Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
NEL MATERIALE PROBATORIO CI SONO 40 COMPUTER, PIÙ DI 300 GIGABYTE DI DATI E 60 ELEMENTI FISICI, TRA CUI FOTOGRAFIE, REGISTRI DI VIAGGIO, ELENCHI DI DIPENDENTI, OLTRE 17.000 DOLLARI IN CONTANTI, CINQUE LETTINI DA MASSAGGIO”
Un nuovo rapporto fa luce sull’enorme quantità di prove accumulate dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) su Jeffrey Epstein — la maggior parte delle quali non è ancora stata resa pubblica.
Giovedì, il New York Times ha riferito su quanto accaduto dietro le quinte durante una vasta revisione dei dossier Epstein condotta dal DOJ per diversi mesi all’inizio di quest’anno. Secondo il Times, i funzionari del Dipartimento hanno esaminato “oltre 100.000 pagine di documenti” relative all’indagine federale del 2019 sul pedofilo condannato.
Gli avvocati del DOJ hanno analizzato questo enorme archivio di prove in quattro cicli di revisione tra febbraio e aprile.
Il vice procuratore generale Todd Blanche ha dato istruzioni al personale di segnalare qualsiasi menzione del presidente Donald Trump, insieme a quella di altri personaggi pubblici di rilievo,
“inclusi l’ex presidente Bill Clinton e il principe Andrea”.
Poi, a maggio, la procuratrice generale Pam Bondi ha confermato a Trump che il suo nome era presente nei documenti su Epstein, come riportato questa settimana dal Wall Street Journal.
Il Times ha riferito che alti funzionari dell’amministrazione Trump — tra cui Blanche, Bondi, il direttore dell’FBI Kash Patel e il vice direttore Dan Bongino — hanno sempre sostenuto che non esistono prove che coinvolgano persone al di fuori di Epstein.
Tuttavia, la base MAGA di Trump continua a insistere sulla questione, credendo che la pubblicazione integrale delle prove possa rivelare i nomi di presunti complici e associati di Epstein finora sconosciuti.
All’inizio di questo mese, ABC News ha pubblicato un servizio sull’indicizzazione da parte dell’FBI del materiale probatorio relativo a Epstein, e su ciò che non è ancora stato reso pubblico. Tra questi elementi vi sarebbero “40 computer e dispositivi elettronici, 26 unità di memoria, oltre 70 CD e sei dispositivi di registrazione”, contenenti “più di 300 gigabyte di dati”.
“Le prove includono inoltre circa 60 elementi fisici, tra cui fotografie, registri di viaggio, elenchi di dipendenti, oltre 17.000 dollari in contanti, cinque lettini da massaggio, le planimetrie
dell’isola di Epstein e della casa di Manhattan, quattro busti raffiguranti parti del corpo femminile, un paio di stivali da cowboy da donna e un cane di peluche”, prosegue il rapporto di ABC.
La rete ha inoltre riferito che l’FBI è in possesso dei registri dei visitatori della “Little Saint James”, l’isola privata di Epstein, oltre a un registro dei viaggi in barca da e verso l’isola. La celebre “lista dei clienti” potrebbe trovarsi tra questi documenti, dal momento che secondo quanto riportato da ABC, l’FBI possiede anche “un documento con dei nomi” tra le prove legate a Epstein.
(da alternet.org)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
QUANTI PARTONO PER LE FERIE E DOVE ANDRANNO… VACANZE SPEZZATE E SOGGIORNI DA AMICI E PARENTI
Non sono pochi, ma ben 36,1 milioni sono gli italiani che trascorreranno un periodo di
vacanza fuori casa, tra giugno e settembre. Di questi di 25,4 milioni di adulti e 10,7 milioni di minori. Un terzo di loro (33,6%) farà più di un periodo di vacanza oltre quello principale. E l’Italia rimane la meta preferita: 9 italiani su 10, circa l’88 per cento rimane in patria. Solo il 12 per cento sceglierà di andare all’estero.
Questi i dati dell’indagine di Tecnè realizzata per la Federalberghi, che prevede un volume di affari sarà di 41,3 miliardi.
Agosto, periodo leader per viaggiare
Quando partono gli italiani? 15,7 milioni di loro si fermano a giugno, 16,1 a luglio, 17,5 ad agosto e 4,7 viaggiano invece a settembre. La vacanza principale durerà in media 10 giorni e costerà nel suo complesso (includendo viaggio, vitto, alloggio e divertimenti) 888 a persona (circa 89 euro al giorno).
Le altre vacanze sono più contenute: in media 4,4 giorni per un costo complessivo di 518 euro (circa 117 euro al giorno).
Gran parte del budget finisce sul cibo, il 28,7%. Seguono il pernottamento, il 23,6,% e le spese di viaggio, che sono il 21,1%. L’11,2% delle spese sono destinate allo shopping, mentre il 15,4% per divertimenti, escursioni e gite.
Vacanza in famiglia (e fai da te)
Si va al risparmio per molti degli intervistati: gran parte dei soggiorni sono a casa di parenti e amici (28,8%), segue l’albergo (26,3%), la casa di proprietà (11,9%) e infine i B&B (7,7%), il campeggio (7,0%), gli affitti brevi (5,3%), i residence (4,9%) e i villaggi turistici (4%).
E gran parte dei viaggiatori preferisce far da sé: il 46,3% per dormire contatta direttamente la struttura o utilizza il suo sito internet. 3 italiani su 4 (75,6%) ha prenotato con un anticipo da uno a due mesi.
La meta viene scelta perché «bella»
Le mete vengono scelte più per le bellezze naturali del luogo
(66,8%); per ritrovare gli stessi contesti (33,2%) o per la facilità di raggiungimento (26,5%). Nel 21,6% dei casi è il divertimento che la località offre a condizionare la scelta. Gran parte del tempo speso è in passeggiate (72,3%), in serate con gli amici (51,2%), seguono escursioni e gite per conoscere il territorio (47,8%) e infine pasteggiare al ristorante (44%).
Due vacanzieri su tre (il 66,6%) usa la propria auto. Il 20,7% vola in aereo e il 4,4% in treno.
Ma c’è un 49,2 per cento della popolazione che non parte
Dato non irrilevante è che il 49,2% della popolazione italiana non farà vacanze tra giugno e settembre.
Si resta a casa principalmente per mancanza di liquidità (54,8%), per motivi di salute (24,5%) e per motivi familiari (23,9%). Solo il 7,8% di queste persone andrà in vacanza in un altro periodo.
(da agenzie)e persone andrà in vacanza in un altro periodo.
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’APPELLO DI PD, M5S, AVS E + EUROPA: “E’ UN PASSO NECESSARIO PER RICOSTRUIRE UN PERCORSO DI PACE IN MEDIO ORIENTE”
L’Italia segua la Francia. Le opposizioni rivolgono un appello al governo Meloni dopo l’annuncio di Emmanuel Macron di riconoscere la Palestina come Stato. “Dobbiamo ottenere che anche il nostro Paese riconosca pienamente lo stato di Palestina.
Un passo necessario per ricostruire il percorso di pace in Medio Oriente”, dice la segretaria del Pd, Elly Schlein. La stessa richiesta è arrivata da Avs con Angelo Bonelli e da +Europa, mentre Giuseppe Conte, leader del M5S, accusa la premier e il suo vice, Matteo Salvini, e il loro silenzio.
Aggiunge la segretaria del Pd che, dopo aver espresso “apprezzamento” per la scelta della Francia di fare questo passo, ha definito “incomprensibili” le dichiarazioni del ministro Tajani (“Il riconoscimento del nuovo Stato palestinese deve avvenire in contemporanea con il riconoscimento da parte loro dello Stato di Israele”, le parole del ministro degli Esteri in apertura del Consiglio nazionale del partito): “Oggi uno Stato esiste mentre l’altro è illegalmente occupato. Il riconoscimento della Palestina è il passo necessario per la pace”.
Interviene anche Giuseppe Conte. “Dopo la Spagna anche la Francia annuncia il riconoscimento della Palestina di fronte al genocidio e ai piani di deportazione di massa a danno dei palestinesi. Il criminale Netanyahu, che sta sterminando e affamando un intero popolo, incredibilmente tuona: ‘Questo è un premio al terrorismo’ – scrive sui social il presidente del M5S – E l’Italia? Mentre Salvini prende premi per l’amicizia con Israele, Meloni si rifiuta di sospendere il memorandum d’intesa militare con il governo criminale di Israele e oggi sulla stampa leggiamo
inquietanti notizie di nuovi contatti tra vertici militari di Roma e Tel Aviv, di possibili nuovi piani di cooperazione militare su cui il governo dovrà fornire chiarimenti. Che vergogna nazionale”, conclude Conte.
Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, apprezza la mossa della Francia ma considera “una brutta notizia che il governo italiano non faccia lo stesso. Da maggio a oggi, mille persone sono state uccise dall’esercito israeliano perché chiedevano cibo e acqua. Il governo Meloni non vuole nemmeno revocare l’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele. Questa è complicità”.
Per Riccardo Magi, segretario di +Europa, “davanti al progetto di sterminio della popolazione di Gaza ormai apertamente dichiarato dai ministri del governo israeliano, Giorgia Meloni dovrebbe seguire Macron e annunciare che l’Italia intende riconoscere lo stato di Palestina e altri paesi europei dovrebbero seguire. Sarebbe un messaggio politico fortissimo per esercitare pressione su Netanyahu affinché finisca il brutale assedio di Gaza e consenta l’accesso degli aiuti alla popolazione palestinese. In questo non ci sarebbe alcuna legittimazione di Hamas: il riconoscimento dello stato di Palestina non equivale a premiare il terrore come dice Netanyahu, cosa che invece sta facendo lui con la sua guerra, alimentando il rancore e la
violenza che inevitabilmente esploderanno nei prossimi anni”.
E monta la polemica per le parole pronunciate dal ministero degli Esteri: l’Italia è per la soluzione due popoli e due Stati ma “il riconoscimento del nuovo stato palestinese deve avvenire in contemporanea” con il riconoscimento da parte loro dello Stato di Israele. Dicharazioni “inaccettabili” per Peppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria nazionale del Pd: “Ma cosa dice? Sa di cosa parla? Dice che serve il riconoscimento di Israele. A parte che l’Italia lo ha riconosciuto nel 1949, anche la Palestina, con l’Olp, ha riconosciuto Israele nel 1993, con gli accordi di Oslo. È Israele semmai che deve riconoscere la Palestina, ponendo fine all’occupazione illegale dei suoi territori”.
Anche Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, fa notare che “l’autorità nazionale palestinese riconosce già Israele, da tempo. “Qualcuno lo spieghi al ministro degli Esteri”. Meloni e Tajani, invece per il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama, “continuano nel sostegno alle azioni criminali di Netanyahu indifferenti delle sofferenze del popolo palestinese ridotto ormai allo stremo. Non c’è più tempo, bisogna fermare i piani di Netanyahu su Gaza. E un modo per fermarlo è riconoscere la Palestina”.
(da Repubblica)
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Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA FRANCIA A SETTEMBRE SI UNIRA’ AI 147 PAESI CHE LO HANNO GIA’ FATTO
Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato giovedì 24 luglio che la Francia riconoscerà lo Stato palestinese durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre. L’impegno è stato formalizzato attraverso una lettera ufficiale al presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, in cui il capo dell’Eliseo afferma che Parigi riconosce ufficialmente la Palestina come entità politica sovrana e si impegna ad avviare relazioni diplomatiche formali.
Con questa decisione, il paese diventa la più grande potenza occidentale e il primo membro del G7 a compiere questo passo diplomatico.
La Francia si inserisce in realtà in un movimento già consolidato a livello globale. Infatti, ben 147 dei 193 stati membri delle Nazioni Unite – il 75% della comunità globale – riconoscono già la Palestina come stato sovrano, nonostante il controllo israeliano sui territori rivendicati e l’assenza di confini definitivamente stabiliti.
I dati evidenziano come l’Occidente rimanga l’area geografica più divisa su questa questione. Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Italia mantengono infatti la posizione del riconoscimento condizionato, secondo la quale l’accettazione diplomatica della Palestina dovrebbe avvenire solo dopo un accordo negoziato con Israele che definisca confini, sicurezza e status di Gerusalemme.
Storia del riconoscimento internazionale
Le posizioni sul riconoscimento palestinese variano drasticamente per area geografica. Il Sud globale appoggia massicciamente la causa. Nei paesi occidentali persistono invece resistenze significative. La dichiarazione di indipendenza palestinese fu proclamata unilateralmente da Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, il 15 novembre 1988 durante la prima Intifada, la sollevazione popolare palestinese contro l’occupazione israeliana dei territori conquistati nel 1967.
L’Algeria accordò riconoscimento immediato e divenne il primo paese ad accogliere ufficialmente lo stato palestinese. Entro la fine del 1988, oltre 80 nazioni avevano formalizzato il riconoscimento. Il gruppo comprendeva principalmente paesi del Medio Oriente come Iraq, Kuwait e Arabia Saudita, stati africani come Tunisia, Marocco e Zambia, paesi del blocco sovietico come Polonia e Ungheria, oltre a nazioni dell’Asia e dell’America Latina.
Durante gli anni novanta, una ventina di paesi aderì alla causa palestinese, tra cui diversi stati dell’ex Unione Sovietica dopo la dissoluzione del blocco comunista. Tra il 2000 e il 2010 altri dodici stati completarono il riconoscimento. Si trattava prevalentemente di paesi africani e sudamericani.
Nel 2011 tutti i paesi africani eccetto Eritrea e Camerun avevano riconosciuto lo stato palestinese. Il sostegno continentale risultava così consolidato. Particolarmente significativa risultò l’adesione del Sudafrica nel febbraio 1995, pochi mesi dopo l’elezione di Nelson Mandela. La decisione stabilì un parallelo simbolico tra la lotta anti-apartheid e la questione palestinese.
La fase più recente ha visto accelerare il processo: nel 2024, Armenia, Slovenia, Irlanda, Norvegia, Spagna, Bahamas, Trinidad e Tobago, Jamaica e Barbados hanno formalizzato il riconoscimento.
Tra i paesi del G20, dieci riconoscono già la Palestina: Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica e Turchia, oltre alla Spagna come membro permanente invitato.
Al contrario, nove paesi mantengono la posizione del non riconoscimento: Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti. Questi ultimi sostengono generalmente una soluzione a due stati ma
condizionano il riconoscimento palestinese a negoziati diretti con Israele. Nel 2012, l’Assemblea generale dell’Onu votò con maggioranza schiacciante (138 favorevoli, 9 contrari, 41 astenuti) per modificare lo status palestinese in “stato osservatore non membro”, una posizione che consente di partecipare ai dibattiti dell’Assemblea generale ma senza diritto di voto.
La decisione ha conferito maggiore legittimità internazionale alla causa.
(da agenzie)
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