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ALBERTO TRENTINI, IL COOPERANTE ITALIANO ARRESTATO IN VENEZUELA A NOVEMBRE, HA CHIAMATO A CASA: “CIAO MAMMA, SONO ALBERTO, SONO VIVO. PAPÀ STA BENE?”

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

LA CHIAMATA È DURATA GIUSTO QUALCHE MINUTO: IL 45ENNE HA RASSICURATO I GENITORI, MA HA DETTO DI ESSERE STREMATO DALLA CARCERAZIONE

«Ciao mamma, sono Alberto, sono vivo. Papà, sta bene?». È cominciata così la telefonata a casa di Alberto Trentini, il cooperante italiano arrestato in Venezuela il 15 novembre scorso senza alcuna reale ragione, e che da allora è detenuto a El Rodeo, una prigione dei servizi di Caracas.
Trentini aveva chiamato casa in questi quasi nove mesi, soltanto una volta, nel maggio scorso. Da allora il silenzio totale, tanto che si temeva per la sua vita e il suo stato di salute. La telefonata di ieri, seppur di pochi minuti, è stata quindi una grande sorpresa e boccata d’ossigeno per la famiglia, seppur nella disperazione di una lontananza forzata: Trentini è usato, di fatto, come merce di scambio politico tra il governo venezuelano e quello italiano.
Che, non a caso, in questi mesi, sta cercando di compiere alcuni sforzi nel riconoscere l’esecutivo guidato da Maduro. «A nome del governo italiano, esprimo sollievo per la telefonata di Alberto ai suoi familiari» ha detto ieri il vice ministro degli Esteri, Edmondo Cirielli. «Speriamo però che si giunga preso alla scarcerazione».
Tradotto dal diplomatichese, significa che l’Italia spera che si stia realmente muovendo qualcosa e che possa portare nel giro di poche settimane alla liberazione del nostro connazionale. Il dossier è seguito direttamente dal sottosegretario alla presidenza
Alfredo Mantovano. E da tutta la Farnesina, a partire dal ministro Antonio Tajani. Che, non a caso, proprio ieri ha nominato un inviato speciale per i detenuti italiani in Venezula: si tratta del direttore generale per gli italiani nel mondo, Luigi Vignali
Trentini è in discrete condizioni di salute, gli vengono dati i farmaci di cui ha bisogno, ma [è stremato dalle condizioni in cui i detenuti sono costretti a vivere a El Rodeo e dice di non avere più le forze per resistere.
«Pur nella costante angoscia siamo sollevati per aver potuto sentire, per pochi minuti, la voce di Alberto ed esprimiamo gratitudine nei confronti delle istituzioni […]. Speriamo di poterlo riabbracciare presto a casa» ha detto la mamma di Alberto, Armanda, insieme con l’avvocato Alessandra Ballerini.
(da agenzie)

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LE IMPRESE DI AUTO TEDESCHE TIRANO UN SOSPIRO DI SOLLIEVO. QUELLE AEROSPAZIALI FRANCESI ANCHE. E LE AZIENDE ITALIANE? SI BECCANO UN CETRIOLONE

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

L’ITALIA VOLEVA CERTEZZE SUL SETTORE FARMACEUTICO CHE VALE OLTRE DIECI MILIARDI E SOPRATTUTTO SU QUELLO ALIMENTARE: SUL PRIMO HA INCASSATO CHIAREZZA CON I FARMACI CHE SARANNO TASSATI “SOLO” AL 15%, MA SULL’AGROALIMENTARE RESTANO MOLTI INTERROGATIVI. VON DER LEYEN NON È STATA IN GRADO DI SPIEGARE SE IL VINO RIENTRERÀ TRA I BENI ESENTATI, COME INVECE POTREBBE SUCCEDERE AL COGNAC FRANCESE

La Commissione ha gestito la trattativa tenendo conto delle esigenze e degli interessi degli Stati membri, estremamente diversi tra di loro.
Ha seguito la linea della cautela promossa dal gruppo di Paesi più esposti, guidati da Germania e Italia, evitando di mettere in campo le contromisure come invece chiedevano i fautori della linea dura, capitanati da Francia e Spagna.
Il risultato è frutto del catenaccio italo-tedesco, ma nessuno è in grado di dire come sarebbe andata a finire se l’Ue avesse messo in campo il contropiede franco-tedesco. Trump avrebbe
abbassato le sue pretese oppure oggi saremmo nel bel mezzo di una guerra commerciale?
In questi mesi il governo di Berlino ha investito tutto il suo capitale politico per spingere la connazionale von der Leyen ad avere un occhio di riguardo per i settori industriali. E il risultato finale – tutto sommato – non dispiace affatto alla Germania, che potrà esportare le sue auto negli Stati Uniti a un dazio del 15%, dodici punti e mezzo in meno rispetto alla tariffa attualmente in vigore.
Secondo diverse fonti diplomatiche, la presidente ha dato “molto ascolto, forse pure troppo” al suo Paese. Ma non poteva essere diversamente. L’export tedesco verso gli Usa vale 161 miliardi di euro l’anno, vale a dire il 30% dell’intero export Ue: nessun altro Stato è coinvolto così direttamente. E nell’export tedesco la parte del leone la fa il settore dell’automotive, con 36,8 miliardi.
Nelle scorse settimane la Commissione, su spinta dei costruttori tedeschi, aveva iniziato a negoziare un accordo con gli americani che avrebbe premiato le case automobilistiche pronte a trasferire la produzione oltreoceano. Una soluzione che aveva provocato parecchi malumori soprattutto tra gli Stati membri dell’Est, timorosi di veder fuggire via le imprese della componentistica.
La Francia ha un export decisamente inferiore a quello tedesco (poco più di 43 miliardi di euro) e voleva innanzitutto mettere al sicuro l’export nel settore aerospaziale (la fetta più grande, che vale 9 miliardi): c’è riuscita, visto che gli aeromobili rientrano tra le esenzioni per le quali vale la regola “zero dazi”
Ma Emmanuel Macron dovrà sacrificare la tanto ambita autonomia strategica sull’altare della promessa di acquistare più armi dagli Stati Uniti
L’Italia voleva certezze sul settore farmaceutico che vale oltre dieci miliardi (per l’Irlanda addirittura cinque volte tanto) e soprattutto su quello alimentare, meno pesante economicamente, ma molto di più politicamente.
Sul primo ha incassato chiarezza con i farmaci che saranno tassati “solo” al 15%, ma sull’agroalimentare restano molti interrogativi. Von der Leyen non è stata in grado di spiegare se il vino rientrerà tra i beni esentati, come invece potrebbe succedere al cognac francese. Per Meloni, però, era importante evitare una frattura politica con Trump.
A conti fatti, mettendo sulla bilancia il dare-avere dei singoli leader Ue, ce n’è uno solo che esce vincitore: Donald Trump. […
(da agenzie)

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COSA C’E’ NELL’ACCORDO SUI DAZI AL 15% TRA EUROPA E USA: DALLO SCONTO SULL’AUTOMOTIVE AL GIALLO SUI FARMACI

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

IL PATTO DI TURNBERRY, ECCO COSA PREVEDE

Non sarà il 10% del Regno Unito ma l’accordo per evitare una guerra di dazi con gli Stati Uniti, raggiunto ieri con la presidente della Commissione europa Ursula von der Leyen è una buona quota percentuale. La stessa accattata qualche giorno fa dal Giappone. Cosa c’è all’interno dell’accordo scozzese ottenuto dall’incontro con il presidente Usa Donald Trump lo ricostruiscono oggi Raffaele Ricciardi e Filippo Santelli per Repubblica. Il 15 per cento verrà applicato alla maggior parte dei prodotti. Certo lo sconto sull’automotive ora al 27,5% ma non è chiaro ancora cosa accadrà per il settore farmaceutico. Acciaio e alluminio restano invece al 50%, ma si spera in un futuro meccanismo di quote. In cambio l’Ue, oltre ad azzerare le già basse tariffe su merci statunitensi si impegna a comprare armi e gas made in USA, oltre a incentivare gli investimenti oltreoceano. Sostanzialmente il Patto di Turnberry prevede una tariffa base del 15% dal primo agosto su prodotti meccanici e macchinari industriali, sugli alimentari o sulla moda.
I medicinali sarebbero al 15 per cento ma…
Ma poi ci sono settori che hanno specifiche indagini di sicurezza nazionale (la cosiddetta Sezione 232) e potrebbero a breve imporre nuovi dazi per riportare la produzione negli Stati Uniti. Tra questi il settore farmaceutico, prima voce di export verso gli USA. Il dazio non supererà il 15%, ma non è detto che non risalga. Anche perché ai giornalisti Trump aveva addirittura detto che i farmaci non sarebbero stati parte dell’accordo. Stesso
destino vale per l’elettronica di consumo e i microprocessori.
I settori a dazio zero: componentistica aerea e alcuni farmaci generici
Inizialmente von der Leyen aveva proposto un azzeramento reciproco delle tariffe. L’idea non è passata ma ma saranno esenti da dazi su entrambi fronti gli aerei e le loro componenti (Boeing e Airbus), alcuni prodotti chimici e farmaci generici, i macchinari per produrre microprocessori, alcune risorse naturali e materie prime critiche, alcuni prodotti agricoli. Possibile una esenzione per i superalcolici. Ma non per il vino.
L’impegno dell’Europa vale 750 miliard
Per saldare l’accordo scozzese l’Ue si impegna ad acquistare energia e armi dagli Usa, non è ben definito a che cifra. Ma secondo Repubblica, calcolando che per i paesi Nato le spese militari possono aumentare fino al 5% del Pil) si parla di 750 miliardi di dollari per l’energia in tre anni, 250 l’anno. Al momento, nel 2024, abbiamo importato come Unione gas e petrolio dagli Usa per 84 miliardi. Parte di questo benefit concesso riguarderà il gas naturale liquefatto, per eliminare le residue importazioni di metano russo. E infine ci sono gli investimenti europei negli Stati Uniti per 600 miliardi di dollari.
Infine Repubblica stila una classifica sui paesi europei e come questi saranno colpiti dai nuovi accordi. L’Irlanda è quello più esposto ai dazi americani, seguita da Italia, Germania e Francia. La lista è stilata dallo studio del think tank Bruegel, che ha
stimato l’impatto di tariffe tra il 15 e il 30% nei 27 paesi in relazione ai posti di lavoro legati all’export oltreoceano. In Irlanda, il 13% dell’occupazione è legato a chimica, agroalimentare e riparazioni. L’Italia segue con un’esposizione all’11%, trainata da auto, moda e farmaceutica. Germania e Francia si attestano attorno al 9%, con diversi settori aggrediti, tra automotive, beni industriali e lusso.
(da Open)

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VATICANO, PARLA PAROLIN: “RICONOSCIMENTO DI PALESTINA PREMATURO? PER NOI E’ LA SOLUZIONE, LO ABBIAMO FATTO DA TEMPO”

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

“LA SOLUZIONE PASSA DAL DIALOGO TRA LE DUE PARTI”

«Riconoscimento Stato di Palestina proposto da Macron? Noi l’abbiamo già riconosciuto. ‘Da mo’, come dite voi. Per noi quella è la soluzione cioè il riconoscimento dei due Stati che vivono vicino l’uno all’altro in autonomia e sicurezza». Queste le parole del Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, a margine di un evento del Giubileo degli Influencer. Sul fatto che un riconoscimento dello stato palestinese possa essere prematuro Parolin risponde: «Perché prematuro? Secondo noi la soluzione passa tramite il dialogo tra le due parti anche se la situazione in Cisgiordania rende tutto più difficile». E sull’attacco israeliano alla chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, Parolin aggiunge: «Non ho altri elementi per fare una valutazione differenti. Non abbiamo potuto fare un’indagine indipendente. Prendiamo come buoni i risultati da parte dell’ esercito israeliano insistendo perché si stia attenti perché l’impressione è che tante volte questi errori si ripetano. Bisognerà porre una particolare attenzione per evitare che i luoghi di culto e le istituzioni umanitarie possano essere colpiti».
«Non si può accusare il Vaticano di non essere neutrale»
«Non credo si possa accusare il Vaticano di non essere neutrale», sostiene Parolin a chi, da parte russa ortodossa, pensa che il Vaticano non sia sede neutrale per portare avanti dialoghi per la pace. «Capisco possa essere un problema per i paesi ortodossi che debbano alla fine trovare un unico ambiente in una realtà cattolica. Per il resto – osserva il porporato ai margini di un
evento a Roma dedicato ai missionari digitali – non credo si possa accusare il Vaticano di non essere neutrale. Noi, pur dicendo le cose come sono, abbiamo sempre cercato di essere vicini ad entrambi e di trovare una via di soluzione».
(da agenzie)

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SE LA POLITICA ITALIANA IGNORA LA COERENZA

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

A DESTRA CI SI E’ DIMENTICATI DELLE “CAUSE DEI POPOLI” E SI VIVE DI IPOCRISIA, A SINISTRA SONO PREOCCUPATI PER I BAMBINI DI GAZA, MA SI DIMENTICANO QUELLI DI KIEV

Ma la politica italiana vuole e può avere un coerente ruolo, quantomeno «di testimonianza», nella più grande crisi umanitaria che abbiano conosciuto le ultime due generazioni, la
morte per fame di migliaia di esseri umani dall’altra parte del Mediterraneo? È un interrogativo pressante dopo la lettera degli ex ambasciatori a Giorgia Meloni e lo scambio di battute tra maggioranza e opposizione a proposito del riconoscimento dello Stato di Palestina, con la prudenza della premier («Non è ancora tempo») sanzionata da Elly Schlein («È accondiscendenza a Trump e Netanyahu) e Giuseppe Conte («Atto di sudditanza»).
Quella lettera ricorda che fare politica non è solo gestire l’esistente o cavalcare lo scontro parlamentare. È anche coltivare ed esprimere posizioni di principio e rappresentarle con chiarezza e coerenza. Nel lungo tunnel della Guerra Fredda era assai difficile, ciascuno rispondeva a un padrone lontano e spesso feroce nella difesa dei suoi interessi.
La sinistra chinò la testa su Budapest e Praga, la destra sui colonnelli greci e su ogni golpe sudamericano. Quella fase è finita da un pezzo e tuttavia resta la sensazione di una generalizzata mancanza di coraggio nel varcarne i confini. Siamo un piccolo Paese, che probabilmente non conta molto nella ristrutturazione dell’ordine mondiale in corso, ma proprio per questo la nostra politica potrebbe permettersi (almeno) scelte di principio più credibili e un’attestazione valoriale più solida di quelle che entrambi gli schieramenti esprimono.
A destra si stenta a fare uso della celebrata influenza internazionale di Giorgia Meloni che dovrebbe consentire
forme di interventismo più nette dell’ovvia condanna dei massacri in corso a Gaza e della delega all’alleato americano perché gestisca la crisi come meglio crede.
Tra l’altro l’Europa, e dunque anche l’Italia, risulteranno i probabili approdi della massa di palestinesi spinti verso l’emigrazione forzata quando si apriranno i cancelli della prigione di Gaza: oltre alle ragioni umanitarie, è un concreto motivo per rivendicare voce in capitolo e agire di conseguenza. Su un piano più politico dovrebbe accendersi il richiamo alla «causa dei popoli», una costante del racconto della destra italiana e anche della destra meloniana, che è stata la base rocciosa del sostegno all’Ucraina invasa ma non riesce a produrre altrettanta fermezza di pensiero sulla scena mediorientale.
Ci si chiede se i riconoscimenti del mondo siano giudicati appaganti di per sé e se la Realpolitik – conservare il rapporto con gli Usa, coltivare l’asse con la Germania – non abbia del tutto sostituito la capacità di esprimere posizioni nette su questioni di fondo.
Sul versante di Elly Schlein, le accuse contro Meloni in nome del diritto umanitario hanno un retrogusto molto simile. Si applaudono gli ex ambasciatori, si dice: difendiamo un assunto di civiltà, non si uccidono i bambini, i civili, gli innocenti, non si usa la fame come arma. Ma quello stesso presupposto non vale sulla scena di Kiev, dove il racconto dell’invasione russa è stato contrastato fin dall’inizio in nome della narrazione alternativa sulla «guerra difensiva» di Mosca.
E dunque, come la mettiamo? La condanna di Benjamin Netanyahu è più facile perché tiene insieme l’alleanza tra Pd e M5S, quella di Vladimir Putin resta soggetta alla necessità di non spaccare una potenziale coalizione?
Sposare fino in fondo, su entrambi gli scenari, la causa dell’umanità e dell’autodeterminazione dei popoli sarebbe possibile e necessario.
I progressisti di tutta Europa l’hanno fatto. L’ha fatto Emmanuel Macron, che viene applaudito in questi giorni per il riconoscimento dello Stato di Palestina ma è anche uno dei capofila del sostegno militare all’Ucraina.
La sensazione è che in entrambi gli schieramenti l’uso politico interno dei drammi di Gaza e di Kiev prevalga su ogni altra considerazione e manchi il coraggio di costruire posizioni di principio coerenti. È paura, è fragilità, è rinuncia. Siamo un piccolo Paese, non facciamo la Storia, ne siamo molto spesso semplici testimoni, ma anche quel ruolo potrebbe avere una sua grandezza se lo si esercitasse davvero
(da lastampa.it)

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COSA IMPEDISCE ALL’ITALIA DI PROMUOVERE UNA COALIZIONE DI VOLENTEROSI PER ESFILTRARE VIA MARE CHI E’ CONDANNATO A MORTE ATROCE?

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

LA GRANDE IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE DEVE FINIRE PRIMA CHE MUOIA L’ULTIMO PALESTINESE

La grande ipocrisia dello Stato palestinese deve finire prima che muoia l’ultimo palestinese. Eppure di fronte allo sterminio dei gaziani per mano israeliana alcuni governanti non solo europei sanno solo ripetere il ritornello “due popoli due Stati”. Arrivando a “riconoscere” lo Stato che non c’è né può esserci mentre quello che c’è s’industria a massacrarne il popolo minando ragioni e fondamenta della sua stessa esistenza. È lecito domandarsi se costoro siano in buona fede oppure no. Nel primo caso, vivono in un loro mondo. Nel secondo, il loro cinismo non ha confini. Poco importa.
Conta invece ricordare a noi stessi — tutti noi, perché di innocenti qui proprio non ce ne sono — che la vita ha sempre precedenza sulla terra. In chiaro: se per decreto divino sorgesse in futuro una Palestina sovrana accanto a un altrettanto sovrano Israele, quanti superstiti delle stragi o loro figli e nipoti potrebbero abitarvi? Quale miracolosa terapia consentirebbe a vittime e carnefici di trattarsi da buoni vicini?
Il segno dei tempi è la rimozione della realtà. Surrogata da narrazioni autistiche. Incapaci di considerare i punti di vista altrui. L’altro non esiste o scade a nemico permanente. Da persona a essenza. Il conflitto fra arabi palestinesi ed ebrei israeliani è ormai meccanico. Inumano. Sfigurato da fanatismi irreligiosi in lizza per spezzoni di terra insanguinata. Così si va dritti alla soluzione finale secondo Netanyahu: noi o loro. Illusione: sarà loro e noi. I vinti palestinesi e gli israeliani “vincitori”, barricati nel piccolo Grande Israele allargato a Gaza e Cisgiordania più coriandoli di Siria e Libano. Giungla nella giungla. Stato paria circondato da vicini tanto più vendicativi quanto più umiliati. Molto peggio: popolo inversamente eletto perché bollato genocida. Triste deriva del sionismo. Da rifugio per l’ebreo perseguitato a sua nemesi.
Ben-Gurion, patriarca di Israele, si rivolta nella tomba. Quando nel 1949 sull’onda della disfatta araba il generale Allon gli propose di fissare il confine dello Stato al Giordano, il primo ministro obiettò: «Vincolarci in territorio arabo ostile ci imporrebbe una scelta intollerabile: accettare centinaia di migliaia di arabi fra noi oppure espellerli in massa con i metodi di Deir Yassin» — villaggio palestinese presso Gerusalemme celebre per il massacro compiutovi l’anno prima da terroristi israeliani. Nulla in confronto a Gaza oggi.
Netanyahu vuole sgombrare la Striscia dai palestinesi in quanto bestie. Non una parola di tardiva contrizione per aver
cofinanziato — vantandosene — Hamas in quanto guardiano di Gaza.
La de-umanizzazione del popolo terrorista ne legittima la liquidazione. Spiega l’attore israeliano Gil Kopatz: «Se nutri gli squali finiscono per mangiarti. Se nutri i gaziani finiscono per mangiarti. Sono per l’estinzione degli squali e per lo sterminio dei gaziani. Non è genocidio. È pesticidio». Sindromi individuali? No. Quattro israeliani su cinque vogliono svuotare Gaza dei suoi abitanti, vivi o morti. I ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir incitano ad affamare i palestinesi che occupano la Terra di Israele. Tutti colpevoli del 7 ottobre.
Questa non è guerra. È regolamento di conti fra una potenza nucleare e un nucleo di persone condannate a morte perché fra loro ci sono i colpevoli dell’orribile pogrom scatenato da Hamas. Solo Israele può fermare la strage dei palestinesi e il suo suicidio morale prima che sia troppo tardi. Qualcosa si muove nell’opinione pubblica. Alcuni militari rifiutano di sparare sui civili in fila per il pane che non c’è. Allargare questi spiragli significa salvare vite palestinesi e aiutare gli israeliani a non finire di punirsi. Serve una scossa.
Per esempio evitando che la desertificazione di Gaza comporti lo sterminio dei suoi ultimi sopravviventi. Per contribuire a evacuarne il più possibile, a cominciare dai feriti esposti ai bombardamenti degli ospedali, poi anche donne, bambini e anziani. In cambio degli ostaggi israeliani. Il tutto in regime di
tregua senza limiti. Che cosa impedisce all’Italia di promuovere una coalizione di volenterosi — compresi quelli della guerra alla Russia da combattere fino all’ultimo ucraino — per esfiltrare via mare chi è condannato a morte atroce? Se ogni Stato dell’Unione Europea salvasse un gaziano ogni diecimila dei suoi 450 milioni di abitanti ne avremmo 45 mila in meno anche sulla nostra coscienza. Gancio per gli israeliani che non si rassegnano ad imbarbarirsi, rendendosi involontario strumento dell’odio antiebraico in tutto il mondo. La soluzione finale non è inevitabile.
Sogno? Forse. Ma le alternative sono incubi: genocidio dei palestinesi e/o guerra civile israeliana nel contesto di conflitti spaventosi con turchi a Damasco e persiani atomici.
Sognatore non era certo Giulio Andreotti, cui spetta il copyright di questa proposta. Il 18 luglio 2006 l’anziano statista pronunciò in Senato un intervento ricordato per l’autoidentificazione con i rifugiati palestinesi in Libano: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». Meno citato il seguito: «È possibile ipotizzare per questa comunità di rifugiati che sono nel Libano un insediamento da qualche parte nel mondo che crei una vita nuova?». Di più: secondo Andreotti si sarebbe applicato ai palestinesi lo schema caro al fondatore del sionismo, Theodor Herzl. Il quale nel 1903 era incline ad accettare la proposta britannica di un insediamento ebraico in Africa orientale (Piano Uganda, in realtà Kenya), perché la meta «non è né potrà mai essere Sion». Idea bocciata dagli ebrei russi: prima il sacro suolo poi la vita. Herzl ne morì di crepacuore l’anno dopo. Chissà che ne penserebbe oggi.
Lucio Caracciolo
(da rapubblica.it)

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ODIO DUNQUE SONO: NELL’OCCIDENTE IN PERENNE RICERCA DI IDENTITÀ, LE PERSONE SI RICONOSCONO SOLO IN FUNZIONE DI CHI ODIANO

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

IL “NEW YORK TIMES”: “VIVIAMO IN UN’EPOCA DI IDENTITÀ. SEMBRA CHE TUTTI ABBIANO BISOGNO DI AVERE UN PROFILO E SIAMO TUTTI PUBBLICITÀ PER NOI STESSI. PUBBLICHIAMO LE NOSTRE FOTO, SBANDIERIAMO I NOSTRI SUCCESSI, CI VANTIAMO DEI NOSTRI PROGETTI. L’ATTENZIONE È IL NOSTRO BENE PIÙ PREZIOSO

Non molto tempo fa ho detto una buona parola su Elon Musk. È successo a una festa. Avevo bevuto del punch. (Due bicchieri. Forse due e mezzo?) Credo che si trattasse di qualcosa su Starlink. Non ne sono sicuro.
Il mio interlocutore, un professore, mi guardò come se gli avessi dato un calcio al cane. Perché? Perché a noi (brave persone, acquirenti di Whole Foods, esperti di compostaggio, rispettosi dei pronomi) non piace Elon. Anzi, lo odiamo. Davvero, lo odiamo. Una volta aspiravamo a guidare una Tesla, ma ora non più. Tutto ciò che lo riguarda è negativo.
Trovo che l’odio sia praticamente onnipresente nella cultura attuale. I liberali odiano i conservatori e i conservatori li odiano a loro volta. Le persone odiano i politici, l’élite, i cappelli MAGA (e chi li indossa), i social media (anche se non riescono a starne lontani). Alcuni odiano i ricchi. Alcuni disprezzano gli immigrati. La gente odia i media.
Odiano le aziende. Odiano il capitalismo. Odiano la cultura “woke” e “cancel”. Odiano il globalismo e i globalisti. Odiano questo presidente. C’è amore là fuori, per essere sicuri – per Beyoncé, per Pedro Pascal e, sì, anche per questo presidente, ma l’odio batte l’amore di un miglio ora, o almeno così mi sembra.
Perché dovrebbe essere vero?
Cartesio aveva un famoso detto sui poteri costitutivi dell’io pensante: Penso quindi sono. È possibile che oggi io odi, quindi sono? E se chi e cosa odiamo fosse ciò che siamo ora? Perché l’odio potrebbe essere costruttivo – crucialmente costruttivo – dell’identità in questo particolare momento? E perché il possesso dell’identità dovrebbe essere così importante per noi?
Viviamo in un’epoca di scetticismo, spesso corrosivo, nei confronti delle nostre istituzioni e delle loro buone intenzioni. Forse non abbiamo torto. A titolo personale, le rivelazioni sulle molestie ai minori da parte dei sacerdoti mi hanno portato a un livello di antipatia nei confronti della Chiesa cattolica (in cui sono cresciuto) che mi accompagna tuttora. Molti altri hanno avuto esperienze simili, per quanto riguarda i salvataggi delle banche, la chiusura delle scuole Covid o il declino cognitivo […] del presidente Joe Biden.
Una volta potevamo consolidare un’identità definendoci, ad esempio, un cattolico romano che legge il Boston Globe, vota democratico e tifa per i Red Sox. Ora, forse l’unica entità plausibile nella nostra lista sono i Red Sox. E con l’arrivo del gioco d’azzardo legale negli sport professionistici, è difficile immaginare che i nostri giochi, anche quelli che una volta erano il passatempo nazionale, rimarranno a lungo incontaminati.
Che cosa succede quando quegli assi un tempo fondamentali per la costruzione di un’identità diventano inutili per molti? Cosa succede quando sembrano marcire?
Si può definire se stessi – si può definire il sé – attraverso l’odio. Un giorno si è una tabula rasa, un vuoto. Ma si può diventare se stessi semplicemente attraverso l’odio. Ci si definisce attraverso
le proprie antipatie. Odio la chiesa. Odio la mia scuola. Odio i miei genitori, odio l’amministrazione, odio il presidente, odio i fascisti, odio i comunisti. E forse inizi a odiare anche i Red Sox. Conosco un gran numero di persone che si definiscono, almeno in parte, odiando una squadra sportiva.
Volete essere qualcuno? Bene, ora lo siete. Siete una persona con un’incredibile tavolozza di odi. Non è necessario avere alleanze positive per definirsi: quelle negative sono sufficienti. Improvvisamente, l’ambiguità e le sfumature scompaiono e si diventa Qualcuno, le cui energie fluiscono tutte nella stessa direzione.
Credo che ci siano modi lodevoli per unire lo spirito: perseguire il coraggio, la compassione, l’espressione creativa e la saggezza può fare proprio questo. Ma ci sono anche modi tossici.
Non avere nulla, non avere uno scopo nel mondo, può essere uno stato più minaccioso per l’individuo che odiare. Odiare dà un piano d’azione.
Ma odiare è come raccogliere sterpaglie secche dai campi e ammucchiarle. Lo fate voi e lo fanno anche i vostri amici. E c’è un po’ di pantomima in tutto questo. Io metto il mio odio su Internet, ma non è reale. O almeno così si dice, e il pennello secco si accumula e si raccoglie finché un giorno c’è una scintilla e le fiamme saltano.
Oggi ci sono fattori che impediscono un incendio di odio. L’economia è buona. Abbiamo televisori a colori a grande schermo. Ma se ci togliessero la sicurezza da sotto il naso, dove saremmo? Più inclini a lasciare che l’odio si trasformi in ciò che può, o meno? C’è bisogno di chiederlo? Giocare con l’odio è
giocare con la mortalità. E molti di noi ora giocano spesso con l’odio.
Viviamo in un’epoca di identità. Sembra che tutti abbiano bisogno di avere un profilo. […] siamo tutti pubblicità per noi stessi. Pubblichiamo le nostre foto, sbandieriamo i nostri successi, ci vantiamo dei nostri progetti. Come dice Adam Phillips, non sapendo con certezza cosa sia la bella vita, ci accontentiamo della vita invidiabile.
L’attenzione è il nostro bene più prezioso. Se otteniamo abbastanza attenzione, in un modo o nell’altro, i soldi arriveranno. E per monetizzare il sé, bisogna avere un sé da monetizzare. Coltiviamo il senso dell’identità in un mondo in cui ci sono pochissimi strumenti per la costruzione del sé. L’odio è uno di questi, e forse il più affidabile. (Odio quindi sono).
Freud diceva che per prosperare nella vita aveva bisogno di un amico convinto e di un nemico feroce. Doveva mostrare al nemico di che pasta era fatto. (Carl Jung ha svolto il ruolo di entrambi in sequenza).
Cosa fare? La risposta più immediata è lavorare per rinnovare l’amore. Amare il proprio nemico, o almeno amare il prossimo come se stessi. Jacques Lacan ha detto che questa potrebbe non essere un’idea così grandiosa, dato che la maggior parte delle persone non ama affatto se stessa.
A parte gli psicoanalisti scettici, perché non lavorare per una cultura basata sull’amore? Come seguace imperfetto di Buddha e Gesù, ne sarei felice. Ma temo che non sarà così.
Potremmo invece gettare un occhio scettico su questo concetto di identità che sembra così potente per molti. Non sto dicendo che
dovremmo eliminare il pensiero di sé e dell’identità. Ma forse, di tanto in tanto, dovremmo allontanare il nostro io, mandarlo in una breve vacanza. Prendersi una pausa, respirare uno o due respiri in pace.
Penso che questo sia possibile e che ci siano scrittori che ci mostrano come farlo. Penso a John Keats e alla sua idea di sviluppare la capacità negativa: la capacità di stare nelle incertezze, nei misteri e nei dubbi, senza cercare irritualmente i fatti e la ragione. Keats ci offre un bellissimo distacco dal mondo e da se stessi. Sospendete il vostro impegno a credere, dice, anche solo per un po’. Guardate il mondo da tutti i lati o da quanti più lati potete, come fece Shakespeare. Fate tacere le vostre opinioni; fate riposare l’io assillante e persistente.
Penso anche a Emily Dickinson, che ha scritto un testo meraviglioso su come e perché sospendere la pressione che esercitiamo su di noi:
Io sono nessuno! Tu chi sei?
Sei nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!
Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare – come una rana, che gracida il tuo nome – tutto giugno ad un pantano in estasi di lei!
Se c’è una critica più sintetica delle nostre attuali costruzioni del sé, non so dove trovarla. Troppo spesso raccontiamo il nostro nome giorno e notte a quello che speriamo possa essere un insieme di ammiratori, ma che in realtà non è altro che un pantano popolato da altri squallidi autoproclamatori. Il consiglio
della Dickinson: Abbandonare, tacere. Forse si può ricominciare da capo, senza l’odio.
Il mio ultimo esempio viene da Michel Foucault e dalla conclusione de “L’ordine delle cose”. (In francese, “Les Mots et les Choses” (“Le parole e le cose”), un titolo migliore). Lì, Foucault immagina una figura disegnata sulla sabbia che viene spazzata via dalle maree in arrivo. Questa figura è l’uomo, così come è stato costruito in Occidente.
Secondo Foucault, l’uomo è fatto da un insieme di discorsi definitori, che col tempo si dissolveranno, lasciandoci con un nuovo inizio. Foucault ci mette in contatto con la transitorietà e l’inevitabile scomparsa non solo di noi stessi come individui, ma anche dell’umanità come attualmente concepita. Il suo modo di liberarci dal peso dell’autodefinizione non si concentra sull’individuo, come Keats e Dickinson, ma sul collettivo.
Vorrei che guardassimo a questi scrittori non come a semplici eccentrici, ma come a persone che ci offrono qualcosa. Ciò che ci offrono è una fuga, o la prospettiva di una fuga, dall’onere di costruire un sé a partire dal materiale culturalmente disponibile. Ci offrono una pausa dalla finzione dell’essere individuale unificato. Ci offrono una fuga dall’odio.
Mark Edmundson
per il “New York Times”

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AZZURRE DA FAVOLA, VELASCO SEMPRE PIU’ NELLA LEGGENDA! L’ITALVOLLEY FEMMINILE VINCE LA NATIONS LEAGUE PER IL SECONDO ANNO DI FILA, BATTUTO IN FINALE IL BRASILE 3-1

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

LE AZZURRE SONO STATE TRASCINATE DA UNA STRAORDINARIA ANTROPOVA… VELASCO, CHE NON SI E’ FATTO PROBLEMI A SOSTITUIRE EGONU E ORRO, CENTRA LA 29ESIMA VITTORIA CONSECUTIVA E NELLA STRISCIA C’E’ ANCHE UN ORO OLIMPICO

Alla fine si sono abbracciate, Paola Egonu rimasta in panchina ed Ekaterina “Kate” Antropova, devastante dopo essere entrata al suo posto, protagonista assoluta con 18 punti nell’unico spezzone di partita giocato e vinto 3-1 col Brasile.
Si temeva che ci potesse essere freddezza tra la regina olimpica uscita con un gesto di stizza e frustrazione, e l’opposto di origine russa decisivo nella vittoria della Nations League a Lodz, un tormentone ereditato dal passato
Ma questa è l’Italia di Julio Velasco, si sostituisce per fare crescere il volume di gioco, per non dare tregua a chi non ti dà tregua, tutte sono uniche ma nessuna è dominante. Pure Alessia Orro è stata sostituita, addirittura strigliata con la dolce fermezza del ct. E per ogni reazione delle brasiliane è stata trovata una
soluzione democratica.
C’è un terzo trofeo, e soprattutto una seconda squadra. L’Italia di Velasco sfoggia un’altra Nations League, che si accomoda accanto a un oro olimpico e una VNL 2024 sollevata a Bangkok quando il ciclo di 29 vittorie consecutive era appena all’inizio. Ma se nell’oro di Parigi brillavano icone come Egonu, Sylla, Orro, De Gennaro, Fahr, Danesi, la non più richiamata Bosetti, in quella che viene ormai ribattezzata “The Azzurre Dynasty” si è manifestato un blocco di seconde linee che rappresenta già un ricambio non invasivo, non dettato da cali di rendimento e di risultati. Kate, appunto, Cambi, Giovannini, Nervini, un rinnovamento a partita in corso in un sistema che funziona e non richiede rivoluzioni.
L’unico neo è l’infortunio di Degradi, che ha perso l’oro olimpico facendosi male a un passo da Parigi: le compagne l’hanno portata a spalla, ma poi è stata lei ad avviarsi con le sue gambe verso l’infermeria, insomma si spera, anche perché i Mondiali in Thailandia si avvicinano (22 agosto-7 settembre) ed è lo stesso Velasco a richiamarli: «Ce la metteremo tutta per prepararci al meglio in vista dei Mondiali. Non abbiamo giocato il nostro miglior volley, ma siamo riusciti a vincere, grazie anche al contributo fondamentale di chi è entrato dalla panchina. Sono orgoglioso di questo gruppo, può contare su ottime giocatrici che hanno il merito e la mentalità di voler lavorare al massimo ogni giorno».
Il punteggio (22-25 25-18 25-22 25-22) non è equo nel raccontare la partita, il Brasile è stato sempre attaccato alle azzurre, 12 muri contro 14, 2 ace contro 3, e ha anche approfittato degli errori generosi (28) di una squadra che a tratti dimostrava la sua superiorità, in altri si perdeva, infatti il ct era spesso perplesso quanto estasiato il giorno prima nel match perfetto con la Polonia.
Tutte le imperfezioni alla fine sono diventate un monito per le avversarie: anche quando si smarrisce dopo aver regalato volley da sogno, l’Italia è capace di ripartire, sostituire le stelle e lanciare alternative di qualità. Facendo alzare dalla panchina un opposto con un braccio senza pietà, a muro, in diagonale, ovunque ci sia da colpire.
Si chiama Antropova, e insieme a Egonu rappresenta qualcosa di mai visto e immaginabile.

(da Repubblica)

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L’ULTIMO SALUTO A NIGHT SPIRIT, IL CANE EROE DEL PONTE MORANDI

Luglio 28th, 2025 Riccardo Fucile

TROVO’ SEI PERSONE ANCORA IN VITA, CONSENTENDONE IL SALVATAGGIO… LE SUE CENERI SONO STATE CONSEGNATE ALLA SUA PROPRIETARIA, L’ISPETTRICE DI POLIZIA LAURA BISIO… IN DIECI ANNI HA SALVATO DECINE DI PERSONE

E’ ‘tornato a casa’ Night Spirit, il cane poliziotto che, sotto le macerie del Ponte Morandi, trovò ben sei persone ancora in vita, consentendone il salvataggio da parte dei soccorritori. Le sue ceneri sono state consegnate ieri alla sua proprietaria, l’ispettore di polizia Laura Bisio, coordinatrice della Squadra Cinofili di Genova.
“Dopo 14 anni insieme, oggi, per me è un giorno difficile – ha detto Bisio – Ma so che per lui ho fatto la cosa giusta. Ora tornerà nella sua casa di Tortona, vicino a Leone, un Jack Russell di cinque anni, il cane antidroga molecolare che mi ha aiutato ad addestrare”.
Night Spirit era un pastore australiano tricolore, un cagnone agile e allegro, protagonista di dieci anni intensissimi accanto alla sua conduttrice. “Era specializzato nella ricerca di persone – ricorda l’ispettore Bisio senza celare l’emozione – Siamo andati insieme a cercare superstiti sotto le macerie dei terremoti d’Abruzzo, abbiamo scovato latitanti nascosti dietro paratie in muratura mobili, anziani dispersi nei boschi, garantito sicurezza a decine di personaggi pubblici. In tanti possono dire di essere in debito con lui”.
Riformato dal servizio all’età di dieci anni, fino ai tredici il pastore australiano ha vissuto “benissimo insieme a me e alla mia famiglia – prosegue Bisio – Poi ha avuto un piccolo ictus. Sembrava potesse riprendersi, abbiamo fatto di tutto. Ma non è stato possibile”. Gli anni del congedo li ha vissuti a Tortona, in una bella casa, dove poteva contare su un grande giardino in cui giocare e riposarsi e sulla compagnia di Leone. “Lo aveva preso
a ben volere, ma il capo era sempre lui – dice la proprietaria – I Jack Russell sono cani irruenti, caratteriali. Night Spirit ogni tanto, e fino alla fine, era costretto a fargli vedere i denti. Ma sempre bonariamente. Posso dire che, nella convivenza, gli ha passato il testimone”.
Bisio, nella sua lunga carriera in Polizia di Stato, nella Squadra Cinofili che ora coordina, ha avuto sette cani. Night Spirit è il primo che ha deciso di cremare. Per farlo si è rivolta ad Asef, l’azienda funebre del Comune di Genova che dal 2022 opera anche nel settore pets e che, con la Squadra Cinofili, ha un accordo di servizio gratuito per gli “agenti a quattro zampe”, una forma di ringraziamento per gli anni di servizio che hanno prestato. “È la scelta giusta” ha concluso Bisio, come se parlasse a sé stessa, mentre stringe tra le mani l’urna con la fotografia di Night Spirit. “È un tributo che Night Spirit merita – conclude – Avrà un posto d’onore in casa nostra. Resterà per sempre con noi”.

(da Repubblica)

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    • IL MONDO È IN FIAMME, E IL NOSTRO MINISTRO DEGLI ESTERI SE NE VA IN VALLE D’AOSTA PER L’EVENTO DI FORZA ITALIA “AZZURRI IN VETTA”
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    • GLI ITALIANI A DUBAI VOGLIONO PRIVATIZZARE L’UTILE E COLLETTIVIZZARE IL COSTO: SE NE SONO ANDATI NEL GOLFO PER NON PAGARE LE TASSE NEL NOSTRO PAESE MA, ORA CHE PIOVONO MISSILI, CHIEDONO ALL’ITALIA DI ESSERE RIMPATRIATI (SPERANDO CHE PAGHI PANTALONE)
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