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I VICE MELONI SGOMITANO PER UN POSTO AL SOLE

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL CDM “CONCEDE” A TAJANI LA RIORGANIZZAZIONE DELLA FARNESINA, SALVINI SI AGITA PER OTTENERE VISIBILITA’ SENZA GUADAGNARE MAI UN VOTO

La chiave per interpretare ogni cosa, infine, è quella elettorale. Per quante rassicurazioni di circostanza vengano dispensate, al meeting di Rimini è stata inequivocabile la tensione nel tridente d’attacco del centrodestra. Giorgia Meloni ha voluto ribadire i rapporti di forza: lei statista osannata dalla platea cattolica che espone l’orizzonte di senso politico in cui si muove il governo. Un ruolo da superstar inscalfibile, anche se Matteo Salvini ci ha provato: a girovagare per gli stand lo stesso giorno, quasi a tentare di rubare la scena e tanto da sollevare un piccolo caso diplomatico visto che i due non si sono incrociati nemmeno per una fotografia al volo, accendendo le speculazioni sui rapporti tesi tra i due.
Le colombe dell’una e dell’altra parte hanno minimizzato, parlando poi di una telefonata, eppure non è sfuggito a nessuno quanto il leader della Lega stia lavorando per appropriarsi di uno spazio di manovra maggiore rispetto a quello che il ministero delle Infrastrutture gli consente. Dopo il veto per lui al Viminale, nella scommessa iniziale del governo: Salvini aveva scommesso sul ministero più danaroso grazie al Pnrr, lasciando ad Antonio Tajani il timone degli Esteri. Scommessa sbagliata, vista la centralità dei conflitti internazionali negli ultimi tre anni.
Tanto che – nell’impossibilità di contendere spazio mediatico alla premier – Salvini ha trascorso gli ultimi mesi a fare il controcanto proprio al suo collega vicepremier.
Ultima polemica da lui creata ad arte: quella con il presidente francese Emmanuel Macron, che ha prodotto un richiamo all’Eliseo dell’ambasciatore italiano e costretto Tajani all’ennesima dichiarazione stizzita de: «Di esteri mi occupo io». Sarà difficile però che il richiamo freni Salvini dal proseguire nella sua agenda più di lotta che di governo.
Il consiglio dei ministri
A tentare di restituire un ordine istituzionale è stato il consiglio dei ministri di ieri, il primo dopo il rientro dalla pausa estiva in cui i tre leader si sono incontrati formalmente. Alla conferenza stampa si è presentato in solitaria il ministro Tajani, che ha iniziato spiegando la riforma che renderà il ministero degli Esteri «bicapite, con una testa politica e una testa economica» a partire dal 2026 e ha annunciato anche la nomina come nuovo ambasciatore a Mosca di Stefano Beltrame, nome legato alla Lega come consigliere diplomatico di Salvini prima e attualmente del ministro Giancarlo Giorgetti.
Il vero cuore della conferenza stampa, però, è stato una puntualizzazione sui molti dossier aperti, a partire da quello sull’Ucraina su cui Salvini ha polemizzato con Macron.
Tajani ha ribadito che i soldati italiani non saranno in territorio ucraino se non, a guerra conclusa e «se ci sarà una richiesta specifica», per operazioni di sminamento. ma «siamo in una fase teorica» e «prima bisogna far finire la guerra». Sintesi della nota
di palazzo Chigi: «L’Italia non parteciperà a una eventuale forza multinazionale sul territorio». Poi Tajani si è inserito nel solco della premier, nell’insistere sull’ipotesi italiana di garantire la sicurezza dell’Ucraina «con un modello di mutua assistenza tipo quello dell’articolo 5 della Nato». In mattinata, infatti, si è tenuta una riunione per un punto di situazione sul possibile percorso negoziale a cui hanno preso parte Meloni, i due vicepremier e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Quanto alla situazione in Israele, stigmatizzata da Meloni a Rimini, – «vanno inasprite le sanzioni europee nei confronti dei coloni che aggrediscono i villaggi in Cisgiordania perché questo mina le fondamenta di un nuovo Stato palestinese. Siamo pronti a sanzionare i coloni violenti» ma «vediamo come procede il dibattito».
Evidente il diverso approccio dei due vicepremier: se Salvini punta a differenziarsi dalle posizioni della premier per solleticare l’elettorato più estremo, Tajani invece si mette in scia a Meloni, lavorando in sinergia con Meloni per incassare i dividendi politici della stabilità di governo.
Due strategie opposte, che sono destinate a incrociarsi al tavolo dei leader per decidere i candidati alle regionali. Anche di questo Tajani ha parlato, tra un «no a qualsiasi blitz di tipo fiscale contro banche» che strizza l’occhio alla famiglia Berlusconi e una professione di «difesa del ceto medio».
A chi gli ha chiesto dei candidati ancora mancanti, a partire da quello in Veneto, il vicepremier ha risposto che «c’è tempo» e che i nomi arriveranno. Ma non ha rinunciato alla stoccata a Salvini sulla situazione al nord: «Non è una questione di lottizzazione di partito: troviamo il miglior candidato possibile». Eppure, un incontro ancora non c’è stato e nemmeno è in
programma.
Una sintesi è lontana ma andrà trovata e non solo su questo. Secondo fonti di palazzo Chigi, il perenne controcanto di Salvini – più evidente con Tajani, più nascosto con Meloni – sta infastidendo la premier, soprattutto quando travalica i confini nazionali come è stato nel caso di Macron (con cui Meloni aveva appena finito di ricucire i rapporti dopo la pausa estiva). Del resto, è cosa nota e ripetuta anche a Rimini quanto lei tenga allo standing internazionale suo e del paese e non gradisca giochi tattici che interferiscano in questo campo. Tuttavia, è la convinzione dentro Fratelli d’Italia, i rapporti di forza verranno ancora una volta riequilibrati con i risultati delle regionali.

(da editorialedomani.it)

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L’APPLAUSO GENERALISTA

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

AL MEETING DI RIMINI DA ANNI , I CIELLINI APPLAUDONO CHIUNQUE GOVERNI… L’IMPORTANZA POCO ECUMENICA DI ESSERE VICINI AL POTERE

Mi chiedo sempre, ogni anno da molti anni, da cosa dipende l’applauso indiscriminato che il Meeting di Rimini riserva a chiunque governi (avrebbe una cordiale accoglienza anche Gengis Khan). C’è un’ipotesi fausta: quell’applauso dipende da un lodevole sentimento di ascolto, molto cristiano, che in politica genera un atteggiamento super partes decisamente anticonformista in tempi di faziosità spinta.
Ma c’è un’ipotesi infausta: è che tutto fa brodo purché il sapore sia quello del potere, e dunque non contano le idee e le posizioni politiche, conta quella sorta di “centralità” inamovibile, ecumenica e un poco ipocrita che un tempo fu della Dc, oggi è di Cl. In questo senso, applaudendo tutti, quell’assemblea applaude se stessa, la propria eternità, la certezza di esserci sempre e per sempre perché a riunirla non è il tifo per questo o per quel politico, è sentirsi arbitro della partita. E l’arbitro non vince e non perde: arbitra.
Dev’essere una bella sensazione, sentirsi a proprio agio dentro qualunque temperie politica e di fronte a qualunque bandiera. Però quelli non super partes (mi metto nel novero), oltre allo svantaggio di patire per le sconfitte fino a guastarsi l’umore, hanno anche il vantaggio di vivere le vittorie come se li riguardassero personalmente, come se fossero anche il frutto del proprio impegno — benché non sia un impegno, come dire, di tipo generalista.
Per i super partes non ci sono i gol fatti e quelli subiti, i gol sono tutti uguali e tutti meritevoli di esultanza, chiunque li abbia fatti. Dev’essere anche piacevole, perché mette al riparo dal senso di sconfitta. Però, non è un po’ comodo?

(da repubblica.it)

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PUTIN HA TROVATO I SUOI SCHIAVI, I NORDCOREANI: KIM JONG-UN HA INVIATO NON SOLO SOLDATI DA SACRIFICARE AL FRONTE, MA ANCHE OPERAI, CHE SOSTITUISCONO NEI CANTIERI EDILI I LAVORATORI RUSSI PARTITI COME SOLDATI PER L’UCRAINA

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

ALCUNI NORDCOREANI SCAPPATI DALLA RUSSIA HANNO RACCONTATO LE CONDIZIONI DI LAVORO “ABOMINEVOLI”: COSTRETTI A LAVORARE DALLE 6 DI MATTINA ALLE 2 DI NOTTE, TRATTATI ALLA STREGUA DI PRIGIONIERI

Vivono in condizioni di schiavitù. Costretti a lavorare dalle 6 di mattina alle 2 di notte, con un paio di giorni liberi all’anno e le mani che ormai faticano ad aprirsi. La Russia si è ripetutamente rivolta alla Corea del Nord per avere un supporto nella guerra in Ucraina, utilizzando i suoi missili, i suoi proiettili di artiglieria e soprattutto i suoi soldati.
Ora, con molti uomini russi uccisi o fuggiti dal paese, i funzionari dell’intelligence sudcoreana hanno rivelato che Mosca fa sempre più affidamento sui lavoratori nordcoreani, trattati alla stregua di prigionieri.
Alcuni nordcoreani che sono riusciti a scappare dalla Russia hanno raccontato come i loro compatrioti siano sottoposti a condizioni di lavoro «abominevoli» e come le autorità nordcoreane stiano rafforzando il controllo sui lavoratori per impedirne la fuga. Uno di loro è comunque riuscito a scappare.
E ha detto alla Bbc che una volta atterrato nell’estremo oriente russo è stato accompagnato dall’aeroporto a un cantiere edile da un agente di sicurezza nordcoreano che gli ha intimato di non
parlare con nessuno, né di guardarsi in giro. «Il mondo esterno è il nostro nemico», gli ha sussurrato. È stato subito messo a lavorare per costruire grattacieli per più di 18 ore al giorno.
«Svegliarsi era terrificante», ha spiegato il fuggitivo senza rivelare la propria identità per ragioni di sicurezza. «Al mattino le mani si bloccavano, incapaci di aprirsi, paralizzate dall’incessante lavoro. Durante il giorno alcuni lasciavano il loro posto per dormire o si addormentavano in piedi, ma i supervisori li trovavano e li picchiavano. Era davvero come se stessimo morendo».
Gli evasi hanno raccontato che gli operai nordcoreani sono confinati nei cantieri giorno e notte, dove sono sorvegliati da agenti del Dipartimento di sicurezza di Pyongyang. Dormono in container sporchi, sovraffollati e infestati da insetti, oppure sul pavimento di palazzi in costruzione, con i teloni arrotolati sugli stipiti delle porte per cercare di ripararsi dal freddo.
Un altro operaio ha confessato di essere caduto da un’altezza di quattro metri e di essersi «fracassato» il volto, ma anche in quel caso i suoi supervisori non gli hanno permesso di lasciare il cantiere per andare in ospedale.
Lo scorso giugno l’ex ministro della difesa russo, Sergei Shoigu, ha ammesso per la prima volta che 5mila nordcoreani erano stati inviati a ricostruire Kursk, una regione russa che nel 2024 era stata occupata dalle forze ucraine.

(da agenzie)

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“MIA SORELLA È STATA UCCISA DALL’IDF, MA NESSUNO VUOLE INDAGARE”: PARLA TONY, IL FRATELLO DI SHIREEN ABU AKLEH, LA REPORTER CON PASSAPORTO AMERICANO DI AL JAZEERA, UCCISA NEL 2022 A JENIN

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

“GLI ISRAELIANI HANNO CAMBIATO VERSIONE SEI VOLTE E NON HANNO CONDOTTO UNA INDAGINE. RIVOLGERSI A UN TRIBUNALE PALESTINESE È INUTILE PERCHÉ NON HA IL POTERE DI ESEGUIRLA. BLINKEN MI PROMISE CHE AVREBBE FATTO DI TUTTO PER ASSICURARE ALLA GIUSTIZIA IL COLPEVOLE. POI ALLA CASA BIANCA HANNO INSABBIATO TUTTO”

«Sono tre anni che cerco giustizia per mia sorella Shireen, uccisa a Jenin da un soldato israeliano. È morta con la scritta “Press” addosso. Sono tre anni che faccio di tutto, spendo un sacco di soldi e mi danno l’anima per scoprire chi ha premuto il grilletto e fargli assumere la responsabilità di ciò che ha fatto. […] non esiste neppure un processo a nome Shireen Abu Akleh. E dopo i funerali nessuno da Israele mi ha contattato, né un procuratore, né un giudice, né un poliziotto. Hanno ammazzato mia sorella e pretendono anche che me ne dimentichi».
Parla a Repubblica Tony Abu Akleh, 62 anni, fratello di Shireen, la popolare reporter di Al Jazeera colpita a morte l’11 maggio 2022, mentre stava seguendo un raid delle Idf nel campo profughi. Quando è morta, la giornalista palestinese-americana aveva 52 anni.
Dopo l’uccisione è stata aperta un’inchiesta penale?
«Questo accade nei Paesi civili, non nella Cisgiordania occupata. Non è stata condotta alcuna indagine da una corte israeliana. Tutti gli avvocati con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa: rivolgersi a un giudice israeliano è impraticabile, rivolgersi alle autorità palestinesi è inutile».
Perché?
«Perché se anche un tribunale palestinese emettesse una sentenza, non avrebbe il potere per eseguirla. Inoltre, l’esercito israeliano ha provato a manipolare i fatti. Prima ha detto che erano stati i militanti palestinesi a sparare a mia sorella, poi che era morta per un proiettile vagante. Sei volte hanno cambiato versione.
L’allora premier Bennet pubblicò un video che doveva essere la prova che scagionava le Idf, poi si è scoperto che non era girato all’ingresso dove Shiriin è stata colpita. Ci hanno ingannato, fornendoci elementi fasulli».
Né Israele, né l’Autorità palestinese: da chi spera di ottenere giustizia, quindi?
«Dagli Stati Uniti, mia sorella aveva il passaporto americano».
Hanno analizzato il proiettile?
« È stato consegnato agli americani dopo essere stato esaminato da militari canadesi a Tel Aviv. Dopo l’esame – era il 3 luglio 2022 – l’ambasciatore americano di allora, Tom Knight, mi disse che i fatti erano chiari e che sarei stato contento di leggere la relazione finale sul proiettile. Il 4 luglio mi ha richiamato e mi ha detto che la relazione era cambiata. C’era scritto che il proiettile non combaciava con le dotazioni dell’esercito israeliano e che comunque non era possibile identificarne l’origine. Una palese bugia. Esperti forensi mi hanno detto che sui proiettili rimane sempre una sorta di “impronta digitale” per risalire all’arma».
A chi si è affidato negli Usa?
«Avevo trovato un’avvocata brava e molto potente. All’inizio era entusiasta di seguire il caso, dopo il 7 ottobre ci ha mollati».
Il caso è ancora aperto negli Stati Uniti?
«L’allora segretario di Stato Blinken mi promise che avrebbe fatto di tutto per assicurare alla giustizia il colpevole. Poi alla Casa Bianca hanno cambiato linea e hanno insabbiato tutto, volevano solo che smettessimo di parlare di Shireen. Mi hanno detto “caso chiuso”. Di recente ho scoperto che Biden, durante il viaggio in Medio Oriente organizzato tre mesi dopo l’uccisione di mia sorella, col governo isralieano non ha neppure sollevato la questione».
E Trump?
«Sono stato a Washington a maggio, ho scritto sia a Trump che a Rubio, nessuna risposta. Né questa, né la precedente amministrazione farebbero qualcosa che possa disturbare Israele. Ma io non mi arrendo, continuo a lottare, lo devo a Shireen».
I cinque giornalisti uccisi dall’Idf all’ospedale di Khan Younis. Cosa ha pensato?
«È il sistema per silenziare chi, con coraggio, documenta la realtà. Come mia sorella Shireen, colpita apposta per il lavoro che faceva. Non attaccano solo i giornalisti ma anche il diritto di tutti a sapere quel che sta accadendo in Palestina. È così triste e frustrante sapere che i soldati israeliani possono uccidere i reporter senza rischiare niente, rimanendo impuniti».
Ci sarà mai giustizia per i giornalisti uccisi a Gaza?
«Se anche solo uno di quei 246 cronisti, fotoreporter e cameraman avrà giustizia, se cioè qualcuno finirà in prigione per uno almeno di quegli omicidi, sarà sufficiente. Ne basta uno per svegliare il mondo. Dopo nessuno potrà eliminare con questa facilità chi tiene in mano una telecamera o impugna una penna».

(da agenzie)

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SALUTAME A GIORGIA. L’ASSE FRANCO-TEDESCO È PIÙ FORTE CHE MAI: IL CANCELLIERE FRIEDRICH MERZ VOLA IN FRANCIA, DOVE SI TERRÀ IL CONSIGLIO DEI MINISTRI CONGIUNTO DEI GOVERNI DI PARIGI E BERLINO

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

L’ASSE REGGE E I DUE FIRMERANNO ACCORDI STRATEGICI, SEGNO CHE MERZ STA CON LA FRANCIA, IN BARBA AL SOGNO DELLA DUCETTA DI UN ASSE TRA ITALIA E GERMANIA

Secondo il cancelliere tedesco, Friederich Merz, è “evidente” che non ci sarà alcun incontro tra Volodymir Zelensky e Vladimir Putin. Il cancelliere lo ha detto parlando al fianco del presidente francese, Emmanuel Macron, che lo ospita questa sera nella residenza estiva dei capi di Stato francesi, al Fort de Brégançon.
“E’ evidente che non ci sarà alcun incontro fra il presidente Zelensky e il presidente Putin – ha detto Merz dopo aver ringraziato Macron per l’invito, un “onore riservato a pochi capi di governo”, ha sottolineato – “e questo contrariamente a quanto era stato convenuto fra il presidente Trump e il presidente Putin”.
Un giorno prima delle consultazioni franco-tedesche sulla politica economica e di sicurezza a Tolone, il cancelliere tedesco Friedrich Merz è arrivato in Francia. Merz è atterrato a Marsiglia nel pomeriggio.
In serata, incontrerà il presidente Emmanuel Macron nella sua residenza estiva, Fort de Brégançon, sulla Costa Azzurra, per preparare il Consiglio dei ministri. Metà del governo Merz parteciperà alla riunione di venerdì. Tra i presenti, il ministro delle Finanze Lars Klingbeil, la ministra dell’Economia Katherina Reiche, il ministro della Difesa Boris Pistorius e il ministro degli Interni Alexander Dobrindt.
L’incontro è oscurato dalla profonda crisi di governo in Francia. Il Primo Ministro François Bayrou prevede di chiedere al Parlamento un voto di fiducia l’8 settembre. Dopo la battuta d’arresto della cooperazione franco-tedesca sotto la guida del predecessore di Merz, Olaf Scholz, Parigi e Berlino ora spingono per un “nuovo inizio franco-tedesco”.
Secondo l’Eliseo, si dovrà stabilire un programma comune sia per le relazioni tra i due Paesi sia per la politica europea. Il rapporto di Macron con Merz è considerato significativamente migliore di quello con Scholz. Ciononostante, permane una lunga lista di divergenze tra i due Paesi.
”La Russia ha mostrato di nuovo il suo vero volto ieri sera. Condanniamo con la massima fermezza i gravi attacchi contro la popolazione civile”. Lo ha scritto in un post su ‘X’ il cancelliere tedesco Friedrich MERZ sottolineando che ”il fatto che anche la rappresentanza dell’Ue sia ora sotto attacco testimonia la crescente spietatezza del regime russo”.

(da agenzie)

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L’EMINENZA NERA DI TRUMP E’ IL MILIARDARIO PETER THIEL: ATTRAVERSO PALANTIR TECHNOLOGIES, UNO TRA I POCHI COLOSSI HI-TECH CHE COLLABORA CON LE AGENZIE MILITARI E DI INTELLIGENCE USA, THIEL HA CREATO UNA VERA E PROPRIA INFRASTRUTTURA DI POTERE CHE NON SOLO SOSTIENE IL TRUMPONE, MA CONTRIBUISCE A DEFINIRNE L’IDENTITÀ, LE PRIORITÀ E LA DIREZIONE FUTURA

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA SVOLTA AUTORITARIA DI TRUMP HA LE SUE RADICI IN UN SAGGIO IN CUI THIEL SOSTIENE APERTAMENTE CHE ‘’LIBERTÀ E DEMOCRAZIA SONO INCOMPATIBILI’’ PERCHÉ IL POTERE SI COLLOCA “OLTRE LA LEGGE” …LE AZIONI DI PALANTIR SONO QUINTUPLICATE NEGLI ULTIMI 12 MESI, E NON SOLO GRAZIE ALLE COMMESSE DI STATO MA ANCHE PER GLI STRETTI INTERESSI CON L’INTELLIGENCE ISRAELIANA

Se siete curiosi di sapere dovrà andrà a parare il delirio di onnipotenza trumpiana, è interessante seguire le opere e i propositi della sua “eminenza nera”, Peter Thiel.
Nato a Francoforte nel 1967, laureato in filosofia a Stanford, multimiliardario grazie al suo fiuto per gli affari, cofondatore di PayPal e Palantir, azienda leader nell’analisi dei dati per la sicurezza e l’intelligence, Peter Thiel non solo sostiene l’amministrazione Trump, ma contribuisce a definirne l’identità, le priorità e la direzione futura.
Pur non comparendo mai in pubblico, la rete di Thiel è una vera e propria infrastruttura di potere che non ha alcun bisogno di un incarico nel governo o di traslocare a Washington: oltre alle sue lunghissime telefonate quasi quotidiane con il “Caligola della Casa Bianca”, supportate dagli ottimi rapporti con la potentissima capogabinetto del presidente, Susie Wiles, e con il segretario al Tesoro Scott Bessent, con cui ordisce le trame economiche per Trump, Thiel è stato il principale artefice della nomina alla vice presidenza di JD Vance, che ha lavorato per lui alla Mithril Capital, una società di investimenti, tra il 2016 e il 2017.
Altri esponenti dell’amministrazione Trump legati a Thiel, che ricoprono incarichi di responsabilità, sono il vice del no-vax Robert Kennedy al dipartimento della Sanità, Jim O’Neill, già
Ceo della Thiel Foundation dal 2009 al 2012; Jacob Helberg, consulente di Palantir, come sottosegretario alla crescita economica, energia e ambiente; Trae Stephens, partner del Founder fund di Thiel, come viceministro della Difesa, mentre David O. Sacks presiede il Comitato dei Consiglieri della Casa Bianca per la Scienza e la Tecnologia, che si occupa in particolare di intelligenza artificiale e, soprattutto, è stato nominato “zar” delle criptovalute.
Non è finita. Chi ha scelto Trump per conquistare la Groenlandia, territorio danese semi-autonomo ricco di minerali e strategicamente situato nell’Artico, come ambasciatore USA in Danimarca? Ha scelto Ken Howery, co-fondatore di PayPal insieme a Thiel e Musk.
La svolta autoritaria di Trump, che in sei mesi di presidenza ha capovolto i paradigmi dello stato di diritto, ha le sue radici nel pensiero della sua “eminenza nera”. Nel saggio “The Education of a Libertarian”, scritto nel 2009 per il Cato Institute, Peter Thiel arriva a scrivere: “Non credo più nella compatibilità di democrazie e libertà (perché) se abilitato, il demos finirà inevitabilmente per votare restrizioni al potere dei capitalisti e quindi restrizioni alle loro libertà” perché “è la tecnologia a guidare il futuro“.
Secondo la mente dietro molte delle decisioni più rilevanti in ambito tecnologico e politico di Trump, la democrazia elettorale rappresenterebbe un metodo estremamente e burocraticamente inefficace per assumere decisioni, mentre il vantaggio di una tecnologia non regolamentata consisterebbe nella possibilità di provocare cambiamenti epocali senza bisogno di ricevere l’approvazione degli altri, meno che mai di una qualche maggioranza.
Per Thiel il potere si colloca “oltre la legge”: “Il liberalismo è una negazione della politica: cerca di risolvere i conflitti con discussioni infinite invece che con decisioni sovrane”. In questa frase, c’è tutto Trump.
Una visione anarcocapitalista del mondo che non nasconde dichiarate affinità suprematiste (la chiama “energia maschile”), ben inzuppata di elitismo tecnocratico ispirato a Leo Strauss, il filosofo conservatore noto per la sua critica alla democrazia parlamentare, e infine mescolata con le culture esoteriche plasmate su fantasy e fantascienza.
Tra il pensiero di Platone e quello di Carl Schmitt, il filosofo politico tedesco noto per la sua adesione al nazismo, Thiel non ha problemi a tirare in ballo la saga di ‘’Guerre Stellari” mettendola insieme al romanzo caro a Giorgia Meloni, “Il signore degli anelli’” di J.R.R. Tolkien, a cui Thiel si è ispirato per dare il nome alla propria azienda: i palantir sono sfere di cristallo che distorcono la verità e propongono aspetti selettivi della realtà.
Nel delirio di Thiel, tra crescita incontrollata del capitalismo, avanzata della tecnologia e superamento del sistema democratico, spiccano anche le teorie sul cambiamento climatico provocato dall’uomo (è arrivato a definire l’attivista Greta Thunberg, un potenziale “Anticristo”) e la funzione positiva dei vaccini nell’affrontare gli agenti patogeni e nel prevenire le malattie.
Per sfanculare quello che resta dei principi della democrazia e fondare una “nuova rivoluzione americana”, Thiel ha messo su Palantir Technologies, uno tra i pochi colossi della Silicon Valley che collabora con le agenzie militari e di intelligence statunitensi, procurando le informazioni per prendere di mira gli oppositori politici di ‘’The Donald’’, inclusa la repressione dell’immigrazione: dei 229,2 milioni di dollari per commesse pubbliche, il pagamento più importante (50,31 milioni) è arrivato dall’ICE, il famigerato ‘’Immigration and Customs Enforcement’’.
Nota per la sua capacità di formare ingegneri del software con elevata capacità di lavoro e di sacrificio (“Palantir Mafia può masticare il vetro”), Thiel vanta clienti in ogni angolo del mondo (Oman, Giordania, Iraq, Siria, Germania, etc) ai quali fornisce piattaforme di data intelligence.
Se mezzo mondo è finito a gambe all’aria, il futuro della mente strategica del trumpismo sembra tinto di “verdoni”. Le sue azioni sono quintuplicate negli ultimi 12 mesi, arrivando a capitalizzare 326,35 miliardi di dollari, non solo grazie alle commesse di Trump ma anche agli stretti interessi con l’intelligence israeliana del Mossad (uno dei motivi per cui Trump non rompe con la macelleria di Netanyahu si chiama appunto Thiel).
Ah, dimenticavamo: Bessent e Thiel hanno in comune non solo Trump ma lo stesso desiderio sessuale: sono ambedue dichiaratamente gay. Thiel fece il suo coming out addirittura dal palco della convention repubblicana nel 2016, quando era in campagna per la prima candidatura di Trump alla presidenza, e un anno dopo si sposò a Vienna con il suo compagno di lunga data Matt Danzeisen, manager della sua società di investimenti Thiel capital. La loro unione è stata rallegrata dalla nascita di una bambina.

(da Dagoreport)

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DALLE BANCHE ALL’UCRAINA, LA MAGGIORANZA È DIVISA SU TUTTO: AL TERMINE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI ANTONIO TAJANI VIENE SPEDITO DA SOLO DAVANTI AI GIORNALISTI (MENTRE MELONI SNOBBA DI NUOVO LA STAMPA)

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

IL LEADER DI FORZA ITALIA BOCCIA L’IPOTESI DI LEGA E FDI DI INSERIRE IN MANOVRA UNA NUOVA TASSAZIONE SULLE OPERAZIONI DI BUYBACK DEGLI ISTITUTI DI CREDITO… SUL PROGETTO DI SMINAMENTO DEL TERRITORIO UCRAINO BALBETTA: “NON È STATA PRESA NESSUNA DECISIONE, SONO SEMPRE DISCORSI TEORICI”…E’ L’ITALIETTA DEI DON ABBONDIO

“Tutti devono pagare le tasse, compresa le banche, ma siamo contrari a studiare un modo per fare la persecuzione delle banche. È un errore gravissimo”. Lo ha detto il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani, rispondendo a una domanda sull’ipotesi di inserire in manovra una nuova tassazione sulle operazioni di buyback delle banche.
“Noi siamo contrari a mettere tasse a chiunque. Le banche devono pagare le tasse come tutti gli altri. Le banche devono dare un contributo. Io sono sempre stato per la linea del dialogo, non per la linea delle imposizioni”, ha spiegato: “Se si deve chiedere alle banche un contributo”, deve essere “come è stato fatto l’anno scorso e non come è stato fatto due anni fa, quando infatti noi abbiamo fatto saltare il blitz sugli extraprofitti”.
“Sulla manovra noi puntiamo soprattutto alla riduzione della pressione fiscale per aiutare il ceto medio. Significa riduzione dell’Irpef dal 35 al 33% e allargamento della base fino a 60.000 euro.
Sullo sminamento dell’Ucraina “non c’è mai stata nessuna decisione” a livello di governo. “Io ho sempre detto che l’Italia poteva dare disponibilità, ma l’abbiamo detto dall’inizio, di sminare il territorio e il mare, ma non è stata presa nessuna decisione, sono sempre discorsi teorici
Per quanto riguarda lo sminamento dell’Ucraina “noi abbiamo imprese private e abbiamo militari” in grado di realizzarlo “però è una questione di tipo umanitario. Noi abbiamo un saper fare di altissimo livello, sia privato che pubblico, cioè militari e civili.
Se ci sarà una richiesta, se avverrà, non è una presenza militare sul terreno, intesa come ben alcuni pensano dei volenterosi e sarebbe soltanto un’opera umanitaria, quindi che possono fare anche i militari, ma non è un’operazione militare, si va a sminare” e “ci sono tante società civili in grado di farlo, anche quelle marittime. Vediamo come evolve la situazione ma non ha nulla a che vedere solo con la presenza militare sul terreno ucraino, non manderemo soldati italiani sul terreno in Ucraina”.

(da agenzie)

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ORO NERO, SORCI VERDI PER PUTIN, LA STRATEGIA DI ZELENSKY PER COSTRINGERE “MAD VLAD” A SEDERSI AL TAVOLO DEI NEGOZIATI: COLPIRE GLI IMPIANTI PETROLIFERI RUSSI E FAR IMPLODERE L’ECONOMIA DI MOSCA

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

NELL’ULTIMO MESE L’ESERCITO UCRAINO HA PRESO DI MIRA DIECI RAFFINERIA. IL RISULTATO? IN RUSSIA IL PREZZO DEL CARBURANTE HA RAGGIUNTO I MASSIMI STORICI E ALCUNE POMPE DI BENZINA SONO RIMASTE A SECCO … DISTRUTTO ANCHE L’OLEODOTTO CHE COLLEGA RYAZAN ALLA CAPITALE: SI TRATTA DEL FLUSSO PRINCIPALE DI PETROLIO CHE ARRIVA A MOSCA, CHE ORA È BLOCCATO

Bruciare il tesoro di Putin per obbligarlo ad accettare la tregua. L’offensiva dei droni ucraini rivela un disegno strategico: gli attacchi scagliati sugli impianti petroliferi russi mirano a compensare le difficoltà dell’esercito di Kiev, che ora inizia a cedere terreno pure nella regione di Dnipropetrovsk, e convincere il Cremlino a sospendere i combattimenti. Perché è Mosca che presto potrebbe avere l’interesse maggiore a – letteralmente – cessare il fuoco.
Dall’inizio di agosto sono andate in fiamme dieci raffinerie, le più grandi del Paese, e gli effetti cominciano a farsi sentire. Il prezzo del carburante sul mercato nazionale ha raggiunto i massimi storici e diverse stazioni di servizio sono già rimaste a secco, soprattutto in Crimea e in Siberia, dove vengono segnalate code di automobilisti alle pompe.
Giovedì notte, poi, un altro poi botto ha messo fuori uso l’oleodotto che collega Ryazan alla capitale: sui social sono apparse le immagini della colonna di fumo, senza conferme ufficiali né rivendicazioni ucraine, e si parla di blocco del flusso principale diretto a Mosca.
Gli analisti di Reuters ritengono che i bombardamenti abbiano ridotto del 17 per cento capacità di trasformare il greggio inbenzina e diesel, in un momento di altissima richiesta: l’ultima vacanza estiva spinge i russi a viaggiare, sommandosi alle necessità dei mezzi agricoli per la raccolta dei cereali e alla domanda per le scorte del riscaldamento invernale.
C’è un elemento che pesa sui timori russi: le incursioni si stanno dimostrando più precise e devastanti. I tecnici di Kiev hanno perfezionato i sistemi di guida dei droni, che grazie a motori potenziati trasportano più esplosivo. Nei filmati si vedono gli ordigni che dopo voli di settecento-mille chilometri centrano le strutture più delicate e le demoliscono.
Un anno fa bastavano sette-dieci giorni per rimetterle in funzione dopo i raid: ora si stima che le riparazioni richiederanno almeno un mese. Le foto satellitari evidenziano danni pesanti agli impianti di Ryazan, Novokuibyshevsk e Saratov che da soli forniscono il 14 per cento del carburante.
Il Cremlino ha poche misure per lenire la crisi. A fine luglio è stato imposto il divieto di esportare benzina e gasolio, una misura che dovrebbe venire prorogata per tutto settembre: secondo la testata online Bell però il provvedimento blocca la partenza di 50-60 mila tonnellate a settimana, insufficienti per compensare le perdite causate dai droni. Non viene escluso di bandire pure le forniture privilegiate ai Paesi amici o di aumentare le importazioni dalla Bielorussia.
Gli ucraini non si limitano a bersagliare le raffinerie, ma stanno prendendo di mira pure le infrastrutture che alimentano le vendite petrolifere all’estero. L’incursione più seria è avvenuta domenica sul Baltico contro l’impianto di liquefazione di Ust-Luga, che consegna venti milioni di tonnellate l’anno.
È stata distrutta la torre di frazionamento criogenico, il cuore dell’infrastruttura, e non è chiaro quando l’attività potrà
riprendere. Altri raid invece si accaniscono sui depositi più vicini al fronte – come martedì in Crimea – per cercare di ostacolare i movimenti delle truppe.
Il Cremlino sta facendo di tutto per contrastare le azioni dei droni: nelle città industriali le antenne dei cellulari vengono spente per dodici ore al giorno, cercando di “accecare” gli apparati di guida dei robot volanti che trovano la rotta grazie ai ripetitori della telefonia mobile. Molti dei velivoli ucraini però dispongono già di navigatori basati sull’intelligenza artificiale, che identificano il profilo del terreno e non temono contromisure. [
Dozzine di missili terra-aria di nuova generazione vengono installati sui semoventi Pantsir. Kiev però negli ultimi giorni ha esibito due modelli di missili cruise, il Flamingo e il Super-Neptune: non sono ancora entrati in azione e possono infliggere danni ancora più gravi, perché muniti di testate esplosive tre volte superiori a quelle dei droni. Come il resto dell’arsenale scagliato contro la Russia, vengono costruiti in patria e permettono al governo Zelensky di ignorare il veto del Pentagono all’uso di armamenti americani

(da agenzie)

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UN “LEGHISTA” A MOSCA, SE NE SENTIVA LA MANCANZA: STEFANO BELTRAME SARÀ IL NUOVO AMBASCIATORE ITALIANO IN RUSSIA

Agosto 28th, 2025 Riccardo Fucile

GIÀ CONSIGLIERE DIPLOMATICO DI SALVINI AI TEMPI DEL VIMINALE, BELTRAME È ATTUALMENTE CONSIGLIERE DIPLOMATICO DI GIORGETTI AL MEF. E IN PASSATO È STATO CONSIGLIERE IN VENETO CON LUCA ZAIA

Piccolo valzer di fine estate in casa Farnesina. Ma la pista da ballo è di quelle che contano. Riguarda infatti l’ambasciata a Mosca. Ed ecco la notizia. Cecilia Piccioni, che da luglio dello scorso anno guida l’ambasciata italiana all’ombra del Cremlino, tornerà a Roma.
Dalla Piazza Rossa ai vertici del ministero di Antonio Tajani: guiderà la potentissima Direzione generale per gli affari politici (Dgap), sarà la prima donna a farlo, e con la nuova riforma della Farnesina al via oggi in Cdm ricoprirà anche la carica di vicesegretario generale.
E a Mosca? Qui c’è la seconda notizia, riferita al Messaggero da fonti di governo. Per gestire i rapporti con Putin, ora che Tajani ha voluto al suo fianco a Roma Piccioni, c’è Stefano Beltrame. Ovvero l’ex consigliere diplomatico di Matteo Salvini, ai tempi ruggenti del Viminale e del governo gialloverde, quando i viaggi e i rapporti moscoviti del leader leghista sono finiti nell’occhio del ciclone politico e mediatico.
Insomma l’ambasciatore “di Salvini” va a Mosca? Non proprio.
Beltrame è stato molto altro. Diplomatico rodato anche se promosso di grado recentemente, grande esperto di Asia dove ha trascorso un pezzo di carriera (è stato console a Shanghai), ha ricoperto fino ad oggi la carica di consigliere diplomatico di Giancarlo Giorgetti al Mef. Un fidatissimo del titolare dei conti. E nel suo palmarès conta anni di collaborazione con un terzo “pezzo da 90” del Carroccio: Luca Zaia, il “Doge” Veneto di cui Beltrame, veronese doc, è stato consigliere in regione.
Piccioni è un nome notissimo per chi mastica la diplomazia. Romana doc, carriera snodata fra la capitale, Washington e New York ma anche istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e aziende come Fincantieri, era stata inviata a Mosca da Tajani nel luglio del 2024. Risale a novembre dello stesso anno il video dell’ambasciatrice che incontra al Cremlino Vladimir Putin, prima italiana a stringere la mano allo “zar” dopo tre anni di guerra.
Missione fisicamente azzoppata, se è vero che le reciproche rappresaglie diplomatiche fra Italia e Russia seguite all’invasione hanno decimato lo staff diplomatico (e non solo) dell’ambasciata italiana.
Tajani ha infine deciso di promuovere Piccioni richiamandola a Roma a capo della Dgap, direzione già guidata da Pasquale Ferrara che d’ora in poi, con la riforma in fasce, avrà un perimetro di azione assai più ampio, esteso a importanti affari economici. E non è poco, ai tempi dei dazi di Trump.
Beltrame. Nome già balzato agli onori delle cronache nei mesi scorsi, durante l’ultimo “valzer” di ambasciatori in Cdm a inizio estate. Ricordate? Giorgetti chiese un posto all’altezza per il suo fidato consigliere e quel posto nella lista in mano a Tajani ancora non c’era. Ne era nato uno stallo, con annesse tensioni,
poi risolte nelle settimane a venire.
Ora la sede di peso c’è, eccome. A Mosca va un diplomatico esperto, già ambasciatore a Vienna, che spesso ha lavorato al fianco di prime file della Lega ed è facile che questo accenda qualche riflettore sulla nomina.
Si ricorda la sua presenza discreta, ma assai influente, ai tempi di Salvini al Viminale. Sì, anche nella preparazione delle missioni russe finite poi al centro di una bufera politica e una serie di inchieste mediatiche ma senza alcun risvolto giudiziario, il “Russiagate” in salsa italiana.
Ma anche nelle missioni americane, studiate da Beltrame per compensare e smorzare l’immagine di un leader tutto spostato verso Est. Riuscì perfino a far ottenere a Salvini una stretta di mano a Washington, e incontro a seguire, con l’allora influentissimo vicepresidente di Trump, Mike Pence, poi assurto a nemico giurato del movimento MAGA dopo l’assalto a Capitol Hill.

(da agenzie)

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    • FRATELLI COLTELLI! “A MILANO LUPI E’ UN OTTIMO CANDIDATO PER IL CENTRODESTRA”. IGNAZIO LA RUSSA RIBADISCE A GIORGIA MELONI CHE SOTTO LA MADUNINA COMANDA LUI. LA DUCETTA AVEVA STOPPATO LA CANDIDATURA DEL LEADER DI NOI MODERATI MAURIZIO LUPI SU CUI PERSISTONO LE PERPLESSITÀ DI FORZA ITALIA E DELLA LEGA CALDEGGIANDO UN PROFILO CIVICO
    • SCOPPIA LA RIVOLTA INTERNA A “+ EUROPA”: IL SEGRETARIO RICCARDO MAGI RISCHIA DI PERDERE IL POSTO. TRA GLI EX RADICALI È IN ATTO UNA LOTTA DI POTERE FRATRICIDA
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