Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA SQUADRA DEL CUORE DEL PONTEFICE HA RICORDATO IL SUO TIFOSO PIU’ FAMOSO CON STRISCIONI, UNA STATUA, DISEGNI E PREGHIERE
Erano orgogliosi di tifare la stessa squadra di Papa Francesco. Per questo i sostenitori
del San Lorenzo, squadra di Buenos Aires, prima, durante e dopo la partita persa per 1-0 contro il Rosario Central, hanno reso omaggio al Pontefice scomparso il giorno di Pasquetta. Poche ore dopo la celebrazione del funerale di Jorge Mario Bergoglio, nonostante lo scandalo corruzione che sta travolgendo la società in queste ore.
In curva la coreografia con il Papa, la maglia del San Lorenzo e lo stemma del club. In campo una statua a grandezza naturale, un disegno, molti striscioni con scritte e immagini dedicate al Santo Padre. Le due squadre e tutte le persone presenti allo stadio si sono chiuse in un minuto di silenzio e preghiera. Poi il pallone ha rotolato, come avrebbe voluto il Pontefice. Grande appassionato di calcio, tifoso innamorato del San Lorenzo.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
TRA LE 12 NAZIONI EUROPEE CHE STANNO COLLABORANDO PER ACCELERARE LA CONCESSIONE DI VISTI, SOVVENZIONI E BORSE DI STUDIO, MANCA IL NOSTRO PAESE: RISCHIAMO DI RIMANERE INDIETRO NELLA CORSA AD ATTIRARE I MIGLIORI STUDIOSI
I primi sono stati gli storici e i filosofi. Ora a fuggire dagli Usa sono gli uomini di scienza. L’amministrazione Trump ha fatto marcia indietro sulla revoca del visto che aveva colpito centinaia di studenti stranieri, costringendo alcuni a lasciare il Paese, ma nella decisione pesano i miliardi di dollari di finanziamenti per la ricerca tagliati, i licenziamenti in massa dei dipendenti federali e il controllo esercitato sulle università e i centri di ricerca.
Tutti motivi che stanno portando gli scienziati che operano negli Stati Uniti a considerare di trasferirsi in Europa o in Canada, che ora stanno giustamente sfruttando il momento di debolezza dell’America. Una vera e propria offerta d”asilo accademico”.
L’European Research Council – l’ente pubblico per il finanziamento della ricerca scientifica e tecnologica condotta all’interno dell’Unione europea – ha appena annunciato di aver raddoppiato i finanziamenti offerti a ricercatori che desiderano trasferirsi nel Vecchio Continente, portandoli a 2 milioni di euro per candidato. Una cifra che va a coprire i costi del trasferimento in un’istituzione europea e che può comportare l’allestimento di un laboratorio.
Un blocco di 12 nazioni dell’Ue sta collaborando per accelerare la concessione di visti, sovvenzioni e borse di studio per il trasferimento, nel tentativo di sottrarre cervelli statunitensi in linea con le proprie priorità strategiche. […]
In questo gruppo composto da Francia, Repubblica Ceca, Austria, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Spagna, Slovenia, Germania, Grecia, Bulgaria e Romania, manca però l’Italia che rischia di rimanere indietro nella corsa ad accaparrarsi cervelli. Anche perché altri Stati si stanno muovendo indipendentemente, oltre alle iniziative europee comuni.
In Germania, ad esempio, nell’ambito dei colloqui di coalizione per un nuovo governo, conservatori e socialdemocratici hanno elaborato piani per attrarre fino a 1.000 ricercatori, secondo documenti di negoziazione di marzo visionati da Reuters. «Il governo americano sta usando la forza bruta contro le università e i ricercatori americani stanno contattando l’Europa», ha dichiarato il mese scorso il futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz. «Questa è un’enorme opportunità per noi».
A Londra, il Grantham Institute dell’Imperial College, specializzato nella ricerca sul cambiamento climatico, sta creando almeno altri due posti per ricercatori statunitensi all’inizio della loro carriera e ha già registrato un netto aumento delle candidature, ha affermato il suo direttore del progetto, Joeri Rogelj.
La Libera Università di Bruxelles (Vub), ha annunciato la settimana scorsa l’apertura di 12 posizioni per ricercatori internazionali «con un focus specifico sugli studiosi americani». Anche l’Università francese di Aix-Marseille ha lanciato un «programma di spazio sicuro per la scienza», riferendosi a «un contesto in cui alcuni scienziati negli Stati Uniti potrebbero sentirsi minacciati o ostacolati nelle loro ricerche».
Nei Paesi Bassi, il governo intende istituire un fondo per attrarre i migliori scienziati stranieri e rafforzare gli obiettivi di «autonomia strategica» dell’Ue, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione, Eppo Bruins, in una lettera al Parlamento il 20 marzo.
Intanto, un sondaggio lanciato dalla rivista Nature ha chiesto agli scienziati americani se stanno valutando la possibilità di lasciare gli Stati Uniti a seguito dei disordini provocati da Trump. Degli oltre 1200 che hanno risposto, il 75% ha detto che sì, ci sta pensando.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
E POI C’È PIO V GHISLERI, GRANDE INQUISITORE, CHE PERSEGUITÒ GLI EBREI IN OGNI MODO … SONO SEPOLTI NELLA BASILICA ANCHE PAOLINA BONAPARTE, SORELLA DI NAPOLEONE E GIAN LORENZO BERNINI … C’È ANCHE IL PRINCIPE NERO JUNIO VALERIO BORGHESE, COMANDANTE DELLA Xª MAS
Da ieri Francesco riposa a Santa Maria Maggiore, la prima e più importante chiesa
romana dedicata alla Vergine. Fondata, secondo una leggenda, nel luogo di una miracolosa nevicata estiva avvenuta il 5 agosto dell’anno 358, data che ancora oggi la città festeggia con cascate di fiocchi (artificiali) e petali di rose.
1 Perché l’icona miracolosa Salus Popoli Romani è definita «acheropita»?
Acheropita, dal greco, significa «non dipinta da mano umana». L’immagine, per chi crede, sarebbe opera di San Luca.
2 Chi è sepolto nella cripta Borghese?
Oltre a Paolo V c’è il suo cardinal nepote, Scipione, collezionista geniale ma spietato, che dall’alto del suo potere, tra molte malefatte, fece sequestrare cento opere d’arte all’incolpevole pittore Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino. Altro personaggio notissimo che qui riposa, Paolina Bonaparte, moglie in seconde nozze di Camillo Borghese.
Sorella minore dell’imperatore (unico uomo cui fu fedele secondo molti storici) scandalizzò per le numerose relazioni amorose e per la decisione di posare nuda per Canova. C’è anche il principe nero Junio Valerio Borghese. Comandante della Xª Mas e combattente della Repubblica di Salò, a capo del fallito golpe neofascista del 1970, si rifugiò in Spagna dove morì nel 1974 tra misteri e sospetti di avvelenamento. Durante i suoi funerali la Basilica fu teatro di un’azione di facinorosi di estrema destra: la bara fu sottratta e portata in corteo, tra cori e saluti romani.
3 È vero che il re di Spagna potrebbe entrare in chiesa a cavallo?
Premesso che nessuno dei titolari del trono lo ha mai fatto, è una [convinzione diffusa. Di certo i re spagnoli sono legatissimi a questa chiesa di cui sono protocanónigos honorarios. Quintali di oro, il primo proveniente dall’America appena scoperta, giunsero in dono dai re cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, per rivestire il soffitto della chiesa. Dopo di loro importanti donazioni furono fatte da Carlo V e Felipe IV (una sua statua si trova nell’atrio).
4 È qui la tomba del Bernini?
Sì, anche Gian Lorenzo riposa qui. La sua pietra sepolcrale è ai piedi dell’altare maggiore.
In una notte d’estate del 1630 l’artista per gelosia fece sfregiare la sua amante. Lui fu graziato dal Papa e proseguì la sua carriera. Lei, Costanza Bonarelli, venne reclusa in un monastero con l’accusa di adulterio. Anche la sua tomba, di cui però si son perse le tracce, si trova nella chiesa.
5 Chi sono gli artisti che hanno lavorato nella Basilica?
Fra i pittori, il «divino» Guido Reni e Giovanni Baglione.
6 Chi era António Manuel ne Vunda, detto «Negrita»?
Fu il primo ambasciatore africano, del regno del Congo, a giungere a Roma per incontrare Paolo V. Dopo un viaggio durato quattro anni, morì poco dopo, la notte dell’Epifania. È sepolto qui e il busto del monumento sepolcrale, opera di Francesco Caporale (1608),
7 Quanti sono i Papi sepolti nella Basilica?
Otto, con Francesco. Tra loro anche Clemente VIII Aldobrandini, responsabile delle condanne a morte di Beatrice Cenci, decapitata, e Giordano Bruno, arso vivo in Campo de’ Fiori. E poi c’è Pio V Ghisleri, Grande Inquisitore, unico Papa proclamato santo in sei secoli (tra 1313 e 1954), ma che perseguitò gli ebrei in ogni modo, rinchiudendoli nei ghetti.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
I NUOVI REQUISITI PER I DIPENDENTI FEDERALI
Ne parla il Wall Street Journal: sarà questa la scala su cui verranno valutati i funzionari di alto livello
Sei assunto ma solo se sei fedele a Donald Trump. La Casa Bianca si sta muovendo per rafforzare il controllo sulle assunzioni e sui licenziamenti dei dipendenti federali, centralizzando nell’Ufficio di Gestione del Personale le decisioni in vista del ritiro di Elon Musk dal suo ruolo al Doge. A riportare la notizia è il Wsj, dimostrando in base a documenti che i funzionari di alto livello saranno valutati sulla loro «fedele amministrazione della legge e delle politiche del presidente», secondo due promemoria del direttore ad interim dell’ufficio del personale, Chuck Ezell. Le agenzie federali sono invitate ad adottare il nuovo piano entro l’inizio dell’anno fiscale 2026.
I nuovi assunti? Solo dopo la fine del blocco, prorogato fino a metà luglio
In precedenza, il personale veniva valutato in base alle sue competenze in ambiti quali l’acume aziendale, le capacità di leadership, la capacità di creare relazioni e i risultati. Musk ha dichiarato martedì che si sarebbe ritirato dalla guida del DOGE. Un funzionario dell’Ufficio per la Gestione del Personale (Office of Personnel Management) degli Stati Uniti ha detto in forma anonima al quotidiano che l’agenzia sta esaminando nuove posizioni, esenti dal blocco delle assunzioni a livello governativo istituito il primo giorno di mandato del Presidente Trump. Attualmente lo stop ai nuovi contratti è stato recentemente prorogato fino a metà luglio. La Casa Bianca non ha commentato al Wsj le indiscrezioni riportate.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
LE RISORSE COLLETTIVE VENGONO UTILIZZATE PER COPRIRE IL RISCHIO DELLE AZIENDA PRIVATE, ASSICURAZIONI COMPRESE
Il mercato e la conseguente finanziarizzazione della salute avanzano inarrestabili,
svuotando il Servizio sanitario nazionale (Ssn) e andando a riempire le tasche, già ricolme, dei privati.
Domani ha già raccontato di come il governo chieda alla cittadinanza di metter mano al portafogli per sottoscrivere polizze assicurative per avere servizi che dovrebbero essere già garantiti dallo Stato.
Ma, oltre a questo, il Consiglio dei ministri ha recentemente approvato un decreto-legge che introduce una novità per il personale scolastico, tutta a vantaggio dei privati: un’assicurazione sanitaria integrativa finanziata dallo Stato con un investimento di 220 milioni in 5 anni.
La misura, fortemente voluta dal ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, sarà rivolta a circa un milione di docenti e personale Ata che operano nelle scuole italiane.
Pierino de Silverio, segretario nazionale del sindacato medico Anaao-Assomed, a Domani ha detto: «Un passo deciso verso una modifica, non positiva, del Ssn. Le cure nel nostro paese sono sempre state pubbliche e abbiamo combattuto per questo. Le polizze integrative, soprattutto se non regolamentate, vanno nella direzione opposta». D’altronde la deriva privatistica di questo paese la si evince dai numeri: circa 20 milioni di persone hanno stipulato una polizza sanitaria integrativa nel 2022, e sono in crescita anche gli iscritti a fondi e casse di assistenza.
Privatizzazione della sanità
Ma come si declina, in Italia, l’offerta sanitaria? Si articola su tre pilastri: il primo è rappresentato dal servizio sanitario pubblico, che eroga livelli essenziali di prestazioni (Lea) secondo criteri di universalità, uguaglianza ed equità nell’accesso alle cure.
Il secondo è costituito da schemi collettivi di assistenza sanitaria (fondi sanitari, società di mutuo soccorso, casse), che erogano prestazioni integrative rispetto ai Lea e agiscono sulla base della ripartizione del rischio fra gli aderenti. Il terzo pilastro è infine identificato da forme individuali di assistenza sanitaria, ovvero le polizze sanitarie individuali, che operano secondo una logica assicurativa sulla base di stime probabilistiche relative alle frequenze e al costo dei sinistri.
In sintesi, la spesa privata, in Italia, incide per quasi un quarto della spesa sanitaria complessiva.
Vittorio Agnoletto, medico di Medicina democratica, spiega che lo sviluppo della sanità privata è il risultato del continuo arretramento da parte del servizio sanitario pubblico: «Dal 2010 a oggi sono stati tagliati 36 miliardi di finanziamenti alla sanità, e questo ha fatto diminuire il livello, la qualità e la quantità dell’assistenza pubblica».
È stato permesso anche di inserire i servizi privati all’interno del Ssn attraverso i meccanismi della convenzione: «In parecchie regioni, con la Lombardia in testa, qualunque privato chieda di entrare in convenzione con il Ssn può entrarci. Vengono a fare concorrenza al pubblico, facilitate dal modo di gestione delle autorità che hanno la responsabilità a livello regionale e locale».
Questo corre di pari passo alla chiusura di strutture e ospedali pubblici: «Dove spesso, nello stesso territorio, un gruppo privato apre i battenti con una clinica che lavora proprio nel settore del presidio sanitario pubblico chiuso».
Il dato corrisponde, secondo Agnoletto, a una precisa scelta politica: «Il dato della regione Lombardia dopo la pandemia ci racconta che i posti letto sarebbero dovuti aumentare di 4.000 unità e, invece, sono diminuiti di 1.400 posti. Di fronte a questo dato, è evidente che il privato coglie l’opportunità». Questo accade quando chi gestisce la sanità pubblica lo fa privilegiando gli interessi dei privati e non quello della cittadinanza.
Le polizze salute
Secondo il report della Banca d’Italia del 2023, i consumi sanitari costituiscono, in media, il 4-5 per cento della spesa delle famiglie. In termini assoluti, la spesa sanitaria privata è molto concentrata tra le famiglie più abbienti.
I dati raccontano che il 13 per cento delle famiglie italiane aveva sottoscritto almeno un’assicurazione sanitaria. Circa il 75 per cento dei nuclei familiari risiede al Nord e il 53 per cento della famiglie titolari delle polizze sanitarie appartiene al quintile di reddito più alto della popolazione italiana.
Per Agnoletto ciò significa che le polizze diventano «uno strumento in mano alla popolazione più ricca per garantirsi un’assistenza sanitaria al di fuori delle regole del Ssn».
Questa è una cosa rischiosa, perché tutte le ricerche internazionali «dicono che un sistema sanitario funziona meglio quando tutta la popolazione ne beneficia. Se le classi sociali più ricche escono e vanno sulle assicurazioni private, il Ssn si svuota e c’è molto meno interesse politico a sostenerlo».
La stragrande maggioranza di queste assicurazioni «è a propria volta collegata a fondi finanziari. Questo modifica totalmente il concetto di mutualità del Ssn». Trasformando i fondi in canali di raccolta di premi, «si va a creare un meccanismo di universalismo differenziato: l’accesso alla prestazione la ottiene solo chi paga di tasca propria».
La finanziarizzazione
Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale Society for International Development (Sid), racconta a Domani che il paradigma assicurativo per la sanità è diventato un modello affermato su scala internazionale.
Non solo nei paesi industrializzati, ma anche nei paesi del Sud del mondo: «Specula e guadagna dalla capacità di pagamento dei pazienti del mondo ricco ma riesce, come un camaleonte, a mimetizzarsi come “benefico” per i paesi del
Sud del mondo, che non hanno sistemi sanitari pubblici, o quelli che avevano sono stati erosi da un’ingiustizia finanziaria strutturale; come l’asservimento del debito estero».
Il sistema globalizzato funziona ovunque nello stesso modo, crea una sorta di sartoria assicurativa, a beneficio dei ricchi: «Scatta a un certo punto un bonus più alto, per cui quello che ti veniva riconosciuto non viene più coperto dal secondo o terzo anno.
La spesa del premio aumenta e, per potersela permettere, bisogna rinunciare a essere coperti per alcune prestazioni». Per Dentico le formule assicurative sono strettamente associate «alla privatizzazione della salute e all’utilizzo delle finanze pubbliche per fare copertura di rischio dei privati, che investono in questo settore».
Spesso le stesse assicurazioni sono quelle che investono nella costruzione di ospedali privati, cliniche e centri di ricerca «che dovrebbero essere usati per dare maggiore copertura alle persone vulnerabili, e poi viene fuori che chi le usa di più sono le fasce di popolazione più abbienti».
C’è anche una questione di disparità di classe, dunque: le polizze vanno a salvaguardare la cura delle persone più benestanti, a scapito di chi ne avrebbe davvero bisogno. C’è una spinta del mercato dei privati che hanno visto, nella crisi e nel depotenziamento dei governi al sistema sanitario nazionale, una ghiotta occasione di guadagno. Dentico conclude: «Il mercato risponde a tutti i bisogni, senza scrupoli e a pagamento. La persona che paga dieci euro al mese una polizza è invitata al banchetto, con tanto di tavola della sanità privata imbandita, in cui avrà molto meno rispetto a chi paga 100 o 200 euro al mese».
A coloro che pagano si può dare tutto. Agli altri arrivano le briciole, mentre il sistema sanitario pubblico arranca: «La salute, soprattutto dopo il Covid, è diventata un settore di grande profittabilità».
I soldi pubblici, per Dentico, «sono spesso utilizzati per i privati. Servono a fare il derisking degli investimenti». I fondi pubblici, dunque, invece di essere usati per fare investimenti nella salute pubblica, vengono utilizzati per la copertura del rischio dei privati, assicurazioni comprese. Pertanto queste ultime spopolano: «La finanziarizzazione della salute è mercificazione della salute».
Non è più luogo di diritto, ma un posto dove si fanno profitti, che spesso sono di natura speculativa: i pochi gruppi esistenti controllano il mercato. Salute Spa
non è solo una profezia, ma una realtà preoccupante e tangibile.
(da editorialedomani.it)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
GASPARRI SI AVVICINA AL MINISTRO DEL TESORO E SEMBRA VOGLIA SONDARE IL TERRENO SULL’ESISTENZA DI FONDI PER UN PROGETTO CHE GLI STA A CUORE MENTRE VALDITARA CIEDE LA CREMA SOLARE
Quando il feretro di papa Francesco viene riportato nella Basilica di San Pietro e le campane suonano a lutto, Elly Schlein si commuove E non trattiene le lacrime. È la leader che meno ha conosciuto il pontefice, eppure al termine delle esequie appare la più commossa. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, è arrivato tra i primi insieme alla figlia Laura. Ha reso omaggio a papa Francesco con un minuto di raccoglimento davanti al feretro
Sotto la scalinata, invece, ci sono i politici italiani. Abiti e occhiali scuri, il sole inizia a scaldare la piazza. «Hai la crema solare? Me la presti?», chiede il ministro Giuseppe Valditara a un vicino. E quindi: «Grazie, mi hai salvato». Nei tanti capannelli si parla anche di questa giornata così calda: «Francesco se la meritava». Tutto in un clima di grande concordia.
Tanto che il presidente M5s Giuseppe Conte chiacchiera con Mario Draghi, l’ex premier che i pentastellati fecero cadere nel 2022 anche sulla questione dell’invio delle armi in Ucraina, accusando l’allora presidente di sfuggire al confronto in Parlamento. Il siparietto non può sfuggire e Conte non nasconde un certo disagio: «Saluti di cortesia», taglia corto quando gli si fa notare che l’immagine è piuttosto singolare.
Poi, ironia della sorte, i due capitano seduti l’uno accanto all’altro, prima fila. «Oggi il protagonista è il Papa, non siamo io e Draghi», dice sfilando via verso Santa Marta, l’uscita riservata alle autorità. E con lo sguardo e mezze parole fa notare quanto sia stata «alta» l’omelia del cardinale Giovanni Battista Re che ha elogiato la voce di papa Francesco che «implorava la pace» e ha ricordato la messa celebrata al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Passaggi del discorso che anche i big del centrosinistra, seduti in seconda fila, hanno molto apprezzato. Schlein, accompagnata dalla capogruppo alla Camera Chiara Braga, siede accanto a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs, e a Riccardo Magi di +Europa. Italia viva non è tra loro. Quando il cardinale Re parla di pace e di migranti annuiscono tutti in un modo sincronizzato.
L’esecutivo? Tranne la premier Giorgia Meloni e i suoi due vice Matteo Salvini e Antonio Tajani che si trovano sul sagrato, i ministri sono quasi tutti in prima fila: Anna Maria Berini, Adolfo Urso, Francesco Lollobrigida, Giancarlo Giorgetti. Alessandro Giuli in seconda. Ascoltano l’omelia, quel passaggio sull’accoglienza dei migranti così duro nel ricordare il viaggio del Papa a Lampedusa forse non lo aspettavano. Da lontano si sentono arrivare gli applausi della folla. Alcuni esponenti del centrosinistra si accodano, il centrodestra resta freddo.
C’è il leader di Italia viva Matteo Renzi. Chiacchiera un po’ con tutti. Saluta anche il presidente francese Emmanuel Macron nella piazza di Santa Marta. Per lui il posto è in prima fila accanto a Paolo Gentiloni, insieme agli ex premier. Pier Ferdinando Casini è il gran cerimoniere.
Zero politica, tanta formalità come l’evento richiede. Salvo qualche abboccamento. Maurizio Gasparri si avvicina al ministro del Tesoro e sembra voglia sondare il terreno sull’esistenza di fondi per un progetto che gli sta a cuore.
(da La Repubblica)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
UNA RICOSTRUZIONE VUOLE CHE IL PRESIDENTE FRANCESE E IL PREMIER INGLESE, AL PARI DI ZELENSKY, AVESSERO CONCORDATO FIN NEI DETTAGLI IL VERTICE TRA IL PRESIDENTE UCRAINO E TRUMP, FORMATO BILATERALE COMPRESO… LO SMACCO E’ PESANTISSIMO: L’ITALIA E’ STATA ESCLUSA DA UN MOMENTO STORICO (E DA UNA FOTO MEMORABILE) PROPRIO MENTRE GIOCAVA “IN CASA” – C’E’ POCO DA FRIGNARE: IL GOVERNO ITALIANO HA SCELTO DI NON FARE PARTE DEL GRUPPO DEI “VOLENTEROSI” A SOSTEGNO DI KIEV, PER NON IRRITARE LA CASA BIANCA, E ORA SE LA PIJA IN SACCOCCIA
Non una semplice foto. Piuttosto, la traccia di una spietata battaglia diplomatica che
da mesi divide Roma e Parigi. Un colpo inferto dall’Eliseo a Palazzo Chigi, questa la tesi ufficiosa degli italiani, con la complicità più o meno consapevole di britannici e ucraini. In cui lo storico scatto che ritrae Donald Trump,
Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e Keir Starmer nella basilica di San Pietro diventa dunque il simbolo di un’esclusione pesante: quella di Giorgia Meloni.
La storia va raccontata dall’inizio, con un’avvertenza: si fa fatica a distinguere i fatti dal veleno, le posizioni della vigilia da quelle che trapelano quando tutto è compiuto. L’unica certezza è proprio quella foto, che circola per il globo e non include la premier italiana. Per Roma, uno sgarbo deliberato. Con un’aggravante: tutto si consuma “in casa”, visto che le esequie si celebrano a Roma (anche se tecnicamente in territorio vaticano).
Di certo, la reazione italiana è veemente, rabbiosa. Il primo dato incontrovertibile è l’origine dello scontro. Da un paio di mesi, la crisi ucraina ha scavato un solco tra l’Italia e il tandem franco-britannico. Parigi e Londra si spendono per costruire una coalizione di “volenterosi” che bilanci le tesi di Donald Trump, arrivando a offrire la disponibilità per l’invio di un contingente di pace sul terreno.
Tra le grandi capitali continentali, l’unica a esporsi con decisione contro questa linea è proprio Meloni. Preoccupata di rompere con Washington, sempre pronta a rivendicare per Roma un ruolo di ponte tra l’Ue e la Casa Bianca. È la ragione per cui nelle ultime settimane i vertici operativi che si tengono a Parigi non prevedono la presenza italiana. Ma includono comunque gli Usa.
Sono scorie che disturbano la vigilia dei funerali del Papa E che spingono Meloni a frenare informalmente, in più occasioni, rispetto all’ipotesi di organizzare summit ufficiali a margine delle esequie.
È una linea che fa veicolare attraverso i suoi ministri più fidati. Pesa l’ambizione politica di organizzare sempre a Roma, nelle settimane successive, un vertice Usa-Ue che dia seguito alla proposta lanciata durante la visita alla Casa Bianca. Senza trascurare un altro timore: quello di rimanere esclusa, su input di Macron, da una riunione del Quint sull’Ucraina.
Queste stesse scorie arrivano ieri fin dentro la basilica. E scatenano ricostruzioni che faticano a combaciare. Innanzitutto: come nasce la fotografia a quattro? Un primo fatto è che lo scatto viene diffuso dallo staff ucraino. Per Roma, però, il risalto dato è opera dei francesi, in modo da colpire Meloni: i leader, infatti, si sarebbero intrattenuti soltanto per alcuni secondi. Vero, ma con una postilla decisiva veicolata dalle diplomazie europee: il francese e l’inglese,
al pari di Zelensky, avrebbero concordato fin nei dettagli il vertice tra il presidente ucraino e Trump. Formato bilaterale compreso.
È un tassello negato con decisione da palazzo Chigi. Dal pomeriggio, iniziano a diffondersi ricostruzioni alternative. La prima, difesa con le unghie e con i denti: Meloni ha concordato ogni mossa con Trump, altro che esclusione. Tutto le era noto, compreso il bilaterale informale in basilica. E ancora: a dispetto dello scatto, Macron sarebbe stato escluso dal confronto tra il tycoon e Zelensky. Il video che immortala quei momenti, in realtà, non offre conferme: il presidente francese saluta l’ucraino e indica Trump, Zelensky annuisce, l’americano prende il braccio di Macron e sussurra alcune parole di spiegazione. Le sedie disposte nella navata passano da tre a due: per i meloniani, il segno di un’esclusione eclatante, per gli ucraini il frutto della decisione di non coinvolgere l’interprete.
E ancora, a dare retta a fonti ufficiose: Meloni sarebbe stata addirittura rallentata da uomini della sicurezza trumpiana mentre si avvicinava ai quattro, ecco spiegata l’assenza dalla foto. Anche in questo caso, le immagini non chiariscono: mentre i quattro si parlano, la Rai pare inquadrare la premier seduta in piazza. Di certo, a sera l’aria è pesante. E un altro video, che circola su Tik Tok e proviene dal mondo renziano, immortala un attimo di autentico gelo tra Meloni e Macron: i due si incrociano in piazza, quasi si sfiorano con la spalla, ma evitano di guardarsi e stringersi la mano. Subito dopo, il francese saluta Matteo Renzi.
(da La Repubblica)
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
“I POTENTI DEL PIANETA DIMENTICANO I SONORI SCHIAFFONI CHE SI SONO BECCATI DAL GESUITA ARRIVATO DALLA FINE DEL MONDO PER STARE CON GLI ULTIMI DEL MONDO, E NON CON LORO”
Hanno messo via i rosari. È il momento dei fiori, delle rose rosse e delle margherite che sono pronti a lanciare, qui, in questo funerale da marciapiede, lungo le strade del centro storico di Roma: un funerale militante, profondamente bergogliano, pieno di fede e di riconoscenza cominciato appena la papamobile con il feretro di Francesco ha varcato la Porta del Perugino,
un quarto d’ora dopo la conclusione delle esequie ufficiali, per quanto snelle e scarsamente pompose, tra un bilaterale e l’altro celebrate comunque al cospetto
dei potenti del pianeta vestiti di nero e quindi anche di alcuni sguardi di circostanza, in qualche caso davvero falsamente luttuosi, come se certi personaggi avessero dimenticato i sonori papagni che, in questi dodici anni, si sono beccati dal gesuita arrivato dalla fine del mondo per stare con gli ultimi del mondo, e non con loro.
Scena di folla in attesa — alla fine scopriremo d’essere oltre 150 mila — ma tutti, com’è ovvio, siamo costantemente connessi, i cellulari collegati al web, alle dirette video, i telecronisti che raccontano l’avanzare del corteo funebre anche a chi è dietro le transenne che chiudono l’accesso alla basilica di Santa Maria Maggiore, dove Francesco ha chiesto di essere sepolto.
Il colpo d’occhio, lungo i sei chilometri del percorso, è strepitoso: certi si sono pure arrampicati sui lampioni, e poi c’è gente alle finestre, o in piedi sui tetti delle auto. I romani, tanti, tantissimi, sono mischiati ai pellegrini. Le suore accanto ai boy scout, gli autisti dell’Atac a fine turno e i papà con i figli sulle spalle per farli assistere al passaggio di questo prete argentino che ha rivoluzionato il linguaggio, gli argomenti, lo stile del papato. E che è stato, e ancora è, stupendamente divisivo: o stavi con lui o contro di lui.
Per questo, oggi, sono venuti tutti proprio per dire in mondovisione che erano con lui, e che è la sua Chiesa quella che vogliono. L’ingresso del corteo in piazza Venezia è salutato da un boato da stadio. Bolgia di selfie e di video: tutti hanno la netta percezione di assistere a un evento assoluto. Del resto, gli storici ricordano, in età contemporanea, solo due altre traslazioni.
Quella di Pio IX, l’ultimo Papa Re, nell’estate del 1881, fu particolarmente travagliata: nonostante si fosse deciso di trasportare il feretro dal Vaticano alla basilica di San Lorenzo con il favore delle tenebre, un gruppo di fanatici liberali organizzò un agguato, cercando di gettare la bara nel Tevere.
Ben diverso, invece, il trattamento riservato al corteo con cui la salma di Pio XII, deceduto nella residenza di Castel Gandolfo, dopo una lunga agonia, fu riportata in Santa Sede: quel Papa era amatissimo dalla popolazione romana per il ruolo assunto durante l’occupazione nazista, e il suo carro sfilò tra ali di fedeli in lacrime.
Niente a che vedere, comunque, con ciò che sta accadendo ora, sotto il sole a picco, mentre la papamobile ha quasi risalito via Merulana e, dall’intensità degli applausi che diventano sempre più fragorosi, s’intuisce sia ormai a poche
centinaia di metri da questa basilica, il più antico santuario mariano dell’intero Occidente.
Bergoglio veniva abitualmente a pregare davanti all’immagine della Madonna nell’icona bizantina denominata Salus Populi Romani già quando, da arcivescovo di Buenos Aires, capitava a Roma: qui, del resto, celebrò la prima messa, nel Natale del 1538, sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, l’ordine religioso al quale apparteneva.
Il cardinale Rolandas Makrickas, custode della basilica, dove già riposano sette Papi, ha raccontato: «Francesco mi disse che era stata la Madonna a dirgli di farsi seppellire qui».
Sul sagrato, ad accogliere il feretro, ci sono quaranta emarginati, senzatetto, tutti amici del Pontefice defunto.
Fabrizio Roncone
per il “Corriere della Sera”
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Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL RUOLO DI COMPOSIZIONE DELLA DIPLOMAZIA VATICANA CHE SI E’ MESSA A DISPOSIZIONE PER FACILITARE IL DIALOGO TRA I DUE, PERSINO NELLA BASILICA DI SAN PIETRO … IL GUIZZO DI MONSIGNOR SAPIENZA CHE PORTA LE POLTRONCINE E DELLA CAPA DEL CERIMONIALE DI KIEV CHE SCATTA LA FOTO STORICA
Non è la perfezione a spingere la foto nella Storia, quanto piuttosto l’istante di verità
che riesce a cogliere di una narrazione imprevista, di un incontro fuori programma ma non casuale. Organizzato all’ultimo ma pensato da tanto. Si vede nella postura scomoda di quei due potenti, in disparte nella basilica più sacra e nel momento più solenne, anche se l’inquadratura è un po’ storta. […] Trump e Zelensky, seppur leggermente sovraesposti in un confessionale improvvisato dove non è chiaro chi sia il peccatore e chi l’assolutore.
Si vede, ancora, nel monsignore che accosta alla parete di marmo la terza sedia che non è servita. E che non sa di essere entrato di spalle nell’immagine che tutto il mondo ricorderà. Quando la direttrice del protocollo presidenziale ucraino che accompagna Zelensky estrae dalla borsa il telefonino e scatta la foto — la prima di una serie di tre — le esequie di Papa Francesco non sono ancora cominciate. Sono le 9.30.
La bara di cipresso con la salma di Bergoglio è in fondo alla navata centrale, a una settantina di metri. Attorno ai due interlocutori, a distanza, ci sono Andriy Yermak, capo dell’ufficio del presidente ucraino, il ministro degli Esteri Andrij
Sybiha, l’assistente di Trump Dan Scavino e monsignor Javier Domingo Fernàndez Gonzàlez, responsabile del protocollo della Segreteria di stato della Santa Sede. Spettatori di un momento storico che non riescono a udire.
Il proscenio del colloquio, a tratti bisbigliato, è maestoso: la Cappella del fonte battesimale, più due sedie di legno rivestite di tessuto damascato, rimediate in fretta da monsignor Leonardo Sapienza, curiale compassato e taciturno, che prima degli altri si è accorto che Zelensky e Trump intendevano parlarsi ma non in piedi. Sapienza è quindi uscito sul sagrato e ha sottratto tre sedie dai filari già disposti per le autorità straniere. Tre perché riteneva, sbagliando, che il presidente degli Stati Uniti e il presidente dell’Ucraina avessero bisogno di un interprete per confrontarsi sui concetti opposti di pace giusta.
Due mesi fa il loro faccia a faccia è stato un disastro in mondovisione. Questa però non è la Casa Bianca, è la casa di Dio, non si può alzare la voce, la regola è ascoltare l’altro. E infatti la chiacchierata, durata quindici minuti, ha un altro esito. […] l’incontro non è stato fortuito: ha cominciato a concretizzarsi alla vigilia della trasferta romana per l’ultimo addio al Pontefice della pace.
Venerdì Zelensky non è sicuro di partecipare. Trump [ lancia un segnale prima di salire sull’Air Force One che lo porta in Italia. «Se incontrerò Zelensky? È possibile». A quel punto i diplomatici si mettono a lavorare per organizzare un bilaterale vero, coi crismi dell’ufficialità. La sede c’è: Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano nel quartiere Parioli, a poche centinaia di metri dall’hotel dove Zelensky soggiornerà con la first lady. «I tempi però erano stretti, Trump prevedeva una permanenza a Roma troppo breve per un vertice». Dal suo arrivo alla ripartenza, infatti, non trascorreranno più di 15 ore. La soluzione è il colloquio al volo. Breve ma di contenuto.
E a condizione che sia protetto, dove i due presidenti si possano guardare negli occhi senza estranei e senza un vicepresidente provocatore come J.D.Vance ad attizzare gli animi. È un’idea che il premier inglese Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron coltivano da tempo: si sono convinti che Trump, fuori dal suo inner circle, sia più ragionevole, meno impulsivo.
Stavano lavorando da un po’ per mettere Zelensky e il tycoon in condizioni di parlare senza interferenze e i funerali papali diventano l’occasione ideale. La Santa Sede viene informata dell’incontro nella notte tra venerdì e sabato e gli alti prelati sono d’accordo: la diplomazia vaticana si mette a disposizione per facilitare il dialogo tra i due, dovunque essi vogliano vedersi. La basilica di San Pietro appare a tutti un luogo consono.
Il piano è vedersi trenta minuti prima dell’inizio della liturgia, previsto per le 10. Nella basilica di San Pietro si fanno trovare, non a caso, sia Macron sia Starmer, che infatti incrociano il contemporaneo arrivo di Trump e Zelensky e quasi li accompagnano a sedersi sulle sedie rimediate da monsignor Sapienza. Poche battute, poi l’inglese e il francese lasciano da soli l’ucraino e l’americano.
(da La Repubblica)
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