Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
I MEMBRI ITALIANI DELL’EQUIPAGGIO DELLA “FLOTILLA”: “NELLE CARCERI ISRAELIANE ABBIAMO VERAMENTE CAPITO QUELLO CHE POSSONO AVER FATTO AI PALESTINESI. ERAVAMO IN 10 IN UNA CELLA, CON UN SOLO ROTOLO DI CARTA IGIENICA, SENZA ACQUA E CON IL CIBO MANGIATO PER TERRA. A UN SIGNORE DI 86 ANNI HANNO TOLTO LA BOMBOLETTA PER L’ASMA”
“Hanno trascinato Greta, l’hanno costretta a baciare la bandiera israeliana”. Gli attivisti turchi della Flotilla, rilasciati da Israele dopo lo stop alle imbarcazioni dirette verso Gaza, a Cnn Turk raccontano i dettagli della loro detenzione.
“Hanno tormentato Greta Thunberg, l’hanno trascinata a terra, l’hanno costretta a baciare la bandiera israeliana. Greta è solo una bambina”, dice l’attivista Ersin Celik.
“Ci hanno fatto aspettare ore sotto il sole, lasciandoci senza acqua e cibo. Sui muri della prigione c’erano scritte in arabo. Chi è stato detenuto lì dal 2019 ha scritto i nomi dei propri figli: ora capisco Gaza ancora meglio”, le parole di Ikbal Gurpinar.
L’emittente riporta le parole di un giovane attivista: “Gli israeliani ci hanno impedito di avere medicine, ci hanno dato solo acqua dopo 32 ore. Avevamo a malapena cibo. Ci hanno svegliati alle 3 del mattino con cani e cecchini che entravano nelle nostre stanze, ci svegliavano ogni 2 ore per impedirci di dormire. Hanno fatto questo a noi, cittadini innocenti che possono contare su assistenza diplomatica, possiamo solo immaginare cosa fanno ai palestinesi”, dice il giovane.
“Siamo esausti. Ciò che ci ha massacrato sono state le ore nelle carceri israeliane e il tragitto per arrivarci: lì abbiamo veramente capito quello che possono aver fatto ai palestinesi. le donne erano in 15 in una cella da 4; noi eravamo in 10 in una da 7, con un solo rotolo di carta igienica, senza acqua e con il cibo mangiato per terra: e soprattutto l’aggressività e l’odio forti mostrati nei nostri confronti quando noi eravamo andati in pace”.
È la testimonianza all’aeroporto di Fiumicino di Paolo De Montis, uno dei 18 italiani della Flotilla rientrati da Istanbul. Una maglietta bianca, un mazzo di fiori in mano, provato, le
scarpe dategli dai turchi. Allo scalo romano è stato accolto calorosamente da amici e colleghi sindacalisti della Cub Trasporti.
“Siamo stati trattati malissimo. All’inizio, quando siamo stati intercettati, non sono stati molto pesanti perché dovevamo, secondo loro, collaborare per portare la barca in porto. Siamo rimasti inerti, non ci hanno usato violenza.
Dall’esercito siamo passati alla polizia. Ci sono state delle angherie. Ci hanno trattato come trattano loro i terroristi, ai palestinesi”. E’ il racconto, all’aeroporto di Fiumicino, di Cesare Tofani, la kefiah al collo, uno dei 18 italiani della Flotilla rientrati da Istanbul.
“Acqua avevamo quella del rubinetto. Il mangiare poco. Eravamo tutti insieme, anche con gli stranieri. Alcuni di noi non hanno firmato e loro rimarranno lì e verranno sottoposti a processo e subire questo trattamento carcerario – ha aggiunto -. Il console italiano è stato con noi 15 minuti in una cella e ci ha assistito per quanto poteva fare, essendo stato concesso a lei solo tale tempo a disposizione e nulla più: ha chiesto delle situazioni più critiche, le esigenze delle medicine. Ad Istanbul ci hanno accolto bene, assistito, fatto chiamare i familiari a casa”.
“Siamo provati ma stiamo bene, è stata dura. Ma non è mai stata così dura quanto lo è, ogni giorno, per i gazawi, i palestinesi, per tutti i popoli che vivono queste sopraffazioni, le prepotenze.
Bisogna continuare a lottare: in questo momento è importantissimo proseguire a farlo per i nostri compagni che sono ancora lì; dobbiamo riportarli a casa assolutamente, è la priorità.
Ed a testa bassa perché cambino le cose, perchè non vanno bene”. Nella commozione, le parole, all’aeroporto di Fiumicino, di Michele Saponara, uno dei 18 italiani della Flotilla rientrati da Istanbul.
“Siamo stati sequestrati da una banda armata in acque internazionali”, ha detto un altro italiano.
Nel racconto, invece, del giornalista Saverio Tommasi le condizioni “difficili” vissute nel carcere dagli italiani. “Hanno tolto le medicine a tutti, a persone cardiopatiche, ad asmatici ed ad un signore di 86 anni al quale è stata tolta la bomboletta per l’asma – racconta -. Si è sentito male, così come le altre persone. E nonostante le richieste, sbattendo forte sulle celle, un dottore non è mai stato mai mandato”.
“L’acqua era quella del rubinetto del bagno – ha proseguito – era calda e con un sapore rancido. Il cibo era scarso. Hanno sequestrato i telefoni e tutto il mio lavoro per FanPage: per fortuna avevamo salvato tutto su hard disk ed inviato già tutto in redazione, immaginando la situazione non proprio felice”.
“Personalmente – ha aggiunto – a me avevano strappato letteralmente le fedi: ho dovuto litigare con il giudice e solo
grazie a questo mi sono state ridate quando sono arrivato ad Istanbul con l’aereo. Gli aiuti, immagino, saranno tutti affondati assieme alle barche”.
“Greta Thumberg? L’abbiamo vista dentro ed anche al porto: aveva le braccia legate e con una bandiera israeliana vicina, a presa in giro, come le violenze verbali e psicologiche che mettevano in atto sempre, a ridicolizzare, svilire, farsi una risata in momenti in cui non c’era nulla da ridere”, ha concluso.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
ALTISSIMA L’AFFLUENZA, CHE VOLA AL 68%: BABIS NEL 2021 FU SCONFITTO PER LO SCANDALO DEL SUO CONFLITTO D’INTERESSI (È SOPRANNOMINATO “BABISCONI”). FONDATORE DEL COLOSSO DELL’AGRICOLTURA “AGROFERT”, È SOTTO PROCESSO PER AVER DIROTTATO ILLEGALMENTE FONDI EUROPEI … LA POSSIBILE ALLEANZA CON L’ULTRADESTRA E L’ASSE CON L’UNGHERESE ORBAN E LO SLOVACCO FICO, CAVALLI DI TROIA DI PUTIN IN UE
Andrej Babis straccia i pronostici che lo davano intorno al 30% e stravince le elezioni in
Repubblica Ceca. I risultati del voto quasi definitivi per il rinnovo del parlamento danno il partito dell’oligarca populista, trumpiano e filorusso Ano al 35%, seguito dalla coalizione Spolu (Insieme) del governo uscente di Petr Fiala, distaccata di ben dodici punti al 23%. Terzo un ex alleato di Fiala, il partito di centrodestra Stan, che si piazza all’11%.
E l’affluenza sembra aver premiato l’oligarca: è al 68%, la più alta dal 1998.
Babis ha commentato «sono felice» ed è arrivato in serata al quartier generale del partito accompagnato opportunamente da un famoso brano dei Ricchi e poveri, Sara perché ti amo. L’oligarca rischia di tornare al governo – era già stato premier tra il 2017 e il 2021 – e di terremotare i rapporti di Praga con Bruxelles ma anche con i Volenterosi.
Nella selva di sigle che si sono presentate alle urne – oltre due dozzine – spicca il successo dei “Motociclisti” dell’ex premier Vaclav Klaus, che ha superato la soglia di sbarramento del 5% con il 7%. Il partito ferocemente antiambientalista e anti-woke è uno dei papabili per un’alleanza con Babis. Importante anche il risultato di un’altra forza politica che potrebbe appoggiare il re dei fertilizzanti: l’estrema destra Spd, che incassa l’8%.
Fino a poco tempo fa Babis aveva escluso una convergenza con il partito che chiede l’uscita dalla Ue e dalla Nato, ma di recente si è tenuto più coperto. E molti temono che se si rimangiasse la sua promessa e dovesse allearsi con la Spd, Praga potrebbe ritrovarsi per la prima volta dalla fine del comunismo un partito estremista al governo.
Babis, il miliardario soprannominato “Babisconi” dal 2013, quando si comprò i due maggiori quotidiani cechi per rafforzare la sua influenza nella sfera pubblica, ha escluso categoricamente qualsiasi alleanza con i partiti che hanno governato negli ultimi 4 anni, dunque Spolu, Stan e i Pirati.
In un momento di grande tensione sul fianco orientale della Nato, Praga rischia di assumere una postura simile a quella dell’autocrate ungherese Viktor Orban e del premier autoritario slovacco Robert Fico. E i tre potrebbero ricostituire quell’asburgico fronte nero che già in passato aveva creato enormi grattacapi a Bruxelles, un trio antieuropeo che ambirebbe a frenare le iniziative di sostegno all’Ucraina – a cominciare dalla cosiddetta “Iniziativa ceca” di milioni di munizioni per Kiev – o la discussione sul Bilancio europeo e altre iniziative comuni.
Se ai tre si aggiunge la Polonia strattonata a destra dalle pulsioni populiste ed euroscettiche del presidente Karol Nawrocki, il quadro si incupisce ulteriormente. Da lunedì Bruxelles rischia di aver a che fare con una riedizione della Visegrad più reazionaria.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“CI UNIAMO ALLA RICHIESTA DEGLI ORCHESTRALI: QUEL RUOLO RICHIEDE COMPETENZA ED ESPERIENZA, ED È STATO RICOPERTO IN PASSATO DA FIGURE DI INDISCUSSO VALORE E CAPACITÀ”
Beatrice Venezi parla del mestiere di direttore d’orchestra al Festival nazionale dell’economia civile in corso a Firenze, proprio mentre il suo nuovo pubblico, vale a dire gli abbonati della Fenice di cui tra mille polemiche è stata nominata direttrice musicale, si unisce alla contestazione del teatro nei suoi confronti, almeno in parte.
«Esprimiamo la nostra piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del Teatro dichiarando fin d’ora la nostra intenzione di non rinnovare l’abbonamento qualora l’incarico diventasse esecutivo»: questo ha scritto un gruppo composto da 140 abbonati del Teatro La Fenice (su circa 2 mila) in una lettera aperta al sovrintendente Nicola Colabianchi, al sindaco di Venezia e a tutto il consiglio di indirizzo del teatro, e l’incarico a cui si fa riferimento è chiaramente quello a Venezi.
«Con stupore e preoccupazione abbiamo appreso la notizia della nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro; un ruolo che richiede competenza ed esperienza, ricoperto in passato da figure di indiscusso valore e capacità».
Gli abbonati affermano di condividere «quanto le professoresse e i professori d’orchestra hanno affermato con grande chiarezza nella loro lettera aperta del 25 settembre» e aggiungono: «Ci uniamo alla loro richiesta di revoca della nomina in ragione della nostra costante attenzione alla vita artistica e al ruolo culturale e civile del teatro. Esprimiamo la nostra piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del Teatro dichiarando fin d’ora la nostra intenzione di non rinnovare l’abbonamento qualora l’incarico diventasse esecutivo».
(da La Stampa)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“BENDATI E DERUBATI, ALCUNI FORZATI A BACIARE LA BANDIERA DI ISRAELE”… NON SOLO TERRORISTI, PURE LADRI
«Esco dal carcere con una maglietta bianca, pantaloncini grigi e un paio di ciabatte. A
parte la divisa, che ci hanno dato nel carcere, non ho più nulla. Non mi restituiscono carta d’identità, carte di credito, vestiti. Nulla. Riprendo solo il passaporto, ma quando sono già a bordo dell’aereo della Turkish Airlines che mi porta a lstanbul, dopo 72 ore passate tra caldo asfissiante e gelo, occhi bendati e polsi legati».
Inizia così il racconto del giornalista Alessandro Mantovani, che per Il Fatto Quotidiano ha seguito la missione della Global Sumud Flotilla. Mantovani è tra i 26 italiani rientrati ieri dopo aver subito il fermo da parte della marina israeliana in acque internazionali. Si trovava a bordo dell’Otaria, a 60 miglia dalla striscia di Gaza.
La differenza tra marina israeliana e il “trattamento” di Ashdod
Il giornalista racconta le fasi dell’abbordaggio, su cui vengono usati anche degli idranti contro l’equipaggio. «A bordo non ci trattano male. La perquisizione è blanda. Ci lasciano dormire a prua con qualche coperta. Prendono il comando in direzione di Ashdod. Al mattino ci portano sotto coperta». Dopo 12 ore l’arrivo al porto israeliano e lì comincia il trattamento
«Vengono tenuti ore sull’asfalto. In ginocchio. Urlano, se ti azzardi a parlare. O ti sbattono la faccia a terra. Peggio di tutti va a Greta Thunberg. Hanan Alcalde, un’influencer spagnola, viene invece costretta a baciare la bandiera israeliana. Dopo ore di formalità in un grosso hangar ci portano nel carcere di Ketziot. C’e chi racconta di aver incrociato in prigione cani che abbaiavano. Poi arriva il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir (me lo raccontano, io non lo vedo) che arringa i poliziotti».
Nel carcere di Ketziot
In cella sono in 10, zero ore d’aria. «Mangiamo peperoni crudi, riso, marmellata, yogurt e uova sode. Beviamo acqua poco convincente dal rubinetto. Impossibile avere acqua minerale», racconta. «In cella si dorme – sottolinea Mantovani – tranne quando iniziano a spostarti da un braccio all’altro, anche senza un motivo apparente. Finalmente, per 15 minuti, possiamo incontrare la console italiana. L’ambasciata italiana in Israele non s’e segnalata per la sua grande attività in questi giorni. Il consolato a Istanbul ci ha trattato meglio. Eppure è una situazione dura. Nel cellulare, per esempio, passiamo ore a una temperatura bollente. Entriamo bendati e ammanettati con delle fascette ammanettati con delle fascette, Togliamo la benda, allentiamo le fascette e quando finalmente ci addormentiamo aria condizionata gelida». Negata la chiamata dell’avvocato. Chi lo ha assistito nell’interrogatorio gli spiega che firmando un
foglio verrà espulso in 72 ore. Lo stesso foglio, sottolinea il giornalista, è stato negato a un suo compagno di Flotilla. «A Istanbul veniamo accolti con tutti gli onori dalle autorità di governo e in serata posso ripartire per Roma. Ma altri 300 partecipanti alla Flotilla sono rimasti in carcere a Ketziot. Esposti a vessazioni e ritorsioni. E tra loro almeno 15 italiani», conclude Mantovani.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“LA POLITICA DEVE ENTRARE IN AULA, CHI LO NEGA DICE FESSERIE MEGAGALATTICHE”
“Sono occupate le scuole e le università in solidarietà con Gaza? Era ora!“. Così, ai microfoni di Uno, Nessuno, 100Milan, su Radio24, il filosofo Massimo Cacciari commenta le occupazioni studentesche di diverse università pubbliche italiane in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e in denuncia del genocidio in corso a Gaza.
Cacciari, già professore ordinario di Estetica presso l’Università IUAV di Venezia, difende l’urgenza del pensiero critico nelle aule universitarie e scolastiche, nonché la necessità di posizioni politiche decise, anche contro le convenzioni. In un momento storico segnato da guerre, conflitti e tensioni globali, ricorda che discutere non è solo un diritto, ma un dovere culturale: “Era ora che all’interno delle università ci fossero dei momenti di occupazione nei quali mi auguro che si facciano dibattiti e che si
discuta di queste cose qui che non stanno nei programmi universitari”.
Il filosofo sottolinea come la didattica tradizionale non consenta di approfondire le tragedie che segnano il mondo contemporaneo: “Quando vado in aula e devo fare il mio corso, non posso parlare di queste questioni più di tanto, quindi che ci siano dei momenti in cui i professori, i docenti e studenti si ritrovano e discutono di quanto sta avvenendo al mondo e di tragedie come quelle di Gaza. Mi sembra culturalmente molto utile”.
L’argomento, spiega, non è marginale: “L’idea che la politica non debba stare nelle scuole è una fesseria di proporzioni megagalattiche. Cosa deve avvenire nella scuola se non una discussione che riguarda la polis, che riguarda la mia città, che riguarda il mio paese, che riguarda il mondo in cui vivo?”.
Non mancano le valutazioni sul contesto politico attuale. Interrogato sulla reazione del governo italiano agli eventi legati a Gaza, Cacciari osserva: “Quella di Meloni non è una reazione egocentrica, ma una dimostrazione di debolezza. Se avesse avuto una posizione politica, culturalmente e strategicamente forte, avrebbe preso l’iniziativa di partecipare, per esempio, al dibattito dell’Università di Roma, in modo da dire la sua. È chiaro che quando si assumono queste posizioni vittimistiche, si dimostra la propria debolezza, se non politica dal punto di vista elettorale,
direi proprio culturale, è evidente. Se io mi sento convinto e forte sulle mie posizioni, chiedo di partecipare, sono contento che ci siano delle occasioni in cui possa dire la mia”.
Cacciari non risparmia critiche al Pd, pur non nominato direttamente: “Sostiene la Flotilla ma contemporaneamente a Bruxelles appoggia Ursula von der Leyen. Quelle della Ue sono posizioni non sono certo coerenti con una strategia di concreta pratica per la soluzione del conflitto israeliano palestinese, come per la soluzione del conflitto ucraino-russo. Non hanno preso alcuna posizione propria, autonoma, vera».
Il filosofo denuncia l’incoerenza politica dei dem: “Non c’è coerenza tra dire sono per la Flotilla e per una soluzione di un certo tipo del conflitto israeliano-palestinese e nello stesso tempo appoggiare in Europa delle posizioni politiche e dei rappresentanti politici che non hanno fatto nulla in questo senso. E allora che senso ha?”
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
UNO SPOSTAMENTO GENIALE DI PROSPETTIVA
Gli slogan — quando sono efficaci — possono fare la storia. Da modesto osservatore dei
lavori in corso per farla ripartire, la storia (un po’ come l’umarel che scruta il cantiere), mi permetto di dire che “blocchiamo tutto”, come slogan, mi suona sgarbato e inefficace, roba da gilets jaunes. Velleitario, minaccioso e respingent
Mentre mi piace molto lo striscione con la scritta “vogliamo tutt’altro”, che è l’evoluzione intelligente (e al tempo stesso una smentita) del “vogliamo tutto” post sessantottino. Quello slogan da un lato indirizzava, dall’altro presagiva la sconfitta drammatica di quel movimento di massa: volere tutto è la maniera migliore per giustificare il fatto che non si è ottenuto niente. Quasi un alibi preconfezionato.
Era sospettabile, per giunta, di una specie di bulimia consumista, e la presa del carrello dei bolliti del ristorante Cantunzein, nel Settantasette bolognese, lo archivierei come l’atto simbolico, tragicomico, di un finale di partita.
“Vogliamo tutt’altro” è invece uno spostamento geniale di prospettiva: non è il vostro “tutto”, che ci interessa, non è conquistare quello che c’è già, e non ci piace. Sono le cose che non ci sono, è un altro paradigma quello per il quale ci battiamo, e proprio a questo, in fin dei conti, dovrebbe servire la politica, aprire prospettive nuove, fare intravvedere possibilità e occasioni prima non contemplate.
Per far funzionare meglio il mondo, per vivere meglio, servirebbe tutt’altro: suona bene, suona giusto. E suggerisce non di fare incetta del presente, ma di occuparsi del futuro. No, non vogliamo tutto. Vogliamo altro.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
NON CONOSCE NEANCHE IL PAESE CHE AMMINISTRA
Sarà che era a Copenhagen dove il riposo nel fine settimana è (ancora) sacro. Però Giorgia Meloni, quando se la prende con i sindacati che scioperano di venerdì “perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme”, dimostra di non conoscere bene il Paese che amministra.
E che, da un pezzo, insieme alla Grecia è ai vertici delle classifiche europee dei lavoratori che non hanno turni standard dal lunedì al venerdì ma lavorano anche di sabato e domenica. Accade a un dipendente su tre (i dati sono di Eurostat, che li ha pubblicati lo scorso primo maggio) e al sessanta per cento degli autonomi. Al primo posto ci sono gli occupati del settore primario (agricoltura, allevamento, pesca) ma subito dopo c’è chi è impegnato nei servizi e nel commercio e poi giù a scendere fino ad arrivare ai lavoratori del settore “clericale”, che pure la Giorgia donna, madre, italiana e cristiana dovrebbe conoscere bene. Siamo al di sopra della media europea, che è attorno al venti per cento. E triplichiamo i numeri di Paesi come Ungheria, Polonia, Lituania dove il venerdì sera calano serrande e chiudono gli uffici.
La gente del weekend non fa lavori strani, è quella con cui noi e la premier abbiamo a che fare tutti i santi giorni. Ma forse lei non se n’è accorta. Dunque, agevoliamo qui un elenco,
colpevolmente non esaustivo, dei lavoratori che se scioperano di venerdì o di lunedì non fanno alcun weekend lungo. Per convenzione, tutti al maschile. Medici, rider, poliziotti, lavapiatti, infermieri, giornalisti, badanti, camerieri, autisti, addetti alle pulizie, vigili urbani, musicisti, camerieri, operatori socio-sanitari, camionisti, netturbini, cuochi, carabinieri, agricoltori, sindaci, centralinisti, magazzinieri, tecnici informatici, attori, militari, cuochi, commessi, ballerini, cassieri, fornai, receptionist, ferrovieri, deejay, piloti, hostess, facchini, guardie giurate, baristi, tassisti, portieri. Lavorano tutti anche se è sabato o domenica. Come le presidenti del Consiglio, sì (questa volta al femminile).
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ DISTANTI DAL CRIMINALE CHE GOVERNA IL PAESE
Molti ebrei americani disapprovano fortemente la condotta di Israele nella guerra a
Gaza: il 61% afferma che Israele ha commesso crimini di guerra e circa 4 su 10 ritengono il Paese colpevole di genocidio nei confronti dei palestinesi.
E’ quando emerge da un sondaggio del Washington Post, secondo cui i risultati sono sorprendenti, dato il legame di lunga data tra la comunità ebraica statunitense e Israele, suggerendo la possibilità di una frattura storica sulla guerra di Gaza. Gli ebrei americani sono particolarmente scontenti dell’attuale governo israeliano.
Il 68% esprime giudizi negativi sulla leadership di Benyamin Netanyahu, con il 48% che la valuta “scarsa”: un aumento di 20 punti percentuali rispetto a un sondaggio Pew Research Center di cinque anni fa. Ma la colpa viene comunque attribuita in larga misura ad Hamas, con il 94% che afferma che il gruppo ha commesso crimini di guerra contro gli israeliani.
Gli ebrei intervistati sono quasi equamente divisi sulle azioni di Israele a Gaza, con il 46% che le approva e il 48% che le condanna. Il dato resta più favorevole rispetto ad altri gruppi: tra tutti gli americani, il 32% approva le azioni israeliane e il 60% le disapprova, secondo un sondaggio Gallup di luglio.
Il sondaggio rileva che molti ebrei americani mantengono forti legami emotivi, culturali e politici con Israele e con la sua identità di stato ebraico.
Circa tre quarti (76%) ritengono che l’esistenza di Israele sia vitale per il futuro del popolo ebraico, e il 58% dichiara di avere alcuni o molti punti in comune con gli ebrei israeliani.
Il sondaggio, sottolinea il Wp, riflette una comunità in profonda turbolenza, con sentimenti complessi e talvolta contrastanti sullo stato ebraico, 77 anni dopo la sua fondazione.
In un certo senso, la guerra di Gaza ha accelerato tendenze già in atto, poiché una comunità ebraica americana relativamente liberale si è da anni allontanata da una leadership israeliana sempre più militante e conservatrice. Il crescente divario tra ebrei americani e Israele potrebbe avere conseguenze anche sulla politica statunitense.
I principali democratici, tra cui parlamentari ebrei, sono molto più critici verso Israele rispetto al passato, e affrontano meno rischi di una reazione negativa da parte di elettori ebrei profondamente scettici verso Netanyahu. Il mix di emozioni tra molti ebrei — preoccupazione per Israele unita a disgusto per il suo comportamento — ha generato sentimenti complessi sul grado di sostegno che l’America dovrebbe continuare a dare allo stato ebraico, suggerisce il sondaggio.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“NON SO QUANDO POTRO’ TORNARE A LAVORARE MA QUESTO GESTO MI DA’ SPERANZA”… IL TITOLARE DELL’ ANTICO VINAIO, TOMMASO MAZZANTI, ESEMPIO DI GRANDE UMANITA’
Leonardo Fanali, 25 anni, è stato assunto a tempo indeterminato all’Antico Vinaio, la focacceria più celebre d’Italia, dove lavorava come banconiere a Bologna, dopo il grave incidente stradale di luglio che lo ha costretto in ospedale e in una lunga riabilitazione.
L’incidente è avvenuto nel Ferrarese. Leonardo era sul sedile del passeggero insieme alla zia quando l’auto è uscita di strada e si è accartocciata su se stessa. Il giovane ha riportato numerose fratture cervicali e dorsali e viti impiantate nella testa.
Dopo un periodo di coma, ora è ricoverato e segue un percorso di recupero che potrebbe durare ancora diverse settimane. Il patron dell’insegna toscana Tommaso Mazzanti, interpellato da
Il Resto del Carlino sulla vicenda ha scelto di non rilasciare alcuna dichiarazione.
La commozione di Leonardo: «Sono scoppiato a piangere»
Nonostante le difficoltà fisiche e il dolore, Leonardo ha raccontato con commozione la notizia del nuovo contratto: «Non piango mai. Mi era successo solo una volta, da piccolo, quando è morto mio padre. Ma ieri sì, ieri sono scoppiato a piangere. Perché mi è venuta la pelle d’oca quando è arrivata la telefonata. Ed è più unico che raro che nella vita capiti qualcosa di così bello».
Il contratto a tempo indeterminato arriva nel giorno in cui quello a termine sarebbe scaduto. «Non so neanche quando potrò rientrare, prima di metà novembre è escluso. Tutto dipenderà dalla riabilitazione – ha spiegato Leonardo –. Ma quello che mi ha lasciato senza parole è che per il datore di lavoro questo non ha importanza. Tommaso Mazzanti è stato un grand’uomo. Poteva fregarsene, invece ha rilanciato. Senza sapere quali saranno le mie condizioni in futuro. Non posso che ringraziarlo all’infinito».
Il silenzio di Tommaso Mazzanti sulla vicenda
Il proprietario dell’Antico Vinaio, che ha aperto da un anno a Bologna, ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Il rinnovo del contratto, spiegano, è stato una scelta di cuore, senza secondi fini
o pubblicità. Leonardo ricorda con dolore la sua vita prima dell’incidente. «Mi manca molto il lavoro e i colleghi, con loro si sta benissimo, siamo tutti giovani, una bella squadra. All’Antico Vinaio mi occupavo del banco, preparavo le schiacciate, i salumi. Vorrei tornare presto e riprendermi la mia vita».
Anche le piccole abitudini quotidiane gli mancano: portare fuori il cane o andare al bar per un caffè.
La madre del ragazzo: «Non potevamo chiedere di più»
Il giovane ha riconosciuto il ruolo determinante dei medici: «Devo ringraziare il chirurgo Luca Amendola e la sua équipe del Maggiore di Bologna, senza di loro non ce l’avrei fatta. Anche loro si sono presi cura di me». Anche la madre, Vincenza, non ha nascosto la propria commozione: «Non ce lo aspettavamo, questo è certo. Io sono in aspettativa non retribuita e viviamo in un alloggio Acer al terzo piano senza ascensore, sarebbe ideale un piano terra. Detto questo, siamo grati per quanto hanno fatto per Leonardo al lavoro. Davvero non potevamo chiedere di più,
(da agenzie)
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