Destra di Popolo.net

LA TEORIA DEGLI INSIEMI

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

BISOGNA RESPINGERE LA STUPIDA CONFUSIONE TRA LA PARTE E IL TUTTO

Riassumendo: se a uno non piace Putin, è russofobo. Se a uno non piace Netanyahu, è antisemita. Ne discende, per la proprietà transitiva, che se a uno non piace Trump è antiamericano, se uno detesta gli ayatollah è islamofobo, se uno non sopporta certi talk show è contro la televisione.
Qualcosa non quadra. Decisamente: non quadra. È sufficiente un elementare sondaggio dentro ognuno di noi per capirlo. Io per esempio detesto Putin, che è russo, ma amo Tolstoj e Bulgakov e Stravinskij, che sono russi. Mi ripugna Netanyahu, che è ebreo, ma amo Dylan, Roth, Einstein (segue una lista interminabile) che sono ebrei.
Trump mi sembra l’ultimo gradino dell’umano, ma senza la cultura americana, il cinema americano e tante altre cose americane, la mia testa sarebbe molto più povera.
Odio (sì, odio) il regime iraniano ma sono stato in quel Paese e quel popolo meraviglioso mi ha conquistato. E considero la televisione una grande occasione di conoscenza e di intrattenimento anche se alcune trasmissioni mi danno l’orticaria per quanto sono brutte e volgari.
E dunque? E dunque bisogna respingere al mittente la stupida confusione tra la parte e il tutto. Putin e la sua cerchia di pretoriani NON sono la Russia, gli ayatollah NON sono l’Iran, Netanyahu NON è l’ebraismo, eccetera.
Già nelle scuole primarie (se sono aggiornato con i programmi) si studiano gli insiemi. Beh, io metterei nello stesso insieme, quello dei prepotenti, Putin, Netanyahu, Trump, gli ayatollah eccetera. E in insiemi ben distinti, ben differenti, i russi, gli americani, gli ebrei, gli islamici, le donne e gli uomini di tutte le
latitudini che non si riconoscono nella prepotenza e nella brutalità.
(da Repubblica)

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SE IL MONDO VA A PUTTANE E’ PERCHE’ E’ GOVERNATO DAI VECCHI

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

LA MAGGIOR PARTE DEI LEADER MONDIALI HA PIU’ DI 70 ANNI… IL PROBLEMA NON E’ LA SALUTE MA GLI OBIETTIVI LIMITATI CHE POSSONO AVERE

L’Europa, non l’America, è la grande eccezione. In un mondo fatto di Stati-nazione, essa ha l’UE, un’entità sovranazionale. In un mondo che riconosce la permanenza della violenza, ha finito per credere di averla superata. (Da qui la corsa, imbarazzata, a riarmarsi adesso.) E in un mondo governato da leader anziani, i suoi Macron e le sue Meloni spiccano come prodigi.
I numeri dovrebbero stupirci. Donald Trump, Xi Jinping, Narendra Modi e Vladimir Putin sono tutti sulla settantina. Così anche Recep Tayyip Erdogan in Turchia, Benjamin Netanyahu in Israele, Cyril Ramaphosa in Sudafrica e Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile. Il presidente e la guida suprema dell’Iran hanno rispettivamente 70 e 86 anni. I presidenti di Nigeria e Indonesia hanno entrambi 73 anni.
Più della metà della popolazione mondiale, e gran parte della sua superficie terrestre e della sua capacità militare, è nelle mani di uomini più anziani di quanto fosse Ronald Reagan quando entrò alla Casa Bianca, già allora considerato a rischio, a 69 anni.Una delle forze destabilizzanti del mondo odierno è l’età avanzata di chi lo governa.
Per cominciare, i leader anziani hanno un incentivo a garantirsi un’eredità — un risultato memorabile — prima che il tempo a disposizione si esaurisca. L’unificazione della Cina continentale con Taiwan ne è un esempio.
Così come la vendetta per la perdita del prestigio e della “profondità strategica” della Russia dopo la Guerra fredda. Perfino la fretta di Trump di trovare un accordo sull’Ucraina — per quanto iniqui possano essere i dettagli per quella nazione — e di porre fine al commercio globale così come lo conosciamo, a
prescindere dal costo economico, suggerisce l’immagine di un uomo anziano che ha fretta.
Il problema con i leader in età avanzata non è la loro salute — quasi tutti quelli sopra citati sono vigorosi e lucidi — ma gli incentivi che li muovono. Oltre a non avere molto tempo per lasciare il segno, non avranno decenni di pensionamento durante i quali pagare legalmente o in termini di reputazione per eventuali disastri compiuti mentre erano in carica.
Dobbiamo abituarci, se non a un paradosso, almeno a una sorpresa. L’età, che “dovrebbe” instillare cautela e moderazione, spesso invece dà coraggio. Questo vale tanto per gli elettori quanto per i loro leader.
Chi avrebbe mai detto che gli elettorati occidentali sarebbero diventati più anti-establishment all’aumentare dell’età media? Sono stati in misura sproporzionata gli anziani a portarci Brexit e Trump.
Anche se tutti questi settantenni al potere governassero con prudenza, il fatto è che sostituire leader in carica da tempo è di per sé destabilizzante. Nelle democrazie, almeno, esiste un processo — ammesso che Trump rispetti il 22° emendamento — ma quale sarebbe il piano di successione per un Putin o un Xi?
C’è spazio non solo per intrighi di palazzo e contromosse, ma anche per forme di dissenso pubblico che sarebbero impensabili quando un regime è nel pieno del suo potere. La primavera araba è avvenuta anche perché un’intera generazione di leader nordafricani, come l’allora ottuagenario Mubarak in Egitto, era invecchiata insieme. Immaginate se diversi Paesi molto più
potenti si trovassero a dover rimpiazzare regimi incancreniti tutti nello stesso momento.
E immaginate di dover prevedere cosa verrà dopo di loro. Putin ed Erdogan guidano i rispettivi Paesi come capi di governo o di Stato da quasi tutto questo secolo. Xi e Modi sono al potere da oltre un decennio. Quando Ali Khamenei è diventato guida suprema dell’Iran, l’Unione Sovietica esisteva ancora. Netanyahu, come Lula, è un ritorno.
In una certa misura, questi Paesi — o almeno i loro Stati — sono prodotti dei loro attuali leader.
Qualcuno mi correggerà, ma non riesco a ricordare un altro momento storico in cui così tanti leader mondiali abbiano raggiunto la vecchiaia contemporaneamente. Perfino alla vigilia della Prima guerra mondiale — oggi ricordata come un’epoca di decrepiti baffuti che mandavano adolescenti all’inferno — il Kaiser aveva appena passato i cinquanta.
Come ha fatto allora l’Europa — che oggi ha l’età mediana più alta di tutti i continenti — a evitare in gran parte questa tendenza alla vecchiaia tra i leader?
Potrebbe avere a che fare con le altre eccezionalità del continente. In parti del mondo dove contano la forza dura, le linee di comando chiare e la nazione intesa come famiglia da proteggere, è naturale che emergano leader “parentali”.
Dove il governo è invece visto come un esercizio tecnocratico, una graduale messa a punto di una pace prospera, questo è meno vero. Notate che, da quando l’Europa si è risvegliata alla durezza del mondo con l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Gran Bretagna
e Germania hanno eletto capi di governo insolitamente anziani. (Anche così, né Keir Starmer né Friedrich Merz hanno ancora 70 anni.)
In ogni caso, il mondo sta vivendo una lezione sugli effetti perversi dell’età. L’età sembra conferire saggezza, ma anche una certa libertà. Impone un senso di dovere sociale, ma anche una scadenza per realizzazioni personali.
Per spiegare il disordine del mondo moderno, è certamente più corretto dal punto di vista intellettuale citare tendenze economiche e grandi forze storiche. Ma forse una parte della storia è che qualche vecchio uomo potente sta cercando disperatamente di lasciare un’eredità prima che finisca il tempo. Se così fosse, ne consegue che le cose peggioreranno, giorno dopo giorno.
(da Financial Times)

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PROMOSSO CON 9, I GENITORI FANNO RICORSO PER IL 10 MA IL TAR DA’ RAGIONE AI PROF

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL GIURISTA SARACENI: “I VOSTRI FIGLI NON SONO TUTTI GENI INCOMPRESI”

Dopo aver conquistato voto 9 all’esame di terza media, i suoi genitori hanno fatto ricorso al Tar per ottenere il massimo, 10. È quanto successo a un ragazzo di Canicattì, in Sicilia, dove i professori avevano giudicato le prove dei suoi esami «non del tutto prive di errori» e pari a una valutazione di 8 che, a fronte della media finale, ha portato a un 9 finale. Un giudizio maldigerito e contestato dalla famiglia, secondo cui la scuola doveva riconoscere «un più corretto 10». Da qui, la decisione di fare ricorso al Tribunale amministrativo e chiedere l’annullamento delle prove e la ridefinizione della valutazione.
La decisione dei giudici
I giudici del Tar hanno dato ragione alla scuola, sottolineando che la commissione di professori aveva attribuito i voti in modo coerente con la prestazione del ragazzo e che, effettivamente, «non tutti i compiti erano privi di errori». E, hanno ricordato i giudici, la valutazione scolastica non può essere modificata in via amministrativa salvo nei casi in cui vi siano vizi evidenti o violazioni dei diritti dello studente. Non era questo il caso, secondo i giudici, che hanno ritenuto infondato il ricorso della
famiglia e lo hanno respinto. I genitori, inoltre, sono stati condannati al pagamento delle spese legali per un totale di mille euro.
Il giurista Saraceni: «Lasciate in pace i ragazzi»
A far emergere il caso è stato il prof. Guido Saraceni, noto scrittore ed esperto giurista. «La Giustizia non è un gioco, bisognerebbe pensarci due volte prima di ingolfarne ulteriormente gli ingranaggi, impegnando risorse pubbliche a danno di tutti, per questioni di scarsa o nessuna rilevanza», commenta su Facebook. «Spero vivamente che quei genitori abbiano fatto tutto da soli, sarebbe avvilente se avessero trovato assistenza e conforto in uno studio legale che, al posto di sconsigliarli, ha accettato. Ma soprattutto va ricordato che i vostri figli non sono tutti geni incompresi, Rock Star, Fashion Blogger o calciatori di Serie A. Sono esseri umani, fisiologicamente immaturi, che stanno attraversando una fase parecchio delicata della propria esistenza», prosegue. «Lasciateli crescere “in santa pace”. Riconoscete loro il diritto di annoiarsi, di sbagliare e, soprattutto, di perdere. Non vorrete mica che diventino come voi?».
(da agenzie)

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IL PRIMO MINISTRO CANADESE, MARK CARNEY, SI SMARCA DALL’UMILIAZIONE EUROPEA SUI DAZI: “L’ACCORDO SULLE TARIFFE AL 15% RAGGIUNTO DALL’UE NON È UN MODELLO PER I NEGOZIATI DEL CANADA”

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL PAESE NORDAMERICANO È IN UNA POSIZIONE DI VANTAGGIO: LA SUA ECONOMIA È ALTAMENTE INTEGRATA A QUELLA USA E A DIFFERENZA DELL’EUROPA, CHE DEVE LIBERARSI DALL’ENERGIA RUSSA, È PRATICAMENTE AUTONOMO, ESSENDO UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DI PETROLIO E GAS AL MONDO

Il Primo Ministro Mark Carney ha dichiarato che gli accordi raggiunti dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con altri partner commerciali non rappresentano necessariamente dei modelli per i negoziati del Canada con gli Stati Uniti, a causa delle differenze nei rapporti commerciali.
Domenica scorsa, l’Unione Europea è diventata l’ultimo partner commerciale statunitense a concludere un’intesa con Trump, accettando tariffe più alte pur di evitare minacce peggiori da parte del Presidente protezionista.
L’UE ha accettato una tariffa generalizzata del 15%, con eccezioni per alcuni settori, e si è impegnata ad acquistare energia statunitense per 750 miliardi di dollari e a investire circa 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti.
L’accordo ha mantenuto tariffe del 50% su acciaio e alluminio,
anche se funzionari europei hanno suggerito che potrebbero esserci quote che riducono effettivamente il dazio sui metalli.
Politici, aziende e investitori canadesi stanno osservando da vicino l’evoluzione dell’accordo con l’UE, considerandolo un possibile indicatore per un’intesa tra Canada e Stati Uniti. Come il Giappone – che la settimana scorsa ha accettato una tariffa base del 15% – l’UE è un importante alleato e partner commerciale degli USA.
Interpellato lunedì sull’accordo con l’UE, Carney ha ribadito che il Canada probabilmente dovrà affrontare un certo livello di tariffe statunitensi, anche nel caso in cui si arrivi a un accordo, prima o dopo la scadenza del 1° agosto fissata da Trump.
Tuttavia, ha sottolineato come il Canada sia in una posizione diversa rispetto agli altri partner commerciali americani, entrando in una “fase intensa” di negoziazioni.
“Ci sono somiglianze. Ci sono differenze. Una è la prossimità geografica”, ha detto Carney ai giornalisti durante una conferenza stampa sull’Isola del Principe Edoardo.
Ha inoltre evidenziato il bisogno dell’Europa di trovare fonti energetiche alternative dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che pare abbia condizionato l’accordo.
“L’Europa deve liberarsi completamente dall’energia russa, quindi comprerà energia americana per riuscirci”, ha detto Carney ai giornalisti. “L’America ha bisogno dell’energia canadese.”
Mentre questi accordi venivano annunciati, il Canada è rimasto in una posizione relativamente privilegiata per quanto riguarda
l’accesso al mercato statunitense.
Come gli altri Paesi, ha subito dazi specifici su acciaio, alluminio e automobili. Tuttavia, il dazio generalizzato del 25% imposto da Trump sui beni canadesi a marzo è stato attenuato da un’esenzione per tutti i prodotti conformi alle regole di origine dell’accordo USMCA (noto in Canada come CUSMA).
Questo ha permesso alla stragrande maggioranza delle esportazioni canadesi di continuare a entrare negli USA senza dazi. A maggio, il 90% dei beni canadesi è entrato negli Stati Uniti senza pagare dazi, secondo i dati del Census Bureau, grazie all’esenzione dell’USMCA e ad altre strategie di mitigazione tariffaria.
“Tutto è relativo, e se Giappone e UE commerciano con una tariffa base del 15%, bisogna ricordare che la maggior parte degli scambi del Canada con gli USA avviene ancora con tariffa zero quando i beni sono conformi al CUSMA. Questo è un punto cruciale”, ha dichiarato Matthew Holmes, responsabile della politica pubblica alla Camera di Commercio del Canada.
Ha anche evidenziato i livelli molto più alti di integrazione tra le economie canadese e statunitense come altro elemento distintivo.
“Sia che si parli di produzione di carne bovina, in tutte le sue fasi, sia di produzione automobilistica, la quantità di valore aggiunto che attraversa più volte il confine tra Canada e Stati Uniti è considerevole e altamente integrata. Questo non accade con l’UE, dove si tratta soprattutto di commercio di prodotti finiti e alcune materie prime”, ha detto Holmes
Anche Carney ha presentato i suoi tentativi di raggiungere un
accordo commerciale con gli USA come parte di un più ampio sforzo di riorientamento delle relazioni economiche e di sicurezza tra i due Paesi.
Ha aumentato significativamente la spesa militare e per la sicurezza alle frontiere, e ha eliminato la tassa canadese sui servizi digitali dopo che Trump aveva minacciato di ritirarsi dai negoziati commerciali a causa del prelievo sulle grandi aziende internet americane.
Negli ultimi giorni, sia Carney che Trump hanno abbassato le aspettative su un possibile accordo entro il 1° agosto. Trump ha dichiarato che, in assenza di un’intesa, il dazio generalizzato sui beni non conformi all’USMCA salirà dal 25% al 35%.
Delegazioni canadesi da Ottawa sono attese a Washington per nuovi colloqui nel corso della settimana; quelle precedenti includevano il capo di gabinetto di Carney, Marc-André Blanchard, e il ministro incaricato dei rapporti Canada-USA, Dominic LeBlanc.
“Esiste una zona di atterraggio possibile, ma dobbiamo arrivarci, e vedremo cosa succederà”, ha detto Carney.
(da agenzie)

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NEL GIRO DI POCHE ORE LA MAGGIORANZA HA PRIMA PRESENTATO E POI RITIRATO UN DECRETO CHE PERMETTEVA ALLE AGENZIE INTERINALI DI “PRESTARE” IL LAVORATORE ASSUNTO A TEMPO INDETERMINATO A UN’AZIENDA PER UN PERIODO FINO A 48 MESI, MENTRE OGGI IL LIMITE MASSIMO È DI 24 MESI

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL PASSO INDIETRO È ARRIVATO DOPO I RILIEVI DEL QUIRINALE SULL’ESTRANEITÀ DELLA MATERIA RISPETTO AL DECRETO… IL TESTO NON AVEVA AVUTO NEANCHE L’OK DELLA MINISTRA DEL LAVORO, MARINA CALDERONE

La maggioranza di destra ci riprova. Riporta in vita l’emendamento Pogliese, ritirato dal decreto ex Ilva la settimana scorsa. Ma togliendo la parte che più aveva fatto insorgere sindacati e opposizioni: quella che accorciava la prescrizione dei crediti di lavoro a cinque anni (stipendi e straordinari non pagati) e introduceva la decadenza a 180 giorni dopo la diffida del lavoratore, scoraggiando le cause di lavoro per timore di ritorsioni.
Nel nuovo testo, destinato al decreto Economia all’esame della commissione Bilancio del Senato, resta però il cuore della norma: il colpo di spugna sugli arretrati quando un giudice dichiara che il contratto collettivo non rispetta l’articolo 36 della Costituzione, cioè non assicura una retribuzione proporzionata e sufficiente.
Anche se il giudice riconosce che la paga contrattuale è inadeguata, il lavoratore otterrà aumenti solo dalla data della causa in poi. Nessun arretrato. Lo “scudo” per le imprese cade solo se il contratto applicato non è “leader” – quindi un contratto pirata – o appartiene a un settore diverso da quello effettivo. Nella versione originaria, la norma parlava anche di inadeguatezza “grave” del salario da dimostrare.
Un tentativo di legare le mani ai giudici del lavoro. Stretta sparita, ma il senso del blitz della destra rimane: scoraggiare le
cause di lavoro, tutelare le imprese.
Un altro blitz, sempre sui temi del lavoro, riguarda gli interinali. La maggioranza vuole riscrivere le norme sui contratti a termine. Così: l’agenzia interinale può “prestare” il lavoratore assunto a tempo indeterminato a un’azienda per un periodo fino a 48 mesi.
Il limite attuale è di 24 mesi: a decorrere da questa scadenza, il contratto a tempo determinato deve essere trasformato in indeterminato.
Nello specifico la proposta prevede che nel caso in cui il lavoratore sia assunto a tempo indeterminato dal somministratore (l’agenzia interinale ndr), lo stesso «può essere inviato in missione a termine, presso un medesimo utilizzatore (un’azienda ndr) «per un periodo complessivo non superiore a trentasei mesi». Il limite sale a 48 mesi se l’impresa impiega il lavoratore per la prima volta.
Le proteste delle opposizioni e, secondo quanto riferiscono fonti di maggioranza, i rilievi del Colle sull’estraneità della materia rispetto al decreto, fermano l’emendamento che non aveva neppure il placet della ministra del Lavoro, Marina Calderone.
Ci riproveranno a settembre. Il sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon, rivendica: «Salvaguardiamo 140 mila posti di lavoro e incentiviamo le assunzioni a tempo indeterminato». La Cisl è d’accordo.
(da Repubblica)

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SCANDALO DELLA MEME-COIN $LIBRA SPONSORIZZATA DAL PRESIDENTE ARGENTINO: LE RESPONSABILITÀ DI MILEI NELLA VICENDA CHE HA DANNEGGIATO MIGLIAIA DI INVESTITORI

Luglio 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL LEADER SOVRANISTA ULTRALIBERISTA È ACCUSATO DI AVERE RILASCIATO “UNA DICHIARAZIONE PROMOZIONALE ALTAMENTE FUORVIANTE” CHE HA PORTATO “DECINE DI MIGLIAIA DI CONSUMATORI A ESSERE INGANNATI”

Lo studio legale che porta avanti la class action in corso presso i tribunali di New York sullo scandalo della meme-coin $Libra promossa dal presidente argentino Javier Milei ha segnalato per
la prima volta apertamente le presunte responsabilità del leader ultraliberista nella vicenda che ha danneggiato migliaia di investitori del mondo crypto.
In uno scritto presentato al giudice federale Jennifer Rochon si accusa il presidente argentino di aver rilasciato “una dichiarazione promozionale altamente fuorviante” che era stata “strategicamente pianificata per dare a $LIBRA una falsa apparenza di legittimità e affiliazione governativa al momento del lancio del token”, portando “decine di migliaia di consumatori a essere ingannati”.
Lo riferisce il quotidiano La Nación sulla base della visione del documento presentato alla giustizia Usa per chiedere una proroga del congelamento temporaneo di oltre 57 milioni di dollari depositati nei portafogli virtuali del trader crypto, Hayden Davis, considerato l’ideatore ed esecutore della presunta truffa.
L’accusa esplicita nei confronti di Milei dinanzi a un tribunale federale statunitense non ha tuttavia implicazioni legali immediate in quanto il presidente argentino non figura tra i denunciati nella class-action.
Il caso, sostengono tuttavia esperti statunitensi, comporta un rischio latente nel medio o lungo termine dato che, in caso di successo della domanda civile, i querelanti potrebbero infatti estendere le loro pretese allo stesso Milei o persino al governo argentino.
(da agenzie)

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DOPO TRE ANNI DI FANFARE, UNA MELONI IN COSÌ TOTALE DIFFICOLTÀ NON S’ERA MAI VISTA: È FINITA NEL TRITACARNE, FATTA A PEZZI NON SOLO DALL’OPPOSIZIONE MA DA TUTTI: PER CONFINDUSTRIA, COLDIRETTI, FEDERACCIAI, CISL “L’ACCORDO CON TRUMP È UNA CAZZATA”

Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile

FUORI CASA, IL DILUVIO: LA ”GIORGIA DEI DUE MONDI” È STATA RIDICOLIZZATA PURE A DESTRA DAL LEPENISTA BARDELLA ALL’ANTI-UE, ORBAN… QUANDO IL SUO ALLEATO TRATTATIVISTA MERZ HA RINCULATO, LA “PONTIERA” (SENZA PONTE) E’ FINITA DA SOLA, COL CERINO IN MANO, A DIFENDERE URSULA

Negli ultimi tre anni di governo una Giorgia Meloni in così totale difficoltà politica non si era mai vista.
Per essere coerente al suo atteggiamento da “pontiera” Usa-Ue e alla sua posizione favorevole alla trattativa in ginocchio di Ursula con il boss della Casa Bianca, è finita nel tritacarne, fatta letteralmente a pezzi non solo dall’opposizione del Pd (che ha
pur votato Ursula alla presidenza della Commissione) ma da tutti, alleati compresi: per Confindustria, Coldiretti, Cisl, eccetera, “L’accordo con Trump è una cazzata”.
Fuori casa, per la ”Giorgia dei Due Mondi” è andata ancora peggio. Se il primo ministro François Bayrou ha dettato, a muso duro: “È un giorno buio quando un’alleanza di popoli liberi, uniti per affermare i propri valori e difendere i propri interessi, decide di sottomettersi”, la più trattativista dell’Unione europea ha balbettato: “Giudico positivamente il fatto che si sia raggiunto un accordo, ho sempre pensato e continuo a pensare che un’escalation commerciale tra Europa e Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti”.
Ironia della sorte, l’Amica Immaginaria di Trump che all’inizio aveva assicurato un finale zero a zero, quando poi è arrivato il 10% ha farfugliato che era “sopportabile”, arrivata la mannaia del 15% è stata ridicolizzata pure a destra dal presidente del Rassemblement National, il lepenista Jordan Bardella (“Il metodo di Trump è brutale”), in tandem con il tenero orco anti-Ue e filo-Putin, Viktor Orbán: “Donald Trump non ha raggiunto un accordo con Ursula von der Leyen, ma piuttosto si è mangiato la presidente della Commissione europea per colazione”.
Con il suo tradizionale camaleontismo, l’Underdog ha provato a fare la solita ”para-guru”, buttando la palla in tribuna per prendere tempo e non mettere la faccia sull’umiliazione europea (“Base sostenibile, giudico positivamente il fatto che si sia raggiunto, ma bisogna andare nei dettagli”).
Ciao core! i calcoli degli economisti parlano chiaro: le tariffe di
Trump avranno un impatto negativo sul Pil italiano tra l’0,3% e lo 0,5%, senza contare che nel 2026, ultimo anno in cui l’Italia riceverà i miliardi del Pnrr dall’Europa, le rate verranno erogate da Bruxelles in base dello stato di avanzamento dei lavori, già in cronico ritardo.
Inoltre, quando i cervelloni intorno alla Meloni hanno ipotizzato di usare i fondi del Pnrr per sostenere le imprese colpite dai dazi, da Bruxelles è arrivato un niet perentorio per ricordare che quegli stanziamenti, decisi durante il periodo pandemico, vanno utilizzati per gli investimenti e non per i sussidi.
Se le difficoltà della Ducetta in campo economico fanno rizzare i suoi boccoli, sul piano politico è meglio lasciar perdere: il suo sogno di democristianizzarsi agganciando Fratelli d’Italia al Partito Popolare Europeo, gruppo di maggioranza che sostiene la maggioranza Ursula, si allontana sempre più perché è venuto a mancare il suo compagno di viaggio filo-Trump, Friedrich Merz.
La “Thatcher del Colle Oppio”, la più trattativista dell’Unione per evitare “una guerra commerciale con gli Stati Uniti”, aveva infatti trovato una spalla nel cancelliere tedesco, ambedue in netta contrapposizione alla linea dura di Macron contro Trump.
Merz, bisognoso di tutelare l’automotive tedesco, si era illuso di ammorbidire Trump con un atteggiamento meloniano, convinto di chiudere l’accordo con dazi al 10%.
Quando il tycoon col ciuffo ha inviato all’Unione europea una lettera-ultimatum, minacciando tariffe al 30%, lo stesso cancelliere si è trovato col culo per terra. Il metodo “shock and awe” (colpisci e terrorizza) usato da Trump contro l’Europa ha
certificato la totale inaffidabilità del presidente americano. A quel punto, Merz ha iniziato a sudare freddo.
Pur detestando da sempre la cocca di Angela Merkel, sua rivale di partito nella Cdu e nel Ppe, Merz si è appoggiato alla spalla dela “pontiera” (senza ponte) sperando nel buon lavoro del commissario al commercio Maros Sefcovic, per ricondurre a miti consigli l’intransigenza di Trump.
Davanti all’arroganza gangeristica del Caligola di Mar-a-Lago, ha dovuto rinculare riconoscendo che la linea dura di Macron aveva un senso: alla lettera-minatoria del 30%, il presidente francese era dell’avviso di agire subito con una controffensiva uguale e contraria, compresa la minaccia di mettere sul mercato i titoli del debito pubblico degli Stati Uniti che hanno in pancia i 27 paesi dell’Unione
Come ha ben dimostrato la Cina, l’unico modo per trattare da pari con gli Usa è mostrare i muscoli: più si accondiscende alle pretese del Padrino della Casa Bianca, più quello alza il prezzo.
Il risultato finale, con le tariffe al 15%, ha spiazzato Merz e lo ha messo nei guai, perché in Germania l’accordo è stato accolto come un disastro annunciato. I quotidiani tedeschi, con la vendutissima ”Bild” in testa, hanno sparato a zero contro l’intesa Ue-Usa, la Confindustria di Germania ha tuonato (“Oggi non è un buon giorno per l’economia”).
Il presidente della Federazione auto tedesca, Hildegard Müller, ha dichiarato che “i dazi del 15% costeranno miliardi alle case automobilistiche”. Come puntualizza Giuseppe Sarcina sul “Corriere della Sera”: “D’accordo, ma le medesime ‘case
automobilistiche’ sono state il tormento di Berlino e di Bruxelles: fate in fretta, troviamo un compromesso con Washington. Per altro il settore auto è il solo che abbia contenuto i danni: il dazio passerà dal 27,5% al 15%”.
Ma il peggio è esploso nella stessa maggioranza che sostiene il governo di coalizione di Merz: i socialdemocratici della Spd e i Verdi hanno parlato di accordo capestro. Davanti a una tale rivolta collettiva (l’unico silente il presidente del PPE, Manfred Weber), che non sa come schierarsi, anche il cancelliere, che si è posto da subito come il più dialogante (dopo Meloni) con gli Stati Uniti, ha dovuto ammettere che l’accordo produrrà “danni sostanziali” all’economia europea, balbettando che “non si poteva ottenere di più”.
Il passo indietro di Merz, terrorizzato dai possibili contraccolpi alla sua maggioranza, ha lasciato Giorgia Meloni da sola, in prima fila, col cerino in mano, a difendere Ursula von der Leyen violentata dal cetriolo di Trump, con tutti i leader degli altri paesi a gridare che ”l’Unione Europea deve cambiare”.
D’accordo, ma come? Più Bruxelles, con un’Unione libera dai lacci dell’unanimità e coesa sulla difesa e regime fiscale, come vuole il centro-sinistra, o meno Bruxelles, come propugna il centro-destra? Boh…
La povera Ursula è il capro espiatorio che deve ascoltare le voci discordanti e confliggenti di 27 paesi ed è finita alle corde. Ma sa benissimo che rimarrà al suo posto, una alternativa non c’è perché, da Macron a Merz, hanno tutti paura che, fatta fuori la von der Leyen, la destra dei ”patrioti” conquisti Bruxelles
Per fare tombola, Marcello Sorgi su “La Stampa” aggiunge: “C’è chi osserva che nulla garantisce dal fatto che Trump, magari tra due mesi, non rimetta tutto in discussione: è possibile, anche se il presidente Usa sa bene di essere uscito bene dall’intesa. Ma forse è anche per questo se Meloni si è guardata bene dal rivendicare la sua amicizia con Trump e mettere le mani su una trattativa che anche adesso che è conclusa odora ancora di dinamite”.
( da Dagoreport)

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“SONO MOLTO SODDISFATTO, HO RISPOSTO A OGNI DOMANDA E HO RACCONTATO CIÒ CHE SO RISPETTO AI FATTI CONTESTATI E ALLA MIA ATTIVITÀ DA SINDACO”

Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile

L’EX PRIMO CITTADINO DI PESARO, MATTEO RICCI, CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE MARCHE PER IL CAMPO LARGO, INTERROGATO PER 5 ORE DAVANTI DALLA PM: “HO RIBADITO LA MIA ASSOLUTA ESTRANEITÀ AI FATTI. ADESSO TORNO A FARE CAMPAGNA ELETTORALE”

“Sono molto soddisfatto, ho risposto a ogni domanda e ho raccontato ciò che so rispetto ai fatti contestati e alla mia attività da sindaco”.
Dopo oltre cinque ore di interrogatorio davanti alla pm di Pesaro Maria Letizia Fucci, l’ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci, europarlamentare e candidato presidente di Regione, è uscito in auto dalla caserma della Guardia di Finanza di Pesaro, accerchiato da cronisti e fotografi,
“Ho ribadito la mia assoluta estraneità ai fatti – ha aggiunto – e anzi ho apportato un contributo ulteriore per l’accertamento della verità”. – “Ringrazio quindi i magistrati per il loro lavoro e sono molto sereno e determinato. Adesso torno a quello che ho sempre fatto, fare campagna elettorale tra la gente e per la gente. Grazie davvero”.

(da agenzie)
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IN CISGIORDANIA DAL 7 OTTOBRE 2023 MILLE PALESTINESI SONO STATI UCCISI DAI COLONI: YINON LEVI, COLONO MESSO SOTTO SANZIONI DA BIDEN, MA TOLTO DALLA LISTA NERA DA TRUMP, HA SPARATO A AWDAH HATHALEEN, UNO DEGLI ATTIVISTI DEL DOCUMENTARIO PREMIO OSCAR “NO OTHER LAND” CHE PROTESTAVA PER L’ENNESIMO FURTO DI TERRA

Luglio 30th, 2025 Riccardo Fucile

LEVI RIMARRÀ IMPUNITO VISTO CHE IN AREA C (COME IL 70% DELLA CISGIORDANIA) LE LEGGI SONO ISRAELIANE E GLI ALTRI COLONI CONTINUERANNO A RENDERE LA VITA DEI PALESTINESI COSÌ IMPOSSIBILE DA COSTRINGERLI A SLOGGIARE

I palestinesi di questi piccoli villaggi nel sud della Cisgiordania sono diventati delle celebrità da quando il film girato da loro stessi ha vinto il Premio Oscar. No Other Land , non c’è altra terra, racconta la loro resistenza non-violenta contro le prepotenze dei coloni israeliani. Credevo esagerassero e mi sbagliavo.
Lunedì sono stato nei cortili, sotto gli alberi, sui gradini delle case dov’è stato girato il documentario. Ho chiesto loro se fosse il caso di avvicinarsi al cancello della vicina colonia israeliana di Karmel. Hanno scosso la testa. Ho proposto di filmare la scavatrice che lavorava a fianco delle loro case. «Meglio di no, non sai come possono reagire i coloni».
E come possono mai reagire i cittadini di uno Stato democratico? Sono soggetti a una magistratura indipendente, se qualcuno sbaglia, paga.
Il sistema lo punisce. O no? La risposta è stata senza appello.
«Sono coloni, liberi di fare quel che vogliono. Rubano le pecore, le avvelenano, tagliano gli alberi, sradicano i nostri orti. Potrebbero anche spararti». Avevano ragione. Tempo tre ore dalla mia partenza dal villaggio di Um-al-Khair e il colono che stava lavorando alla scavatrice che volevo filmare ha affrontato i palestinesi che contestavano l’invasione della loro terra.
Lo si vede in diversi filmati diffusi sui social dagli attivisti. È in borghese, ha una pistola di grosso calibro nella mano destra, si avvicina minaccioso. Urla, alza l’arma e spara ad altezza d’uomo. Ricomincia a urlare, fa qualche passo a destra, e sempre senza che nessuno gli si avvicini, spara ancora.
Uno degli attivisti che compaiono nel film, Awdah Hathaleen, è colpito al petto e muore. Aveva appena lanciato un allarme sui social: «I coloni stanno scavando per tagliare la nostra acqua, aiutateci». Il co-regista palestinese, Basel Adra, che abita a 5 minuti di auto, ha commentato così la morte dell’amico: «Ci cancellano, una vita alla volta».
Il colono con la pistola era già famoso per la sua aggressività. Si chiama Yinon Levi. È stato fermato dalla polizia, ma non ancora incriminato. Levi era stato messo sotto sanzioni dal presidente americano Joe Biden, ma tolto dalla lista nera da Donald Trump. Sono almeno mille i palestinesi di Cisgiordania uccisi dai coloni israeliani dal 7 ottobre 2023.
Raramente qualcuno di loro è stato condannato. Invocano la legittima difesa, ma mentre i coloni girano pesantemente armati, con fucili da guerra a tracolla e persino gli adolescenti pascolano le pecore con le pistole alla cintura, i palestinesi non mostrano mai armi.
In questo caso, poi, i video paiono inequivocabili. Disarmati che protestano e Levi che spara ad altezza uomo.
Al villaggio di Um-al-Khair erano presenti anche diversi attivisti occidentali, compreso l’italiano Andrea Alberizzi. «La scopo dei coloni è rendere la via dei palestinesi così difficile che decideranno di andarsene» dice.
«Ci sono tanti modi che hanno escogitato per rubarci la terra in punta di diritto — spiega uno dei palestinesi più adulti, il nome è meglio resti nel taccuino —. Possono sostenere che un’area è vicina ai loro insediamenti e quindi, per sicurezza deve essere
abbandonata.
Poi però la coltivano e l’“area di sicurezza” dovrà allargarsi. Altre volte espropriano nostre case per cercare tracce archeologiche di antichi ebrei. Ovviamente attorno agli scavi non possono vivere palestinesi, ma ebrei sì. Quindi passati tre anni, quel terreno diventa statale in base a un’antica legge ottomana e Israele lo concede, guarda caso, ai coloni, mai ai palestinesi».
Il fatto che questa sia Cisgiordania e quindi in teoria sottoposta all’autorità palestinese è una fandonia. «Siamo in Area C — spiega un altro attivista palestinese che lasciamo anonimo —, come quasi il 70% della Cisgiordania. Significa che polizia, magistratura e leggi sono israeliane. Noi non siamo cittadini, neanche di serie B, solo ospiti sgraditi a casa nostra».
(da Corriere della Sera)

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