Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
OGGI SOSTIENE CHE “E’ TROPPO PRESTO”, MA 10 ANNI FA LO CHIEDEVA LEI
Nel 2015, quando Fratelli d’Italia era un partito di opposizione al governo Renzi, la
stessa Meloni firmò insieme agli altri esponenti di FdI una mozione parlamentare che spingeva per il
riconoscimento dello Stato di Palestina, a certe condizioni.
Il tema dello Stato palestinese è tornato oggi al centro del dibattito europeo, e italiano, dopo la mossa del presidente francese Emmanuel Macron, che ieri ha annunciato ufficialmente l’intenzione di riconoscere la Palestina.
Giorgia Meloni ha chiarito che secondo lei al momento il riconoscimento sarebbe “controproducente”, perché prima deve nascere uno Stato palestinese vero e proprio, che al momento per Meloni non esiste nei fatti, e solo dopo si può procedere a riconoscerlo.
La richiesta fatta da FdI al governo di dieci anni fa era: “Giungere in tempi rapidi all’obiettivo del riconoscimento dello Stato palestinese”, a condizione di “reciprocità con Israele, quindi in accordo bilaterale”.
Cosa diceva la mozione di Meloni e Fratelli d’Italia per il riconoscimento della Palestina
Il testo della mozione è ancora disponibile sul sito personale di Meloni, e riportato dal portale della Camera. Il 27 febbraio del 2015, a Montecitorio l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni svolse un’informativa sulla politica estera. Nell’estate precedente l’esercito israeliano (poi accusato dall’Onu di crimini di guerra, così come Hamas) aveva attaccato la Striscia di Gaza causando 1.462 vittime civili in un mese e mezzo, di cui circa un terzo minorenni (2.200 in tutto le vittime palestinesi). I gruppi armati di Gaza avevano risposto sparando migliaia di razzi causando 73 vittime israeliane in tutto, di cui sette civili.
Alla Camera, dopo un lungo dibattito politico a livello nazionale, arrivavano diverse mozioni sulla Palestina. Quella di Fratelli d’Italia segnalava con “preoccupazione” che i conflitti internazionali avevano portato a un “arretramento delle prospettive di un’intesa capace di mettere fine alle storiche ostilità israelo-palestinesi”, e che la “vera premessa per il riconoscimento dello Stato palestinese” era una “pace duratura”.
Il testo di FdI affermava che “riconoscere unilateralmente uno Stato che si fondi nel Movimento di Resistenza islamica Hamas” avrebbe significato delegittimare “il principio del negoziato tra israeliani e palestinesi”, necessario “per la creazione di un effettivo Stato della Palestina”. Sarebbero servite, però, “iniziative politiche utili a indurre le parti a riaprire il negoziato e a rendere concreta la possibilità di riconoscere non solo due popoli, ma anche due stati nazionali distinti”. Sospendendo anche “la requisizione di nuove terre” e la “costruzione di nuovi insediamenti coloniali” da parte di Israele.
La priorità, per Meloni e gli altri esponenti del partito, era la “ripresa urgente del dialogo tra le parti coinvolte”. Per questo, la mozione chiedeva al governo Renzi di “sostenere la causa del dialogo” tra Israele e Palestina, anche spingendo per “un più deciso intervento dell’Onu e dell’Ue”, in modo da “giungere in tempi rapidi all’obiettivo del riconoscimento dello Stato palestinese nella condizione di reciprocità con Israele, quindi in
accordo bilaterale”.
Come andò a finire e cosa decise il Parlamento
Alla fine, il testo di Fratelli d’Italia fu bocciato dalla Camera. Intervenuto in dichiarazione di voto, Fabio Rampelli (oggi vicepresidente della Camera) attaccò il governo, che aveva dato parere sfavorevole, dicendo che era molto simile a quello della maggioranza: “Quasi tutte” le mozioni “asseriscono che ci devono essere due Stati e due popoli, e quasi tutte asseriscono che il riconoscimento dello Stato palestinese non può prescindere dal riconoscimento reciproco di Israele da parte della Palestina”, affermò.
Tra i testi presentati in Aula, erano molto diversi quelli di Lega e Forza Italia, che chiedevano di chiudere del tutto all’ipotesi del riconoscimento. Al contrario, il Movimento 5 stelle e Sinistra ecologia libertà chiesto esplicitamente di riconoscere lo Stato palestinese.
Alla fine passò la mozione del Pd, partito di governo, che impegnava l’esecutivo a “promuovere il riconoscimento” della Palestina. Una formula morbida, a cui infatti l’ambasciata israeliana a Roma reagì “positivamente”, dicendosi soddisfatta che il Parlamento avesse deciso “di non riconoscere lo Stato palestinese” e avesse invece “preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi”.
(da Fanpage)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LO PENSA NON SOLO L’88% DEGLI ELETTORI DEL CAMPO LARGO, MA ANCHE IL 53% DI CHI VOTA CENTRODESTRA…PER IL 47% IL COMPORTAMENTO DI ISRAELE E’ PARAGONABILE ALLA GERMANIA NAZISTA
Quasi due italiani su tre credono che a Gaza sia in corso un genocidio. E che Israele abbia reagito in maniera del tutto sproporzionata agli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023. Andando a colpire soprattutto civili innocenti. Una
posizione netta che, come mostra un sondaggio di YouTrend oggi ripreso da Repubblica, è condiviso da quasi tutti gli elettori
del Campo Largo (88%) e dalla maggior parte di quelli del centrodestra (53%). Una condanna trasversale all’operato del premier Benjamin Netanyahu, come l’ha definita il co-fondatore di YouTrend Giovanni Diamanti, che potrebbe avere serie ripercussioni sulle decisioni politiche. Ma che a volte vede riemergere accanto a sé posizioni fortemente antisemite. Per il 17% gli ebrei sono «responsabili di quasi tutte le guerre al mondo».
La condanna quasi unanime a Israele: per il 64% sta opprimendo il popolo palestinese
È un cambio di passo rispetto al sentore pubblico, che negli ultimi mesi ha dato l’apparenza di due fronti pressoché paritetici tra chi sostiene e chi condanna l’operato dell’esercito israeliano. Il verdetto del sondaggio, condotto tra l’11 e il 16 luglio su un campione di oltre 800 persone, sembra invece abbastanza unanime, Il 65% delle persone è molto o abbastanza d’accordo con il fatto che gli attacchi israeliani siano una reazione eccessiva. Il 64% ritiene che Tel Aviv stia opprimendo sistematicamente il popolo palestinese. Solo il 20% degli intervistati ritiene che queste affermazioni siano antisemite. Anche la gestione dei territori occupati in Cisgiordania è condannata dal 60% degli italiani. «È una sensibilità cambiata negli ultimi mesi», sostiene Lorenzo Pregliasco, co-fondatore di
YouTrend. «Potrebbe spiegare anche lo spostamento di queste ore dei governi, con il presidente francese Emmanuel Macron. Che spinge sul riconoscimento della Palestina. E Giorgia Meloni che ha trovato parole di condanna rimaste fin qui inespresse». Per il 47% il comportamento israeliano è paragonabile a quello della Germania nazista.
Un antisemitismo dilagante e sempre meno latente: per il 36% gli ebrei «controllano il mondo»
Rimangono però forti contraddizioni: «Gli italiani pensano che la condanna delle azioni di Israele non sia dovuta all’odio antiebraico ma al contempo percepiscono un aumento dell’antisemitismo», spiega Giovani Diamanti.
I risultati in questo senso sono abbastanza evidenti: il 36% degli intervistati crede che gli ebrei influenzino la finanza e i media di tutto il mondo. Il 17%, addirittura, li ritiene responsabili di quasi tutti i conflitti in corso – e passati – nel mondo. Non è un caso che il 40% degli intervistati ritenga molto o abbastanza diffuso l’antisemitismo e che il 34% lo percepisca come un fenomeno in crescita. A livello di giudizio storico, invece, circa il 30% delle persone sostiene che la creazione di uno Stato ebraico sia stato un errore e che vada superato.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ONU: “FAME PER MEZZO MILIONE DI PERSONE”… UNA PERSONA SU TRE NON MANGIA DA DIVERSI GIORNI… I CRIMINALI DI NETANYAHU CONTINUANO A FERMARE I CAMION DI AIUTI
La crisi umanitaria a Gaza ha raggiunto «livelli nuovi e impressionanti di
disperazione», portando almeno una persona su tre a non mangiare per diversi giorni. È il nuovo rapporto del World Food Program (Wfp) delle Nazioni unite ad accendere ancor di più il faro sulla situazione critica della popolazione palestinese all’interno della Striscia. «La malnutrizione è in forte aumento: 470mila persone dovranno affrontare una fame catastrofica in questi mesi, 90mila tra donne e bambini necessitano urgentemente di cure», si legge nella dichiarazione diramata dal Wfp.
Nessuna sicurezza alimentare, con gli aiuti agli sgoccioli da settimane, e una crisi sanitaria senza fine: «I prezzi sono alle stelle, c’è bisogno di aiuti alimentari. Le persone muoiono per mancanza di assistenza umanitaria». In attesa ci sono oltre 300 camion, che però non vengono fatti entrare nell’enclave palestinese. E gli attacchi non cessano, con 25 nuove vittime all’alba di oggi: 13 stavano aspettando proprio di ricevere gli aiuti.
La condanna di Francia, Uk e Germania
Nessuna sicurezza alimentare, con gli aiuti agli sgoccioli da settimane, e una crisi sanitaria senza fine: «I prezzi sono alle stelle, c’è bisogno di aiuti alimentari. Le persone muoiono per mancanza di assistenza umanitaria». In attesa ci sono oltre 300 camion, che però non vengono fatti entrare nell’enclave palestinese. E gli attacchi non cessano, con 25 nuove vittime all’alba di oggi: 13 stavano aspettando proprio di ricevere gli aiuti. Per la Wfp è necessario ripristinare il prima possibile «l’accesso a prodotti freschi e nutrienti essenziali come frutta, verdura, carne, pesce e latticini». Come fare? Idealmente interrompendo il blocco commerciale che Israele impone da anni alla Striscia di Gaza.
Gli aiuti internazionali
L’unica alternativa sono gli aiuti internazionali, che il Regno Unito si è detto disponibile a inviare per via aerea a patto che sia solo il primo passo verso una «soluzione a due Stati e in una
sicurezza duratura per palestinesi e israeliani». Ad affermarlo è stato il primo ministro Keir Starmer, poche ore dopo che Tel Aviv ha acconsentito per la prima volta al lancio di aiuti a Gaza. Lo stesso Starmer, insieme al presidente francese Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha firmato un appello chiedendo a Tel Aviv di interrompere immediatamente la «catastrofe umanitaria, revocando le restrizioni alla distribuzione di aiuti». Non solo. I tre Paesi condannano anche «qualunque tentativo di imporre la sovranità israeliana sui territori palestinesi occupati, che mette a repentaglio la soluzione negoziata a due stati».
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
NON AVEVANO I CASCHI E NON ERANO ALLACCIATI A CINTURE DI SICUREZZA
Due dei tre operai morti ieri a Napoli per il ribaltamento di un montacarichi lavoravano al nero. Lo confermano fonti investigative, dopo che la notizia è stata anticipata da alcune testate tra cui Il Mattino e la Repubblica. Il rispetto delle normative di sicurezza è uno degli aspetti dell’indagine della Procura di Napoli. Si sta inoltre cercando di verificare perché gli operai non indossavano caschi al momento dell’incidente e perché non erano allacciati a cinture di sicurezza, un dispositivo che, se usato, avrebbe impedito la caduta nel vuoto. Ciro Pierro, Luigi Romano e Vincenzo Del Grosso avevano tutti tra i 50 e 60
anni. Stavano lavorando in un cantiere all’interno di un palazzo in via Domenico Fontana, quartiere Vomero. Sono saliti sul montacarichi quando questo, all’altezza del settimo piano, si è ribaltato facendoli precipitare nel vuoto. Il volo di 20 metri è stato fatale.
L’analisi del cestello: era in grado di coprire quel carico?
Non si ferma il lavoro del procuratore aggiunto Antonio Ricci e del sostituto Stella Castaldo. Dopo un primo sopralluogo sul luogo dell’incidente, gli inquirenti analizzeranno anche i dati tecnici del cestello e dell’intera struttura a cui era collegato, per capire se era adatto a sostenere il carico. I magistrati della sesta sezione “Lavoro e Colpe professionali” hanno chiesto la documentazione. Si aspetto un quadro più completo prima delle eventuali iscrizioni nel registro degli indagati e ipotesi di reato.
«Mio fratello era attento alla sicurezza, chiediamo verità»
Olimpia e Bruno, fratelli di Ciro Pierro oggi al Mattino dichiarano che «non si può morire sul lavoro nel 2025». «Ciro e gli altri due operai non dovevano morire. Non si può uscire da casa all’alba per andare a lavorare, sotto il sole e duramente, per poi trovare la morte. È inaccettabile. La nostra famiglia è sconvolta. Voglio ricordare ancora una volta che mio fratello era una persona attenta alla sicurezza e infatti non gli era mai successo nulla. Chiediamo la verità e pretendiamo di avere spiegazioni sulle norme di sicurezza nel cantiere», dichiara Bruno. E infine: «Mio fratello amava e si dedicava totalmente
alla sua famiglia. Alla moglie con cui stava da 40 anni e ai suoi due figli, ormai grandi, che abitano fuori Napoli e con i quali aveva un rapporto bellissimo. La più grande, Rossella, così la chiamiamo tra di noi, si è laureata in Biologia e vive a Pesaro, Giovanni a Roma, entrambi rappresentavano motivo di grande orgoglio per lui perché, da operaio, era riuscito a garantire loro gli studi e un futuro migliore. Ovviamente, con grande dolore, li abbiamo avvisati e ci stanno raggiungendo. Siamo stati da sempre una famiglia molto unita e siamo tutti dei grandi lavoratori».
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
SI CONTINUA A MORIRE SUL LAVORO E NON PER FATALITA’
Pressione a fare in fretta, sottovalutazione dei rischi, disattenzione, fatica,
sfruttamento intensivo, preparazione inadeguata alla mansione, l’elenco delle cause per cui si continua a morire sul lavoro è lungo e poco ha a che fare con la “fatalità”, con l’imperscrutabilità del destino. Può invece essere sintetizzato in una diffusa e trasversale carenza di consapevolezza che la sicurezza sul lavoro è un diritto da rivendicare e un obbligo da praticare da parte di tutti, lungo la filiera che va dal committente, o datore di lavoro, al singolo lavoratore/lavoratrice, oltre a riguardare, ovviamente, anche chi lavora in proprio. Perché garantire, e rivendicare, sicurezza sul lavoro significa assicurarsi che il lavoro non metta, per nessuna ragione, a rischio la vita. Le conseguenze mortali della mancanza di forme di sicurezza adeguate non sono “morti bianche”, sono veri e propri omicidi sul lavoro.
Di fronte all’inarrestabile catena di morti sul lavoro (tre soltanto ieri), che ormai fa notizia solo quando avviene in circostanze particolarmente sconvolgenti o coinvolge più persone, si sono dette molte parole e fatte molte proposte, a partire dall’aumento dei controlli e il rafforzamento delle responsabilità lungo la filiera degli appalti (quest’ultima oggetto anche di uno dei referendum che, purtroppo, non ha ottenuto il quorum). Certo i controlli sono importanti e vanno rafforzati, non solo per quanto riguarda l’esistenza dei sistemi di protezione, la regolarità dei contratti e l’applicazione delle norme, ma anche sull’adeguatezza delle qualifiche e competenze dei lavoratori/lavoratrici rispetto alle mansioni in cui sono impiegati. Così come va rafforzata la catena delle responsabilità (ed evitare che le cause penali che seguono agli incidenti mortali si trascinino per anni e finiscano in un pugno di mosche). Ma non è sufficiente se anche i lavoratori non sono messi in grado di rifiutare condizioni di lavoro prive della necessaria sicurezza e non sono sufficientemente formati, non solo per le mansioni che devono svolgere, ma sui loro diritti ed anche sulla necessità che loro stessi non violino le norme di sicurezza per fare più in fretta, o per stare più leggeri, o perché si sentono in grado di evitare i rischi.
Entrambe queste cose sono difficili in un mercato del lavoro in cui la precarietà non solo è diffusa, ma è un’ombra che accompagna anche chi ha un contratto a tempo indeterminato e dove, in certi settori (l’edilizia, l’agricoltura, la logistica) la manodopera è spesso formata da migranti che, oltre ad aver bisogno di lavorare ad ogni costo, non sempre sono a conoscenza delle norme che dovrebbero regolare il loro lavoro. Lavoro nero o “grigio”, caporalato, povertà, irregolarità forzata sono terra di coltura della insicurezza sul lavoro e vanno affrontati in quanto tali. Tuttavia bisogna provare anche a formare e rafforzare la consapevolezza dei lavoratori, in qualsiasi condizione contrattuale e di residenza, che la loro vita è preziosa e va salvaguardata.
Lo si può fare (come sindacati, associazioni di società civile) facendo formazione sul lavoro e ai lavoratori, fornendo informazioni essenziali non solo sui loro diritti, ma sui comportamenti da tenere per non esporsi a rischi, anche entrando in conflitto con datori di lavoro poco scrupolosi. E lo si dovrebbe fare preventivamente con le ragazze e i ragazzi quando sono ancora a scuola, nel contesto dell’educazione civica, di cui le norme di base del diritto del lavoro e della sicurezza sul lavoro dovrebbero essere una componente essenziale almeno a partire dal biennio delle superiori: parte integrante della formazione di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, inclusi sia il
diritto a condizioni di lavoro che non mettano a repentaglio la vita solo perché non a norma sia la necessità di avere comportamenti responsabili verso la propria vita e quella altrui, in generale e specificamente nei contesti lavorativi.
(da lastampa.it)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
SI VIAGGIA PIU’ LEGGERI SENZA IL PESANTE ZAINO DELLA CIVILIZZAZIONE SULLE SPALLE
“Alligator Alcatraz” è il titolo perfetto per un cartoon o per lo spettacolo di un comico. Suona ferocemente allegro. Che Trump, o chi per lui, l’abbia scelto per nominare il nuovo luogo di reclusione per stranieri irregolari, circondato da paludi e alligatori (ci saranno anche le sabbie mobili, come nei filmetti di avventura della nostra infanzia?) è il classico segno dei tempi: ovvero di un tempo che sembra una specie di implacabile parodia di se stesso.
Cinicamente, potremmo dire che questa capacità di raffigurare l’umanità come un’accolita di feroci buffoni, o di buffoni feroci, è quasi una conquista. Leva di mezzo ogni residua illusione, trasforma in vecchio ciarpame l’idea, che ci pareva consolidata, che esista un limite al piacere della sopraffazione, e che un carcere possa essere — addirittura — un luogo di rieducazione e di ricostruzione civile.
Chiosando Cetto Laqualunque: non solo “int’u culu la pace” e “int’u culu l’ambiente”, anche “int’u culu i carcerati”, e Diderot, e Beccaria, e la democrazia, e i diritti, e il rispetto, e la gentilezza, e la pena per i vinti, e tutte le altre menate con le quali ci siamo gingillati inutilmente da quando siamo usciti dalle caverne e, più attivamente, negli ultimi due secoli e mezzo.
Ed effettivamente: una parte dell’umanità è visibilmente lieta della fine di questa oppressione. Si viaggia più leggeri senza il pesante zaino della civilizzazione (con tutti quegli obblighi e quelle regole) sulle spalle. Capita però che un altro pezzo di umanità si volti indietro chiedendosi dove diavolo ha perso lo zaino. E torni a cercarlo.
(da repubblica.it)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“UN AVVISO DI GARANZIA NON E’ UNA CONDANNA”
L’avvocato che non vuole cadere nel burrone chiede tempo, ma predica garantismo. E
resta in attesa, di fronte al bivio dove non può sbagliare strada. Per sciogliere la riserva sull’appoggio a Matteo Ricci, Giuseppe Conte aspetterà il 30 luglio, cioè l’interrogatorio dell’ex sindaco di Pesaro, come aveva anticipato il Fatto ieri. L’ex premier vuole capire anche se la procura abbia carte coperte in mano. Ma mentre ieri in riunione spiegava ai vari coordinatori locali delle Marche come e per quali motivi il Movimento aspetterà ancora, Conte ha anche ribadito quanto aveva già in buona sostanza detto agli eletti lombardi domenica scorsa, prima che Giuseppe Sala si auto-assolvesse nel suo discorso a Palazzo Marino. Ovvero che il suo M5S non è più quello di un tempo. “Non siamo forcaioli” aveva assicurato sei giorni fa. Però ieri a eletti e rappresentanti delle Marche, raggrumati assieme alla vicepresidente e responsabile Enti locali Paola Taverna, Conte ha detto di più: “Un avviso di garanzia non è una condanna: una forza politica matura e responsabile come il
Movimento deve valutare caso per caso se il singolo ha dimostrato onestà o disonestà”. Aggiungendo una frase che è una scomunica su una vicenda paradigmatica del M5S che fu: “Non voglio più trovarmi di fronte a situazioni come quella di Bibbiano”.
Molto più che una presa di distanza dal Luigi Di Maio che nell’estate 2019 definì il Pd “il partito di Bibbiano”, con riferimento all’inchiesta sulla gestione dei minori in affido, una vicenda dolorosissima che poche settimane fa si è conclusa con undici assoluzioni e tre condanne con pena sospesa. Conte marca la differenza. Ma ai suoi che aspettano indicazioni, ricorda che il Movimento in questa storia, con un candidato del campo progressista indagato per corruzione contraria ai doveri d’ufficio, si gioca molta della sua identità. “Serve prudenza” ripete più volte.
Detto ancora meglio, “etica pubblica, trasparenza e legalità sono i nostri valori fondanti e non negoziabili”. Da quelli non si può prescindere, insiste, quindi la decisione finale dovrà rispettare quei paletti. Riassumendo, Conte cerca di non dare ai suoi un orientamento preciso. Anzi, chiede al coordinatore regionale e deputato Giorgio Fede e a tutti gli altri rappresentanti locali di raccogliere gli umori e le idee della base e di riportarglieli. Non vuole uno scollamento tra Roma e il territorio. Invoca calma e
lucidità, in riunione e nelle chiacchierate interne. Sa che la strada è stretta. E non vuole esporsi. Per questo in mattinata diserta il convegno a Roma dove si discuteva di una proposta di legge “per la piena e buona occupazione”, in particolare “di giovani e donne”. C’erano Schlein e i due rossoverdi, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Lui, che non si vede a Montecitorio da quando è deflagrato il caso Ricci, ha preferito schivare le domande dei cronisti ed evitare l’occhio delle telecamere su ogni scambio di sguardi o di sussurri tra lui e Schlein, che ieri proprio al convegno in una sala della Camera ha blindato l’ex sindaco: “È il nostro candidato”. Conte spera di dirlo nei prossimi giorni. Ma per farlo attende che da qui al 30 non escano altre notizie urticanti sulla vicenda giudiziaria. Soprattutto, si augura che l’eurodeputato esca bene dal confronto con gli inquirenti. Però sa benissimo che uno strappo nelle Marche avrebbe conseguenze politiche difficilmente calcolabili. Certo, ai suoi ripete da giorni che “la questione Ricci e la Campania sono partite che non vanno confuse”. Smentisce che in caso di mancato appoggio all’ex sindaco dal Nazareno possa arrivare lo stop alla candidatura di Roberto Fico, come rivalsa.
Ma tutti sanno che un passo di lato nelle Marche darebbe fiato e pretesti a quel bel pezzo del Pd che tifa contro l’intesa strutturale con il M5S, aumentando nello stesso tempo il potere contrattuale
di Vincenzo De Luca, che non a caso ieri è tornato a sparare contro dem e 5Stelle. “Il quadro rischia di non tenere, può saltare tutto” avvertono da giorni da Alleanza Verdi e Sinistra, e più di qualche dem. Non è un caso che Conte stia ormai decisamente virando verso l’accordo con il Pd in Toscana, accettando di deglutire la candidatura dell’uscente Eugenio Giani, che non era l’opzione preferita neppure per Elly Schlein. Ma le Regionali sono una partita dove i progressisti non possono farsi male. Perché certi treni non ripassano.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
OCCORRE PROTEGGERE LO STATO DI DIRITTO DALL’AGGRESSIONE MILITARE E MANIPOLATORIA RUSSA
Quando si vince una piccola ma significativa battaglia culturale e giornalistica, come quella dell’annullamento del concerto di un celebre propagandista russo a Caserta, non bisogna festeggiare né rimirarsi allo specchio, ma al contrario raddoppiare gli sforzi per informare il dibattito pubblico sul pericolo serio, concreto e attivo che sta correndo la società basata sullo stato di diritto e sulla difesa dei diritti.
Valery Gergiev e i tanti artisti come lui sfoggiati dal Cremlino sono un’arma dell’imperialismo culturale russo sguainata per annientare le identità altrui laddove i russi entrano con i carri armati, e per influenzare, ammorbidire e manipolare l’opinione pubblica dove per fortuna ci sono ancora quei governi che contrastano il plurisecolare espansionismo coloniale di Mosca.
Un concerto è un concerto, certo. Ma è anche qualcos’altro se è stato organizzato in nome dell’amicizia tra i popoli, che è l’antica parola d’ordine sovietica per nascondere la cancellazione culturale, linguistica e identitaria dei popoli sottomess
dall’Armata rossa e colonizzati dal Cremlino.
Del resto sono state chiarissime le parole dell’ambasciatore della Federazione Russa a Roma, a commento della decisione della Reggia di Caserta di cancellare il concerto di Gergiev: «Tale evento avrebbe potuto costituire un grande evento di portata unificante e ispiratrice per la vita pubblica italiana, per gli ambienti culturali del Paese, sarebbe stato un’autentica celebrazione dei valori legati alla pace e all’umanesimo».
Ecco a che cosa serviva il concerto di Gergiev a Caserta, non a ripetere la sceneggiata di qualche giorno fa a San Pietroburgo quando Gergiev ha diretto l’orchestra e intanto mostrava a tutto schermo slogan suprematisti tipo “credere, obbedire, combattere”. No, quella era propaganda spicciola per mobilitare il pubblico di casa e per lisciare il pelo allo zar del Cremlino.
A Caserta e altrove nel mondo occidentale – dove però hanno capito il giochetto e, dotati di leader più svegli, lo hanno etichettato per tempo come “persona non grata” – l’obiettivo era più sottile e raffinato: mostrare la grandezza della sua arte musicale, e quindi della cultura russa, per creare, come ha scritto l’ambasciatore di Putin, «un grande evento di portata unificante e ispiratrice per la vita pubblica italiana, per gli ambienti culturali del Paese» e «un’autentica celebrazione dei valori legati alla pace e all’umanesimo».
Tradotto dal cirillico: Gergiev a Caserta era, come abbiamo spiegato pressoché da soli ogni giorno, un tassello della strategia propagandistica del Cremlino per convincere gli italiani a fermare le sanzioni a Mosca e indebolire il sostegno all’Ucraina, lasciando ai russi la libertà di colonizzare in santa pace l’Europa orientale, come ai bei tempi quando facevano pulizia etnica con i gulag, la pianificazione della carestia e la russificazione forzosa in Ungheria, a Praga, a Varsavia, in Georgia, e finanziavano i gruppi armati eversivi che spargevano sangue nelle nostre strade, mentre noi leggevamo placidamente Tolstoi, ascoltavamo Prokofiev e gongolavamo «Ah, la Grande Cultura Russa…».
Abbiamo cominciato subito a raccontare il peso propagandistico di quel concerto di Gergiev, mentre i vertici politici del paese preferivano guardare altrove; abbiamo raccontato la rete di interessi italiani del Maestro russo, le complicità politiche nostrane e, siccome siamo pur sempre il paese dell’operetta, anche la lottizzazione politica degli enti lirici italiani che fa da quinta all’incarico casertano di Gergiev.
Abbiamo provato a decodificare l’imperialismo culturale russo e a rappresentare la percezione che ne hanno i popoli che hanno subito la dominazione di Mosca, ma abbiamo anche evidenziato l’incosciente mollezza italiana di fronte a una minaccia che appare remota e improbabile agli occhi di chi non vuole vedere
proclami, le azioni e i crimini di Putin e dei suoi sgherri.
Da ultimo, abbiamo inviato alcune domande direttamente a Gergiev, chiedendogli semplicemente che cosa ne pensasse dell’aggressione all’Ucraina e dell’assassinio di Navalny. Nessuna risposta dal Maestro e, infine, il concerto è stato cancellato grazie soprattutto all’infaticabile vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che ogni due per tre riscatta l’onore dei democratici; a Marco Taradash ed Europa radicale che a loro volta ogni giorno riscattano l’onore dei radicali; a Carlo Calenda e Azione che danno corpo alla battaglia più giusta del nostro tempo; a coraggiosi studiosi come Nona Mikhelidze e Sofia Ventura che con meticolosità scientifica sbriciolano la paccottiglia dei propagandisti; ai tanti lettori de Linkiesta che proprio per questo ci sostengono; a tutti i meravigliosi resistenti ucraini che loro malgrado combattono coraggiosamente sul fronte militare della guerra russa alla società aperta, mentre alcuni erano pronti ad arruolarsi all’operazione musicale speciale di Gergiev.
(da Linkiesta)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE EUROPEA PUNTA A VIETARE L’ACQUISTO DI METANO DALLA RUSSIA DAL 2027. MA LE DIFFICOLTÀ DI MOSCA SONO GIÀ EVIDENTI. E, SE NEL 2024 LA RUSSIA ERA RIUSCITA A RIPRENDERSI QUOTE DI MERCATO, ADESSO SEMBRA NON AVERE PIÙ MOLTE CARTE DA GIOCARSI O NUOVI MERCATI DA SFRUTTARE
Produzione ed export di gas dalla Russia sono tornati a scendere dopo il clamoroso
recupero del 2024. E questa volta Mosca potrebbe essere arrivata al capolinea, a prescindere dal successo dei piani della Commissione europea, che a giugno ha presentato una proposta per vietare dal 2027 gli acquisti da parte dei Paesi Ue (salvo alcune proroghe, limitate a casi residuali).
Già adesso la Russia sembra avere a disposizione più gas di quanto non riesca a venderne. Con la fine dei transiti via Ucraina a fine 2024, le esportazioni di Gazprom verso l’Europa – ormai possibili solo attraverso il TurkStream – sono crollate del 47% nel primo semestre di quest’anno, ad appena 8,33 miliardi di metri cubi (Bcm), secondo dati raccolti da Reuters.
Volumi che se replicati nei prossimi mesi porterebbero a un totale di circa 16 Bcm per il 2025: il minimo dagli anni 70, quando erano stati da poco siglati (e non erano ancora a regime) i primi contratti con clienti europei, tra cui Eni.
Nel 2023 gli acquisti della Ue si erano già ridotti a 25 Bcm via
tubo, affiancati da 18 Bcm sotto forma di Gnl. Entrambi, a sorpresa, sono aumentati nel 2024: a 32 Bcm per il gas via pipeline (un rimbalzo del 28%) e a 20 Bcm (+11%) per quello liquefatto. La tendenza ora tornata ad invertirsi: la Commissione Ue prevede che gli acquisti europei di gas russo quest’anno scenderanno nel complesso di quasi un terzo, da 52 a 37 Bcm.
Per le forniture di Gazprom sono rimasti attivi contratti per appena 15,1 Bcm, concentrati soprattutto in Ungheria, Slovacchia e Serbia, stimava a marzo uno studio Oies: da aprile 2022 la società russa ha perso – in quanto scaduti, rescissi o sospesi – contratti per 135 Bcm
Quanto al Gnl, rimane uno zoccolo duro di contratti di lungo termine legati all’impianto Yamal Lng di Novatek, che obbligano (ancora per oltre 10 anni) al ritiro dei carichi e in parte anche al recapito in Europa: Bruxelles vorrebbe terminare anche questi dal 2027. In particolare gli obblighi riguardano la francese TotalEnergies (per 5,5 Bcm), la tedesca Sefe (4 Bcm) e la spagnola Naturgy (3,4 Bcm).
Per la Russia la situazione sta già diventando difficile. Complici la discesa dei prezzi e la debolezza del rublo, le entrate statali dall’Oil&Gas sono proiettate a ridursi del 37% nel mese di luglio, a 680 miliardi di rubli (8,7 miliardi di dollari), stima Reuters.
Anche la produzione di gas del Paese – che per circa due terzi fa capo a Gazprom – sta frenando, perché non trova sbocchi sufficienti né sul mercato interno né su quelli di esportazione: nel primo semestre si è attestata a 334,8 Bcm per Bloomberg, in calo del 3,2% su base annua e di oltre il 10% rispetto al 2021 (quando nell’intero anno era stata di 763 Bcm).
Mosca non ha risparmiato gli sforzi per trovare nuovi mercati, ma sostituire l’Europa non è realisticamente possibile. E ulteriori progressi nel diversificare i clienti sono difficili, non solo per via delle sanzioni.
L’unico gasdotto verso la Cina che Gazprom ha finora costruito – il Power of Siberia 1 – da quest’anno funziona a pieno ritmo, con una capacità che però è di appena 38 Bcm: meno di un quinto dei volumi che fino a pochi anni fa raggiungevano l’Europa. Un’altra pipeline in direzione Cina, da 10 Bcm, dovrebbe entrare in funzione nel 2027. Le trattative con Pechino per il Power of Siberia 2 (altri 38 Bcm) sembrano invece essersi arenate.
(da ilsole24ore)
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