Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
SALVINI TRADISCE IL VENETO E ZAIA, IN CAMBIO VUOLE CONSERVARE LA LOMBARDIA
Il vertice di maggioranza sulle Regionali non s’ha da fare. Da giorni si parla
dell’incontro tra i tre leader – Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani – chiamati a decidere i nomi da schierare nella corsa alle prossime elezioni, ma l’appuntamento continua a slittare. Nel frattempo, mentre si attende la data ufficiale della chiamata alle urne, iniziano a prendere forma diversi scenari.
Tutte le attenzioni del centrodestra sono rivolte al Nord: occhi puntati sul Veneto, la terra del doge Luca Zaia, e la Lombardia, che andrà alle elezioni in una finestra temporale compresa tra il 2027 e il 2028. Ma c’è di più: secondo alcune indiscrezioni, Fratelli d’Italia starebbe valutando l’ipotesi di spostare la tornata elettorale in primavera, per tenere separate le Regionali dai lavori sulla manovra, che in autunno entrano nel vivo e impegnano l’Esecutivo fino a fine dicembre.
Elezioni e Legge di bilancio
Si starebbe infatti riaprendo l’ipotesi di fissare le elezioni nella
tornata primaverile, sebbene nelle ultime settimane l’appuntamento autunnale fosse stato dato quasi per certo. Un po’ per la fretta di Francesco Acquaroli – governatore delle Marche – di andare al voto addirittura prima di ottobre, e un po’ perché molti mandati, di fatto, si esauriscono proprio nell’autunno del 2025. Ma l’idea di un election day nel 2026 era già stata messa sul tavolo quando si ipotizzava di scegliere una data che facesse coincidere regionali e comunali. Ora però c’è qualche elemento in più, perchè le valutazioni starebbero venendo da FdI. Il centrodestra è dato in difficoltà in almeno tre delle regioni che andranno al voto (Marche, Toscana e Puglia). E, se le elezioni cadessero in autunno, le eventuali sconfitte si sommerebbero ai delicati lavori sulla legge di bilancio. Una manovra lunga, che impegna il governo da settembre in poi e in cui si definiscono le priorità economiche per l’anno successivo. Non proprio il contesto ideale per affrontare una sconfitta elettorale. Un passo falso in piena corsa, insomma.
Alla Lega la Lombardia
Poi c’è la questione della spartizione delle Regioni. E Salvini – confermano – starebbe puntando tutto sulla Lombardia. Nato e cresciuto a Milano, il segretario non vuole mollare la sua terra. Da qui prende corpo una teoria che da giorni rimbalza tra i parlamentari, dalla destra fino al centrosinistra: la bocciatura dell’emendamento sul terzo mandato, infilato in fretta e furia nel ddl sugli assessori regionali per consentire a Zaia di ricandidarsi un’altra volta, non sarebbe stato un inciampo, ma un autosabotaggio vero e proprio. L’emendamento è stato affossato in commissione Affari Costituzionali al Senato lo scorso 26 giugno. Dal segretario del Carroccio, però, nessuna parola. Come se la faccenda fosse da chiudere il prima possibile. Il motivo, sussurrano in ambienti parlamentari, è piuttosto chiaro: pur di blindare la Lombardia, Salvini sarebbe pronto a cedere il
Veneto a Fratelli d’Italia. Un Veneto in cui – va ricordato – Zaia gode ancora di un largo consenso, a quindici anni dal suo primo mandato. Ma ogni concessione ha un prezzo. Per tenersi stretto il suo fortino lombardo, al leader leghista potrebbe essere chiesto in cambio – riferiscono fonti – di rinunciare a ministeri o sottosegretariati nel prossimo governo targato Meloni a cui la maggioranza attuale sta già pensando.
E il Veneto?
E il Veneto passerebbe così nelle mani di Giorgia Meloni. Tra i nomi più appetibili già circola quello di Luca De Carlo, senatore di Fratelli d’Italia, nato nel Bellunese. Voci di corridoio lo indicano come il possibile uomo scelto da Giorgia per conquistare la terra del Doge. Interpellato da Open, però, risponde con cautela: «I veneti ci chiedono unità, e credo che ci si debba concentrare sulle risposte da dare a imprese e cittadini, più che su chi sarà il candidato». Non si sbottona. In cambio, Zaia potrebbe mantenere un certo peso politico a Palazzo Balbi scegliendo alcuni assessori di rilievo da inserire nella squadra di governo regionale.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
MENO 30 MILIONI, MA AUMENTA LE SPESE PER AFFITTI, STAFF E TASK FORCE
Una spending review da 30 milioni di euro solo nel 2024. Che va a incidere anche su alcune spese più care alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: le periferie del Mezzogiorno, i contesti urbani marginalizzati, il sostegno agli enti del terzo settore. A fronte di questi tagli, in alcuni casi anche lineari, Palazzo Chigi nell’ultimo anno ha dovuto fare i conti con l’aumento delle spese per il personale, gli staff, le strutture di missione ma anche i viaggi all’estero e gli affitti per immobili.
È questo il contenuto del rendiconto della Presidenza del Consiglio firmato il 10 giugno scorso da Giorgia Meloni che Il Fatto ha letto in anteprima: 504 pagine in cui viene riportato lo stato dei conti di Palazzo Chigi al 2024, con il relativo raggiungimento degli obiettivi, dipartimento per dipartimento.
Nella relazione, che il governo ha trasmesso alle Camere nei giorni scorsi, si fa una premessa: per quanto i dati macroeconomici negli ultimi mesi siano stati positivi, anche nel 2024 si è deciso di tenere un approccio “improntato a criteri di particolare prudenza ed essenzialità” e quindi alla spending review: se ai ministeri nel 2024 è stato chiesto di tagliare 1,2 miliardi, Palazzo Chigi ha contribuito con una riduzione della spesa di 29 milioni di euro. Cifre simili dovranno essere tagliate nel 2025 e 2026. Per quanto riguarda gli stanziamenti totali del 2024 sono superiori a 15 miliardi, con entrate poco sopra i 6 miliardi.
Ogni dipartimento di Palazzo Chigi – in tutto si tratta di 21 “centri di responsabilità” – ha contribuito a ridurre le spese nel 2024. Tra i principali capitoli oggetto di riduzione dei costi
compaiono alcune voci significative: le risorse destinate al Fondo per i comuni marginali è passato da 163 a 20 milioni (-143) mentre il Fondo complementare Pnrr legato agli “ecosistemi per l’innovazione al Sud in contesti urbani marginalizzati” da 70 a 33 milioni, con un calo di circa 36. A questi si aggiungono i fondi per il monitoraggio delle grandi opere che subiscono una riduzione ben minore (pari a 42 mila euro) mentre rispetto al 2023 non sono state previste le risorse per il Fondo a sostegno degli enti del Terzo settore e degli enti religiosi utili a far fronte ai costi energetici. La voce di spesa “comunicazione” si riduce del 46% soprattutto per la riduzione del fondo straordinario per l’Editoria che nel 2023 era di 140 milioni. Una riduzione dei costi si registra anche sul fronte del contenzioso che scatta per il mancato rispetto di direttive comunitarie o condanne della Corte europea dei Diritti dell’uomo: nel 2024, Palazzo Chigi ha speso 52 milioni in meno rispetto agli 87 del 2023.
I voli di Stato, sia quelli utilizzati dalla presidente del Consiglio che dai ministri, sono stati utilizzati meno del previsto: se gli stanziamenti sono aumentati passando da 140 a 200 mila euro, la capacità di pagamento è inferiore del 27% dovuta al “minor utilizzo del servizio”. Quanto ai dipartimenti gli unici che hanno tagliato i fondi sono Affari europei (che risponde al ministro Tommaso Foti) e Riforme (Maria Elisabetta Alberti Casellati), mentre per tutti gli altri la spesa è in crescita. I singoli ministri però hanno deciso anche di ridurre le spese non ritenute necessarie: il titolare dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani, per esempio, non ha fatto richieste di acquisto di giornali e riviste e spese di rappresentanza, stessa cosa del collega Foti. Il dipartimento del Programma guidato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari invece ha preferito fare riunioni online al posto di missioni sul territorio.
A fronte dei tagli, però, Palazzo Chigi nel 2024 ha dovuto aumentare le spese relative al funzionamento della Presidenza del Consiglio specie per personale e cosiddetti servizi strumentali. Dunque, nel 2024 è aumentata la spesa per il personale passando da 311 a 346 milioni di euro. Questo è dovuto, si legge a pagina 39 del rendiconto, soprattutto perché Palazzo Chigi ha dovuto “far fronte alle gravi carenze di organico cumulatesi negli anni a causa dei numerosi pensionamenti avvenuti in vigenza di politiche di blocco del turnover del personale, in un’amministrazione caratterizzata da un’età media elevata”. In questo comparto aumentano le spese per gli uffici di diretta collaborazione – cioè gli staff a chiamata diretta – con un incremento di 76 mila euro mentre le strutture di missione legate al Pnrr passano da 17 a 19 milioni di euro.
Tra le altre spese a cui Palazzo Chigi ha dovuto far fronte c’è l’aumento per l’affitto dei locali della Presidenza del Consiglio che passa da 7 a 11 milioni di euro per i nuovi immobili in via Sicilia e via Sardegna con relativo aumento di personale. Tra gli incrementi di spesa c’è anche la manutenzione degli apparati tecnologici (da 10 a 18 milioni), le spese per esperti e studi (da 14 a 16), pulizia e facchinaggio (da 1 a 1,3 milioni) e gli eventi istituzionali da 450 a 900 mila euro.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
PERCHE’ L’AFRICA E’ COSI’ POVERA NONOSTANTE ORO E DIAMANTI
L’Africa è il continente più ricco dimaterie prime del pianeta: il 40% delle riserve
auree mondiali, il 30% di quelle minerarie, il 12% del petrolio e l’8% del gas naturale. Tanto dovrebbe bastare per garantire ai suoi 1,5 miliardi di abitanti un futuro di benessere. Dopo un secolo e mezzo di sfruttamento da parte dei governi coloniali instaurati da Francia, Gran Bretagna, Belgio, Germania, Spagna, Portogallo, 65 anni fa con l’inizio della decolonizzazione i 54 Paesi hanno preso in mano il proprio destino. Sulla carta. Nella realtà uscire da condizioni di sfruttamento secolare, dalle guerriglie fra fazioni per il controllo delle materie prime e dalla sistematica cleptocrazia dei governi, è ben più complesso.
Analizziamo le storie di 4 Stati tra i più ricchi di risorse minerarie ed energetiche: la Repubblica Democratica del Congo, leader nelle esportazioni di cobalto, coltan e rame; l’Angola e la
Nigeria con i loro enormi giacimenti di petrolio e lo Zimbabwe, sottosuolo pieno di oro, diamanti e litio.
Repubblica Democratica del Congo
Con una superficie di oltre 2 milioni di km², è un Paese grande quanto l’Europa occidentale. Ottiene l’indipendenza dal Belgio nel 1960, ma il leader democratico Patrice Lumumba dura solo 3 mesi, poi è deposto e fucilato con l’appoggio della CIA. Seguono anni di caos: nel 1965 il generale Mobutu prende il potere con un colpo di Stato e trasforma il Paese in dittatura rinominandolo Zaire. In 32 anni di potere accumula un patrimonio personale tra i 5 e i 15 miliardi di dollari, pratica il culto della personalità (anche sulle banconote c’è il suo volto), costruisce nella giungla una «Versailles africana» da 400 milioni di dollari dotata di bunker nucleare e pista d’atterraggio per il suo Concorde.
Negli anni ’90 il Paese è devastato dalla crisi economica e Mobutu, malato di cancro alla prostata, scappa e muore in esilio in Marocco. Al suo posto subentra Laurent-Désiré Kabila che per finanziare l’assalto alla capitale Kinshasa chiede 20 milioni di dollari al commerciante di diamanti israeliano Dan Gertler. Come contropartita cede il monopolio su ogni diamante estratto dalle miniere del Paese. Morto Kabila senior, subentra il figlio Joseph, che continua il saccheggio e crea uno Stato parallelo i cui fondi neri servono a comprare le elezioni e a gestire vaste reti clientelari. Il Paese è devastato da guerre etniche e conflitti regionali, e la Seconda guerra del Congo (1998-2003) causa 5,4 milioni di morti. Il primo trasferimento di potere senza violenza avviene solo nel 2019, quando Felix Tshisekedi diventa presidente, confermato nel 2023. Sulle miniere che si trovano nella parte orientale c’è il controllo dei ribelli M23 o di milizie corrotte e adesso, nella partita per lo sfruttamento delle risorse finora dominata dalla Cina, sono entrati anche gli Stati Uniti di
Donald Trump: in cambio della recente mediazione per la pace con il vicino Ruanda, spingono per una partnership commerciale che sa di neocolonialismo. Così nonostante la Repubblica Democratica del Congo produca il 70% del cobalto mondiale, il 36% del rame e il 30% del tantalio (metallo che si estrae dal coltan ed è utilizzato nei dispostivi elettronici come telefoni cellulari e computer) rimane uno dei Paesi più poveri al mondo. Su 100 milioni di abitanti, 5,6 milioni sono sfollati e 3 cittadini su 4 vivono con meno di 2,15 dollari al giorno. La malnutrizione causa quasi metà dei decessi infantili e il 42% dei bambini sotto i 5 anni presenta ritardi nella crescita.
Angola
L’Angola diventa indipendente nel 1975 e subito scoppia una guerra civile che dura 27 anni e provoca oltre 500.000 morti. Nel 2002 il Movimento Popolare di Liberazione (MPLA) trionfa e José Eduardo dos Santos, presidente dal 1979, instaura un regime corrotto. L’economia cresce grazie al petrolio, ma i benefici vanno solo a vantaggio della ristretta cerchia politica e militare, con una gran parte delle entrate statali indirizzate verso conti bancari privati e società offshore. E’ nota la scandalosa speculazione di Kilamba, un quartiere residenziale con 20 mila appartamenti moderni costruito a 30 km dalla capitale Luanda, con un prestito cinese di 3,5 miliardi di dollari. Avrebbe dovuto ospitare 500.000 abitanti, ma per anni resta un villaggio fantasma, prima che il governo, con un enorme dispendio di denaro, lo rilanci abbassando drasticamente i prezzi. Nel 2011, il Fondo monetario internazionale scopre un buco di bilancio di 32 miliardi di dollari, legati alle vendite di petrolio: la maggior parte sono stati usati dalla compagnia statale Sonangol per tangenti e spese in nero. I fondi pubblici invece vengono dirottati sugli interessi vitali del regime: nel 2013 ben il 18% della spesa pubblica è utilizzato per la difesa e l’ordine interno.
Le accuse di corruzione non frenano dos Santos, che nel 2016 mette a capo della Sonangol sua figlia Isabel, nota come la «donna più ricca d’Africa» con un patrimonio da 3 miliardi di dollari, e che all’apice della carriera controlla gran parte delle società energetiche, del settore bancario e della comunicazione. Il crollo dei prezzi del petrolio e la successiva crisi economica costringono l’anziano dittatore a dimettersi nel 2017, lasciando spazio al suo vice João Lourenço, che punta sulla lotta alla corruzione prendendo di mira la famiglia dos Santos. Il patriarca muore dopo una lunga malattia a Barcellona nel 2022, mentre Isabel è costretta a fuggire prima in Portogallo e poi a Dubai. Su di lei pende un mandato di cattura internazionale. Oggi l’Angola resta un Paese non libero, con lo stesso partito al potere da 46 anni. Il reddito pro-capite è crollato da 5.000 a 2.300 dollari in dieci anni, un terzo della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e dall’inizio di quest’anno è in corso una grave epidemia di colera. L’economia è totalmente dipendente dal petrolio (il 50% del Pil e oltre il 90% delle esportazioni) che nel 2023 ha portato nelle casse dello Stato quasi 33 miliardi di dollari. Incredibilmente, però, l’Angola importa dall’estero l’80% di benzina e altri idrocarburi raffinati.
Zimbabwe
Lo Zimbabwe, ex colonia del Regno Unito, è stato uno degli ultimi Paesi africani a raggiungere l’indipendenza. La ottiene nel 1980, dopo una lunga lotta anticoloniale contro il governo razzista bianco della Rhodesia del Sud, guidato da Ian Smith. Alle elezioni vince sorprendentemente lo ZANU, il partito estremista di Robert Mugabe, nominato primo ministro. Mugabe ha alle spalle 11 anni in prigione e due tentativi di assassinio subiti durante la campagna elettorale. All’inizio si propone come leader conciliatore, ma nel 1983 i sanguinosi massacri tra i suoi sostenitori di etnia shona e quelli della minoranza ndebele,
segnano la fine dell’immagine di pacificatore. Nel 1987 cambia la Costituzione, concentra su di sé tutti i poteri ed inizia la persecuzione degli avversari politici e la censura. Alla fine degli anni ’90, di fronte a una grave crisi economica, Mugabe tenta il rilancio con l’esproprio delle fattorie dei bianchi: i terreni finiscono nelle mani della sua cerchia che gestisce anche le ricche miniere d’oro e diamanti con il supporto di compagnie straniere, soprattutto cinesi. Fame e disoccupazione raggiungono livelli drammatici, ma il dittatore, manipolando le elezioni, resta al potere. Accanto a lui c’è la seconda moglie, Grace Mugabe, che nei primi anni 2000 rastrella enormi profitti con il commercio illegale di diamanti. Soprannominata Gucci Grace per il suo amore per il lusso sfrenato: compra Rolls Royce e case ad Hong Kong, e in una sola giornata di shopping a Parigi spende 120.000 dollari. Negli anni a seguire l’inflazione raggiunge il 100.000% (una pagnotta arriva a costare 10 milioni di dollari zimbabwesi), scoppiano epidemie di colera, ma nulla smuove l’ex «compagno» Mugabe. Superati i 90 anni tenta di lasciare al potere la moglie, ma è fermato dal suo vice, Emmerson Mnangagwa «il coccodrillo», che nel 2017, con l’aiuto dell’esercito, lo costringe a dimettersi dopo 37 anni. Oggi Mnangagwa è ancora al comando, centinaia di oppositori politici sono in galera e il Paese è sempre oppresso da un enorme debito pubblico, con un’inflazione all’85% nonostante ricavi 9 miliardi di dollari all’anno dalle risorse minerarie. Val la pena rimarcare che il mercato nero vale 40 miliardi.
Nigeria
Dopo un secolo di dominazione britannica, la Nigeria diventa indipendente nel 1960. Il Paese è composto da 36 stati autonomi con quattro gruppi etnici principali, divisi in centinaia di sottogruppi che parlano 500 lingue diverse. Dagli anni ’60 in poi è un’infilata di colpi di Stato militari, oltre alla guerra civile del
Biafra (1967-70) che causa almeno un milione di morti. Solo dal 1999 tornano stabilmente governi eletti dal popolo, l’ultimo è stato votato nel 2023 con al vertice il presidente Bola Ahmed Tinubu. Però le consultazioni sono spesso contestate a causa dei brogli. La Nigeria è oggi il Paese più popoloso dell’Africa (237 milioni di abitanti) ed è diviso in due macroaree: il Nord, molto povero, in larga maggioranza musulmano e afflitto dagli attacchi terroristici degli estremisti islamici affiliati a Boko Haram; e il Sud in maggioranza cristiano, più sviluppato, con enormi giacimenti di idrocarburi che fanno della Nigeria il Paese africano più ricco di petrolio. Nel 2023 ha esportato 43 miliardi di dollari di greggio. Come in altri Paesi del continente l’attività estrattiva ad opera di compagnie occidentali ha provocato enormi danni all’ambiente senza contribuire al progresso sociale, alimentando una classe dirigente cleptocratica che si è arricchita attraverso tangenti versate dalle stesse compagnie petrolifere occidentali e fondi neri. La Nigeria è uno degli Stati più corrotti al mondo, mentre il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, scarsi servizi pubblici, e tasso di violenza e criminalità molto diffuse. Nella regione del Delta del Niger, dove avviene l’80% delle estrazioni di petrolio e operano Shell, Total, Chevron, Exxon Mobile e l’italiana Eni, di solito in joint venture con il governo nigeriano, da anni imperversano bande armate legate a doppio filo a politici complici e faccendieri locali che si finanziano attraverso il commercio illegale di petrolio e il sequestro degli operai delle aziende straniere. Nelle tasche degli amministratori finiscono anche i cospicui finanziamenti elargiti per sostenere la coltivazione del cotone. Un solo dato: l’industria tessile locale, che fino a 20 anni fa dava lavoro a centinaia di migliaia di persone, con oltre 150 aziende in tutto il Paese, oggi è quasi cancellata: di autoctone ne sono rimaste 3. Le importazioni a basso costo di
prodotti cinesi e la mancanza di una fornitura elettrica affidabile (in un Paese pieno di petrolio) hanno decretato il crollo del settore. «La scarsa creazione di occupazione – scrive la Banca Mondiale – soffoca l’assorbimento dei 3,5 milioni di nigeriani che ogni anno entrano nel mondo del lavoro». Lavoratori che scelgono di emigrare, come da gran parte dei Paesi africani. Destinazione preferita: l’Europa.
Non solo corruzione
Dopo la decolonizzazione la maggior parte degli Stati africani è finita sotto regimi autoritari e corrotti. Secondo Freedom House oggi solo 10 Paesi su 54 possono vantare un sistema democratico e libero.
Quelli più ricchi di risorse sono stati depredati dalla rapacità di dittatori e tiranni. La presenza di idrocarburi e pietre preziose non solo ha scatenato conflitti per la spartizione tra gruppi o etnie, ma ha anche devastato economie basate sull’agricoltura: proprio l’ingresso di tanta valuta straniera ha reso più convenienti le importazioni di beni essenziali a scapito delle produzioni nazionali. Ma non sta scritto da nessuna parte che il destino dell’Africa debba essere misero. Negli ultimi anni l’economia sta crescendo molto di più che nel resto del mondo, e al contrario del resto del mondo ha una popolazione giovane. Gli esempi di Sudafrica, Ghana e Botswana dimostrano che i Paesi democratici sanno creare uno sviluppo dignitoso del proprio popolo, togliendo le risorse dalle mani dei cleptocrati, per investirle in istruzione, sanità e tecnologia.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)
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Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
INCOSTITUZIONALE NON DARE MISURE ALTERNATIVE: SOLITA BRUTTA FIGURA DEL GOVERNO
Chi è accusato del reato di spaccio di lieve entità deve potere essere ammesso all’istituto della messa alla prova. Così hanno deciso i giudici della Corte costituzionale che, con una sentenza
depositata oggi, hanno dichiarato illegittimo l’articolo 168-bis del codice penale che, con l’aumento delle pene, ha di fatto escluso questo reato dal beneficio della sospensione del procedimento. Un istituto, quello della messa alla prova, che la nostra legislazione prevede come alternativa alla pena della detenzione soprattutto per i reati più lievi per i quali è auspicabile il raggiungimento dell’obiettivo della rieducazione della pena.
Fino a due anni fa, il reato di spaccio di lieve entità, regolato dal Testo unico stupefacenti, era tra quelli per i quali la messa alla prova era applicabile e anzi assai utilizzata ritenendo che chi fosse accusato di produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità, rientrasse a pieno titolo tra coloro da rieducare più che rinchiudere in carcere. Tanto più con il tasso di sovraffollamento dei nostri istituti di pena.
Il governo inasprisce le pene
Poi, con decreto legge, nel 2023, il governo ha inasprito le pene prevedendo la reclusione da sei mesi a cinque anni invece dei quattro prima stabiliti. L’innalzamento della pena ha fatto sì che il reato di piccolo spaccio non rientrasse più nel novero di quelli a cui potere applicare l’istituto della messa alla prova, che prevede – con il consenso dell’imputato – un percorso di uno o due anni con un lavoro di pubblica utilità.
Le questioni dei tribunali di Padova e Bolzano
La pronuncia della Corte costituzionale depositata oggi arriva in risposta alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai tribunali di Padova e Bolzano secondo i quali “l’effetto preclusivo determinato dalle norme censurate dovrebbe ritenersi illegittimo per diverse ragioni: sia perché violerebbe il finalismo rieducativo della pena, non permettendo all’imputato di riparare alla propria condotta attraverso un programma appositamente elaborato che riduca il pericolo di reiterazione dell’illecito; sia
per disparità di trattamento con il reato di “istigazione all’uso illecito di sostanze stupefacenti”. Quest’ultimo reato, nonostante sia sanzionato con una pena detentiva maggiore rispetto al piccolo spaccio nel massimo e nel minimo edittale, rientra, al contrario di questo, tra le fattispecie per cui può essere disposta la messa alla prova”.
Le motivazioni della Consulta
Osservazioni che la Corte costituzionale ha fatto proprie. “Peraltro – dicono i giudici costituzionali – l’esclusione del piccolo spaccio dall’ammissione alla messa alla prova, che coniuga in sé una funzione premiale e una forte vocazione risocializzante, frustra anche le finalità di deflazione giudiziaria che detto istituto persegue, in particolare, per i reati di minore gravità e di facile accertamento, come quello in esame”.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL FENOMENO COLPISCE IN MODO PARTICOLARE I GIOVANI, GLI ANZIANI, DISABILI E LGBT+, MA ANCHE CHI VIVE NEI PAESI A BASSO REDDITO… L’ISOLAMENTO AUMENTA DEL 30% RISCHIO DI ICTUS E MALATTIE CARDIACHE, DEL 50% IL RISCHIO DI DECLINO COGNITIVO E DEL 25% IL RISCHIO DI MORTE PRECOCE, RADDOPPIA IL RISCHIO DI DEPRESSIONE, AUMENTA ANSIA
Una persona su sei nel mondo soffre di solitudine e questa condizione ha un forte
impatto sulla salute fisica e mentale. Per le sue conseguenze muoiono 871.000 persone ogni anno nel mondo, pari a circa 100 ogni ora. Lo afferma il rapporto della Commissione Sociale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ‘Dalla salute alle connessioni sociali’, che sottolinea: “i legami sociali solidi aumentano l’aspettativa di vita”.
“Viviamo in un’epoca di connessioni infinite, ma sempre più persone si sentono isolate e questo genera costi enormi in sanità, istruzione e occupazione”, commenta il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il fenomeno colpisce tutte le fasce d’età, ma in particolare i giovani e le persone nei paesi a basso reddito. Tra gli adolescenti (13-29 anni), il 17-21% si sente solo. Nei paesi a basso reddito, il tasso raggiunge il 24%, più del doppio rispetto a quelli più ricchi.
Alcuni gruppi, come anziani, migranti, persone con disabilità e Lgbtq+ sono particolarmente vulnerabili, ma le cause della solitudine sono tante, tra cui cattiva salute, basso reddito, istruzione carente o vivere soli. Un ruolo lo ha anche la tecnologia, mette in guardia Chido Mpemba, co-presidente della Commissione: “Se mal gestita, può indebolire le relazioni umane, invece di rafforzarle”.
Gli effetti della solitudine sono profondi: aumenta del 30% rischio di ictus e malattie cardiache, del 50% il rischio di declino cognitivo e del 25% il rischio di morte precoce. Raddoppia il rischio di depressione, aumenta ansia e pensieri suicidari. Compromette l’apprendimento e l’occupabilità: i ragazzi soli hanno il 22% di probabilità in più di andare male a scuola, mentre gli adulti possono avere difficoltà a trovare un impiego.
Infine, l’impatto si riflette anche sulle comunità: la solitudine mina la coesione sociale e costa miliardi in produttività persa e spese sanitarie. Per questo, il rapporto Oms raccomanda che la “connessione sociale sia integrata nelle politiche su salute, educazione, lavoro e accesso digitale”.
(da agenzie)
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Luglio 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IN UN MONDO OSSESSIONATO DALLA RILEVANZA DOVE TUTTI CERCANO CON AFFANNO L’ATTENZIONE DEL MONDO, L’ACCUSA DI IRRILEVANZA EQUIVALE A UN GESTO DI CANCELLATURA, DI SGOMBERO, DI ESTINZIONE
Questa settimana ha spopolato una parola non comune: irrilevanza. Succede spesso, come quando tutti hanno preso a dire «postura» o «torsione».
Giuseppe Conte, il legale siberiano del M5S, ha accusato il governo di essere ridicolo nel rivendicare una nuova rilevanza o «centralità» dell’Italia e Augusta Montaruli, l’oratrice fervente di FdI, gli ha risposto di traverso dichiarando ai tg che «è finita la stagione dell’irrilevanza tipica della sinistra».
Ma cos’è questa irrilevanza? In un mondo ossessionato dalla rilevanza dove, dal primo «leone» di Truth fino all’ultimo utente di Facebook, tutti cercano con affanno l’attenzione del mondo, l’accusa di irrilevanza (voce dotta recuperata dal latino a significare uno che non riesce più a «levarsi» al di sopra degli altri) equivale a un gesto di cancellatura, di sgombero, di estinzione. Si vede che ognuno, incautamente, si sente ben aggrappato alle misure dell’elevato, dell’ottimo.
È vero che la differenza tra rilevanza e irrilevanza è spesso solo una questione di prospettiva, è vero che la persona irrilevante cerca di accusare gli altri di scarsa importanza per valorizzare sé stesso, ma una cosa è certa, democraticamente certa: da quando esistono i social, da quando la politica si esprime con la sintassi dei post, chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza.
(da Il Corriere della Sera)
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