischio dei protezionismo nell’illusoria […] la speranza che pure stavolta riusciremo a farla franca; o che infine prevalga l’aspettativa che l’Italia venga risparmiata in virtù dei buoni rapporti stabiliti dalla premier con la nuova amministrazione americana. Il
pericolo è di genufletterci ai nuovi padroni del mondo, senza nemmeno ottenere la loro misericordia.
(da agenzie)

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L’INVIATA SOVRANISTA FA LA VITTIMA: “PRODI HA PRESO UNA CIOCCA DEI MIEI CAPELLI E L’HA TIRATA” .LAVINIA OREFICI, L’INVIATA DI “QUARTA REPUBBLICA” REDARGUITA DALL’EX PREMIER PER UNA DOMANDA PRETESTUOSA SU VENTOTENE, È RIMASTA “SCIOCCATA”: “MI SONO SENTITA OFFESA COME GIORNALISTA E COME DONNA”

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

RETE4 PARLA ADDIRITTURA DI “STRATTONAMENTO”, MA LE RICOSTRUZIONI COZZANO CON QUANTO SI VEDE NEL VIDEO, E PRODI PUÒ FACILMENTE DIFENDERSI: “COME TUTTI I PRESENTI POSSONO TESTIMONIARE HO APPOGGIATO UNA MANO SULLA SUA SPALLA PERCHÉ STAVA DICENDO COSE ASSURDE”

“Oggi durante la manifestazione ‘Libri come 2025 – Festa del libro e della lettura’ a Roma, l’inviata di Quarta Repubblica Lavinia Orefici ha posto una domanda in modo
garbato al Presidente Romano Prodi e ha ricevuto come risposta parole stizzite, irrispettose e una tirata di capelli”.
Lo si legge in un comunicato dell’emittente Mediaset R4. “La giornalista, in modo educato, aveva chiesto un commento su un passaggio del Manifesto di Ventotene, sbandierato nelle piazze. ‘Che cavolo di domanda è? Questo è un modo volgare di fare politica’, la risposta di Prodi, dal tono infastidito e sarcastico – viene ricostruito nella nota -. E poi una mano del Presidente ha afferrato una ciocca dei capelli della giornalista e l’ha strattonata. È stato il gesto di un attimo che ha lasciato scioccata e senza parole la giornalista. In decenni di lavoro, mai ci saremmo aspettati un gesto simile nei confronti di una collega da un ex Presidente del Consiglio”.
“Il Presidente Prodi – ha dichiarato Orefici -, oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da 10 anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna”.
Prodi, mai strattonato la cronista, tutti lo hanno visto
“Non ho strattonato o tirato i capelli alla giornalista di Quarta Repubblica, Lavinia Orefici, ma come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde”. Lo riferisce all’ANSA l’ex premier Romano Prodi.

(da agenzie)

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PUTIN CAPISCE SOLO IL LINGUAGGIO DELLA FORZA: È INUTILE PENSARE DI ADDOMESTICARLO CON GLI AFFARI

Marzo 23rd, 2025 Riccardo Fucile

L’ERRORE CLAMOROSO DI OBAMA E MERKEL, 11 ANNI FA, FU VARARE SANZIONI INUTILI E CONTINUARE AD ACQUISTARE GAS RUSSO. PER “MAD VLAD” FU SOLO UN INCORAGGIAMENTO… TRUMP STA FACENDO LO STESSO ERRORE, MA LA RUSSIA NON HA INTERESSE A FERMARE LA GUERRA: LA SUA ECONOMIA SI REGGE SULLO SFORZO BELLICO (SPENDE L’8% IN DIFESA)

Ci sono pochi dubbi sul fatto che nel 2014 Vladimir Putin si è sentito insultato quando l’allora presidente americano Barack Obama descrisse la Russia semplicemente come «una potenza regionale che sta minacciando alcuni Stati contigui, a causa non della sua forza ma della sua debolezza».
Eppure, a undici anni di distanza, e a tre dalla tentata invasione a tutto campo dell’Ucraina da parte di Putin, oggi il commento di Obama è quanto mai vero. Il problema è che sia Putin sia il presidente Donald Trump stanno agendo come se la Russia fosse forte, invece che debole.
Le cifre della guerra dicono altro. Secondo nuove stime rese note dal ministero britannico della Difesa, dal febbraio 2022 l’esercito russo ha perso novecentomila uomini, 200-250 mila dei quali uccisi e il resto rimasti gravemente feriti. La Russia sta destinando alle sue forze armate il 40 per cento del suo budget federale, quantificabile nell’8 per cento dell’intero Pil del Paese.
Nondimeno, tutte queste perdite e tutto quel denaro hanno lasciato alla Russia il controllo di appena il 20 per cento del territorio ucraino, e negli ultimi tre mesi non si sono registrati progressi dentro l’Ucraina.
L’unico successo russo recente è stato quello di respingere i soldati ucraini dalla regione di Kursk nei pressi del confine, invasa dall’Ucraina lo scorso agosto, e in gran parte ciò è accaduto soltanto quando Trump ha privato l’Ucraina del supporto
dell’intelligence statunitense.
L’economia russa si è dimostrata in grado di sostenere il prolungato fallimento della guerra di Putin, ma questo non significa che il Paese sia forte. Le vendite di petrolio, gas e altri beni a Cina, India e altri clienti hanno mantenuto l’economia a galla, ma le banche russe sono state costrette a concedere prestiti sovvenzionati per la Difesa, l’edilizia e l’agricoltura.
Questa situazione, però, non fa altro che preparare il terreno per altri guai in futuro. Per tenere sotto controllo l’inflazione, la Banca centrale russa ha alzato i tassi di interesse al 21 per cento, evidenziando che senza i prestiti sovvenzionati l’intera economia arriverebbe a paralizzarsi e molti beneficiari dei prestiti andrebbero in bancarotta.
La verità è che la guerra è stata voluta da un leader autoritario che ha usato le uniche armi a sua disposizione: il potere militare e la retorica nazionalista. Adesso, nel 2025, la verità sta emergendo: malgrado il suo fallimento, Putin potrebbe non voler porre fine ai combattimenti perché, se la spesa per lo sforzo bellico si fermasse, o anche solo rallentasse, l’economia russa sarebbe in guai seri.
Undici anni fa, Obama ha avuto ragione nel suo giudizio, ma torto nella sua reazione: se insieme agli alleati europei avesse risposto con fermezza e forza all’aggressione di Putin, la Russia avrebbe potuto essere respinta. Si preferì optare, invece, per sanzioni insignificanti e clementi, si continuò ad acquistare gas russo e a investire in nuovi oleodotti, e tutto questo ha finito con l’incoraggiare Putin a proseguire la sua strada fatta di intimidazioni culminate poi nella sua catastrofica invasione.
Questo singolare equilibrio tra la forza personale di Putin e la debolezza nazionale della Russia è proprio quello che sia Trump sia i leader europei farebbero bene a tenere a mente. Finora Trump sembra ripetere gli errori di Obama e della cancelliera Angela Merkel nel 2014: nei suoi colloqui del 18 marzo faccia a faccia con Putin e negli incontri tra i suoi uomini che si occupano di politica estera e i funzionari russi in Arabia Saudita e a Mosca, Trump ha cercato di spronare Putin ad accettare un cessate-il-fuoco, invece di costringerlo a farlo.Ecco a cosa si riducono tutte le chiacchiere di Trump sugli «smisurati affari economici»: sta suggerendo – su probabile incoraggiamento dello stesso Putin – che, qualora si raggiungesse la pace, ne deriverebbero vantaggi economici di ogni tipo sia per l’America sia per la Russia.
Si ripete da capo la storia dei gasdotti Nord Stream sotto il Mar Baltico, insomma: l’illusione che l’orso russo possa essere addomesticato soltanto se gli si offre cibo in abbondanza.
Eppure, né Putin in persona né i funzionari dell’ex-Kgb a lui vicini hanno bisogno di altro cibo: sono già straricchi al di là di ogni più sfrenato desiderio. Finché la presa sul potere di Putin resterà forte, hanno ben poco di cui preoccuparsi per l’economia russa
Putin non si lascerà sedurre a fare la pace. Non ha bisogno di soccombere alla seduzione degli «affari», né ha bisogno di interessarsi ai discorsi che già si sentono ripetere tra le imprese tedesche, italiane e di altri Paesi europei circa la ripresa degli acquisti di gas russo una volta che si sarà raggiunta la pace. Il tentativo di seduzione di Trump e i discorsi degli europei sugli acquisti di gas lo convinceranno soltanto che i suoi avversari occidentali sono deboli e corrotti, come ha sempre detto.
Purtroppo, una pace sostenibile potrà essere raggiunta verosimilmente soltanto con le pressioni, invece che con la seduzione. Aspettiamo di vedere che Trump e i suoi consiglieri lo capiscano e di capire se saranno disposti a esercitare davvero pressioni su Putin riprendendo l’invio di aiuti militari all’Ucraina e dando corso alle «massicce sanzioni» alla Russia che Trump ha minacciato senza però dare segno alcuno di volerle definire con precisione e tantomeno concretizzare.
Nel frattempo, tutto questo conferma il tema di fondo della nostra epoca: l’onere vero ricade sull’Europa. Per esercitare pressioni su un Putin forte e una Russia debole, dobbiamo adattare il vecchio modo di dire e «mettere i nostri soldi e l’esercito dove diciamo», facendo quindi qualcosa di più che limitarci a parlare del problema.
Soltanto dando una dimostrazione di forza immediata si potrà addomesticare sul serio l’orso russo.
Bill Emmott
per “La Stampa”

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