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IL BUROCRATE TOGLIE IL MEDICO DI TORNO

Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile

PRESCRIZIONI VIA MAIL SENZA AVER MAI VISTO IN FACCIA IL MALATO, LUNGHE FILE ALLE ASL, LISTE DI ATTESA CHE FAI PRIMA A MORIRE, PRONTO SOCCORSO LONTANI E INTASATI

“C’era una volta il “medico di famiglia”. Quello che oggi si chiama medico di base. Ma fra i due c’è una differenza abissale. Il medico di famiglia conosceva non solo la storia del paziente, la sua anamnesi, i precedenti, ma anche quella dei suoi familiari, per questo appunto si chiamava medico di famiglia. Si poteva anche farlo venire a casa e il medico arrivava subito senza problemi.
Il corpo del malato era il solo strumento della sua conoscenza poiché la Tecnica non era ancora arrivata alla diagnosi a distanza. Respirava sul corpo del paziente. Quando ero ragazzino il mio medico era ovviamente un pediatra, il dottor Soletti. Era un uomo molto piccolo, non però con le fattezze del nano, e aveva pensato bene di occuparsi di bambini. Lo tenni anche quando diventai adulto, gli bastava un’occhiata per capire cosa avevo o più spesso cosa non avevo. Da giovane ero ipocondriaco (adesso lo sono molto meno, se non sarà questa volta sarà la prossima) e quindi lo chiamavo molto spesso. Un pomeriggio, da bambino, fui colto da dolori intestinali violentissimi. Mia madre si spaventò e chiamò Soletti. Arrivò e gli bastò chiedermi che cosa avevo mangiato. Avevo mangiato dodici albicocche che naturalmente nell’intestino sprigionavano gas. E il caso fu così risolto. È noto che la vicinanza, anche fisica, del medico e la fiducia in lui è già l’inizio di una cura. Oggi la vicinanza c’è quasi sempre, anche se non sempre, con gli strumenti tecnologici.
Soletti era anche un buon psicologo. Sul letto di morte mi confessò che le poche medicine che mi aveva dato, poche perché rifuggiva dalla medicina chimica (sosteneva che se tu introduci della chimica nel corpo il corpo prima o poi si ribella e il male salta fuori da qualche altra parte) erano in realtà dei placebo. Direi che aveva un concetto orientale della medicina. In Occidente si sa tutto, poniamo, della mano non tenendo però conto non solo del corpo ma anche della psiche del paziente.
La professione del medico, che non essendo un mestiere come un altro dovrebbe essere una vocazione, come del resto quella del magistrato, ha perso appeal sia in senso soggettivo che oggettivo. Non è esaltante ridursi a
un burocrate che compila prescrizioni, che invia poi via email, senza aver mai visto in faccia il malato. È la burocrazia che come sempre, o quasi sempre, complica le cose, da qui le interminabili liste di attesa. Una mattina facevo la fila in non so quale Asl, davanti a me c’era un uomo sulla cinquantina. Sentii che il medico, o forse era solo un impiegato, gli fissava un intervento a sei mesi di distanza. Ma in sei mesi quello faceva in tempo a morire.
Ho una domestica rumena e i suoi amici che possono permetterselo vanno a curarsi a Timisoara o a Bucarest non perché i medici rumeni siano migliori di quelli italiani, i medici italiani, soprattutto nelle specializzazioni, sono bravissimi (vedi Niguarda che è al 37esimo posto fra i migliori ospedali del mondo) ma perché evitano le lunghe code burocratiche magari sganciando qualche sacrosanto euro in più.
È anche vero che durante il Covid i medici hanno perso molto della loro credibilità, perché ogni specialista, divenuto una star televisiva, diceva l’esatto opposto di un altro specialista. E a tutt’oggi non è ancora certo se i vaccini abbiano risolto la questione, o attraverso ‘danni collaterali’ spesso pesantissimi, l’abbiano peggiorata. Del resto quei vaccini furono fatti in fretta e furia. Per avere un vaccino veramente efficace contro la poliomielite, terrore della mia infanzia, ci sono voluti più di dieci anni, prima il vaccino di Salk e poi qualche anno dopo quello, definitivo, di Sabin.
Si capisce che per il Covid-19 il governo italiano sia stato colto di sorpresa perché l’Italia fu la prima a dover fronteggiare il virus proveniente dalla Cina (secondo alcuni ‘complottisti’ fu elaborato in vitro dai cinesi). Però in Svezia hanno fatto i vaccini, ma non hanno imposto l’ancor più insidioso lockdown. La ministra della Sanità svedese, affermò a suo tempo, che i conti si sarebbero fatti alla fine e anche qualche anno dopo la fine. E infatti molti ragazzi italiani sono rimasti traumatizzati dal lockdown, non potendo sfogare in alcun modo la loro giovanile energia, e oggi se ne vedono le conseguenze. Si dirà che in un Paese come la Svezia di grandi dimensioni, con poche città con una densa popolazione, il lockdown era superfluo, comunque la Svezia, è un fatto, ha avuto proporzionalmente molti meno morti di noi. Ma anche la Svizzera, che ha un’alta densità di popolazione in un territorio circoscritto, e che non ha fatto lockdown, ha avuto, proporzionalmente, meno vittime dell’Italia. E lasciamo pur perdere, per pietas, le speculazioni che hanno fatto le case farmaceutiche, anglo-americane e olandesi.
Ma poi c’è anche una questione di cultura generale. Nevrotici e ipocondriaci quali siamo diventati al minimo malessere ricorriamo al medico, più spesso al
medico virtuale che a quello in carne e ossa. Questo smista la faccenda ai laboratori e quindi anche qui c’è l’intasamento e il responso per un semplice esame del sangue arriva dopo una settimana e più. Poi c’è quello, ancora più grave, del Pronto Soccorso dove dovrebbero arrivare solo soggetti in pericolo di vita e invece viene intasato dagli ipocondriaci. Attualmente solo il 44 per cento degli ospedali hanno il Pronto soccorso. E se un poveraccio abita lontano da uno di questi ospedali? E quali sono anche qui i tempi di attesa che, per ovvie ragioni, dovrebbero essere immediati? “Quanto tempo passa fra l’arrivo al Pronto soccorso e l’intervento del medico di guardia?” chiede la solerte cronista al primario. “Il tempo di morire”.

(da il Fatto Quotidiano)

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IN CONSIGLIO DEI MINISTRI GIORGIA MELONI E GIANCARLO GIORGETTI HANNO AVUTO UNA LITE FURIBONDA: I TESTIMONI HANNO UDITO URLA E FRASI CONCITATE

Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA TENSIONE SUL PIANO DI RIARMO DELL’UE (E PIÙ IN GENERALE SULLA GUERRA IN UCRAINA) CONTINUA A SPACCARE LA MAGGIORANZA …LA DUCETTA AVREBBE AVUTO UN CONFRONTO ANCHE CON IL TRUMPUTINIANO SALVINI CHE HA VOTATO CONTRO URSULA

Tensione a margine dei Consiglio dei ministri tra la premier Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, titolare dell’Economia. Secondo quanto risulta al Foglio i due hanno avuto una franca discussione nel corso della quale diversi testimoni hanno udito urla e frasi concitate.
La riunione di Palazzo Chigi non aveva all’ordine dossier scottanti come il piano di riarmo della commissione europea, tuttavia questo argomento continua a dividere la maggioranza
La posizione della Lega di Matteo Salvini è molto intransigente e anche all’Eurocamera ha votato contro la risoluzione. Altre fonti […] raccontano anche di un confronto sempre tra la premier e il leader della Lega, presente per poco al Cdm perché alle prese con il Consiglio federale del Carroccio.

(da il Foglio)

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IL GOVERNATORE FDI DELLE MARCHE ACQUAROLI NEL MIRINO DELLA LEGA

Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile

IN AUTUNNO SI VOTA E NEL CENTRODESTRA VOLANO GLI STRACCI

La bordata, almeno a quanto dicono, non resterà impunita. Ma intanto va
registrata l’escalation che dice del clima: volano gli stracci nel centrodestra e la pugna adesso si fa cattiva. Chiedere per conferma al presidente meloniano della regione Marche Francesco Acquaroli che nel weekend è stato preso sportellate dal consigliori di Matteo Salvini, Armando Siri, e ora si vede minacciato pure nel suo partito.
“Acquaroli è bravissimo” ha premesso Siri, “ma non lo conosce nessuno”. Salvo poi aggiungere veleno, sostenendo che non c’è paragone in termini di visibilità tra Acquaroli e Matteo Ricci, già sindaco di Pesaro oggi europarlamentare a cui il Pd ha chiesto di essere il candidato governatore.
Va da sé che la bordata di Siri ha fatto rumore anche perché, da capo della scuola di formazione del fu Carroccio oltre super consulente di Matteo Salvini, c’è da credere che abbia parlato con un preciso mandato. E che insomma quelle parole brutali non siano esattamente farina del suo sacco, ma piuttosto di quello del Capitano da tempo lanciato nel controcanto a Giorgia Meloni. A
nche a costo di regalare micce al Pd che gongola: dopo l’intemerata di Siri, il partito di Elly Schlein ha lanciato un meme sui social giocando sul cognome del sottosegretario che è pure quello dell’assistente vocale degli smartphone. “Ehi Siri, dov’è Acquaroli?” e via ironizzando con l’immagine della risposta del Siri tecnologico: “Mi spiace, non ho trovato nessuno”.
Ora non è chiaro se Giorgia Meloni si sia messa al telefono per rampognare Salvini né se qualche altro pezzo grosso di FdI abbia fatto giungere agli alleati formale e vibrante protesta per le parole di Siri. Che d’altra parte, non risulta, abbia fatto ammenda.
Il problema è che Siri non attacca a caso, anzi il messaggio ai meloniani è chiaro: non pensate che la ricandidatura di Acquaroli sia scontata, alle Regionali d’autunno.
La Lega nel fine settimana sarà tutta ad Ancona e anche questo non è un caso. Indebolire Acquaroli significa inserirsi in una spaccatura che in Fratelli d’Italia scorre carsica, perché se il giro di Francesco Lollobrigida è fiero sostenitore di Acquaroli c’è un pezzo di partito che spinge Guido Castelli, senatore e commissario al post-sisma ben visto da Giovanni Donzelli.
Acquaroli deve allora difendersi da rivali esterni e interni, per questo graffia: “Solo qualche giorno fa ero dovuto intervenire per smentire una voce che mi accostava al ministero del Turismo (ora, ndr) devo intervenire per chiarire un altro aspetto che mi riguarda e cioè che io non sia un personaggio conosciuto alla ribalta nazionale”, è stata la premessa prima di passare all’affondo. Ossia che Siri gli fa un baffo, ma è stato “inopportuno” perché ha prestato il fianco alle strumentalizzazioni del Pd. Il paragone con Ricci, poi. “A me non interessano le ripetute ‘comparsate’, che tolgono tempo e spazio al lavoro
concreto a favore dei marchigiani”. E uno. “Non ho necessità di raggiungere alcuna ribalta televisiva per accreditarmi”. E due. Per finire – e tre! – la pizzicata a uso interno casomai qualcuno ambisse a essere candidato al suo posto. “Non ho esigenze particolari all’interno del partito, considerato che siedo nell’esecutivo nazionale e che il mio percorso politico è stato sempre lineare da quasi 25 anni”.

(da ilfattoquotidiano.it)

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NEL 2024, I PAGAMENTI DIGITALI HANNO SUPERATO IL CONTANTE IN ITALIA: IL 43% CONTRO IL 41% (CON LA RESTANTE PARTE PAGATA TRAMITE BONIFICI, ADDEBITI IN CONTO CORRENTE E ASSEGNI)

Marzo 14th, 2025 Riccardo Fucile

LE TRANSAZIONI CON CARTA O CON I “DEVICE” HANNO OLTREPASSATO I 481 MILIARDI DI EURO, UN AUMENTO DELL’8,5% RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE, MENTRE IL NUMERO DI POS HA RAGGIUNTO I 3,5 MILIONI

Nel 2024 i pagamenti digitali hanno superato il contante in Italia: 481 miliardi di euro transati con questa modalità (+8,5% rispetto all’anno precedente), pari al 43% dei consumi complessivi. Il contante scende al 41% dei consumi degli italiani, con la restante parte pagata tramite bonifici, addebiti in conto corrente e assegni. Lo rende noto una ricerca dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo la quale i pagamenti innovativi (tramite cellulare e ‘wearable’) raggiungono i 56,7 miliardi di euro in crescita del 53% e pari al 12% del transato con strumenti digitali.
Il Buy now pay later (Bnpl) continua la sua espansione per un totale di 6,8 miliardi di euro (+46% rispetto al 2023). Il numero di Pos in Italia ha raggiunto i 3,5 milioni, con una crescita significativa delle soluzioni Software Pos (152mila .unità installate, contro le meno di 40mila del 2023).
(da agenzie)

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PACIFISTI, I MIGLIORI ALLEATI DEGLI IMPERIALISMI: AL NETTO DI QUELLI IN MALAFEDE, GLI ALTRI VIVONO NEL MONDO DEI SOGNI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

DAI PACIFINTI AL SOLDO DI PUTIN AGLI ETERNI ILLUSI CHE NON SANNO SPIEGARE PER QUALE RAGIONE UN POPOLO AGGREDITO NON DEBBA DIFENDERSI E ARMARSI MA DIRE “PREGO, ACCOMODATEVI”… UNA VOLTA SI CHIAMAVANO VILI

Avrei evitato volentieri di entrare in argomento “bellico” ma i tempi richiedono che ciascuno esprima la propria opinione su argomenti “scomodi”.
Partiamo da una domanda: “un popolo aggredito ha diritto a difendersi da una aggressione militare al proprio territorio?”
Non ne faccio una questione “ideologica”, non mi interessa la bandiera dell’aggressore o dell’aggredito, ne faccio una questione “morale e valoriale”.
Da uomo di “destra” mi sono raccolto a Praga sul luogo in cui si immolo’ Jan Palach di fronte all’invasore russo, cosi’ come ho ammirato in Vietnam i luoghi della eroica resistenza del popolo vietnamita all’invasore americano.
Così come ho difeso l’eroico popolo ucraino e quello palestinese, senza guardare le “appartenenze ideologiche”, cosa che a sinistra come a destra molti fanno ancora fatica a comprendere per limiti mentali.
Sono sempre stato un pacifista “normale”, di quelli che si basano sul principio “non rompere i coglioni agli altri se non vuoi che gli altri li rompano a te”, ma nella coniugazione “a uno schiaffo reagisco con due sberle”. E ovviamente. avendo fatto politica in tempi dove volavano sprangate, sono sempre stato per la legittima difesa.
Veniamo al tema divisivo oggi a destra come a sinistra: la pace in Ucraina.
Lasciamo perdere il pacifinto Salvini che ha sempre parteggiato per l’aggressore , senza peraltro guadagnare un voto, preferisco concentrarmi sulle posizioni surreali di Schlein e Conte.
La prima non vuole che si spendano soldi “per il riarmo” europeo attingendo a risorse nazionali e si arrampica sugli specchi sostenendo che occorre attingere a “fondi europei” senza toccare il welfare (ma esistomo anche gli evasori e i grandi patrimoni parassitari)
Peccato che i fondi europei provengano dai versamenti dei 27 Stati, quindi è il gatto che si morde la coda. Se Elly ha un’altra idea di dove cercarli ci faccia sapere.
Quanto al fatto che non devono riarmarsi i singoli Stati ma l’Europa in modo coordinato, posso anche essere d’accordo, ma con le premesse di cui sopra sembra solo una affermazione che non porta a nulla, un buttare la palla in tribuna.
Significativo, al di là della spaccatura interna al Pd, che i Dem siano l’unico partito europeo dell’area socialista a non aver votato a favore della proposta Ue (peraltro sicuramente migliorabile). Una posizione che mal si addice a un partito che vuol porsi con “cultura di governo”.
Veniamo a Conte che ha il problema di cercare consensi tra coloro che vanno a votare una volta si e due no.
Certamente non ha l’appeal del “pacifista” ma cerca di cavalcare l’idiosincrasia degli italiani verso ogni “pericolo” latente (una volta erano gli immigrati, vero Giuseppe?).
Il “tengo famiglia” coagula consensi, tutto il resto è noia.
La tesi pacifista è questa: basta alla guerre, alle armi, ai morti. Sottoscrivo, ma pongo una semplice domanda inevasa: se un Paese aggredisce un altro che deve fare, in nome del pacifismo? Cerchiamo di convincerli? Diciamo loro: “prego, accomodatevi, volete anche un aperitivo? Volete violentare le nostre donne o rapire i nostri bambini?”
Nessuno risponde mai a questa domanda.
Si parla di “pericoli di guerra nucleare”, quindi meglio cedere ai prepotenti? Che siano Putin, Trump o Musk, meglio far finta di nulla per il quieto vivere.
E pensare che una vasta letteratura in tempi non sospetti ha definito questa mentalità “da vigliacchi”, si sarà sbagliata… i tempi cambiano.
Poi se qualche pacifista vive ancora nel mondo dei sogni, libero di farlo. Noi siamo tra coloro che ritengono che un Paese e quindi l’Europa debba difendersi dai pazzi criminali e la migliore difesa è far sapere che a un pugno si è in grado di rispondere con una sprangata.
La pace si difende così, sia dalle invasioni che dai dazi. Per far vivere in serenità pure i pacifisti, anche se non lo sanno (ma non è il caso di avvisarli)

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I CONSUMATORI A STELLE E STRISCE TIRANO LA CINGHIA, LE CATENE DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE LANCIANO L’ALLARME SUI COMPORTAMENTI DEI CLIENTI: “ACQUISTANO CONFEZIONI PIÙ PICCOLE, CERCANO DI SPENDERE MENO, COMPRANO SOLO BENI DI PRIMA NECESSITÀ”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

ANCHE I RICCHI PIANGONO: LA SPESA DEI CONSUMATORI AMERICANI NEL MERCATO DEL LUSSO È SCESA DEL 9,3% A FEBBRAIO …CI SONO MENO SOLDI NEI CONTI CORRENTI, E LA CRESCITA DEI SALARI RALLENTA

I consumatori americani hanno avuto molto di cui preoccuparsi quest’anno, tra le infinite notizie sulle tariffe, l’inflazione ostinata e, più recentemente, i nuovi timori di una recessione. Queste preoccupazioni sembrano colpire contemporaneamente la spesa di ricchi e poveri, tra beni di prima necessità e di lusso.
Prendiamo i consumatori a basso reddito: in un’intervista rilasciata all’Economic Club di Chicago alla fine di febbraio, l’amministratore delegato di Walmart Doug McMillon ha dichiarato che i clienti “stressati dal budget” mostrano comportamenti stressanti: acquistano confezioni più piccole […] perché “i soldi finiscono prima che il mese sia finito”
Nella sua ultima conferenza stampa sugli utili, McDonald’s ha dichiarato che l’industria del fast food ha avuto un “inizio d’anno fiacco”, in parte a causa della debolezza della domanda da parte dei consumatori a basso reddito. Secondo McDonald’s, nel quarto trimestre le vendite ai clienti a basso reddito sono diminuite di una percentuale a due cifre rispetto all’anno precedente.
Dollar General, nel corso della sua conferenza stampa di giovedì, ha dichiarato che i suoi clienti riferiscono di avere denaro sufficiente solo per i beni di prima necessità; alcuni sono costretti a sacrificare persino quelli.
L’azienda non si aspetta alcun miglioramento dell’ambiente economico quest’anno e sta osservando le potenziali modifiche ai programmi governativi. I Dollar Store dipendono in misura maggiore dai sussidi alimentari, che potrebbero essere oggetto di tagli di bilancio.
Le cose non sembrano andare molto meglio nella fascia più alta. La spesa dei consumatori americani nel mercato del lusso, che comprende i grandi magazzini di fascia alta e le piattaforme online, è scesa del 9,3% a febbraio rispetto a un anno prima, peggio del calo del 5,9% di gennaio, secondo l’analisi di Citi dei dati sulle transazioni con carta di credito.
Costco, la cui base di clienti che pagano la quota associativa è composta da persone con un reddito più elevato, ha dichiarato la scorsa settimana che la domanda si è spostata verso proteine a basso costo come la carne macinata e il pollame.
Il direttore finanziario Gary Millerchip ha dichiarato che i soci continuano a spendere, ma sono “molto selettivi” su dove spendere. Ha detto che i consumatori potrebbero diventare ancora più esigenti se vedessero un’inflazione maggiore dovuta alle tariffe.
Dollar General ha dichiarato giovedì che le vendite alle famiglie con un reddito più elevato, che cercano opzioni più economiche, hanno subito un’accelerazione nelle ultime settimane.
Diversi anni di inflazione, in particolare su beni di prima necessità come alimentari, affitti e bollette, hanno colpito duramente gli americani più poveri. Ma un mercato azionario forte, sostenuto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale, ha fatto sì che le persone più ricche continuassero a spendere.
Ora tutti sembrano essere più cauti e questa limitazione della spesa si ripercuote su diverse categorie. Ci sono segnali che indicano che i consumatori stanno rinunciando ai viaggi aerei, ad esempio.
Delta Air Lines, American Airlines e JetBlue hanno tagliato le loro previsioni per il primo trimestre all’inizio della settimana. L’amministratore delegato di Delta, Ed Bastian, ha dichiarato martedì in occasione di una conferenza di settore che “c’è qualcosa che non va nel sentimento economico, qualcosa che non va nella fiducia dei consumatori”.
L’analisi di Citi dei dati relativi alle carte di credito statunitensi mostra che la spesa è diminuita nella maggior parte delle categorie di vendita al dettaglio. Nel trimestre in corso, la spesa per l’abbigliamento e le calzature sportive è scesa rispettivamente del 12% e del 22% rispetto all’anno precedente. Ma anche categorie meno discrezionali come la vendita al dettaglio di generi alimentari, ricambi auto e animali domestici stanno registrando cali moderati.
Rivenditori come Target, Foot Locker e Lowe’s hanno dichiarato di aver registrato una domanda debole a febbraio. L’amministratore delegato di Target, Brian Cornell, ha dichiarato la scorsa settimana che i consumatori stanno pensando al potenziale impatto delle tariffe doganali e a cosa significherà per loro.
Foot Locker, che la settimana scorsa ha dichiarato che i suoi consumatori sono stati “cauti e sensibili” a febbraio, ha detto che la sua base di clienti, in maggioranza giovani, sta “pensando al costo generale della vita, oltre a qualche incertezza sulle tariffe”.
Solo questa settimana, i consumatori hanno avuto molti nuovi sviluppi da digerire. Domenica il Presidente Trump ha rifiutato di escludere una recessione degli Stati Uniti come conseguenza delle sue politiche economiche, facendo crollare le azioni.
A ciò ha fatto seguito un’altra montagna russa di minacce di tariffe, contro-tariffe e retromarce. I dati sull’inflazione di mercoledì hanno mostrato un leggero rallentamento dell’aumento dei prezzi a febbraio, ma si tratta di una magra consolazione perché è troppo presto per riflettere gli effetti dei dazi di Trump.
Ma non si tratta solo di timori per i dazi o di un senso più ampio di incertezza. Molti hanno anche meno contanti a disposizione. I saldi dei depositi di conto e di risparmio di tutti i livelli di reddito sono diminuiti nel periodo di 12 mesi fino a febbraio e si stanno avvicinando ai livelli del 2019 corretti per l’inflazione, secondo i dati delle carte tracciati dal Bank of America Institute.
La crescita dei salari per tutti i gruppi di reddito è rallentata nell’ultimo anno, secondo i dati della Federal Reserve Bank di Atlanta. I saldi del debito degli americani, corretti per l’inflazione, stanno iniziando a superare i livelli pre-pandemici.
Ciò significa che i consumatori sono generalmente meno in grado di assorbire gli shock, proprio quando l’incertezza è alle stelle. È difficile biasimarli per la loro cautela, anche se questo significa che l’economia ne risente.

(da Wall Street Journal)

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TRUMP CI HA COSTRETTO A SEGUIRE LE ELEZIONI IN GROENLANDIA

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

A VINCERE LA TORNATA ELETTORALE È STATA LA FORMAZIONE DI CENTRODESTRA DEMOKRAATIT, PER LA QUALE L’INDIPENDENZA DALLA DANIMARCA NON È UN’URGENZA … TUTTI I PARTITI SI OPPONGONO ALL’ANNESSIONE AGLI USA: LA GROENLANDIA FA GOLA PER LE SUE RISORSE NATURALI DI MATERIE PRIME, TERRE RARE, GIACIMENTI DI GAS, PETROLIO E PER LA SUA POSIZIONE STRATEGICA

Mai delle elezioni nel Paese più esteso e meno densamente popolato del mondo hanno destato tanta attenzione. I risultati della Groenlandia consegnano la fotografia di una popolazione per il 70 per cento spaventata dalle mire trumpiane ma con una quota di un 24 per cento che si lascia sedurre dalla retorica populista, autonomista e vicina al mondo Maga.
Il partito di centro destra Demokraatit, finora all’opposizione, ha vinto inaspettatamente le elezioni nell’isola semi-autonoma della Danimarca. Per quanto dei risultati in assenza di sondaggi possano risultare inaspettati, il partito che si definisce “social-liberale” è passato dal 9,3% del 2021 al 29,9% di quest’anno (+20%). Il suo leader, il trentatreenne campione di badminton ed ex ministro del Lavoro e delle Materie prime Jens Frederik Nielsen, è stato il primo a mostrare stupore:
«Non ci aspettavamo questo risultato», ha dichiarato la notte dello spoglio elettorale. Con la vittoria di Demokraatit la questione dell’indipendenza -tornata alla ribalta con le dichiarazioni di Donald Trump – subisce una frenata importante. Il presidente degli Stati Uniti aveva detto, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, che era di interesse nazionale assicurarsi il controllo dell’isola «in un modo o nell’altro».
La Groenlandia fa gola per le sue risorse naturali di materie prime, terre rare, giacimenti di gas, petrolio e per la sua posizione strategica nel controllo delle vie di comunicazioni polari, in combinazione con il cambiamento climatico che apre nuove possibilità.
Ora, il partito vincitore, originariamente sostenuto dalla popolazione danese nell’isola, considera l’indipendenza un percorso di lunga durata, non un tema all’ordine del giorno. Nielsen è a favore di una «rotta tranquilla» nei confronti degli Stati Uniti e sostiene sia necessario «gettare le basi» prima di poter parlare di uno Stato della Groenlandia. Chi invece vuole raggiungere rapidamente l’indipendenza è Naleraq, il partito di orientamento populista, l’unico ad intrattenere rapporti diretti e ufficiali con il movimento Maga.

Gli elettori lo hanno premiato facendogli guadagnare il 12%, e portandolo al 24,5%. Un risultato di tutto rilievo, considerata la diffusa diffidenza suscitata nell’isola dalle sortite dell’inquilino della Casa Bianca. Nell’ultimo dibattito elettorale prima delle elezioni, tutti i rappresentanti di sei partiti hanno dichiarato all’unanimità di non fidarsi delle parole del presidente Trump.
A perdere nella tornata dell’11 marzo sono stati i due partiti della coalizione di governo uscente: Inuit Ataqatigiit, il partito verde di sinistra, che esprimeva il premier Múte Bourup Egede, e il partito socialista Siumut. Il primo ha raccolto il 21,4% dei consensi, classificandosi al terzo posto e registrando una perdita del 15,3%, il secondo, il partito Siumut, ha subito un crollo ancora più rovinoso, dimezzando i voti e scendendo al 14,7%.
Si tratta quindi di un’inversione di tendenza che riflette un cambio di rotta globale. A pesare sul voto è stata la rabbia per la recente riforma circa le quote della pesca in un Paese che vive al 95 per cento dei proventi dell’industria del pesce. Ora le domande sul tavolo sono due. Quale sarà la nuova coalizione?

(da La Stampa)

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TRUMP USA IL VECCHIO METODO: DIVIDE ET IMPERA: DOPO AVER SCATENATO LA GUERRA COMMERCIALE, WASHINGTON VUOLE SPACCARE IL FRONTE EUROPEO

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

PROPONE AD ALCUNI GOVERNI (COMPRESO QUELLO ITALIANO) NEGOZIATI SEPARATI SUI DAZI PER “TRATTAMENTI DI FAVORE” … LA STRATEGIA RISCHIA DI ESSERE UN FLOP: SE ALCUNI PAESI DOVESSERO SCENDERE A PATTI CON “THE DONALD”, I PARTNER EUROPEI REAGIREBBERO TAGLIANDOLI FUORI DAI LORO MERCATI NAZIONALI … LA CAMALEONTE MELONI PER ORA È CAUTA E LASCIA TRATTARE LA COMMISSIONE UE

Forse perché secondo Donald Trump ormai si è aperta una «battaglia finanziaria» con l’Unione europea, gli Stati Uniti sono al lavoro per dividere il fronte avversario. Ad alcuni governi, Italia inclusa, la Casa Bianca ha lasciato intendere che sarebbero possibili negoziati separati e dunque – probabilmente – trattamenti individuali di favore.
Almeno per ora però il divide et impera della Casa Bianca non sta funzionando. Se alcuni Paesi dovessero scendere a patti separati con Trump, gli altri governi europei reagirebbero tagliandoli fuori dai loro mercati nazionali.
E a Roma comunque per ora si ritiene che a trattare con Washington per l’Unione europea debba essere il commissario (slovacco) al Commercio Maroš Šefcovic, peraltro ritenuto decisamente abile nel farlo.
Il confronto resta inquinato da troppe idee di Trump che non trovano riscontri. Né è facile richiamare ai fatti gli emissari della Casa Bianca: il presidente centralizza su di sé gran parte delle decisioni, ma non accetta di parlare con Ursula von der Leyen o altri rappresentanti della Commissione Ue.
Il rischio del cortocircuito è dunque sempre dietro l’angolo. Del tutto falsa è per esempio la premessa di Trump secondo cui l’Europa si approfitterebbe dell’apertura del mercato americano, restando chiusa all’import a stelle e strisce.
La bilancia delle partite correnti della Banca d’Italia e della Banca centrale europea — gli scambi di beni, servizi, transazioni finanziarie e redditi — dice il contrario. L’attivo dell’area euro con l’America inizia a precipitare prima della pandemia e dal 2022 emerge un surplus americano, che di certo nel 2023 e probabilmente nel 2024 continua a crescere.
Gli Stati Uniti fatturano nella zona euro più di quanto la zona euro fatturi negli Stati Uniti e la spiegazione è tutta nella rivoluzione digitale. Il pagamento da parte degli europei alle Big Tech californiane di «diritti per l’uso di proprietà intellettuale» esplode da 25 miliardi di euro nel 2018 a 155 miliardi nel 2023.
Quei flussi di denaro attraversano l’Atlantico verso ovest ogni volta che un residente di Milano, Roma, Parigi o Berlino registra un abbonamento a Netflix per vedere una serie, a Chat Gpt 4.0 per un processo di lavoro, a Microsoft per fare videoconferenze o a Meta per diffondere un post su Facebook. L’economia immateriale ha rovesciato i rapporti fra Europa e America.
Ora l’area euro registra un rosso nelle partite correnti con gli Stati Uniti di 7,5
miliardi di euro nel 2022 e di 22,1 miliardi nel 2023, malgrado il suo grande surplus negli scambi di beni materiali. Anche i pagamenti dell’Italia agli Stati Uniti per «diritti di proprietà intellettuale» esplodono da 605 milioni nel 2018 a 1,9 miliardi nel 2023.
La seconda questione che intossica i rapporti riguarda poi l’imposta sul valore aggiunto (Iva): la Casa Bianca ritiene che l’Iva europea, poiché colpisce prodotti importati, potrebbe giustificare dazi «reciproci». Il solo problema è che l’Iva non è un dazio.
Quest’ultimo colpisce solo i beni esteri quando arrivano alla frontiera, per rendere il loro prezzo meno attraente rispetto ai beni prodotti all’interno di un’economia. Ma l’Iva europea colpisce i prodotti americani o cinesi così come quelli italiani, francesi o tedeschi; dunque non distorce il mercato contro l’America o a favore dell’Europa e non giustificherebbe alcuna misura «reciproca».
Ma la logica politica per ora trascina via tutto il resto.
Trump ha fatto scattare dazi al 25% su acciaio ed alluminio (e molti beni che li contengono) per un export europeo che nel 2024 valeva 26 miliardi di euro. È un’escalation, perché il fatturato europeo colpito valeva circa otto miliardi l’anno quando Trump fece lo stesso nel 2018.
E se la risposta europea stavolta è immediata, lo si deve in parte a ragioni non ripetibili: le ritorsioni erano già state approvate nel 2018 e in seguito furono congelate dopo una tregua; Bruxelles per ora ha ritirato fuori quell’arsenale dagli armadi e lavorerà per rafforzarlo.
Rispetto agli ordini esecutivi di Trump, firmati sempre all’improvviso, le misure europee però manovrano con più lentezza: vanno proposte dalla Commissione e poi approvate dai governi a maggioranza qualificata, senza diritti di veto. E anche questa asimmetria è destinata a contare, nei mesi di burrasca che si annunciano.

(da agenzie)

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NELL’ULTIMO ANNO, GLI UTENTI ITALIANI DI “X” HANNO PUBBLICATO OLTRE UN MILIONE DI MESSAGGI CONTRO LE MINORANZE, LE DONNE E I DISABILI

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

IL BERSAGLIO NUMERO UNO SONO LE DONNE, SEGUITE DAGLI EBREI, STANIERI, MUSULMANI, PERSONE AFFETTE DA DISABILITÀ E GLI OMOSESSUALI … LA “MAPPA DELL’INTOLLERANZA” CREATA DA “VOX” L’OSSERVATORIO ITALIANO SUI DIRITTI

Più di un milione di messaggi d’odio in meno di un anno. Un’onda nera che avvelena la rete. Sempre più alta, dirompente e spietata contro gli ebrei e gli stranieri. Ma soprattutto contro le donne. Bersaglio numero uno di chi insulta attraverso i social, con Roma al primo posto per discorsi omofobi e antisemiti, Milano capitale di quelli xenofobi e misogini, dove a firmarli sono per buona parte donne stesse. È la nuova mappa dell’intolleranza di Vox, l’Osservatorio italiano sui diritti — ideato nove anni fa dalla Statale di Milano, l’università di Bari e la Sapienza di Roma — che fotografa l’odio online, geolocalizzando i luoghi dove si concentra.
Una radiografia realizzata anche con l’IA basata su quasi 2 milioni di post pubblicati su X fra gennaio e novembre 2024: […] Il 57% della marea di tweet sotto esame ha nutrito e drogato i social di contenuti negativi.
Una delle tendenze più rilevanti era attesa: la crescita esponenziale di insulti contro gli ebrei, obiettivo del 27% dei messaggi d’odio. Sono quadruplicati rispetto al 2022, spingendoli al secondo posto fra le sei categorie maggiormente prese di mira, seguiti nell’ordine da stranieri, musulmani, disabili e omosessuali. Si legge nel dossier anticipato a Repubblica , che verrà presentato oggi con i ricercatori delle università di Milano e Bari, che hanno contribuito a questa edizione. Dalla guerra a Gaza in avanti, però, «c’è un cambiamento semantico nella costruzione dello stereotipo e non viene più odiato l’ebreo in quanto tale — viene sottolineato — ma il “sionista” percepito come aggressore, invasore e genocida».
Contro l’Islam il picco più alto in assoluto c’è stato a ridosso del 24 novembre con la morte di Ramy al Corvetto. I tweet contro i migranti sono 124 mila in undici mesi, […]. Ma le più detestate in assoluto restano le donne, che incassano la metà dei messaggi con insulti feroci. Una media di oltre 51 mila tweet misogini al mese, 1.700 al giorno. Non solo si intensificano, registrando livelli altissimi a ridosso dei femminicidi, veri detonatori.
L’odio per le donne sarebbe ormai così profondo da non avere più bisogno degli stereotipi femminili più classici che le vogliono inadatte per certi lavori o ruoli, oppure troppo emotive, insicure, isteriche.
«Si è trasformato in odio puro, specialmente nell’intersezione fra categorie: l’intolleranza verso la donna straniera o ebrea è ancora più violenta. E in generale l’odio misogino oggi ha a che fare con la marginalizzazione, la discriminazione, l’esercizio del potere». A parlare è Silvia Brena: insieme a Marilisa D’Amico, prorettrice della Statale, ha fondato Vox, che dopo le regole restrittive di Elon Musk sui dati di X si è appoggiata all’agenzia “The Fool”, che li ha estratti pro bono sbloccando uno stop alla ricerca forzato.
Altro aspetto interessante, gli autori: fra chi scrive messaggi misogini cattivissimi, fanno notare, spuntano parecchie donne. Per metà degli odiatori non si può risalire al genere. Quelli verificati sono per il 60 per cento uomini, la maggioranza. Ma nel 40% dei casi la firma è di sesso opposto. Se da un lato l’aggressività al femminile, anche fisica, sta aumentando, come ci dicono le baby gang, dall’altro «vediamo questo fenomeno anche nelle questioni politiche o all’interno delle organizzazioni lavorative, donne che non solidarizzano con le altre donne — dice D’Amico — . Un altro aspetto della cultura patriarcale perché la sorellanza spezza il monopolio maschile ».

(da La Repubblica)

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