Marzo 15th, 2025 Riccardo Fucile
IN BOSNIA DODIK OPERA PER OTTENERE LA SECESSIONE DA SARAJEVO CON L’APPOGGIO DI PUTIN
E’ stato condannato il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, accusato di aver minato l’ordine costituzionale. La sentenza ha scatenato una reazione immediata da parte delle autorità della RS, che hanno respinto il verdetto e ordinato il ritiro delle forze di polizia di stato dal loro territorio, a maggioranza etnica serba.
L’escalation ha portato la comunità internazionale a rafforzare la presenzdelle forze di peacekeeping, ma il rischio che la crisi sfugga al controllo cresce costantemente. A complicare il quadro le dinamiche geopolitiche globali: la Russia e l’Ungheria sostengono Dodik, mentre l’Unione Europea lo condanna fermamente. L’incognita, manco a dirlo, è costituita dagli Stati Uniti di Donald Trump, tornati “amici” di Putin: potrebbe essere la Casa Bianca il vero ago della bilancia della vicenda. La Bosnia Erzegovina si ritrova così al centro di un confronto che va ben oltre i confini nazionali.
Il nodo principale della crisi resta l’accordo di Dayton, che nel 1995 pose fine alla guerra ma lasciò il Paese in una paralisi politica cronica. Il sistema di condivisione del potere ha spesso visto la Republika Srpska sfidare le istituzioni statali, e l’attuale spinta di Dodik verso una maggiore autonomia, se non la secessione, ha portato la Bosnia a un punto critico. Se le autorità tenteranno di arrestare Dodik, il rischio di violenze potrebbe diventare reale, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’intera regione.
Parallelamente alla crisi bosniaca, la Serbia sta vivendo un’ondata di proteste senza precedenti. La mobilitazione, nata dalla tragedia del crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad, che il primo novembre scorso ha causato 15 vittime, si è rapidamente trasformata in un ampio movimento di contestazione contro il sistema clientelare del presidente Aleksandar Vučić.
Studenti, agricoltori, intellettuali e cittadini comuni si sono uniti in un’organizzazione orizzontale, priva di leader e simboli politici, ma determinata a sfidare il potere. Uno dei principali bersagli della protesta è la speculazione immobiliare, che negli ultimi anni ha radicalmente trasformato Belgrado, diventando il simbolo di una corruzione dilagante. Mentre il governo serbo tenta di minimizzare la portata delle proteste, il movimento continua a crescere, rivelando un malcontento profondo che potrebbe ridefinire il panorama politico del Paese nei prossimi mesi.
Insomma, Bosnia e Serbia tornano prepotentemente al centro dello scenario internazionale e non esagera chi paragona questi due Paesi a una “polveriera” pronta a esplodere. Fanpage.it ne ha parlato con Giorgio Fruscione, politologo e analista dell’Ispi esperto di Balcani.
Partiamo dalla Bosnia. È stato emanato un nuovo ordine di arresto per Milorad Dodik, il leader nazionalista serbo-bosniaco presidente della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia. Come si è arrivati a questa decisione?
Milorad Dodik era stato già condannato a un anno di reclusione e a sei di nterdizione dai pubblici uffici, lo scorso 26 febbraio, per aver limitato la pur legittima giurisdizione di Sarajevo nei territori della Republika Srpska. Dodik era infatti stato incriminato nel 2023 dopo aver firmato leggi che sospendevano le sentenze della corte costituzionale bosniaca e provvedimenti dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schmidt. Ricordiamo che tale autorità venne istituita in seno agli accordi di Dayton del 1995 proprio allo scopo di supervisionare ed implementare le condizioni previste dagli accordi di pace che posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Insomma, quello che ha fatto Dodik è stato sostanzialmente continuare ad operare per la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia.
Il progetto di secessione ha la possibilità di concretizzarsi?
Sì e no, ma provo a spiegarmi meglio: la Repubblica Srpska nasce l’indomanidella guerra e la sua esistenza è legittimata dagli accordi di pace di Dayton di trent’anni fa. Parliamo di un’entità a maggioranza serba che sostanzialmente ha sempre funzionato, nelle intenzioni delle autorità locali, come uno Stato nello Stato, che non ha mai avuto una grande affinità con le autorità centrali ma ha sempre sviluppato la sua autonomia. Questo sentimento di “indipendenza” è cresciuto col passare degli anni ed è stato alimentato dalla leadership di Dodik in particolar modo dal 2021, quando il presidente diede inizio ufficialmente a un progetto di secessione legale in aperto contrasto con il mandato dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, che all’epoca era Valentin Inzko e oggi è Christian Schmidt. Inzko aveva previsto una modifica del codice penale che introduceva il reato di negazionismo per chi negava il genocidio di Srebrenica, cosa che le autorità della Repubblica Srpska hanno fatto più volte e regolarmente.
Cosa è successo, poi?
Da quel momento è iniziato il tentativo di Dodik e dei suoi collaboratori di sottrarre competenze dell’autorità centrale statale di Sarajevo alla Repubblica
Srpska. Tali mosse vanno contro la Costituzione bosniaca, però è altrettanto vero che l’entità ha sempre goduto di ampi poteri, di conseguenza si è creato una sorta di limbo istituzionale. Insomma, la secessione non è possibile de jure, ma è possibile de facto. L’attuale crisi istituzionale è più grave delle precedenti, se non altro in considerazione del mutato contesto internazionale, che è sicuramente favorevole alla leadership di Dodik.
Si riferisce al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e alla ritrovata amicizia con Putin?
Sì, ma facciamo un passo indietro. Dodik – e questo credo sia un caso più unico che è raro sul suolo europeo – è un leader che ha incontrato Putin sei volte dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e almeno il doppio dal 2014. Questi viaggi a Mosca sono avvenuti con il via libera di Belgrado, che è il vero custode delle relazioni con la Russia. Lo sottolineo perché è importante ricordare che i nazionalisti nei Balcani siano politicamente collegati e vicini alla leadership russa del presidente Vladimir Putin.
Questo significa che la Russia ha un ruolo nelle vicende degli ultimi anni in Bosnia?
No, la Russia adesso è troppo concentrata sull’Ucraina e su altre questioni per potersi occupare anche della Bosnia. Tuttavia Mosca cerca di trarre beneficio da questa fase di forte instabilità.
Anche l’arrivo di Trump gioca un ruolo un questa vicenda?
Il presidente serbo Aleksandar Vučić e il leader della Repubblica Srpska Dodik hanno sempre fatto il tifo per Donald Trump. Con il suo ritorno alla Casa Bianca, Dodik chiederà la rimozione di una serie di sanzioni che gli USA hanno in passato imposto alla sua persona e a soggetti a lui vicini. C’è poi in loro la speranza che l’amministrazione americana, così spregiudicata sui vari dossier internazionali, possa tollerare il processo di secessione avviato in Bosnia. In ultimo, visto l’allineamento tra Mosca e Washington, la speranza di Dodik è che l’amministrazione Trump voglia appoggiare quanto richiesto dalla Russia in sede ONU, ovvero delegittimare l’autorità dell’alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina.
Per “puntellare” la situazione Mark Rutte, segretario generale della NATO, lunedì si è recato a Sarajevo; intanto l’UE ha aumentato i militari del contingente Eufor.
Sì. Ricordiamo che negli anni ’90 la guerra in Bosnia fu un banco di prova importante per la comunità internazionale per molti aspetti. Fu un intervento della NATO, e fu l’esordio di alcuni concetti di diritto internazionale come la pulizia etnica e il genocidio in Europa. Ci sono, insomma, delle responsabilità e degli obblighi a 30 anni di distanza da quel conflitto; per questo vi è sempre una grande prontezza nella reazione della comunità internazionale per quello che accade in Bosnia. Allo stesso tempo penso che il mutato scenario degli ultimi tempi faccia sì che quella della Bosnia non sia una priorità e che comunque prevalga l’elemento politico su quello geopolitico. Relativamente all’impegno internazionale ricordiamo che in Bosnia è presente la missione dell’Unione Europea, EUFOR, e che tale missione è stata recentemente rafforzata per far fronte a un eventuale deteriorarsi della situazione.
Intanto da mesi in Serbia sono in corso proteste contro il Governo del del presidente Aleksandar Vučić. La mobilitazione è nata dopo il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad che, il primo novembre 2024, ha causato la morte di 15 persone. Ma quali sono le ragioni profonde di questa crisi?
Quelle in corso sono proteste che rappresentano sicuramente un unicum nella storia serba dal 2012, ovvero da quando si è insediato il governo del Presidente Aleksandar Vucic. Nonostante ci siano state diverse proteste negli ultimi anni, soprattutto dal 2020, queste sono le prime politicamente “trasversali”, portate avanti da una categoria sociale, ovvero gli studenti, contro cui Vučić non può operare la repressione classica dei regimi autoritari e liberali, quale il suo è. Sarà quindi difficile per il governo far fronte a queste contestazioni che – nonostante abbiano un carattere civico – mettono in difficoltà la leadership politica del Paese. La situazione andrà monitorata attentamente soprattutto domani, sabato 15 marzo, quando è previsto un grande raduno di tutte le componenti della protesta, con studenti che stanno arrivando – marciando a piedi – da tutto il Paese. Contemporaneamente, nello stesso luogo, si stanno radunando quegli studenti – o meglio, pseudo-studenti – allineati con il governo, che si fanno chiamare “studenti che vogliono studiare”, ma che il più delle volte non sanno neanche come sia fatto un libro.
Insomma, in Serbia come in Bosnia la tensione è molto alta. Vi è il rischio che si torni alla violenza?
La situazione è molto delicata ed è da monitorare attentamente.
Dopodiche occorre essere cauti per quanto riguarda i possibili scenari militari; per fortuna le armi, i budget e le risorse disponibili non sono paragonabili a quelli degli anni ’90. Questo però non significa che la tensione politica non possa aumentate notevolmente e sfociare sia in Serbia che in Bosnia in possibili violenze locali, anche gravi. Mi sembra che si vada verso un punto di non ritorno, sia dal punto di vista politico che sociale.
(da Fanpage)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
MA IL CALIGOLA A STELLE E STRISCE LA STA IGNORANDO E I RAPPORTI DI MELONI CON MUSK NON SONO PIÙ BUONI COME QUELLI DI UNA VOLTA (VEDI IL CASO STARLINK)… L’ORFANELLA DI MUSK (E STROPPA) E’ STATA COSTRETTA AD ATTIVARE LE VIE DIPLOMATICHE DELL’AMBASCIATORE ITALIANO A WASHINGTON, MARIANGELA ZAPPIA (AD OGGI TUTTO TACE)
Giorgia Meloni oggi era a Torino, in visita allo Space Park di Argotec, una delle più avanzate
fabbriche di satelliti di piccole dimensioni in Europa. Ha
preferito mettere il cappello in Piemonte, disertando l’evento sull’industria della moda a Milano.
Un segnale che serve a fissare le priorità del suo governo: il messaggio è che l’esecutivo dei sovranisti è più attento agli armamenti che a gonne, lustrini e pallettes.
La Ducetta, dopo il voto favorevole espresso da Fratelli d’Italia al piano “Rearm Europe”, temeva contraccolpi nei rapporti con la Casa Bianca. Ma Trump, da istrione cacciaballe, ha completamente ignorato la mossa della sua amica Giorgia a favore di Ursula von der Leyen.
”King Donald”, che spara una cazzata al giorno per poi smentirla un’ora dopo, tra guerra in Ucraina, rapporti con Putin, annessione della Groenlandia, inferno a Gaza, è talmente distratto dalle tante partite che sta giocando che se fotte delle piccole mosse di cabotaggio del partito della camaleontica premier italiana.
Per far vedere al mondo che conta ancora qualcosa, ormai ridotta all’irrilevanza dall’entrata in scena di Macron e Starmer (subito ricevuti da Trump), Giorgia Meloni ha una fretta del diavolo di organizzare un faccia a faccia con il Caligola di Mar-a-Lago. Termine ultitimo è il 2 aprile prossimo quando entreranno in vigore i dazi Usa sui prodotti europei:
Non solo. La Statista di Colle Oppio vuole ostentare l’eventuale incontro con Trump per dimostrare al mondo di essere una “vera amica” dell’uomo più potente del mondo. La photo opportunity allo studio ovale punta anche a portare a casa uno “sconto” sulle tariffe: sarebbe il modo migliore per convincere Bruxelles di essere davvero il ponte tra Usa e Ue.
Ma la Sora Giorgia non gode più dell’ottimo rapporto con il miliardario imbottito di ketamina. Elon Musk e il suo referente italiano Stroppa sono incazzati per via della mancata firma del contratto da 1,5 miliardi, da parte del governo italiano, per il servizio Starlink
D’altro canto, quando la premier volò a sorpresa a Mar-a-Lago incontrando The Donald per discutere del caso Cecilia Sala, c’era stata la mediazione di Elon Musk. Ora lo scenario è cambiato ed è stata costretta ad attivare l’ambasciatore negli Stati Uniti, Mariangela Zappia, per sollecitare lo staff della Casda Bianca per raccattare un vis-a-vis entro la fine di marzo. La ragione principale di questa fretta è legata alla necessità di scongiurare l’entrata in vigore, il 2 aprile, dei dazi sulle merci europee (e quindi italiane).
Peccato che Trump, anche davanti alle sollecitazioni della diplomazia italiana, è sembrato sordo. D’altronde, ai suoi occhi il lavoro di ambasciatori e sherpa è residuale, nel suo approccio alla politica internazionale contano davvero solo due aspetti:
1.La legge del più forte
2.La legge del poker: hai rilevanza soltanto se disponi di buone carte da giocare. Non a caso al povero Zelensky, bullizzato alla Casa Bianca, il presidente ha rinfacciato proprio di “non avere carte in mano”.
(da Dagoreport)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
SI TRATTA PER OTTENERE LA MODIFICA DELL’ORDINE DEL GIORNO E IL RINVIO DEL PUNTO SUL PIANO MILITARE. STASERA LA DECISIONE FINALE
“Il no dei giorni scorsi sta diventando sì”, dicono fonti di governo di primissimo piano al Foglio per motivare una svolta che si sta consumando in queste ore a Palazzo Chigi: la premier Giorgia Meloni è intenzionata a partecipare alla video call di domani con “i volenterosi” sulla guerra in Ucraina.
Si tratta dell’iniziativa organizzata dal premier brittanico Keir Starmer prevista per domani alle 9. E’ un appuntamento, che all’inizio la presidente del Consiglio voleva declinare poco convinta dal formato e da una possibile spinta sulle truppe europee. Tuttavia ora le cose stanno cambiando.
L’odg della riunione sarebbe stato modificato, secondo le richieste di Roma, e inoltre il punto sul military planning sarà scorporato e rinviato alla prossima settimana.
Elementi al vaglio della presidente del Consiglio e del suo staff diplomatico che stanno spingendo l’Italia a non tirarsi fuori, fermo restando alcune differenze di vedute e di azione con i “volenterosi”, a partire dal presidente francese Emmanuel Macron.
La decisione di partecipare alla call di domani si porta dietro un altro
elemento: svaniscono le possibilità di un blitz negli Usa dal presidente Donald Trump, ipotesi circolata nelle ultime ore che però non è mai stata sostenuta da conferme ufficiali.
Per la premier la settimana che entra resta cruciale: deve trovare una mediazione con la Lega sulla risoluzione da approvare martedì e mercoledì prossimi in Parlamento (dopo lo scontro con Giancarlo Giorgetti a margine del Cdm rivelato dal Foglio) e poi volerà a Bruxelles per il Consiglio europeo che si svolgerà probabilmente in due giorni, giovedì e venerdì.
Stasera la decisione finale sulla partecipazione all’evento di domani
(da Dagoreport)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
AGLI AMERICANI NON FREGA NIENTE DEL PIANO DI “THE DONALD” DI ANNETTERE PANAMA, GROENLANDIA E CANADA (SOLO L’1% CREDE CHE SIA UNA PRIORITÀ), AL 61% INTERESSA CHE IL PRESIDENTE ABBASSI L’INFLAZIONE
Oltre la metà degli americani, tra cui uno su quattro si dichiara repubblicano, ritiene che Donald
Trump sia “troppo allineato” con la Russia.
Lo rivela un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos di due giorni fa che mette in evidenza che il popolo statunitense non è molto convinto neanche delle mire espansionistiche del presidente. Nel dettaglio, circa il 56% degli intervistati, tra cui l’89% dei democratici e il 27% dei repubblicani, concorda con un’affermazione secondo cui “Trump è troppo vicino a Mosca”.
Quasi la metà, ovvero il 44% dichiara di sostenere il piano del commander-in-chief di “condizionare il sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina all’ottenimento di una quota dei minerali rari del Paese”.
Due terzi dei repubblicani sostengono l’idea, così come uno su cinque dei democratici. Nel complesso, il tasso di approvazione di Trump è rimasto stabile nelle ultime settimane al 44%, più alto di quello di cui hanno goduto lui o Joe Biden durante la maggior parte dei loro ultimi mandati. Quanto alla conquista di Panama, Groenlandia e Canada, solo l’1% degli intervistati ritiene che l’espansione del territorio americano sia una priorità, rispetto al 61% che invece vorrebbe che il presidente si concentrasse sulla lotta all’inflazione.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
QUELLA “TESLA DI MINCHIA” HA ANCHE POSTATO LA FOTO DELLA BANDIERA DELL’UE CON FALCE E MARTELLO COME SE A BRUXELLES GOVERNASSERO DEGLI EURO-BUROCRATI COMUNISTI
L’Unione Europea? Una dittatura comunista. L’Olocausto? Non fu Hitler a perpetrarlo, bensì “i dipendenti pubblici”. Gli orrori commessi da Stalin e Mao? Idem, anche quelli tutta colpa della burocrazia statale, non di due dei peggiori tiranni della Storia. Sono le ultime sparate di Elon Musk, affidate a X
L’imprenditore multimiliardario della Tesla e di Space X, oltre che ministro dell’Efficienza Governativa nell’amministrazione di Donald Trump, continua a postare messaggi e immagini estremamente controversi. Fra gli ultimi spiccano i due che ha ritwittato stamani. Destinati a suscitare altre polemiche.
Uno riproduce la bandiera della Ue, con l’aggiunta, al centro del cerchio di stelle che la contraddistingue, di una falce e martello, i simboli del comunismo. “Immaginate che vi piace così tanto essere governati da volere un governo per il vostro governo”, afferma la frase che la accompagna.Di suo Musk ha aggiunto soltanto: “L’Unione Europea”. Fa parte della sua campagna per descrivere l’Europa unita come un nemico da distruggere, un supergoverno tentacolare, oppressivo e antidemocratico. Il tycoon di origine sudafricana non sopporta la Ue perché Bruxelles ha osato mettere regole e limiti alle sue imprese digitali.
Ancora peggiore è il suo messaggio precedente, in cui ha condiviso un post secondo cui furono i dipendenti del settore pubblico, non Adolf Hitler, Stalin e Mao a massacrare milioni di persone: “Sono stati i loro dipendenti pubblici”. Il post ha avuto più di un milione di visualizzazioni e 14 mila “mi piace” nel giro di poche ore.
Ritwittato da Musk, che ha 219 milioni di follower su X, potrebbe raggiungere un pubblico ancora più grande. Non è la prima volta che l’imprenditore miliardario allude provocatoriamente al nazismo. In gennaio aveva evocato due dei principali ideologi del Terzo Reich: Joseph Goebbels e Rudolf Hess, dopo essere stato criticato per un gesto a un evento di Trump che è stato paragonato a un saluto nazista.
Musk affronta accuse di antisemitismo dal 2023, quando si disse d’accordo con un post in cui si affermava che “le comunità ebraiche hanno spinto all’odio contro i bianchi”. Negli ultimi mesi ha espresso il suo sostegno all’Afd, il partito di estrema destra tedesco, affermando che “ci si concentra troppo” sulle colpe del passato della Germania.
(da Dagoreport)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
PRIMA, IN UN’INTERVISTA AL “FOGLIO”, STRONCA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA DEL SUO COLLEGA DI PARTITO, CARLO NORDIO. POI PRECISA: “L’IMPIANTO DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È OTTIMO, C’È CONDIVISIONE. OGNI ALTRA RICOSTRUZIONE È UNA FORZATA DISTORSIONE DELLA REALTÀ”. MA IL QUOTIDIANO DIRETTO DA CLAUDIO CERASA PUBBLICA L’AUDIO… IL PD: NON CI SONO PIÙ SCUSE, SUBITO LE DIMISSIONI
“L’impianto della riforma è ottimo, ribadisco che nella maggioranza c’è assoluta condivisione delle
misure messe in campo e proseguiremo speditamente per approvare la riforma il prima possibile.
Ribadisco che grazie al sorteggio e all’Alta Corte disciplinare ci sarà una vera indipendenza della magistratura dalla politica, perché questa ne rimarrà finalmente fuori.
Ho argomentato che in fase di stesura della riforma c’era un confronto fra due opzioni, quella con un Csm unico e quella con due, ognuna delle due con vantaggi e svantaggi. La soluzione di approdo, pur nei diversi percorsi argomentativi e nelle sfumature interpretative, è assolutamente condivisa e sostenuta senza tentennamenti da tutto il centrodestra. Ogni altra ricostruzione è una forzata distorsione della realtà”. Così in una nota il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove in merito alle sue dichiarazioni riportate dal Foglio.
“L’articolo di giornale ha esasperato il significato dei ragionamenti che ho fatto, nel corso di un colloquio informale, sulla riforma della giustizia”. È quanto precisa in una nota il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove in merito alle sue dichiarazioni riportate dal Foglio, secondo cui per il sottosegretario nella riforma Nordio l’unica misura a lui gradita sarebbe il sorteggio.
‘Delmastro smentisce. Il Foglio conferma tutto. Ecco l’audio con le parole (clamorose) di Delmastro sulla riforma Nordio’. Così il direttore del Foglio Claudio Cerasa replica in un post su X alla precisazione del sottosegretario alla Giustizia sull’intervista pubblicata dal giornale, che ha provocato la reazione dell’Anm e la richiesta di dimissioni delle opposizioni
“Adesso basta. Per la dignità e l’onore delle istituzioni il sottosegretario Delmastro delle Vedove si dimetta. Apprendiamo infatti che l’intervista su Il Foglio, esiste, c’è ed è pure registrata! Per questo non poteva essere smentita. Se il ministro Nordio ha anch’egli un minimo di personale e politica dignità chieda al sottosegretario di fare un passo indietro.
Evidente in ogni caso che il sottosegretario ha perso, ma non avevamo necessità di ulteriori prove, ogni credibilità. Come fa la Presidente del consiglio a continuare a sostenerlo? Difende la presenza al governo di chi pensa che la riforma fa schifo? E con quale faccia la difenderanno in senato, alla camera e davanti al paese nel referendum?”
Così la responsabile nazionale Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, i capigruppo in commissione Giustizia di Camera e Senato, rispettivamente Federico Gianassi e Alfredo Bazoli, e il capogruppo Pd in commissione Antimafia, Walter Verini.
“Delmastro e’ un sottosegretario incapace e sadico. Da oggi e’ anche bugiardo”, scrive su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dopo che il giornalista de “Il Foglio” che ha intervistato il sottosegretario alla Giustizia ha pubblicato l’audio della loro conversazione che di fatto conferma il contenuto dell’articolo. “Se avesse un minimo di dignita’ dovrebbe dimettersi. Lo fara’ secondo voi?”, aggiunge Renzi
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
MARTEDÌ E MERCOLEDÌ LA MAGGIORANZA DOVRÀ APPROVARE UNA RISOLUZIONE IN VISTA DEL CONSIGLIO EUROPEO DI GIOVEDÌ. CI SONO DUE OPZIONI: UNA PILATESCA E VAGA, UN’ALTRA PIÙ DI MERITO (DIFFICILE, CONSIDERANDO IL NO DEL CARROCCIO AL PIANO EUROPEO DI RIARMO)
I distinguo della Lega sul piano di riarmo presentato dalla Commissione europea. E, a cascata, la risoluzione che martedì e mercoledì dovrà votare la maggioranza hanno avuto un punto di caduta intenso, per così dire, a margine del Consiglio dei ministri. Quando la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sono confrontati in maniera “franca”.
L’episodio è avvenuto nella stanza che fa da anticamera alla sala dove si svolgono le riunioni del governo. La presidente del Consiglio ha spiegato in maniera spiccia al titolare di Via XX Settembre che occorre trovare una sintesi anche perché l’Italia si è già esposta sul piano in Consiglio europeo.
Diversi ministri non hanno problemi a descrivere il faccia a faccia come “molto acceso” all’insegna di decibel non proprio da cinema muto. Forse Giorgetti in qualche modo “ha pagato” le scelte del Carroccio che per tutta la giornata con una serie di note e off ha voluto segnare la differenza con il resto della maggioranza sul piano europeo di riarmo.
Mentre era in corso il Cdm il partito di Salvini si riuniva infatti per un consiglio federale incentrato sì sul congresso, ma anche sulle vicende legate alla guerra in Ucraina.
Questo il suggerimento vergato dalla Lega a proposito della situazione internazionale: “Invito alla prudenza, no a deleghe in bianco su imprecisati eserciti europei, disponibilità a investire in sicurezza nazionale premiando le imprese italiane, priorità alla pace sostenendo gli sforzi sollecitati dagli Stati Uniti”.
Insomma, per il consiglio federale “l’Europa non ha bisogno di ulteriori debiti, di riarmo nucleare o di ulteriori cessioni di sovranità bensì di sostegno a famiglie, sanità e lavoro”.
Parole che sembrano porre Fratelli d’Italia e dunque la presidente del Consiglio diametralmente dalla parte opposta. Si spiega anche così la tensione verbale scoppiata a margine del Consiglio dei ministri, al quale Salvini ha partecipato per una manciata di minuti, prima di correre a gestire la riunione del suo partito.
Ora però occorre prendere una decisione e soprattutto metterla nero su bianco in vista del testo che la coalizione dovrà approvare in Parlamento martedì (in Senato) e mercoledì (alla Camera) per dare mandato pieno alla premier al Consiglio europeo di giovedì. Una decisione su cosa scrivere ancora non è stata presa. Sarà oggetto di un vertice fra i capigruppo lunedì.
Due opzioni. Quella pilatesca e vaga si limiterebbe a dire “che la maggioranza prende atto delle comunicazioni della premier e approva”.
Quella più articolata, e di merito, entrerebbe nei dossier che saranno discussi a Bruxelles. Sicuramente ci sarà l’immigrazione, certo. Ma poi non mancherà la guerra in Ucraina e la risposta della Commissione con il piano ReArm.
La formula magica su cui si sta cercando di trovare un compromesso è questa: “colonna europea della Nato”.
Una frase inserita nel programma di governo con il quale il centrodestra ha vinto le elezioni nel 2022.
Senza entrare in particolari, “si tratterà si sottolineare l’esigenza dell’Europa di essere se non autosufficiente, ma di sicuro un po’ indipendente dall’America”.
Questo non vuol dire, mettono ancora le mani avanti dal partito della premier, “che siamo a favore di un esercito europeo a guida francese o tedesca, come d’altronde abbiamo sempre ripetuto pubblicamente”.
Meloni da leader della coalizione si trova però alle prese con una mediazione che contempli gli impegni presi con von der Leyen, ma anche con i rapporti con Trump
Un’evidenza che l’ha portata a far astenere a Strasburgo la delegazione di FdI sulla risoluzione sull’Ucraina. Considerata contro Trump.
(da il Foglio)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
LA PORTAVOCE DELLA PROPAGANDA RUSSA VIENE SMENTITA DALLE AFFERMAZIONI DI PUTIN E MEDVEDEV
“Zakharova ha definito menzogne le parole di Mattarella sulla minaccia nucleare russa per
l’Europa”, titola l’agenzia stampa ufficiale russa TASS in un articolo che riporta l’ennesimo attacco della portavoce del Ministero degli Esteri russo contro il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’attacco di Maria Zakharova è stato scatenato dalla convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore russo in Italia, in seguito ai precedenti attacchi rivolti contro il Capo dello Stato. Di fatto, con questa dichiarazione, il Ministero degli Esteri russo accusa Mattarella di diffondere fake news sull’ipotesi che Mosca minacci l’Europa con le armi nucleari. Tuttavia, Maria Zakharova, con queste parole, fa semplicemente finta di dimenticare, da propagandista e istigatrice, le dichiarazioni dello scorso anno di Vladimir Putin e di Dmitry Medvedev contro l’Unione europea.
Le dichiarazioni di Putin
«Hai detto che il presidente italiano ha affermato che la Russia presumibilmente minaccia l’Europa con armi nucleari? Questa è una bugia, questa è una bugia, questo non è vero, questo è falso, questa è disinformazione. Ti ho dato tutte le parole. Scegli quella che ritieni più descrittiva, o usale tutte». Queste sono le parole di Maria Zakharova rivolte contro Sergio Mattarella riportate da TASS. La vera fake news, tuttavia, è proprio quella diffusa dalla portavoce della propaganda russa, soprattutto se confrontata con le dichiarazioni di Vladimir Putin e di dello scorso novembre 2024, riportate dalla stessa TASS in merito ai missili Oreshnik.
Nel discorso del 21 novembre 2024, trasmesso dal Cremlino e ripreso da TASS, Vladimir Putin afferma pubblicamente che la Russia sta «sviluppando missili a raggio intermedio e corto in risposta ai piani degli Stati Uniti di produrre e distribuire missili a raggio intermedio e corto in Europa». Accusando gli americani di aver commesso un grande errore, il leader russo ribadiva che «gli attuali sistemi di difesa aerea nel mondo e i sistemi di difesa missilistica creati dagli americani in Europa non intercettano» i nuovi missili russi. «Stanno spingendo il mondo intero verso un conflitto globale» aggiunge Putin, concludendo con un evidente avvertimento: «Siamo anchepronti a qualsiasi sviluppo degli eventi. Se qualcuno ne dubita ancora, è inutile: la risposta sarà sempre lì».
TASS, il 22 novembre 2024, pubblica un ulteriore articolo sul discorso di Putin, in cui affermano che gli “esperti” «ritengono che le dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin sull’impiego dell’ultimo missile balistico a medio raggio russo “Oreshnik” siano diventate un serio avvertimento per l’Occidente» e che il leader russo «ha sottolineato che la politica provocatoria dell’Occidente potrebbe comportare gravi conseguenze per lui in caso di ulteriore escalation del conflitto».
La minaccia di Dmitry Medvedev
Pochi giorni dopo, Dmitry Medvedev, vicecapo del Consiglio di sicurezza di Mosca, compie un vero e proprio atto di escalation contro l’Europa, “consigliando” vivamente agli alleati di Kiev di abbandonare il conflitto proprio a causa dei nuovi missili russi. Le minacce di Medvedev vengono pubblicate sul suo canale Telegram e poi riprese ancora una volta da TASS: «L’Europa si domanda quale danno potrebbe causare il sistema nel caso ci fossero testate nucleari, se è possibile abbattere questi missili e quanto velocemente potrebbero raggiungere le capitali del Vecchio Mondo. La risposta è: il rischio è inaccettabile, è impossibile abbatterli con mezzi moderni e stiamo parlando di minuti. I rifugi antiaerei non aiuteranno, quindi l’unica speranza è che la gentile Russia avverta in anticipo dei lanci. Pertanto, è meglio smettere di sostenere la guerra».
Zakharova mente e nega l’evidenza per amor di propaganda
Bastano questi due autorevoli interventi per capire quanto Maria Zakharova stia mentendo nel suo ruolo di portavoce del Ministero degli Esteri russo, accusando ingiustamente il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Pur di sostenere la propaganda del Cremlino, nega e nasconde le stesse minacce che il suo leader e il suo compare Medvedev hanno pubblicamente diffuso contro l’Europa per spingerla ad abbandonare l’alleato ucraino.
(da Open)
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Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile
TAJANI CONTINUA NELLA LITANIA: “TRATTATIVA PER LIBERAZIONE COMPLICATA”… BASTA CHIEDERE A MADURO COSA VUOLE PER LIBERARE UN INNOCENTE
Il cooperante italiano Alberto Trentini è attualmente detenuto nel carcere El Rodeo I, situato nello Stato di Miranda, a circa 30 chilometri dalla capitale Caracas, nella località di Guatire. La notizia è stata confermata da fonti raccolte dall’ANSA in Venezuela.
Trentini, giunto nel Paese sudamericano lo scorso 17 ottobre per coordinare sul campo le attività della ONG Humanity & Inclusion, è stato arrestato il 15 novembre. Secondo le informazioni disponibili, sarebbe attualmente in regime di isolamento.
Il caso di Trentini si inserisce in un più ampio quadro di detenzioni che coinvolgono anche otto italo-venezuelani, tra cui ex deputati e dirigenti politici. Su questi prigionieri, il governo italiano ha ripetutamente chiesto chiarimenti e avanzato richieste di rilascio alle autorità venezuelane.
L’appello è stato rinnovato anche oggi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che, a margine del G7 Esteri in corso a Charlevoix, ha dichiarato: “Al G7 parleremo anche della questione Venezuela. Noi abbiamo alcuni italiani che sono detenuti ingiustamente, un giovane anche, Trentini. Da ieri sono di nuovo in contatto con la mamma. Chiederemo la liberazione immediata di tutti i detenuti politici, di tutti i detenuti ingiustamente e senza motivazione nelle carceri del Venezuela”, ha affermato in un punto stampa al G7 Esteri in Quebec.
Nei giorni scorsi Tajani aveva nuovamente ribadito che la Farnesina stava seguendo la situazione del cooperante, valutata come “difficile”. “Sappiamo che è detenuto, che è in buone condizioni, ma la trattativa per farlo uscire dal carcere è molto, molto, molto complicata. La stiamo seguendo ogni giorno – ha proseguito Tajani – come tutti gli altri 2.500 italiani detenuti nel mondo, non abbiamo mai sottovalutato i pericoli e fatto sempre tutto quanto possibile ma non dipende da noi, sapendo bene la situazione in Venezuela. Ci rendiamo conto di quanto complicata sia qualsiasi trattativa per farlo uscire dal carcere”.
(da agenzie)
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