Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
IL PRIMO MINISTRO NON HA PIÙ IL CONTROLLO DELL’AEROPORTO DI MITIGA, DA CUI GLI SAREBBE IMPEDITO PERSINO IL DECOLLO… MENTRE LE MILIZIE DI MISURATA TENTENNANO, KHALIFA HAFTAR POTREBBE LANCIARE UNA NUOVA OFFENSIVA VERSO TRIPOLI, ANCHE PERCHE’ LA TURCHIA NON GLI E’ PIU’ COSI’ OSTILE… L’ITALIA NON CONTA UN CAZZO GRAZIE AI GRANDI STRATEGHI AL GOVERNO, CAPACI SOLO DI FINANZIARE UN GOVERNO CRIMINALE
In Libia una nuova guerra civile potrebbe scoppiare a breve. Gli Stati Uniti hanno lanciato
un allarme per l’evacuazione dal territorio libico, segnalando il rischio imminente di uno scontro armato a Tripoli tra il governo di unità nazionale (GNU) guidato da Abdulhamid Dbeibah e la potente milizia RADA. La tensione è palpabile: il primo ministro non ha più il controllo dell’aeroporto di Mitiga, da cui gli sarebbe impedito persino il decollo.
All’interno del GNU si registrano posizioni diverse: il ministro
dell’Interno Imad Trabelsi si dice fiducioso sulla rapidità dell’operazione contro RADA, mentre Dbeibah appare più cauto, consapevole che un conflitto prolungato potrebbe aprire la porta a una deriva potenzialmente incontrollabile.
A rendere ancora più complesso il quadro è la posizione ambigua di Misurata, profondamente divisa. Solo alcune componenti sembrano pronte a intervenire in difesa del GNU, mentre cresce il rischio che forze locali decidano di defilarsi. Questo indebolisce ulteriormente la posizione di Dbeibah e alimenta lo scenario più temuto: un’avanzata di Khalifa Haftar verso Tripoli.
L’eventuale mossa del generale cirenaico potrebbe incontrare meno resistenza del previsto. Contatti con RADA sarebbero in corso, e l’erosione del sostegno al GNU anche tra le milizie della capitale apre spazi di manovra. Haftar gode del supporto russo, che potrebbe sfruttare il caos per guadagnare una nuova sponda nel Mediterraneo dopo le difficoltà in Siria.
Al tempo stesso, i rapporti costruiti dal figlio con ambienti economici turchi potrebbero neutralizzare un’opposizione drastica da parte di Ankara. Tuttavia, qualsiasi operazione su Tripoli potrebbe rivelarsi subordinata a un tacito via libera americano, come già accaduto nel 2019, sebbene il contesto attuale sia sensibilmente diverso.
In controluce si intravedono anche dinamiche geopolitiche più ampie. La convergenza tra Washington e Mosca nel contenere un attacco israeliano all’Iran e i segnali di dialogo sull’Ucraina
suggeriscono che anche la Libia possa rientrare in una trattativa più estesa.
In questo senso, la gestione di dossier come i rifugiati palestinesi e gli immigrati detenuti sul suolo libico potrebbe essere parte di una partita più articolata tra grandi potenze.
Per l’Italia, la posta in gioco è alta. Un’escalation militare a Tripoli destabilizzerebbe una regione strategicamente prossima, e l’eventuale presa della capitale da parte di Haftar significherebbe un’espansione concreta dell’influenza russa in Nord Africa, con potenziali ricadute anche sul fronte migratorio (già usato come fattore di guerra ibrida contro l’Europa).
Roma ha espresso le sue preoccupazioni direttamente a Washington durante la recente visita del ministro Tajani, e punta ora a esercitare pressioni diplomatiche forti affinché l’ONU, con il sostegno europeo e possibilmente americano, promuova un processo rapido e credibile verso un nuovo governo in grado di unificare il paese, scongiurando così l’ipotesi di una nuova guerra civile nei prossimi giorni.
La missione onusiana UNSMIL è molto tesa, giustamente, e pare stia cercando di accelerare il percorso politico con una proposta che potrebbe concretizzarsi già il 5 agosto. Ammesso che non sia troppo tardi.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
FRANCESCO EMILIO BORRELLI DENUNCIA: “ALCUNI PERSONAGGI CHE GESTISCONO GLI INGRESSI NELLA GROTTA, PRENDEREBBERO SOMME DI DENARO A NERO, IN AGGIUNTA AL TICKET PAGATO DAI VISITATORI, PER SALTARE LA FILA COSTRINGENDO CHI È REGOLARMENTE IN FILA A VEDERSI PASSARE AVANTI CHI LASCIA UNA ‘LAUTA MANCIA'”
Una lite tra barcaioli all’ingresso della Grotta Azzurra, uno dei luoghi simbolo di Capri conosciuta in tutto il mondo, è stata ripresa da alcuni presenti e inviata al deputato Francesco Emilio Borrelli e al consigliere di Municipalità di Europa Verde Gianni Caselli. Secondo i denuncianti, “episodi simili sono ormai all’ordine del giorno con il rischio che si arrivi a episodi ben più gravi”. Alla base delle tensioni il fatto che, secondo Borrelli, “alcuni personaggi che gestiscono gli ingressi nella grotta, prenderebbero somme di denaro a nero, in aggiunta al ticket pagato dai visitatori, per saltare la fila costringendo chi è regolarmente in fila a vedersi passare avanti chi lascia una ‘lauta mancia’”.
“Quanto denunciato da chi ha realizzato il video è vergognoso e mortifica l’immagine di Capri e dell’intero settore turistico della nostra regione. Chiediamo verifiche immediate sulla condotta di chi dovrebbe gestire con trasparenza gli ingressi nella grotta, rispettando l’ordine di arrivo e l’acquisto regolare dei ticket, che invece chiede ai turisti di pagare una somma suppletiva a nero per saltare comodamente la fila, alimentando tensioni e risse tra i presenti. Chiediamo di conoscere se chi pretende questo pizzo legalizzato appartenga alla cooperativa stessa che gestisce lo sbigliettamento o si tratta di abusivi che, comunque vengono lasciati fare. Un fenomeno delinquenziale inaccettabile che deve essere stroncato sul nascere”, dicono Borrelli e Caselli.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
VERTICI IN PREFETTURA, PIANO SICUREZZA DEL VIMINALE, CENTINAIA DI AGENTI A CASERTA PER EVITARE DISORDINI CON CHI ANDRA’ A CONTESTARE LA PRESENZA DEL PROPAGANDISTA DEL CREMLINO… ARRIVEREMO A SCHEDARE ANCHE CHI ENTRA CON REGOLARE BIGLIETTO, NEL TIMORE CHE LO PRENDANO A PERNACCHIE O A MONETINE?
Per il concerto sinfonico del 27 luglio, diretto da Valerij Gergiev, amico di Putin, alla Reggia
di cCaserta, si prevedono proteste e l’arrivo di manifestanti da tutta Italia organizzati da associazioni, movimenti politici, comunità religiose.
Ed è per questo che è scattato l’allerta sicurezza già da alcuni giorni.
In Prefettura altra riunione del comitato per la sicurezza alla presenza della prefetta Lucia Volpe, del questore Andrea Grassi, dei comandanti provinciali delle forze dell’ordine e dei responsabili di Reggia e Scabec per mettere in piedi il piano sicurezza che ovviamente restano segreti.
Le forze dell’ordine da giorni monitorano la situazione cercando di comprendere anche le possibili strategie delle proteste che stanno crescendo in tutta Italia.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA TRIANGOLAZIONE DI INTERESSI TRA REGIONE CAMPANIA, SOTTOSEGRETARATO ALLA CULTURA E IL MANAGER ARIOSI… GERGIEV SARA’ INSERITO NEL PROSSIMO PACCHETTO DI SANZIONI EUROPEE, RISCHIA SEQUESTRO DEI BENI E RITIRO DELLA CITTADINANZA
C’è un filo che lega Verona alla Reggia di Caserta, passando per Roma e San Pietroburgo. Un filo che non ha nulla a che vedere con la musica come arte, ma molto con la musica come strumento di potere.
Il prossimo 27 luglio 2025, nella maestosa cornice vanvitelliana della Reggia, scalerà il podio Valery Gergiev, figura emblematica della cultura putiniana, in un evento destinato a scuotere gli equilibri istituzionali.
Dietro il concerto si consuma una guerra di potere sempre più esplicita tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sottosegretario Gianmarco Mazzi. Al centro del conflitto, la gestione dell’immagine internazionale della cultura italiana e
l’opportunità – o meno – di legittimare figure compromesse come quella di Valery Gergiev. Giuli avrebbe voluto che la Reggia di Caserta, in virtù del suo codice etico ispirato all’Agenda Onu 2030, chiedesse formalmente a Gergiev di fare un passo di lato.
Una posizione netta, sostenuta anche da partner europei e alleati internazionali: Paesi Bassi e Ucraina hanno formalmente richiesto che Gergiev venga incluso nel prossimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea, proprio per il suo ruolo attivo nella propaganda russa a sostegno del regime di Vladimir Putin.
La fermezza di Giuli è stata riconosciuta anche da Andrii Nadzhos, viceministro della Cultura ucraino, che ha espresso pubblicamente gratitudine per la posizione assunta dal ministro italiano nel definire l’esibizione di Gergiev come una manifestazione di propaganda russa, e per l’attenzione dimostrata sull’argomento durante l’incontro con il ministro della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche di Kyjiv, Mykola Tochytskyi, svoltosi a Roma in occasione della Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina.
Mentre il ministro cercava di bloccare l’evento, il sottosegretario Gianmarco Mazzi, esponente di Fratelli d’Italia, ha lavorato in direzione opposta. Insieme alla Regione Campania, ha dato via libera all’organizzazione del concerto attraverso il coinvolgimento diretto di Alessandro Ariosi, agente musicale con base operativa in Svizzera, da anni legato a Mazzi da rapporti professionali e strategici. I due formano l’asse che
muove la macchina del potere musicale italiano, spingendo artisti, nomine e fondi al di fuori del controllo diretto del vertice ministeriale.
Una fonte interna al Ministero della Cultura, interpellata dal nostro giornale, conferma che sebbene giuridicamente l’intera manifestazione “Un’estate da Re” rientri nella giurisdizione della Regione Campania, la costruzione del cartellone segue una logica politica ben consolidata, volta a portare in Italia figure legate ai circuiti russi e ad Ariosi. Il vero ministro ombra è Mazzi, mentre il capo della segreteria tecnica Emanuele Merlino – vicino a Giovanbattista Fazzolari – è l’uomo macchina. In questo meccanismo, le linee politiche ufficiali risultano di fatto neutralizzate da un circuito parallelo di relazioni e scelte strutturate.
Mazzi ha costruito negli anni un sistema di accumulazione di potere culturale fondato sulle nomine, sulla gestione dei fondi pubblici, e sul controllo del racconto mediatico. Con la delega alla musica e allo spettacolo dal vivo, Mazzi ha occupato caselle chiave nei teatri italiani, rafforzando la sua influenza in modo trasversale, anche con le attività di agenzie e fondazioni vicine al suo network, e con alleanze strategiche con televisioni pubbliche e amministrazioni locali. La scalata dell’Estate Teatrale Veronese nella classifica dei festival Fnsv – passata dal settimo al secondo posto – è solo uno dei segnali evidenti di un sistema progettato con precisione politica, con Verona, la sua città, al centro del panorama musicale italiano.
In questo disegno, Alessandro Ariosi svolge un ruolo operativo determinante. Dirige le attività di agente dalla sede svizzera della società Ariosi Management, e rappresenta artisti di primo piano come Valery Gergiev, Daniel Oren, Chiara Muti e Alvise Casellati.
I compensi dei due direttori coinvolti – Gergiev e Oren – saranno versati dalla Regione Campania direttamente alla sede elvetica della società, evitando così qualsiasi problema con la normativa bancaria europea. Il legame tra Ariosi e la Russia è strutturale: nel 2024 è stato giurato alla Elena Obraztsova International Singing Competition di San Pietroburgo, rafforzando i rapporti con il Teatro Mariinsky.
Ma la rassegna “Un’estate da Re” non è solo una vetrina. È la prova generale di un nuovo accordo per la gestione della lirica in Campania e nel Mezzogiorno, in cui Ariosi cerca di conquistare posizioni di rilievo, inserendosi nei circuiti teatrali meridionali. La sfida è estendere la sua rete commerciale e di rappresentanza a un’area geografica finora solo parzialmente presidiata.
Il concerto di Gergiev è anche il preludio a un’altra battaglia: la nomina del nuovo sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli. Mazzi e il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca sostengono la candidatura di Fulvio Macciardi, ex sovrintendente del Comunale di Bologna, teatro dove molti artisti avevano legami diretti con Ariosi. Daniel Oren, che sarà sul palco della Reggia, verrebbe nominato direttore musicale del
San Carlo. A contrastare questa ipotesi, il ministro Giuli e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che immaginano un altro nome.
Per De Luca, però, la vera posta in gioco non è la pace culturale o il dialogo istituzionale: è la possibilità di piazzare un altro tassello strategico prima della sua uscita di scena con le prossime elezioni regionali. Il San Carlo, in questa visione, diventa una delle ultime roccaforti culturali da consolidare, lasciando in eredità agli alleati fedeli un potere simbolico e operativo difficilmente reversibile.
Il ritorno in Italia di Gergiev, in questo quadro, non è un incidente né una leggerezza artistica. È l’emblema di un sistema che usa la musica come strumento di influenza, legittimazione e rendita. Un sistema che agisce in parallelo rispetto alle istituzioni ufficiali, alimentato da relazioni personali, reti internazionali e triangolazioni politiche, aspettando che finisca la guerra e si possa tornare a fare affari alla luce del sole con oligarchi e amici dei torturatori.
(da Linkiesta)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
SALVINI AVEVA L’OBBLIGO DI ASSEGNARE IL PORTO SICURO, ALTRO CHE “ACCANIMENTO”… SE QUALCUNO VUOLE FARE POLITICA LASCI LA MAGISTRATURA E SI PRESENTI ALLE ELEZIONI NELLE LISTE SOVRANISTE
C’è la decisione delle Sezioni Unite Civili della Cassazione del 18 febbraio 2025 al centro dl
ricorso ai Supremi giudici presentato, ieri, dalla Procura di Palermo contro la sentenza del tribunale che, a dicembre scorso, ha assolto il leader della Lega Matteo Salvini al processo Open Arms.
L’ex ministro dell’Interno era accusato di rifiuto di atti d’ufficio e sequestro di persona per aver negato lo sbarco a Lampedusa alla nave della ong spagnola e ai 147 migranti soccorsi in mare. Ma per il collegio il vicepresidente del Consiglio non è colpevole perchè l’obbligo di assegnare il porto sicuro alla imbarcazione
non gravava sullo Stato italiano.
La Cassazione, a febbraio, però, ha condannato il Ministero dell’Interno per un caso analogo, quello, appunto, della nave della Guardia Costiera Diciotti a cui pure fu vietato lo sbarco. Anche allora a causa del mancato rilascio del POS che il Ministero dell’Interno riteneva dovuto da altri Stati, l’imbarcazione rimase in acque territoriali, nei pressi di Catania, e i naufraghi non poterono raggiungere, per più giorni, la terraferma. Un gruppo di profughi chiese la condanna del Governo italiano a risarcire i danni non patrimoniali determinati dalla privazione della libertà. La questione, dopo alterne vicende giudiziarie, arrivò alle sezioni unite. Il collegio rinviò al giudice di merito la quantificazione del danno di fatto, però, dichiarando responsabile l’Esecutivo.
“Va certamente escluso che il rifiuto dell’autorizzazione allo sbarco dei migranti soccorsi in mare protratto per dieci giorni possa considerarsi quale atto politico sottratto al controllo giurisdizionale – affermò la Cassazione – Non lo è perché non rappresenta un atto libero nel fine, come tale riconducibile a scelte supreme dettate da criteri politici concernenti la Costituzione, la salvaguardia o il funzionamento dei pubblici poteri nella loro organica struttura e nella loro coordinata applicazione”.
Una sentenza fondamentale quella sul caso Diciotti in cui il collegio sancì anche che “l’obbligo del soccorso in mare corrisponde ad una antica regola di carattere consuetudinario,
rappresenta il fondamento delle principali convenzioni internazionali, oltre che del diritto marittimo italiano e costituisce un preciso dovere tutti i soggetti, pubblici o privati, che abbiano notizia di una nave o persona in pericolo esistente in qualsiasi zona di mare in cui si verifichi tale necessità e come tale esso deve considerarsi prevalente su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare”.
Citando il provvedimento delle sezioni unite, la Procura di Palermo, nell’impugnare l’assoluzione di Salvini scrive “che il negato sbarco, lungi dall’essere giustificabile alla luce delle procedure previste in tema di search and rescuе, non solo si pone in contrasto con la chiara normativa internazionale sul soccorso in mare che, comunque, si fonda sul generale e cogente obbligo di soccorso e sul dovere di collaborazione solidarietà tra Stati, ma soprattutto viola l’art. 13 della Costituzione e le altre norme sovranazionali che tutelano il medesimo bene giuridico”. “Di conseguenza, si è affermato – continuano i pm – che i migranti subirono indubbiamente un’arbitraria privazione della libertà personale e che, anzi, la decisione di merito, che non si era confrontata con tali disposizioni di rango superiore, doveva ritenersi priva di una vera e propria motivazione”.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
CHI SONO E COME CI SONO FINITI
Si tratta di Gaetano Cateno Mirabella Costa, 45 anni, originario di Taormina, e Fernando Eduardo Artese, 63 anni, cittadino con doppio passaporto argentino e italiano, residente a Las Palmas de Gran Canaria, in Spagna
Due cittadini italiani risultano attualmente detenuti presso la struttura di detenzione migranti soprannominata “Alligator Alcatraz”, nella contea di Miami-Dade, in Florida. La notizia, confermata da fonti consolari, riguarda Gaetano Cateno Mirabella Costa, 45 anni, originario di Taormina, e Fernando Eduardo Artese, 63 anni, cittadino con doppio passaporto argentino e italiano, residente a Las Palmas de Gran Canaria, in Spagna.
La struttura, circondata da paludi popolate da alligatori e serpenti, è finita al centro di numerose denunce per le condizioni disumane di detenzione. Secondo quanto riportato dal Tampa Bay Times, che ha raccolto testimonianze di diversi detenuti e familiari, il centro sarebbe caratterizzato da condizioni ambientali dure e da un regime di custodia che molti descrivono come punitivo.
Il caso di Gaetano Mirabella Costa
Gaetano Mirabella Costa, arrestato il 3 gennaio scorso nella Contea di Marion, è stato condannato a sei mesi di carcere per detenzione illegale di sostanze stupefacenti senza regolare ricetta medica, aggressione e aggressione aggravata contro una persona over 65. Una volta scontata la pena, le autorità statunitensi hanno disposto la deportazione in Italia per violazione delle norme migratorie. L’uomo è stato trasferito nel centro di detenzione Alligator Alcatraz lo scorso 9 luglio, in attesa del rimpatrio
Il caso di Fernando Eduardo Artese
Fernando Eduardo Artese, invece, è stato fermato dalla polizia stradale il 25 giugno per una contravvenzione legata a una multa non pagata. Da quel controllo è emerso che Artese, entrato negli Stati Uniti anni fa con un permesso turistico (ESTA), lavorava regolarmente in violazione dei termini del visto. A ciò si aggiunge un mandato di arresto pendente per mancata comparizione a un’udienza giudiziaria. Arrestato inizialmente a Riviera Beach, è stato trasferito ad Alligator Alcatraz il 3 luglio.
«Questo è un campo di concentramento. Ci trattano come criminali, è una ricerca di umiliazione», ha detto Artese, ripreso dal Tampa Bay Times.
«Siamo tutti lavoratori e persone che lottano per le nostre famiglie», ha detto lamentando un trattamento degradante e condizioni di detenzione che, secondo alcuni avvocati per i diritti civili, violerebbero gli standard minimi previsti dalle convenzioni internazionali. La sua famiglia, che vive regolarmente negli Stati Uniti da anni, è in contatto sia con il consolato italiano che con quello argentino.
Le difficoltà consolari
A complicare il quadro, l’impossibilità di instaurare un dialogo diretto con le autorità carcerarie della struttura, che rientra nella giurisdizione dell’ICE-ERO (Immigration and Customs Enforcement – Enforcement and Removal Operations). Secondo una nota diffusa dalla Farnesina, «Il Consolato Generale d’Italia a Miami e l’Ambasciata d’Italia a Washington stanno seguendo la vicenda con la massima attenzione, mantenendosi in costante
contatto con i famigliari dei connazionali e continuando a interessare le Autorità dell’Immigration and Customs Enforcement per reperire informazioni aggiornate sullo stato di salute dei connazionali e sulle tempistiche previste per il loro rimpatrio». Al momento, entrambi i cittadini italiani sono in attesa di essere rimpatriati, ma le tempistiche rimangono incerte.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’EMITTENTE HA GIUSTIFICATO LA SCELTA PARLANDO DI “RAGIONI FINANZIARIE”, MA IL FATTO CHE PARAMOUNT (CHE CONTROLLA “CBS”) STIA CHIUDENDO UN’IMPORTANTE FUSIONE CON LA SOCIETÀ DI PRODUZIONE SKYDANCE, UN’OPERAZIONE CHE HA BISOGNO DI UN’APPROVAZIONE GOVERNATIVA, FA PENSARE CHE “THE DONALD” ABBIA CHIESTO LE TESTE DEI COMICI IN CAMBIO DEL VIA LIBERA
La rete americana Cbs cancella il celebre programma satirico Late Show. E Donald Trump
esulta, sparando a zero sul conduttore Stephen Colbert («Sono felice che lo abbiano
licenziato» ha scritto ieri su Truth, anche se non è esattamente così) e altri popolarissimi comici americani: […] Jimmy Kimmel, di cui ha detto che «sarà il prossimo, ha ancor meno talento di Colbert»; e il poliedrico Jimmy Fallon, definito «il cretino che ha rovinato il grande Tonight Show», ovvero il programma che conduce da 10 anni su Nbc.
Che il presidente degli Stati Uniti non ami la satira è cosa nota: tutti ricordano come nel 2016 reagì con stizza alle battute su di lui dell’allora presidente Barack Obama durante la cena dei corrispondenti (evento che infatti da allora boicotta). E pazienza se la Cbs ha giustificato la decisione di cassare il programma a partire da maggio 2026 parlando di «scelta finanziaria che non ha a che fare con la performance né coi contenuti».
A nessuno è sfuggito quanto il presidente abbia gradito l’affondamento di quel talk show che pure andava in onda dal 1993 — quando a condurlo era un altro famosissimo intrattenitore, David Letterman — da ormai un decennio creatura di Colbert.
Il fatto è che la chiusura arriva a pochi giorni dalle battute di Colbert sul recente accordo da 16 milioni di dollari stretto con lo stesso Trump da Paramount — la società che oltre agli studios controlla pure diversi canali tv, Cbs compresa — a mo’ di risarcimento per aver mandato in onda, un anno fa, un’intervista a Kamala Harris , durante una puntatadi60 minutes, rispettatissimo programma d’inchieste
Secondo The Donald, l’intervista era stata montata in modo di favorire la dem durante la campagna elettorale (ma in realtà era andata in onda integrale): e aveva minacciato di far causa alla rete. Nonostante il parere degli avvocati, convinti che l’infondatezza delle accuse avrebbe garantito a Cbs la vittoria in tribunale senza dover sborsare nulla, la proprietà ha preferito pagare. E il motivo è presto detto: Paramount sta chiudendo un’importante fusione con la società di produzione Skydance e per concluderla ha bisogno di un’approvazione governativa.
Colbert — che stuzzica abitualmente Trump con le sue battute — ci aveva scherzato su in trasmissione lunedì: «Per ristabilire la mia fiducia in questa azienda mi servirebbe una bustarella da 16 milioni di dollari». L’annuncio del defenestramento è arrivato ancor prima di finire la settimana.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’ITALIA È TRA LE PRIME DIECI PER NUMERO DI PRESENZE, CON OLTRE CENTO AZIENDE (ANCHE SE ALCUNE OPERANO CON ATTIVITÀ LIMITATE E INVESTIMENTI SOSPESI)
Alla Ukraine Recovery Conference, organizzata a Roma la settimana scorsa per rimettere in piedi il suo paese dopo anni di guerra, Volodymyr Zelensky è stato chiaro: le aziende italiane che non hanno mai abbassato le saracinesche dei negozi in Russia dal 2022 non dovrebbero partecipare alla ricostruzione dell’Ucraina. Di molti colossi, italiani e internazionali, si conoscono i nomi.
Ma quelli delle aziende europee che continuano a spedire componenti necessari agli armamenti russi per levarsi in volo ancora no. A quanto pare, si sapranno presto: Zelensky ha promesso ai funzionari europei che la sua squadra sta procedendo ad identificarli.
Solo nel primo anno di guerra, il 2022, le aziende occidentali hanno versato imposte che hanno contribuito con 4 miliardi di
dollari al bilancio russo che sostiene la Difesa. Nel 2024 il Financial Times ha calcolato che le banche occidentali rimaste in Russia hanno versato al Cremlino oltre 800 milioni di euro di tasse: «Le sette principali banche europee per asset in Russia – Raiffeisen Bank International, UniCredit, Ing, Commerzbank, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo e Otp – hanno registrato un utile combinato di oltre 3 miliardi di euro nel 2023».
Coca-Cola, Pepsi, Philip Morris, Metro, L’Oréal: tutte queste insegne svettano ancora per le strade da Mosca a Vladivostok. Un mastodontico lavoro per rintracciare tutte le aziende che non se ne sono andate lo fa da anni il Celi (Chief executive leadership Institute) dell’università statunitense Yale. «Oltre mille aziende hanno annunciato di voler ridurre volontariamente le proprie attività in Russia, ma alcune hanno continuato a operare in Russia imperterrite».
Nonostante la politica sanzionatoria dei loro Stati d’origine, molti colossi occidentali stanno facendo business-as-usual, «affari come se niente fosse». Tra slovene, greche, austriache e danesi, ci sono le aziende francesi Babolat, Sanofi, Auchan, Clarins, le tedesche Braun e Bpw. Tra le prime dieci per numero di presenze è l’Italia, con oltre cento aziende, ma alcune operano con attività limitate e investimenti sospesi. Tra queste: Luxottica, Ariston, Benetton, Boggi, Unicem, Calzedonia, Cremonini, Barilla, Boggi, Cremonini, De Cecco, Fenzi, Barilla, Campari, Saipem, Geox, Ferrero
FATTURATI MILIARDARI
Uno degli ultimi report, datato 7 febbraio 2025, è firmato dalla Kse, Kyiv School of Economics, secondo cui solo 472 aziende sono davvero del tutto uscite dal mercato russo, oltre mille stanno riducendo invece investimenti e attività. «I risultati indicano che nel 2023,1.600 multinazionali hanno generato 196,9 miliardi di dollari di fatturato e 16,8 miliardi di dollari di utili in Russia. Si stima che nel 2023 le aziende straniere abbiano versato 21,6 miliardi di dollari di tasse al bilancio russo, portando il contributo fiscale totale per il 2022-2023 a 41,6 miliardi di dollari, equivalenti a un terzo del bilancio militare russo del 2025», scrivono gli economisti.
Che danno anche altri numeri: Mars, Nestlé e Procter & Gamble e altri operatori del settore dei beni di consumo sono stati tra i maggiori contribuenti dell’economia russa, con un fatturato totale complessivo di oltre 58 miliardi di dollari. Hanno pagato tasse per un miliardo e mezzo.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA NECESSITA’ DI UNA LEGGE SUL FINE VITA
L’Associazione Luca Coscioni ha depositato in Cassazione la sua proposta di legge popolare
sull’eutanasia legale, mentre il Parlamento porta avanti a rilento il ddl scritto dal centrodestra sul fine vita. Fanpage.it ha intervistato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione e uno dei volti più noti nella lotta per l’eutanasia legale in Italia.
Cappato ha fatto il punto sulla proposta della sua associazione e su quella della destra, che ha un intento “ostruzionistico”. In generale, ha detto, sul fine vita “la gente è avanti rispetto ai partiti”, mentre anche a sinistra ci sono esitazioni e incertezze da anni.
Avete depositato in Cassazione, in questi giorni, una proposta di legge popolare sul cosiddetto suicidio assistito. All’interno si prevedono procedure in tempi rapidi (al massimo un mese) e con requisiti più ampi di quelli attuali. Cosa cambierebbe se fosse approvata?
Il suicidio assistito è già legale – per persone che abbiano patologie irreversibili, sofferenze insopportabili e tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale – grazie alla sentenza della Corte costituzionale sulla mia disobbedienza civile sul caso di Dj Fabo. La nostra legge vuole fare un passo avanti, per l’eutanasia legale, con due punti fondamentali.
Il primo: che si possa effettuare l’eutanasia per mano del medico, su richiesta del paziente. Pensiamo, per esempio, alle
persone che sono immobilizzate e non possono o vogliono prendersi questo rischio.
E poi, a nostro avviso, anche determinati pazienti che non sono tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale dovrebbero avere diritto all’eutanasia legale. Un malato terminale di cancro di solito non dipende da un trattamento sanitario, ma può avere una speranza di vita di pochissime settimane. E devono esserci tempi certi: un mese per concludere le verifiche e ricevere la risposta, nel quadro del Servizio sanitario nazionale.
In Parlamento il centrodestra sta lavorando su un’altra proposta. Lei l’ha criticata duramente: ci può spiegare perché e che effetti avrebbe?
Il suicidio assistito, a determinate condizioni, è già un diritto. La proposta del governo lo vuole cancellare. Intanto rendendo i criteri di ammissibilità molto più ristretti. Oggi i pazienti devono essere tenuti in vita da “trattamenti di sostegno vitale”, che la Corte costituzionale ha specificato essere anche trattamenti praticati da caregiver o familiari, quindi non necessariamente essere attaccati a delle macchine. Per il governo invece devono diventare “trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, quindi pazienti attaccati alle macchine. Questo ridurrebbe drasticamente la platea degli aventi diritto.
In più, la valutazione viene affidata non più a dei medici del Servizio sanitario, ma a un comitato nazionale di nomina governativa, che ha mesi e mesi di tempo per dare una risposta, che poi dopo deve passare all’autorità giudiziaria. Parlando di
malati terminali, è una procedura fatta apposta per dire di no, ma anche per prendersi un tempo incompatibile con l’aspettativa di vita del malato.
Nella fase di attuazione, poi, viene cancellato il ruolo del Servizio sanitario nazionale, obbligando il paziente che fosse riuscito a passare in questo iter – e a mio avviso nessuno ci riuscirà – a trovarsi nella sanità privata o all’estero una soluzione per essere aiutato a morire. Con un effetto discriminatorio, anche proprio dal punto di vista delle possibilità economiche e relazionali, nei confronti di determinati pazienti.
Il centrodestra vuole che tra i requisiti ci siano anche le cure palliative. Perché siete contrari?
Sulle cure palliative, cioè sul diritto a essere aiutati a non soffrire, siamo tutti d’accordo. Non lo è stato per secoli il Vaticano, per il valore che aveva il dolore, però adesso siamo tutti d’accordo. C’è una legge da 15 anni in Italia, le cure palliative sono già un dovere per lo Stato, obbligatorie se il malato le vuole.
Ma a volte il malato ritiene le cure palliative non utili per lei o per lui. Quindi perché trasformarle in una sorta di trattamento sanitario obbligatorio per accedere al fine vita? L’intento è ostruzionistico: fare di tutto per impedire alla persona che soffre di accedere al diritto di essere aiutata a morire.
La Toscana ha varato una legge regionale che regola l’attuazione del suicidio assistito. Cosa pensa della scelta del governo di fare ricorso alla Corte costituzionale
La legge in Toscana è arrivata come legge di iniziativa popolare dell’associazione Luca Coscioni. Ovviamente una Regione non può cambiare in nulla le regole su chi può accedere al suicidio assistito, rimangono quelle stabilite dalla Corte Costituzionale nel caso Dj Fabo. La differenza, a fronte di pazienti che in questi questi anni hanno aspettato anche 2-3 anni una risposta del Servizio sanitario nazionale, è che questa legge fissa delle regole dei tempi: circa un mese, anche qui, per dare risposta ai malati.
La gestione della sanità è pienamente competenza regionale. La scelta del governo è una scelta ostruzionistica. Si sono resi conto che, mentre in sette anni solo otto persone in tutta Italia avevano potuto accedere all’aiuto medico alla morte volontaria, se le Regioni si danno delle procedure chiare, che garantiscono la persona malata e anche i sanitari della Regione, a quel punto altre persone potranno accedere a questo diritto. E allora il governo fa di tutto per impedirlo.
Abbiamo parlato del governo Meloni, ma negli ultimi anni maggioranze di tutti i colori politici non hanno mai varato una legge sul fine vita. È un limite della politica, o è una questione che per gli italiani in generale è troppo spinosa da trattare?
Per gli italiani direi proprio di no, lo dicono veramente tutti i sondaggi che si fanno su sul tema. È vero che a sinistra, quando c’era la possibilità, non c’è mai stata la volontà di affrontare questo tema. Quando abbiamo raccolto firme sul referendum, i vertici dei partiti non hanno partecipato. Tanti parlamentari, dirigenti e militanti invece sì. Credo che sia uno di quei classici
temi sui quali la gente è avanti rispetto ai partiti.
Nei partiti ci sono anche delle minoranze che pongono il veto. Magari per i buoni rapporti col Vaticano, magari per le loro dinamiche: per tenere compatti i partiti e la coalizione, non hanno il coraggio di discutere su temi sui quali si potrebbero dividere. Invece in politica anche dividersi, confrontarsi, dialogarsi è fisiologico, va bene.
In Francia e nel Regno Unito ne stanno discutendo. Come? In Francia hanno fatto un’assemblea di cittadini estratti a sorte che ha discusso se mesi, non c’è disciplina di partito. In Gran Bretagna, addirittura, i ministri della Giustizia e della Sanità in Parlamento hanno votato contro. Perché non bisogna andare per ordine e disciplina sui temi così. Bisogna andare per ciò che si crede, cercando di ascoltare il più possibile le persone che soffrono.
(da Fanpage)
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