Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
PRESENTATO IN POMPA MAGNA, IL PRESUNTO CAPOLAVORO CHE DOVREBBE INAUGURARE IL NUOVO CINEMA PATRIOTTICO È USCITO IL 3 LUGLIO IN BEN 112 SALE ED È RIMASTO IN UN SOLO CINEMA A MILANO, IN APPENA DUE A ROMA…. HA FINORA INCASSATO LA MISERIA DI 18.192 EURO
Alle 14.30 di oggi entro nel cinema Uci Bicocca, unica trincea milanese che con
audacia d’altri tempi ha deciso di mantenere in sala «Albatross», il film di Giulio Base dedicato al giornalista triestino e missino Almerigo Grilz. Dalle altre sale dell’ingrata Milano sono stati ritirati tutti gli Albatross (a Roma è in due).
Rimossi per un complotto, come sembra dire Lorenzo Catarchio, su Libero, che denuncia l’improvvisa scomparsa della pellicola da un multisala dell’hinterland.
Possibile che la trinariciuta internazionale degli esercenti sia allergica ideologicamente al film? O forse si tratta di gestori che, con miseria umana e viltà, hanno deciso di dismettere una pellicola dopo aver letto gli incassi? Perché il film è uscito il 3 luglio in ben 112 sale, distribuito da Eagle Picture (quella di Mission Impossible) e dunque non sembra aver scontato un pregiudizio.
Visto il colpo d’occhio dell’Uci, ci si chiede: ma la premier Giorgia Meloni si riferiva ad Albatross, finanziato con 1,49 milioni di euro dallo Stato, quando parlava di «milioni di euro presi dalle tasse dei cittadini per finanziare film che alla fine guadagnavano poche decine di migliaia di euro»?
Il film è stato presentato in pompa magna, alla presenza del ministro Alessandro Giuli, di Maurizio Gasparri, Federico Mollicone e altri dirigenti. C’era anche l’ad Rai Giampaolo Rossi (quota Fdi) che ha abbracciato Base. Sui social, Carlo Fidanza si è commosso per il film «coraggioso». Tutti spettatori non paganti, ovviamente, essendo un’anteprima.
Quelli paganti sono stati più o meno la stessa cifra dei non paganti, a quanto pare. Perché secondo Coming Soon il film ha finora incassato 18.192 euro. Ma forse la premier si riferiva a «The penitent», di Luca Barbareschi, che si è intascato 1,974 milioni di finanziamenti e ha incassato 110 mila euro
Naturalmente no, Meloni ha citato invece solo «I Cassamortari», film del «comunista» Claudio Amendola, che però è uscito in sala solo tre giorni, causa Covid. Ora è invece l’11 luglio 2025 e non c’è in giro nessuno con la mascherina.
Ma al cinema Uci Bicocca, nell’unica proiezione di giornata, ci sono pochi intrepidi: siamo in tre. Una signora se ne va a metà del primo tempo.
Noi due coraggiosi rimaniamo, anche grazie all’aria condizionata. Ma più che coraggio, è curiosità. Perché questo dovrebbe essere il film che inaugura il nuovo cinema patriottico della destra, visto che racconta la parabola di Almerigo Grilz, giornalista triestino e inviato di guerra, morto in Mozambico nel 1987.
Ma non solo: giornalista dichiaratamente fascista, che ha militato nel Fronte della Gioventù e nell’Msi, ha avuto in dono la telecamera da Giorgio Almirante e corredava i suoi uffici con scritte a base di «Boia chi molla». Idea perfetta, quella del film, per interrompere la «damnatio memoriae» e fare un po’ di vittimismo.
Base ha raccontato in un’intervista al Secolo d’Italia che un amico critico gli ha scritto: «Sei come Leni Riefenstahl». Che a rigore è quasi un complimento, perché è vero che si trattava della regista preferita di Hitler, ma era anche una grande regista. Poi ha spiegato che lui non si fa «sottomettere dal conformismo» e che sapeva che il film era «una patata bollente» (citazione del film con Pozzetto e Fenech?).
E che per questo ha aggiunto anche qualche «critica» a Grilz, «altrimenti mi avrebbero appeso anche a me in piazza a Milano». Riferimento, pare di capire, a Benito e Claretta.
Comunque la pellicola – al contrario delle dichiarazioni – è proprio un santino del giornalista, celebrato nel film da un collega di sinistra (ispirato a Toni Capuozzo, che però di sinistra non sembra esserlo da molto tempo e che ora confeziona celebrazioni di Silvio Berlusconi), nel nome di una sorta di pacificazione nazionale, che ha lo scopo dichiarato di mettere sullo stesso piano fascisti e antifascisti.
Il livello di profondità e di pathos del film lo si può cogliere con questa frase, con la quale il trio dei fondatori dell’agenzia di stampa Albatross, che dà il nome al film, festeggiano il successo: «Siamo o non siamo quelli che si tuffano nel cuore
della notizia?». Lo sono, e con montone d’annata e Rayban a goccia, si tuffano nelle guerre, da veri arditi.
Sul film è uscita praticamente solo una recensione positiva, quella di Valerio Caprara, critico del Mattino che viene da una famiglia storica della sinistra, ma che è entrato nelle grazie della destra. Per il resto, solo stroncature e punteggi bassissimi (2,4 su su 5 per Mymovies, 5,2 su 10 Imdb, 3,7 su coming soon). Tranne che sui giornali della destra.§Il manifesto, naturalmente, lo attacca frontalmente. Alberto Piccinini scrive: «Albatross parla la lingua della fiction italiana di propaganda, la peggiore, quella dei foibe movie, degli ha-fatto-anche-cose-buone movie, da programmare in bassa stagione, costola dei veri santini di questi anni – eroi santi navigatori.
Ma anche Marco Giusti, su Dagospia, infierisce: «Qualsiasi cosa si faccia nel cinema di destra è una sorta di goffa parodia del cinema di sinistra, compresi gli stereotipi morettiani. Avete Cinecittà, avete la Rai, avete i soldi, ma non siete in grado a fare un film. Punto».
Detto questo, Albatross è un buon punto di partenza per ragionare sul cinema e la politica. Da mesi è in circolo la polemica da parte della destra governativa sull’amichettismo di sinistra, su certe incrostazioni che favoriscono i soliti noti, su finanziamenti che sono arrivati a pellicole che non se lo meritavano affatto. L’ultimo caso che ha indignato il ministro Giuli (e un po’ tutti) riguarda il finanziamento al film fantasma di Rexal Ford, alias del sospetto assassino Francis Kaufmann.
Il punto di partenza dei meloniani è chiaro. Il tax credit – il meccanismo di finanziamento ministeriale sulla base di sgravi fiscali, che non può superare il 40 per cento del finanziamento totale – va dato ai film di qualità. E i film di qualità, secondo quel che dicono gli esponenti della destra, sono quelli che incassano tanto.
Coerentemente, il meccanismo è stato modificato per premiare soprattutto i film che sono distribuiti in molte sale e hanno produzioni molto solide. In pratica, le major, facendo fuori gli indipendenti. Benissimo, si potrebbe opinare (e noi opiniamo), ma se decidiamo di aderire a quella logica mercantile, il governo dovrebbe cambiare tutto.
Rimuovere le incrostazioni dell’amichettismo, che non è solo di sinistra ma trasversale, con figure eterne che sopravvivono a
qualunque governo, e interrompere il flusso per i film che non incassano e che sarebbe stati spinti dalla sinistra. Non pare che sia così, per ora. Nel 2023-4 sono state finanziate 134 pellicole con 377 milioni di euro: sarebbe interessante vedere quanto hanno incassato.
Ma proviamo a ricostruire una piccola geografia del potere, a partire da Albatross. E da Giulio Base, che raccontano in quota Meloni, anche se lui si dice orgogliosamente «indipendente» e «anarcoide» (così ha detto a Michele Anselmi). Il suo film è prodotto dalla One more Pictures, il cui ceo è Gennaro Coppola, compagno della fondatrice, Manuela Cacciamani.
La quale ha fatto un passo indietro da One More, lasciando il tutto al compagno, perché è diventata amministratore delegato di Cinecittà. Che è una società pubblica, con socio unico il Ministero dell’Economia a delle Finanze. Cacciamani è professionista nota, molto apprezzata dalle sorelle Meloni.
La sorella di Manuela, Maria Grazia, lavora peraltro nell’ufficio stampa di Fratelli d’Italia in Regione Lazio. L’idea del film è venuta diversi anni fa a Coppola, che l’ha girata a Paolo Del Brocco di Rai Cinema. Che l’ha girata a Base
La sceneggiatura – dice Base – è stata scritta nel 2019, i finanziamenti sono del 2020. E dunque i finanziamenti sono stati concessi dal governo Conte II, ministro Dario Franceschini. A testimonianza che qualcosa non va nel sistema, appartenenze ideologiche a parte.
Torniamo a Base. Che, per inciso, è un fan di Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus dei. Dal 2024 è direttore del festival del cinema di Torino. Che quest’anno ha sforato il budget di 400 mila euro(su un’edizione costata 3 milioni).
Il suo film del 2023, «A la recherce» – prodotto tra gli altri da Rai Cinema – ha incassato secondo Mymovies ben 3.700 euro. Sarà un refuso, si spera. Il nuovo film, «La versione di Giuda», sarà in concorso a Locarno, insieme a registi come Abdellatif Kechiche.
Tra i produttori di supporto c’è ancora Rai Cinema. Di entrambi i film non è possibile rintracciare in rete se abbiano goduto di finanziamenti pubblici. Sono dati in teoria pubblici e da qualche parte si troveranno, ma sarebbe bello ci fosse un po’ di trasparenza in più
La moglie di Base è Tiziana Rocca, manager culturale e potentissima pr. Che ha lavorato per portare Sharon Stone e Ron Howard al festival di Torino. Conflitto d’interessi? Siccome lo scorso anno lo faceva per il bene della famiglia, e questo ha sollevato qualche perplessità, quest’anno è stata inquadrata ufficialmente, si dice con stipendio, dal Festival
Tiziana Rocca non è solo pr: è anche direttrice del festival di Taormina (e fondatrice di Filming Italy Sardegna Festival e di Los Angeles Filming Italy). E, con Agnus Dei Production, di cui è responsabile, è anche la produttrice della «Versione di Giuda».
Altro produttore del film è la Minerva Pictures, che risulta tra le 33 case di produzione messe sotto controllo da Giuli per aver prodotto film con finanziamenti milionari e incassi sottoterra.
L’altro produttore di Albatross è Rai Cinema. L’amministratore delegato di questo ente pubblico è Paolo Del Brocco, in carica dal dopoguerra (più precisamente, dal 2007 è Direttore Generale e, dal 2010 Amministratore Delegato).
Diciotto anni sulla breccia, con governi di vari colori e una resilienza straordinaria, mai intaccata da nessuno. Intoccabile, è stato apprezzato nel tempo dai 5 Stelle, da parte del Pd e ora anche da Lega e da Fratelli d’Italia
Nel comitato che ha scelto Base a Torino c’era anche lui, naturalmente. La domanda che si fanno in molti nel mondo del cinema è questa: se tanti film sono stati finanziati ingiustamente con il tax credit, incassando poco o niente, moltissimi di questi erano coprodotti da Rai Cinema.
Perché, dunque, non sono stati bloccati? Rai Cinema ha tutti gli strumenti per capire se un film merita o no e se ha prospettive d’incasso. Perché c’è questo furore iconoclasta su tutto ma non su Rai Cinema e su Del Brocco?
All’Anteo di Milano, prima di un altro film, l’altro giorno veniva trasmesso uno spot per promuovere l’iniziativa «Cinema Revolution» (cinema a 3,5 euro d’estate), finanziata dal Ministero della Cultura. I due presentatori sono Gianni Canova e Piera Detassis. Quest’ultima fa in tempo a suggerire tre film da vedere quest’estate. E chi c’è tra i tre? Indovinato, Albatross. Ma bisogna fare in fretta, prima che gli esercenti lo facciano sparire (poi arriverà sulla Rai, naturalmente)
(da Corriere della Sera)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA POLIZIA È STATO CHIESTO DI FARE 3MILA ARRESTI AL GIORNO PER ARRIVARE A UN MILIONE DI ESPULSIONI NEL 2025: IL RISULTATO È CHE QUESTA PESCA A STRASCICO NON STA COLPENDO I CRIMINALI INCALLITI, MA STA FERMANDO I LAVORATORI CHE SONO LA SPINA DORSALE DEL PAESE… SE INIZIA A SCARSEGGIARE LA GENTE CHE RACCOGLIE NEI CAMPI E CHE FA LA PULIZIA NEGLI ALBERGHI IL PAESE È SPACCIATO
«Tremila arresti al giorno». Tocca a Stephen Miller, vicecapo dello staff e mente trumpiana in materia di immigrazione, concettualizzare le istanze della base.
Ha chiesto alla polizia anti-immigrati, l’Ice, almeno tremila arresti al giorno perché l’obiettivo è quello di arrivare a 1 milione di espulsioni nel 2025.
Raddoppierebbe il picco di espulsioni registrato durante l’amministrazione Obama (il tasso di arresti giornalieri da parte
dell’Ice è aumentato significativamente, con la Florida che li ha triplicati rispetto al 2024).
Ma le direttive di Miller hanno privilegiato «la quantità più della qualità»: non ci sono migliaia di criminali incalliti da arrestare ogni giorno. La soluzione? La pesca a strascico di immigrati: donne anziane, bambini, lavoratori dei baracchini improvvisati che vendono bibite fredde o cibo messicano, manovali.
Per gettare le reti dove si sa che si concentrano i lavoratori senza documenti niente meglio della catena Home Depot, giganteschi negozi di ferramenta e fai da te da sempre punto di ritrovo di uomini in cerca di lavori manuali: traslochi, riparazioni, e altro. È un segreto di Pulcinella che chi ha bisogno di aiuto passa nel parcheggio di uno dei duemila Home Depot sparsi per il Paese e trova sicuramente qualcuno da ingaggiare
Le retate hanno toccato quei parcheggi, i centri di invio di denaro all’estero, i mattatoi (uno dei lavori più pericolosi d’America), le chiese (cattoliche e non) che ospitano persone bisognose di alloggio temporaneo. Ha fatto impressione la lettera del vescovo di San Bernardino, Alberto Rojas, che qualche giorno fa ha emesso una dispensa ufficiale a seguire le
funzioni per tutti i membri della sua diocesi «che, a causa di un reale timore di azioni di controllo dell’immigrazione, non sono in grado di partecipare alla Messa domenicale o alle Messe nei giorni di precetto: sono pertanto dispensati da tale obbligo fino a nuovo avviso».
La percentuale di adulti statunitensi che affermano che l’immigrazione è una «cosa positiva» per il Paese è aumentata notevolmente, anche tra i repubblicani, rispetto all’anno scorso: dal 64 al 79%.
Solo 2 adulti su 10 affermano che l’immigrazione è una cosa negativa (in calo rispetto al 32% dell’anno scorso).
La destra più raziocinante s’è resa conto che la vecchia frase di Obama («Se vieni per lavorare e rispettare le regole, noi siamo qui; se vieni per delinquere, resta dove sei») si fondava sulla necessità di manodopera di alcuni settori essenziali come agricoltura e turismo.
Per questo si è ipotizzata una eventuale mini-amnistia che però non verrà mai chiamata così: sotto pressione, l’amministrazione Trump sta lanciando un programma per semplificare il rilascio dei visti per i lavoratori migranti temporanei, per garantire che la
frutta venga raccolta, la carne confezionata e gli alberghi vengano puliti.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
“L’EUROPA, SE RESTA UNITA, È UN’ECONOMIA PIÙ GRANDE DEGLI STATI UNITI. LA CINA HA DIMOSTRATO CHE, QUANDO RISPONDI CON LA FORZA, TRUMP FA MARCIA INDIETRO. MA SE CEDI, LUI CHIEDERÀ SEMPRE DI PIÙ. SAREBBE UN ERRORE MOLTO GRAVE MOSTRARSI ARRENDEVOLI. SERVE UNA RISPOSTA ECONOMICA EQUIVALENTE”
«L’Unione europea, se unita, ha un’economia più forte di quella statunitense. Non
deve cedere ai ricatti di Donald Trump». Parla
così Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e già capo economista della Banca Mondiale, pochi minuti dopo l’annuncio di dazi del 30% dagli Usa all’Ue.
Sostenitore di una politica economica comune europea, da sempre critico nei confronti dell’amministrazione Trump, Stiglitz ritiene che la mossa della Casa bianca non sia solo ingiustificata: è pericolosa.
«Trump non agisce secondo alcun principio economico – dice – è semplicemente un bullo che usa il potere economico come unica leva. Se potesse, userebbe quello militare». Commentando a caldo la lettera Usa contro l’Unione, Stiglitz non ha dubbi: «Trump non conosce lo stato di diritto. Gli Stati Uniti hanno perso credibilità. Il futuro sarà altrove, l’Ue risponda con una tassa aggiuntiva alle aziende americane».
Come dovrebbe reagire l’Unione europea secondo lei?
«La mia opinione è molto netta: l’Europa non dovrebbe cedere. Gli accordi attuali sono frutto di negoziati durati a lungo. E l’Europa, se resta unita, è un’economia più grande degli Stati Uniti
La Cina ha dimostrato che, quando rispondi con la forza, Trump fa marcia indietro. Ma se cedi, lui chiederà sempre di più. Sarebbe un errore molto grave mostrarsi arrendevoli. Certo, ci sono dispute di lunga data, ma sono state gestite in modo ragionevole».
Trump sostiene che l’Europa penalizza gli Stati Uniti, in particolare nel settore automobilistico. Cosa risponde?
«L’Europa compra meno automobili dagli Stati Uniti rispetto a quante ne esporta nel Paese. Ma questo succede perché le automobili statunitensi non sono adatte alle strade europee. Consumano troppa benzina, e in Europa il carburante è molto più caro. Non è discriminazione, è una questione di domanda e offerta ».
E sul fronte tecnologico? Anche lì Trump accusa l’Ue di colpire i colossi digitali americani.
«Il Digital Services Act non è una legge contro le Big Tech americane. È una norma pensata per proteggere i cittadini europei dai pericoli posti dalle piattaforme digitali, che siano americane, cinesi o di qualsiasi altro Paese. Non c’è alcuna discriminazione. È perfettamente legittimo che l’Europa voglia tutelarsi».
Secondo lei come dovrebbe articolarsi la risposta europea ai nuovi dazi?
«Serve una risposta economica equivalente. Bisogna fare in modo che la reazione non danneggi i cittadini europei come le tariffe di Trump danneggiano i consumatori americani. L’Ue dovrà essere selettiva, come ha già dimostrato di saper fare.
Potrebbe anche valutare ulteriori azioni contro specifiche aziende americane. Una possibilità è imporre una tassa aggiuntiva sui profitti delle grandi aziende statunitensi, per compensare i danni inflitti all’economia europea».
Trump continua a dire che riporterà l’industria negli Stati Uniti. Ci riuscirà attraverso i dazi?
«Non penso che le tariffe genereranno posti di lavoro. Danneggeranno invece tutti i consumatori americani».
Crede che l’Europa possa ancora negoziare con Trump?
«Sarebbe sciocco pensare di poter concludere un accordo significativo con lui. Se gli Stati Uniti impongono dazi del 30%, l’Europa deve rispondere con una contromossa economica intelligente».
Guardando al futuro: l’Asia può davvero sostituire il mercato americano per le imprese europee?
«Non è solo l’Asia. È anche l’America Latina. È l’Africa. Il mondo sta cambiando. Ci sarà una nuova geoeconomia in cui gli Stati Uniti avranno un ruolo minore. Hanno dimostrato di non essere partner commerciali affidabili. Non rispettano il diritto internazionale. Firmano accordi e poi li stracciano. Sono una quota in declino del Pil globale. L’attacco alle università, alla scienza e alla tecnologia indebolirà ulteriormente il Paese. Le aziende non possono prosperare in un ambiente così incerto. Guarderanno altrove».
(da La Stampa)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
I SETTORI PIÙ COLPITI SARANNO “MEDICINALI E PREPARATI FARMACEUTICI, AUTOVEICOLI, NAVI E IMBARCAZIONI; MACCHINARI VINI”
“A seguito della notizia arrivata poco fa della introduzione da parte dell’Amministrazione Trump di una tariffa doganale del 30%”, l’Ufficio studi della Cgia “stima, in via molto prudenziale, che l’impatto economico sulle esportazioni italiane potrebbe aggirarsi attorno ai 35 miliardi euro all’anno”.
Così l’Ufficio studi della Cgia in una nota.I settori più colpiti, si sottolinea, sono “medicinali e preparati farmaceutici; autoveicoli; navi e imbarcazioni; macchinari; bevande (vini); prodotti raffinazione petrolio; abbigliamento; occhialeria; gioielleria e mobili”.
Sull’imposizione di dazi del 30% sulle esportazioni dell’Ue verso gli Usa “ora serve mantenere tutti la calma e avere i nervi saldi. Non possiamo compromettere i nostri mercati finanziari. E’ ovvio che la lettera arrivata dagli Stati Uniti e’ una sgradevole volonta’ di trattare”.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL CONTROSPIONAGGIO TEDESCO HA CLASSIFICATO IL PARTITO GUIDA DA ALICE WEIDEL “ORGANIZZAZIONE DI ESTREMA DESTRA PERICOLOSA PER LA DEMOCRAZIA”
Hai la tessera di Alternative für Deutschland? Allora non puoi lavorare per lo Stato. Il
governo della Renania-Palatinato prepara la messa al bando dei fascio-populisti nella pubblica amministrazione vietando loro qualunque impiego in enti, agenzie e istituzioni alle dipendenze del Land. In pratica equivale all’esclusione totale da una lunga lista di posti nei più disparati settori: dalle forze dell’ordine fino al trasporto locale, passando per l’insegnamento in scuole e istituti statali.
Non basterà non essere iscritti ad Afd. Gli aspiranti dovranno dimostrare di avere la “fedina” politica degli ultimi 5 anni pulita, ovvero conteranno anche i vecchi endorsement al partito. In caso di omissione, se scoperti, scatterà il licenziamento.
Alla base del veto, supportato in primis dal ministro dell’Interno della Renania-Palatinato Michael Ebling (Spd), l’ultimo report dell’Ufficio per la protezione della Costituzione (Bfv, il controspionaggio federale) che classificata Afd come «organizzazione di estrema destra pericolosa per la democrazia».
Secondo la nuova modifica del regolamento del Land sulle assunzioni pubbliche, «i candidati non devono appartenere a organizzazioni inserite nella lista del Bfv». Da qui il sillogismo che mette nel mirino Afd mandando su tutte le furie la co-leader, Alice Weidel: «Spaventoso che il governo della Renania-Palatinato discrimini le opinioni politiche. In questo modo si calpestano i principi fondamentali della democrazia. Gli elettori di Afd non si faranno intimidire».
Il ministro Ebling ribatte così sul punto: il partito guidato da Weidel e Tino Chrupalla «da tempo non ha più un’ala moderata e la radicalizzazione al suo interno aumenta ogni giorno. Gli indizi delle sue attività anticostituzionali sono concreti e sufficienti». In Germania il primo provvedimento istituzionale di censura ad Afd arriva dunque dal governo regionale di Magonza (formato dall’alleanza di Spd, Verdi e liberali) e non dall’esecutivo federale a guida social-democristiana.
Mentre il Bundestag deve ancora decidere se e come calendarizzare l’iter parlamentare per vietare il partito sull’intero territorio nazionale. Di fatto la Renania-Palatinato svolge il ruolo di supplente di fronte all’inazione di Berlino ma la sua drastica misura, anche se allineata con il diritto, rimane un provvedimento di natura politica, con tutte le conseguenze del caso.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
MARCELLO BANO, SINDACO DI NOVENTA PADOVANA: “ZAIA FISSI LA DATA PER LE ELZIONI: DICO AD ALTA VOCE CIO’ CHE MOLTI PENSANO MA NON OSANO DIRE”
«La data per le elezioni deve essere fissata dal presidente della Regione, da Zaia. Non da altri. Basta con queste attese: vanno convocate». Nessuna ambiguità, nessun giro di parole. A rompere il silenzio che ci si aspetterebbe nella terra del doge è Marcello Bano, sindaco di Noventa Padovana, che non le manda a dire. «Se è solo la mia opinione? No – puntualizza, facendo emergere con discrezione le tensioni che serpeggiano tra alcuni amministratori locali della Lega veneta – dico ad alta voce ciò che molti pensano ma non osano dire. Io posso permettermelo: non sono candidato, non ho interessi in gioco». Un messaggio
inequivocabile che rimbalza dritto al destinatario: Luca Zaia, il presidente uscente che, dopo 15 anni di governo, sarà costretto a passare il testimone in vista della tornata elettorale che si terrà questo autunno.
«Lo stallo sta avvantaggiando il centrosinistra»
Una recente sentenza della Corte costituzionale ha infatti bloccato ogni possibilità di un terzo mandato per lui – così come per Vincenzo De Luca in Campania. Nemmeno il tentativo di infilare un emendamento ad hoc in un decreto ancora aperto è andato a buon fine: la norma è stata bocciata. Ma se il terzo mandato è ormai archiviato, la partita per la successione resta in stallo. «Questa situazione sta avvantaggiando il centrosinistra – avverte Bano – il loro candidato è già in campo. Così rischiamo di perdere gran parte del vantaggio che abbiamo». Il riferimento è a Giovanni Manildo, ex sindaco di Treviso, ufficializzato nei giorni scorsi come candidato unitario di tutta la coalizione progressista. «È già in piena campagna elettorale – ribadisce – e noi siamo ancora qui ad aspettare la data giusta». Il perché, secondo il sindaco, è semplice: «Una data non c’è perché le trattative all’interno del centrodestra sono ancora aperte: l’esperienza insegna che si chiudono quando il tempo sta per scadere, per questo avere una data delle elezioni è fondamentale».
Lista Zaia: «Non credo si farà»
In una chiacchierata con Open, Bano entra anche nel merito delle tensioni interne alla Lega e nel centrodestra. Negli ultimi giorni Zaia ha ipotizzato di creare una lista autonoma capace, secondo lui, di «raccogliere il 40-45% dei consensi», intercettando anche elettori di centrosinistra. Ma su questo,
Bano non ha dubbi: «Non credo si farà» taglia corto «avrebbe senso solo con Zaia candidato, a questo punto come semplice consigliere, dopo 15 anni da governatore mi pare fantascienza». E aggiunge: «Abbiamo impiegato anni a battere il centrosinistra in molti comuni del Veneto: si sono presi Padova, si sono presi altre città. Ora dividersi sarebbe una scelta poco saggia, quasi suicida».
«Flavio Tosi senz’altro un buon nome»
E prende posizione anche sulle tensioni esplose con Forza Italia. Negli scorsi giorni il partito azzurro ha detto chiaramente che il loro candidato sarà Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, ora europarlamentare. Anche qui, Bano si smarca dal trend leghista: «Io e Flavio abbiamo lavorato benissimo insieme, quando era ancora segretario veneto della Lega, nel 2012. E’ normale che ogni partito proponga il suo nome migliore, e quello di Tosi è senz’altro un buon nome». «E poi – aggiunge – Forza Italia in Veneto oggi non ha nulla: non hanno assessori, non hanno ruoli in giunta, non hanno una vera rappresentanza politica. È giusto che gli venga riconosciuto qualcosa, a prescindere da quale partito porterà a casa la presidenza».
«Stefani preparatissimo, ma anche altri nomi»
Parlando dei nomi che la Lega sarebbe pronta a mettere in campo, anche su questo il sindaco di Noventa Padovana non ha dubbi: «In questi mesi è circolato molto il nome di Albero Stefani. Posso solo dire: magari!». Deputato del Carroccio, ex primo cittadino di Borgoricco, uomo vicinissimo a Matteo Salvini. «In Veneto sta guidando il partito in una fase difficilissima, e lo sta facendo con grande saggezza ed equilibrio», spiega. Giovane, 32 anni appena. «Sì, ma
preparatissimo». «C’erano altre proposte interessanti» ricorda. Come Roberto Marcato, assessore regionale allo Sviluppo economico, Energia e Lavoro, esponente storico della Lega veneta, o Francesco Calzavara, oggi assessore al Bilancio nella giunta Zaia. «Come Lega abbiamo l’imbarazzo della scelta perché contiamo molti validissimi amministratori. Ma ci si siede al tavolo e si fa un ragionamento». Poi una nota di realismo, mista a scaramanzia, che in vista delle urne può fare la differenza: «Le autocandidature? Meglio evitarle. Ne sento tante, ma poi si finisce per essere fatti fuori. Meglio restare cauti».
(da Open)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’AIUTO MILITARE DEI GOVERNI DELL’UE VALE IN TUTTO 52 MILIARDI DI EURO DAL 2022, MENO DELLO 0,1% DEL PRODOTTO LORDO DELL’AREA OGNI ANNO, E MENO DEI 60 MILIARDI DEGLI STATI UNITI
Dopo tre anni e mezzo di guerra per sopravvivere come Paese indipendente, l’Ucraina
è profondamente trasformata. I caduti sono oltre 70 mila, un quarto rispetto a quelli nell’esercito russo, ma molti per una popolazione quasi 4 volte più piccola. Anche l’economia è trasformata: Oleksandr Kamyshin, consigliere di Volodymyr Zelensky per l’industria della Difesa, dice al Corriere che in Ucraina dal 2022 sono nate oltre 500 imprese della difesa.
In gran parte producono droni, anche guidati dall’Intelligenza artificiale. Sono talmente più avanti dei gruppi europei o americani in questo settore, che le autorità di Kiev stanno cercando di impedire alle imprese occidentali di portarsi via alcuni degli ingegneri ucraini alla base di questo specifico boom industriale.
Servono risorse da investire in armi per difendere la linea del fronte e i cieli delle città.
Kamyshin spiega che l’industria militare in Ucraina ormai è in grado di generare mezzi bellici per 35 miliardi di dollari l’anno, ma il valore della produzione quest’anno si fermerà a 12 miliardi. Per il resto, mancano le risorse. La Russia produce varie volte di più.
Quest’aspetto rimanda i governi europei alle loro responsabilità. Perché l’America, sotto Donald Trump, ha reso chiaro che intende lasciare a loro il sostegno dell’Ucraina.
Ai margini della Conferenza per la ricostruzione il commissario Ue alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, ricorda che l’aiuto militare dei governi dell’Ue a Kiev vale in tutto 52 miliardi di euro dal 2022: meno dello 0,1% del prodotto lordo dell’area ogni anno e meno dei 60 miliardi degli Stati Uniti.
Gli stessi Patriot antimissile che ora Trump promette a Kiev andranno comprati dai governi europei presso l’americana Lockheed Martin e dati a Kiev.
Per questo l’eventuale uso diretto delle riserve russe congelate, circa 300 miliardi di euro, è un tema carsico che non muore mai. Germania, Francia e Italia non vogliono sequestrare quelle riserve russe in euro, perché temono che un precedente del genere metta in discussione la credibilità della valuta europea.
L’Olanda, gli scandinavi e quasi tutta l’Europa centro-orientale invece spingono per prendere quei fondi e armare Kiev. Per ora siamo allo stallo.
(da “Corriere della Sera”)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
DA UNA PARTE C’È LA “PORCHETTA MAGICA” DI TAJANI, DA PAOLO BARELLI A MAURIZIO GASPARRI. DALL’ALTRA CI SONO LETIZIA MORATTI, STEFANO BENIGNI, MATTEO PEREGO E ALESSANDRO CATTANEO
Di rospi non ne ha digeriti poi tanti, che la sua è una carriera di tutto rispetto, ma la lezione la conosce bene: se proprio deve essere, quando capita, è meglio fare presto e ingoiarli da girini.
Prendete per esempio la battaglia per il Coni. Lui sta con Luca Pancalli e contro Giovanni Malagò, e invece vince a mani basse Luciano Buonfiglio. Ma non resta certo lì a masticare amaro: «Con Buonfiglio non ho nessun problema di carattere personale — dice —. E poi nello sport chi arriva primo ha sempre ragione».
Eccolo qui Paolo Barelli, classe 1954, da Roma. Campione in piscina, da ragazzo, di quelli che fanno cento metri con il petto che scoppia. Potente presidente della Federazione nuoto, ma, forse, soprattutto politico cresciuto nell’allevamento di Silvio Berlusconi, capogruppo dei deputati di Forza Italia, primo cavaliere di Antonio Tajani, nonché, apriti cielo, luogotenente della banda dei laziali.
Che poi sono quelli, guidati dal segretario, che hanno il merito di aver salvato il partito dall’essere divorato dopo la morte del padre fondatore. Ma sono pure quelli, versione dell’accusa, che tengono in pugno il potere senza guanto di velluto, che seminano come il prezzemolo le loro facce in tv, che fanno crescere i giovani con calma e per piacere, che tanto ci sarà tempo.
Sono loro che si ritrovano il dito un po’ puntato contro, dopo che Pier Silvio Berlusconi li ha definiti magari bravissimi, ma aggiungendo che c’è bisogno di gioventù, di aria nuova.
Insomma, è arrivato per loro il tempo dei girini? Un po’ lo spera la banda dei lombardi, che si sente defraudata dell’antico fasto, a partire da Letizia Moratti fino a Stefano Benigni, a Matteo Perego, ad Alessandro Cattaneo. Pure molti dei lombardi, però, non sono mica di primo pelo.
Paolo Barelli, si è detto, che con Tajani ha stretto anche un patto di sangue, visto che suo figlio Gianpaolo ha sposato la figlia di
Antonio, Flaminia. E che nell’albero genealogico ha pure una zia in odore di santità, Armida Barelli, dichiarata beata da papa Francesco.
Poi c’è Francesco Battistoni, che di anni ne ha 58 ed è nato a Montefiascone ed è residente a Proceno, in provincia di Viterbo, dove è stato anche sindaco. Si è laureato in Scienze politiche all’Università Niccolò Cusano, ed è lui l’uomo macchina, il responsabile dell’organizzazione di Forza Italia, centrale in un partito che moltiplica le iniziative sul territorio.
Perché c’è da riconoscerlo, Antonio Tajani non si affida solo ai social, e punta a veder crescere il tesseramento, come facevano i partiti di massa di una volta. Altro personaggio è Alessandro Battilocchio, che di anni ne ha 48, ed è il giovincello del gruppo.
È nato a Roma ma vive a Tolfa, si è laureato in giurisprudenza alla Luiss, è deputato ed è stato nominato responsabile dell’ufficio elettorale di Forza Italia per volere del padre nobile.
Claudio Fazzone ha quasi 64 anni e viene da Fondi, che è sì un comune in provincia di Latina, ma anche il suo personale feudo elettorale, che lo ha riportato a fare il senatore alle ultime elezioni. Maurizio Gasparri compirà gli anni tra una settimana e saranno 69, lui è nato a Roscigno in provincia di Salerno ma è romano d’adozione, si è diplomato al liceo Tasso prima di buttarsi in politica, ed è capogruppo di Forza Italia al Senato.
E siccome ne ha fatte più di Carlo in Francia è quasi inutile raccontarlo, se non per ricordare che proprio a lui si è rivolto Pier Silvio, con tanto di nome e cognome, parlando della necessità di volti nuovi.
Romano per cooptazione, perché in realtà è nato a Narni, in provincia di Terni, 52 anni fa, è anche Raffaele Nevi, che è il
portavoce del partito, nonché titolare di una importante azienda di suinicola, dove i maiali non sono in gabbia ma grufolano per i prati. Sarà per lui che la banda dei laziali viene definita, il copyright è di Simone Canettieri del Foglio, la «porchetta magica»?
Insomma, Silvio Berlusconi aveva il cerchio magico, che spesso cambiava facce e delfini, Matteo Renzi si circondava con il Giglio, il pacchetto di mischia di Schlein di magico ha il tortellino, e il gruppo di Tajani ha la porchetta. Giochi di ruolo, la sfida continua.
(da Dagoreport)
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Luglio 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA VARDERA, DEPUTATO REGIONALE: “MELONI CITA BORSELLINO MA TACE SE I MAGISTRATI TOCCANO FDI”
L’inchiesta che ha travolto la Sicilia, con il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e
l’assessora al Turismo Elvira Amata indagati per corruzione, agita Fratelli d’Italia. Per Ismaele La Vardera, deputato dell’Ars e presidente del Movimento Controcorrente, il quadro è “devastante”. Di fronte al danno di immagine subito dall’amministrazione – dice a Fanpage.it l’ex iena – è evidente che Galvagno “non può più essere credibile” per la successione di Schifani e dovrebbe dimettersi. Nonostante sia Galvagno che Amata siano considerati esponenti di punta di Fratelli d’Italia nell’isola, per ora i dirigenti nazionali del partito – incluso Ignazio La Russa, particolarmente vicino al presidente dell’Ars – hanno preferito non commentare. Il silenzio di Giorgia Meloni “nasconde imbarazzo profondo,
nessuno ha il coraggio di dire che la figuraccia è estrema. Meno male che il suo riferimento era Paolo Borsellino…”
Dall’inchiesta per corruzione che ha coinvolto il presidente dell’Ars e l’assessora al Turismo in Sicilia, sembra emergere una gestione poco trasparente delle risorse pubbliche. Lei cosa ne pensa?
È come se stessimo in questo momento nei peggiori bar di Caracas perché quello che accade al Parlamento siciliano è assolutamente incredibile. Da due anni io denuncio uno svilimento dell’istituzione, deputati che addirittura avevano dato soldi ad associazioni vicine ai propri familiari – io denunciato il caso Auteri – e adesso in questi giorni stiamo mettendo al centro quello che è di fatto un utilizzo assolutamente spregevole della cosa pubblica. Parliamo del presidente del Parlamento siciliano. Le intercettazioni parlano di un’utilizzo improprio dell’auto addirittura per comprare il kebab mandando il proprio autista – questo è quello che viene riportato dalla Guardia di Finanza – assessori regionali, sempre di Fratelli d’Italia, che avrebbero pressato per avere l’assunzione dei propri familiari, in questo
caso il nipote, in cambio di soldi pubblici. Quindi è un quadro devastante. Le opposizioni hanno chiesto compatte le dimissioni di Amata e personalmente, le dimissioni il Presidente Galvagno ma nonostante questo, loro sono lì fermi saldi alla poltrona perché evidentemente c’è una questione morale che in Fratelli d’Italia probabilmente da Napoli in giù non vale. Perché la premier Meloni è sempre molto ferrea sotto questo punto di vista, richiamando la questione morale, che però vale soltanto quando non si tratta di Fratelli d’Italia.
Entrambi gli indagati sono di FdI, Galvagno in particolare sarebbe molto vicino Ignazio La Russa e considerato in lizza per succedere a Renato Schifani nella corsa per la presidenza della Regione. L’inchiesta rischia di travolgere il partito di Meloni?
Al di là della questione squisitamente legale c’è una questione morale ed etica che viene prima a volte in politica, cioè un utilizzo dei fondi pubblici a proprio appannaggio semplicemente per favorire amici degli amici. Questo è quello che viene fuori da questa inchiesta e fa sì che inevitabilmente la figura di Galvagno non può più essere credibile per la successione del
Presidente Schifani. Delfino di Ignazio La Russa, il presidente più giovane del Parlamento siciliano che abbiamo mai avuto, ma certamente l’immagine ne esce in pezzi perché c’è un problema dell’utilizzo della base di quello che potrebbe essere un buon politico, che non dovrebbe pensare minimamente di potere macchiare la propria immagine. E lì invece ci sono ci sono fior fiore di intercettazioni della Guardia di Finanza e ringraziamo la Procura di Palermo, che con coraggio stanno accendendo i riflettori in quello che è un sistema assolutamente opaco della gestione dei soldi pubblici in Sicilia.
Il M5s ha chiesto le dimissioni di Galvagno, mentre Cateno de Luca (leader del partito di cui lei è stato presidente, ScN) ha espresso vicinanza per la gogna mediatica in corso. Anche secondo lei invece, Galvagno dovrebbe dimettersi?
Guardi, innanzitutto sono stato io a chiedere le dimissioni proprio di Galvagno e dell’assessora Amata. Ad oggi resto l’unico deputato all’Assemblea regionale ad aver chiesto le dimissioni del Presidente del Parlamento. Le altre posizioni non mi interessano nel momento in cui noi abbiamo una visione che
è controcorrente, assolutamente in linea con quelli che sono i principi della morale in politica. Non dobbiamo pensare che debba arrivare la magistratura, la politica deve arrivare prima. In questo caso la politica non sta arrivando perché nonostante ogni mattina ci svegliamo con delle decisioni che fanno veramente paura, quelli sono fissi alla propria sedia senza che possa succedere nulla. Al di là dei profili penali che la magistratura avrà modo di applicare, manca proprio la base di quello che è il sistema politico. Perché ripeto, l’utilizzo dell’auto blu per far trasportare i propri parenti – quello che dicono dalla Guardia di Finanza – in giro per la Sicilia o dire al proprio autista ‘ordinami il kebab’ come se l’auto blu fosse Glovo, già questo in qualsiasi Paese del mondo avrebbe portato in teoria alle dimissioni. Invece lì praticamente non succede nulla, sono tutti ben incollati alla sedia.
Finora i big del partito non hanno commentato. Come giudica questo atteggiamento? Si aspettava una reazione diversa da Roma?
Giorgia Meloni negli anni ha chiesto le dimissioni di Ignazio
Marino, della ministra Cancellieri, perché ha detto sempre che la questione morale veniva prima della politica. Il problema però è che in questa storia manca proprio Giorgia Meloni. Non ha fiatato, non ha espresso una parola. Dai leader nazionali di Fratelli d’Italia silenzio totale, quando vengono indagati i due big di Fratelli d’Italia, quelli che sono stati inseriti nel listino da FdI per essere eletti. E il silenzio di Fratelli d’Italia chiaramente fa capire che c’è un imbarazzo profondo e nessuno ha il coraggio di dire che la figuraccia è estrema. Si parla di probiviri, di indagini interne, ma di fatto non è accaduto nulla. Giorgia Meloni in persona in questa faccenda è stata in silenzio. Meno male che il suo riferimento era Paolo Borsellino, che diceva che la politica dovrebbe essere in qualche modo al fianco della magistratura, però vale soltanto quando non si tratta di se stessi. Quando si tratta del proprio partito si è tutti garantisti.
Intanto, come hanno denunciato dal Pd, i lavori dell’Assemblea regionale siciliana sono fermi da oltre un mese a causa dello scandalo. Quali sono le conseguenze di questo stallo per l’amministrazione?
Prima tutto un danno di immagine, di credibilità, di un Parlamento che è già scosso. Il precedente Presidente, ricorderete Micciché, è stato addirittura accusato di aver utilizzato l’auto blu per andare a comprare la cocaina, quindi insomma venivamo da un’immagine già svilente rispetto a quello che era il Parlamento siciliano. Ad oggi c’è un empasse totale perché davanti al fatto che c’è il proprio Presidente indagato per corruzione, un assessore indagato per corruzione, con i siciliani costretti a guardare. Poi ci si chiede perché la non vada più a votare. C’è un immobilismo totale: i problemi dei siciliani, la sanità prima di tutti, la viabilità, i trasporti. C’è una Sicilia completamente indietro rispetto a tutte le altre regioni d’Italia. Questi qua fondamentalmente hanno preso il potere e non vogliono lasciarlo.
(da Fanpage)
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