Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
PER L’ATTORE 83ENNE, DA TEMPO AMBIENTALISTA, L’AVVERSIONE DEL TYCOON PER LE PALE EOLICHE È DOVUTA AL FATTO CHE “NON NE HA MAI VISTA UNA D’ORO”
Harrison Ford ha affermato che l’attacco di Donald Trump alle misure per affrontare la crisi climatica lo “spaventa a morte” e rende il presidente degli Stati Uniti “uno dei peggiori criminali della storia”.
In un’intervista al ‘The Guardian’, che si è rivelata anche un duro attacco al presidente Usa, l’attore americano ha dichiarato che
Trump “non ha politiche, ha solo capricci. Mi spaventa a morte. L’ignoranza, l’arroganza, le bugie, la perfidia. (Trump, ndr) lo sa bene, ma è uno strumento dello status quo e sta facendo soldi a palate, mentre il mondo va a rotoli”.
Il leggendario attore di Star Wars e Indiana Jones, 83 anni, ha poi aggiunto: “È incredibile. Non conosco un criminale più grande nella storia”. Il cambiamento climatico è stato “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, aveva dichiarato Trump durante un discorso alle Nazioni Unite il mese scorso.
“Se non vi liberate da questa truffa verde, il vostro Paese fallirà. Avete bisogno di confini solidi e fonti energetiche tradizionali se volete tornare grandi”. Ford, da tempo ambientalista, ha affermato che l’avversione di Trump per le pale eoliche è dovuta al fatto che “non ne ha mai vista una d’oro”
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
AL TIMONE DELLA SAMMONTANA, INSIEME AI FRATELLI RENZO E SERGIO, HA TRASFORMATO L’AZIENDA IN UN COLOSSO CHE HA UN FATTURATO DI QUASI UN MILIARDO DI EURO. IL FORTE SENSO DI ATTACCAMENTO PER LA CITTÀ DI EMPOLI, L’OPERAZIONE MESSA A SEGNO NEL 2024 CON IL GRUPPO FORNO D’ASOLO E IL CORDOGLIO DEI DIPENDENTI: “SIAMO A PIANGERE E OMAGGIARE UN IMPRENDITORE VERO”
La scomparsa, a 86 anni, di Loriano Bagnoli, ultimo rappresentante della seconda
generazione della dinastia che ha dato vita e poi fatto crescere la Sammontana, è una perdita per la famiglia che ancora oggi guida il colosso dei gelati, ma anche per tutto il territorio dell’Empolese.
Un contributo, quello di Loriano Bagnoli, che è stato decisivo nella storia di Sammontana, partita come una latteria che produceva gelato artigianalmente e che poi, dopo la fine delle seconda guerra mondiale, divenne una gelateria.
Ben presto la Sammontana assunse lo status di azienda di riferimento del settore e fu proprio con l’arrivo di Loriano in azienda, dopo i fratelli Sergio e e Renzo (scomparsi rispettivamente nel 2009 e nel 2001) che l’evoluzione subì una rapida accelerazione.
Il ‘capo’ della Sammontana era un uomo burbero, ma capace di visioni e intuizioni imprenditoriali uniche, che univa a un forte senso di attaccamento per la città di Empoli una grande lealtà nei confronti dei propri dipendenti.
Lealtà riconosciuta in un toccante messaggio di cordoglio firmato ieri dalla Rsu di Sammontana in cui si legge: “Siamo a piangere e omaggiare un imprenditore vero di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi e lo ringraziamo per quel senso di appartenenza alla Sammontana che ci ha saputo insegnare. Tutti noi continueremo a lavorare nel suo ricordo”. Questo uno dei lasciti più preziosi che Loriano Bagnoli ha avuto per il figlio Leonardo, che gli è succeduto alla guida della Sammontana.
L’azienda che così sapientemente Loriano Bagnoli ha saputo far crescere e sviluppare, ha oggi un fatturato di quasi un miliardo di euro, traguardo raggiunto anche grazie all’operazione messa a segno nel 2024 con il gruppo Forno d’Asolo e che vede Leonardo Bagnoli presidente di Sammontana Holding, l’ex amministratore delegato di Forno d’Asolo, Alessandro Angelon, come ad e Marco Bagnoli presidente di Sammontana Italia. Il gruppo ha stabilimenti produttivi in Italia, Stati Uniti e Francia e dà lavoro a 2.500 dipendenti. Per il futuro, c’è un piano che punta su un’ulteriore crescita, rafforzando i marchi in Italia e all’estero.
(da .quotidiano.net)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
PER KIEV E’ VITALE PER MANTENERE LE LINEE DI RIFORNIMENTO, PER MOSCA UN OBIETTIVO MILITARE E SIMBOLICO… INTERVISTA A MARCO DI LIDDO, DIRETTORE DEL CESI
Nel cuore del Donbass, la città di Pokrovsk è diventata il nuovo epicentro della guerra in Ucraina. Da settimane, infatti, le forze russe e ucraine si fronteggiano in una battaglia feroce che molti analisti considerano tra le più decisive degli ultimi mesi. Per Mosca prendere il controllo di Pokrovsk rappresenterebbe la più importante conquista territoriale dal febbraio 2024, quando riuscì – dopo una delle campagne più sanguinose del conflitto – a impadronirsi di Avdiivka, ormai ridotta a una landa desolata e distrutta.
Situata a circa quaranta chilometri a nord-ovest di Donetsk City, Pokrovsk è molto più di un semplice nome sulla mappa: è un punto nevralgico della logistica militare ucraina, un crocevia
ferroviario e stradale che collega il fronte orientale con il resto del Paese. La sua perdita costringerebbe Kiev a riorganizzare l’intera linea difensiva nel Donbass e a riposizionare le proprie truppe per evitare che i russi aprano un nuovo corridoio verso l’interno. Per Mosca, invece, la conquista della città avrebbe un duplice valore: strategico, perché consoliderebbe il controllo sull’oblast di Donetsk, e simbolico, perché permetterebbe al Cremlino di mostrare all’opinione pubblica interna che la guerra “sta andando bene”.
È in questo contesto che si inserisce la battaglia per Pokrovsk – una battaglia che, pur non promettendo di cambiare da sola le sorti del conflitto, rischia di ridisegnare ancora una volta la geografia del fronte orientale. Fanpage.it ne ha parlato con Marco Di Liddo, direttore del CESI (Centro Studi Internazionali).
Pokrovsk è stata definita “la porta d’accesso a Donetsk”. Perché questa città è così importante, sia per la Russia sia per l’Ucraina?
È una definizione che condivido solo in parte. Bisogna considerare che gran parte dell’oblast di Donetsk è già sotto controllo russo. Quindi, da un punto di vista strategico, Pokrovsk non rappresenta tanto la “porta” per Donetsk, quanto piuttosto la porta verso l’entroterra ucraino, il cuore del Paese. La città ha due elementi fondamentali di valore. Il primo è logistico: Pokrovsk è un importante hub ferroviario, cruciale per la distribuzione di truppe e rifornimenti lungo la linea di difesa ucraina in quella regione. Il secondo elemento riguarda la sua
funzione militare: fa parte della cintura di fortificazioni del Donbass. Se questa città venisse conquistata, tutta la linea difensiva andrebbe riorganizzata, con il rischio di un arretramento delle forze ucraine per evitare che i russi creino un cuneo pericoloso capace di aprire la strada verso ovest.Quindi, se Pokrovsk dovesse cadere, c’è il rischio concreto che i russi avanzino più in profondità nel Donbass?
Il rischio esiste, ma bisogna evitare visioni apocalittiche. Non sarebbe la “rottura di una diga”: gli ucraini sono perfettamente consapevoli della possibilità di perdere temporaneamente il controllo della città e si stanno già riorganizzando. Lo Stato Maggiore di Kiev ha certamente predisposto piani di contingenza: nel caso in cui Pokrovsk cadesse, verrebbe immediatamente allestita una nuova linea di difesa non troppo lontana, per contenere l’avanzata russa. Tuttavia, va detto che se la città dovesse finire in mani russe, Mosca potrebbe comunque guadagnare terreno e migliorare la propria posizione tattica, con qualche chilometro in più di controllo diretto e, soprattutto, un vantaggio logistico nella regione.
In molti si chiedono se la caduta di Pokrovsk sarebbe un punto di svolta nella guerra o soltanto un episodio tattico tutto sommato limitato.
Non la definirei un punto di svolta, ma certamente una conquista significativa per la Russia. Sarebbe importante sia dal punto di vista militare, per consolidare la loro presenza nel Donbass, sia da quello politico e simbolico, perché Mosca ha bisogno di
successi da raccontare. Tuttavia, l’eventuale caduta della città non cambierebbe l’inerzia generale del conflitto. L’equilibrio militare sul fronte resta legato a molti altri fattori: alla disponibilità di munizioni, alla capacità di addestramento e rotazione delle truppe, alla tenuta del fronte interno ucraino e al sostegno occidentale. Pokrovsk sarebbe una vittoria, ma non “la” vittoria.
Il presidente Zelensky ha recentemente parlato di un rapporto di forze di uno a otto, un soldato ucraino per otto russi. Che cosa significa, in termini concreti?
È una proporzione impressionante. Le regole generali della guerra dicono che un attaccante deve avere un rapporto di almeno 3 a 1 per sperare di superare la difesa del nemico. Qui parliamo di un rapporto più che doppio: 8 a 1. Questo dato ci dice due cose. Primo, l’intensità dell’offensiva russa, che è enorme. Secondo, e forse ancora più importante, la resilienza ucraina. Perché se, nonostante questa superiorità numerica, Mosca non riesce a ottenere uno sfondamento decisivo, vuol dire che le forze ucraine combattono con un’efficacia e una determinazione molto elevate. È il segno sia delle difficoltà operative dell’esercito russo sia della straordinaria capacità difensiva di Kiev.
Se la Russia dovesse conquistare Pokrovsk, come pensa che Putin potrebbe sfruttare questa vittoria sul piano propagandistico?
Dal punto di vista propagandistico, sarebbe un’occasione d’oro
per il Cremlino. Ogni conquista territoriale può essere trasformata in un racconto eroico dalla macchina della comunicazione di Stato. Putin potrebbe presentare Pokrovsk come la prova che l'”operazione militare speciale” procede con successo, rafforzando il consenso interno e cercando di minare il morale ucraino e quello degli alleati occidentali.
E sul piano negoziale cambierebbe qualcosa?
Da quel punto di vita l’impatto sarebbe più limitato. Putin ha già fissato le sue richieste: il riconoscimento dell’annessione dei cinque oblast e il pieno controllo di Donetsk. Con la presa di Pokrovsk, le sue rivendicazioni su Donetsk sarebbero più corroborate da fatti sul terreno, ma non cambierebbero la posizione dell’Ucraina e dei suoi sostenitori. Il negoziato resta bloccato: da un lato, Mosca non intende ridimensionare le proprie pretese; dall’altro, Kiev non vuole cedere territorio senza garanzie di sicurezza paragonabili all’Articolo 5 della NATO. Siamo, insomma, ancora molto lontani da una soluzione politica.
In vista dell’inverno, come pensa che cambierà la dinamica della guerra?
L’arrivo dell’inverno avrà un impatto notevole. Il peggioramento delle condizioni climatiche limiterà la mobilità delle truppe, già scarsa soprattutto per i mezzi pesanti russi. In questo senso, il freddo e il fango potrebbero avvantaggiare gli ucraini, che combattono difensivamente e possono sfruttare meglio il terreno.
Ci sono però due fattori incerti. Il primo riguarda l’uso dei droni, che è diventato centrale in questo conflitto. Con il maltempo,
diventa più difficile impiegarli efficacemente, e questo potrebbe rallentare le operazioni di entrambe le parti. Il secondo fattore è la guerra alle infrastrutture: russi e ucraini continueranno a colpire obiettivi energetici e logistici. Mosca cercherà di sfruttare i rigori dell’inverno per mettere sotto pressione la popolazione ucraina, mentre Kiev tenterà di colpire il settore energetico russo, nel tentativo di indebolire l’export e, di conseguenza, la capacità del Cremlino di finanziare la sua macchina bellica.
(da Fanpage)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
CHI HA SEVIZIATO UN RAGAZZINO FRAGILE ORA HA PAURA, E’ IL MINIMO CHE POSSA ACCADERE DI FRONTE A RIFIUTI UMANI (DI “BUONA FAMIGLIA”)… IERI IN 50 DAVANTI ALL’ABITAZIONE, PRESIDIATA DALLE FORZE DELL’ORDINE, DI UNO DEI SEVIZIATORI
Moncalieri (Torino) è il teatro di una guerra tra giovani dopo che un 15enne con fragilità
psico-emotive è stato sequestrato e seviziato da tre coetanei nella notte di Halloween. Gli amici della vittima, dopo l’appello social, si sono radunati davanti alla casa di uno dei giovani indagati per il caso per organizzare una spedizione punitiva. La zona però è presidiata dalle forze dell’ordine, carabinieri e polizia locale, e dopo che si è sparsa la voce che il ragazzo non era in casa la situazione è tornata alla normalità e il gruppo di giovani è tornato nelle proprie abitazioni.
“La deve pagare”
Come riporta il Corriere della Sera, il gruppo vuole vendicare l’amico: “Noi lo conosciamo (il 15enne indagato per sequestro di persona, ndr), fino a poco tempo fa era tranquillo, ma poi ha iniziato a fare cavolate. Adesso ha esagerato e non può pensare che noi ce lo scorderemo. Non se lo dimenticherà nemmeno il nostro amico che avrà quelle immagini davanti agli occhi per sempre. E a noi sembra il minimo stare qua. La deve pagare”.
La vittima: “Hanno finito di vivere”
Prima della spedizione punitiva i giovani avevano incontrato la vittima, che indossava un cappello in testa per coprire le ferite lasciate dalla lametta usata dai suoi aguzzini per torturarlo e che, salutando i ragazzi radunati in piazza per lui, aveva affermato:
“Io sono tranquillo. Adesso sono quegli altri che hanno finito di vivere”.
Raid punitivi
Il timore degli investigatori è che altri episodi del genere possano ripresentarsi e che qualcuno voglia farsi giustizia da solo, come già avvenuto domenica, quando un gruppo di persone si era presentato sotto casa di uno degli indagati, per un raid punitivo, e solo grazie all’intervento di una pattuglia la situazione era tornata alla normalità.
La mamma della vittima teme che il figlio possa aver subito abusi sessuali
Ieri, 3 novembre, la Procura dei minori ha sentito la vittima per delineare i contorni della vicenda. La sera del 31 ottobre la madre del 15enne era convinta che andasse a dormire dal nonno, che invece sapeva che era ospite da un amico. La vittima ha incontrato in stazione quelli che credeva due amici, di 15 e di 14 anni. Poi si è unita al gruppo una quarta persona, una ragazza di 16 anni. E sarebbero andati nella casa del 14enne, dove non c’era nessun adulto e dove si sarebbero consumate le violenze. Quello che la mamma della vittima teme, ma alla denuncia non è stato, per ora, allegato alcun referto medico che lo possa provare, è che il figlio possa aver subito, oltre alle torture, anche abusi sessuali.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
IERI RIUNIONE A PIAZZA VENEZIA MA SENZA ESITO MENTRE RANUCCI PREPARA UNA SECONDA PUNTATA
Chi è la talpa del Garante della Privacy? Dopo la puntata di Report i quattro componenti dell’Authority – sui quale pende una richiesta di dimissioni da parte dell’opposizione – si sono riuniti per capire chi ha fornito alla trasmissione di Rai3 i documenti mostrati durante la diretta. Una seduta in un clima di sospetti e fiducia, racconta Repubblica. Prima è stato addirittura chiesto a tutti di lasciare i telefonini fuori dalla stanza.
L’unica presenza esterna è stata quella dell’ex segretario generale Fabio Mattei, da tempo traslocato alla Difesa. All’epoca era responsabile dei concorsi interni finiti sotto la lente del programma condotto da Sigfrido Ranucci. L’obiettivo della riunione è chiaro: individuare chi ha fatto uscire dall’edificio di
Piazza Venezia mail, chat e informazioni riservate. Ma chissà se è stato raggiunto. Intanto però per domenica prossima è in programma un altro servizio sul Garante. E sul membro Agostino Ghiglia, andato con l’auto di servizio nella sede di FdI il giorno prima che la Privacy comminasse 150 mila euro di multa a Report per la diffusione della telefonata fra l’ex ministro Sangiuliano e sua moglie.
Spese, stipendi, politica
Il prossimo servizio sarà un approfondimento sul funzionamento dell’ufficio, spese, stipendi e altri legami con la politica. In quello che viene definito un sistema di amichettismo che coinvolge l’intero collego. E un particolare inedito: oltre a Ghiglia, anche un altro dei membri del Garante ha chiamato l’ad Giampaolo Rossi per sollecitare lo stop della messa in onda di Report. Un tentativo di censura andato però a vuoto.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
COME ABBIAMO FRAINTESO E SOPRAVVALUTATO IL NOSTRO RUOLO NEL PIANETA…IL NUOVO SAGGIO DI TOZZI PER MONDADORI
Nel mio mestiere di ricercatore e di divulgatore mi capita spesso di infilarmi in quelle
vecchie librerie dell’usato e di volumi ormai fuori catalogo. Non ce ne sono quasi più, ma qualcuna resiste. Così, un giorno di qualche tempo fa, mi sono trovato fra le mani un dattiloscritto malamente impaginato, piuttosto voluminoso, composto di alcune lettere, per la verità molto lunghe, scritte dal pianeta Terra all’Homo sapiens. Intendiamoci, non è che abbia creduto al fatto che la Terra possa davvero scrivere lettere, ovviamente, ma la cosa mi ha incuriosito abbastanza per comprare quelle pagine giallastre, spesse, legate con un nastro, e portarmele a casa, dove le ho lasciate decantare per anni. L’idea mi pareva buona, ma, come tutti noi sapiens, non avevo tempo. Niente a che vedere con Lettere dalla Terra, che pure è un libro ispirato da idee portanti simili, salvo sostituendo il Creatore alla Terra (e salvo che l’autore è uno dei grandi della letteratura di ogni tempo). Scrive Mark Twain: «è convinto di essere il cocco del Creatore. Crede che il Creatore sia orgoglioso di lui; crede addirittura che lo ami; che abbia una passione per lui, che si alzi la notte ad ammirarlo; sì, che si
preoccupi per lui e lo preservi dagli affanni. Lo prega, e crede che Egli lo ascolti. Non è un’idea bizzarra?». Eh, sì, è proprio un’idea bizzarra. Nel frattempo ho scritto diversi libri e centinaia di articoli ponendo il pianeta Terra e i sapiens sempre al centro della mia attenzione, e se il mio primo programma televisivo da conduttore si chiamava, appunto, Gaia – Il pianeta che vive, l’ultimo si chiama Sapiens – Un solo pianeta. Come se avessi disegnato una parabola che parte dalla Terra e arriva a noi. Qualche volta personificando il pianeta come fosse un soggetto attivo, un po’ come nell’ipotesi Gaia di James Lovelock di qualche tempo fa. Così mi sono ricordato del dattiloscritto senza editore e senza autore che giaceva sugli scaffali e l’ho ripreso in mano: disegnava esattamente lo stesso percorso. Ho recuperato libri e articoli, li ho mescolati con quello e ne ho ricavato il libro che avrei voluto scrivere da sempre, un libro in cui la Terra, in prima persona, descrive se stessa, si racconta, si spiega e, quando può e deve, ragiona anche sui sapiens, ricordando loro in che guaio si stanno cacciando da qualche secolo a questa parte. In questo libro, “la” pianeta la prende molto alla lontana, ma non esita mai a richiamare i sapiens alla riflessione sui loro percorsi, istituendo paragoni continui con gli altri viventi non umani dai quali tutti avremmo qualcosa da imparare e ricordandoci come non sia mai accaduto in passato che una singola specie si sia salvata da sola. La domanda di partenza è molto chiara: i sapiens sono una specie particolare e, anzi, unica nell’universo conosciuto? Ma altrettanto chiara è la conclusione, che porta a
considerare che cosa li differenzi da tutti gli altri viventi terrestri, compresi quelli che ci hanno preceduti e che oggi conosciamosolo come fossili.
Nel 1991 un bimotore Embraer della Continental Express, decollato da Laredo e diretto a Houston, precipitò a causa di un cedimento strutturale, uccidendo passeggeri e membri dell’equipaggio. L’aereo aveva tre anni e solo 7000 ore di volo accumulate. Si schiantò a causa della mancata sostituzione delle viti di supporto dello stabilizzatore per colpa di un passaggio di consegne omesso fra squadre di manutentori. E si sono registrati diversi casi di incidenti aerei letali dovuti a manutenzione approssimata o a elementi in apparenza marginali, come la resistenza dello scaldavivande o le viti del wc. Se vogliamo avere un’idea della biodiversità, dobbiamo ripensare a quanto sia fondamentale in un apparecchio aereo ogni minimo componente e a come la mancanza di uno di essi porti con sé la fine di tutti gli altri. Ogni specie vivente è come una vite, un bullone o un chip di un aereo e nessun apparecchio può permettersi di volare indenne se manca qualcuno di questi elementi singolarmente privi di importanza. Questo libro racconta come è fatta la Terra, in base a quali meccanismi agisce, che tipo di dinamiche mette in atto e come si regola verso la vita. In tal modo, però, descrive anche il clima, le acque, la nascita delle montagne, le estinzioni di massa, la deriva dei continenti e l’evoluzione biologica in una Grande Storia senza alcuna soluzione di continuità.
E pone altre domande, soprattutto quelle ritenute scontate o banali e che, invece, comportano riflessioni complesse. Perché non abbiamo mai incontrato gli alieni? Oppure, perché i sapiens hanno un pene così sviluppato e “lo fanno strano” (almeno rispetto agli altri primati)? E come è possibile cambiare il clima con l’anidride carbonica? O, ancora, perché si sono estinti i dinosauri? Siamo abituati a pensare al mondo come una proprietà di noi Sapiens, eppure la Terra ha 4,5 miliardi di anni e noi occupiamo uno spazio infinitesimale di questa lunghissima storia. Ma com’era il pianeta quando gli uomini ancora non esistevano? È possibile ricostruire la storia più antica? E come? Le montagne e gli oceani ci sono sempre stati? Quando è comparsa la vita? E, soprattutto, questi presupposti geologici arcaici hanno influenzato la nascita e la storia dei sapiens? Questo libro, però, è anche un modo per definire quali sono le cause di una crisi ambientale che non sembra avere precedenti e per riflettere sull’assurdità di voler vivere ricavando risorse infinite da un pianeta che è, per definizione, finito.
Mario Tozzi
(da lastampa.it)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
STUPORE IN NIGERIA DI FRONTE ALLE MINACCE DELIRANTI DEL PRESIDENTE USA… LA VERITA’ E’ CHE I JIHADISTI AMMAZZANO PIU’ MUSULMANI CHE CRISTIANI
Non suonano le campane la domenica per la messa nel Nord della Nigeria, califfato africano di implacabili islamisti. Qui non c’è bisogno di fare rumore per spronare fedeli pigri. Qui si nasce prigionieri della propria croce. Ho visto i meravigliosi cristiani di Kano, Jos, Maiduguri. Serenamente tristi come quelli che vivono in tutti i luoghi in cui sono braccati dal fanatismo.
Ho visto le messe militarizzate, le messe da zona di guerra, con i soldati che pattugliano gli accessi ai luoghi di culto con le armi alla mano. Lugubri divise nere, urla e minacce a ogni auto che si avvicina: è l’ossessione della autobomba. In questo immenso Paese dove essere cristiani può essere colpa che costa la vita passa da anni la frontiera della Grande Minaccia.
Eppure ti stupisci nel vedere quanti, nonostante tutto, sono i fedeli che arrivano a frotte, ascoltano le parole del mistero e della promessa: in un luogo dove la storia del paradiso in terra, chiunque sia chi lo annuncia, non sta in piedi. Solo guerra, corruzione, miseria e odio. I nigeriani, un po’ stupiti, hanno letto che Trump vuole occuparsi dei loro infiniti guai.
Alla sua maniera: manescamente. Le chiese evangeliche, che in Nigeria hanno denaro e potere, e in America sono elettorato, devono averlo convinto che «bisogna agire». Ma ieri i nigeriani sono già tornati alla loro quotidianità, alle prese con la benzina che manca (in un Paese petrolifero! ), la violenza che dilaga, la giungla-metropoli di Lagos, la corruzione come economia parallela, le elezioni che non servono a niente, la rivoluzione delle promesse dei politicanti, oplà! , ogni volta è rimandata. A tutto questo opporranno la capacità africana di abituarsi al peggio, di dare per scontato che solo questa è la vita.
Al Nord il jihadismo nichilista, primitivo dei Boko Haram pareva in declino, ridotto a poche migliaia di apostoli convertiti alla delinquenza comune. Sarebbe una buona notizia se al loro posto non fosse cresciuto, impetuoso e letale, il potere del jihadismo stile Isis, che qui si fa chiamare Stato islamico dell’Africa dell’Ovest e conta ormai migliaia di combattenti, guerra santa che vuole amministrare, insediarsi, farsi califfato permanente e che per questo assicura a popolazioni dimenticate o maltrattate dal potere centrale denaro, cibo, kalashnikov, sogni di vendetta. Dal 2009 i morti sono 60 mila e i profughi sei
milioni.
Eppure la tragedia non è così semplice come il rozzo bricolage di Trump. Chi ha preparato i dossier per il presidente americano ha dimenticato, ad esempio, di aggiungervi la relazione di Massad Boulos, consigliere per l’Africa, che in Nigeria vive da decenni. Lo ha compilato a metà ottobre: cercava di spiegare con i numeri, i fatti, la verità nuda e cruda che i jihadisti «ammazzano più musulmani che cristiani».
Chissà se qualcuno ha parlato a Trump, ad esempio, di Ali Ngulde. È un capo dei Boko Haram che fa concorrenza ai gruppi jihadisti rivali a colpi di stragi. A settembre a Darul Jamal nello Stato del Borno, i suoi giannizzeri sono arrivati rombando e sparando a bordo di decine di moto. In città c’era una base militare, i civili pensavano, illusi, di essere al sicuro. Non si sono visti soldati mentre gli assalitori scorrazzavano, dando fuoco alle case e sparando su tutto ciò che si muoveva senza chiedere a che religione appartenessero. I soldati sono usciti dalla base per contare i morti.
Ad agosto un gruppo di “banditi” ha attaccato la moschea a Unguwar Mantau nello stato di Katsina mentre i fedeli erano in preghiera: decine i morti. Poi gli assalitori hanno bruciato i villaggi vicini. Il “genocidio” jihadista dei cristiani, così netto nelle minacce di Trump, sembra di colpo complicarsi. Qui la violenza nasce in realtà dalle lotte, antichissime, tra allevatori e contadini per il controllo della terra e dell’acqua.
Le faide sanguinose tra contadini, in maggioranza cristiani, e allevatori di etnia “peul”, musulmani che il califfato ha efficacemente arruolato come fanteria omicida, vengono presentate come scontri religiosi. Per rendere le cose più semplici, per assolversi dalle responsabilità politiche. In realtà tutto affonda nella miseria, nella assenza e nella corruzione dello Stato, nella disperata necessità di assicurarsi le terre migliori per sopravvivere.
Chissà se gli eventuali raid degli F-35 o i missili made in Usa serviranno contro questi “banditi”, così la definisce la reumatica e impotente diligenza burocratica del governo: decine di piccoli caudilli criminali specializzati soprattutto in abigeato e sequestri. Studentesse e commercianti, in maggioranza musulmani finiscono nella rete. Tutto si fa opaco, jihadismo e criminalità si confondono e si intersecano. Auwalu Daudawa, per esempio, era una specie di bandito Giuliano della savana, uno dei pochi che hanno accettato l’offerta del governo di abbandonare il mitra in cambio di una grossa somma di denaro.
Era uno dei tanti capi briganti in rapporti di affari con il mitologico Shekau il califfo dei Boko Haram. La maggior parte dei sequestri sono commissioni islamiste, come nel Sahel: poi si fa a metà. Circolavano a Maiduguri tariffari per i riscatti: far uscire vivo un notabile dalla foresta degli orchi costava cinque milioni di “naira”, dodicimila euro.
È nata una terribile economia di guerra in cui tutti ingrassano, jihadisti funzionari corrotti soldati mercanti che riforniscono i guerriglieri nei loro santuari. Si allarga il mestiere del mediatore,
specializzato nelle zone grigie tra uno Stato impotente e i signori delle foreste che impinguano con il crimine i forzieri di Dio. Si recluta nelle scuole coraniche radicalizzate e nella piccola delinquenza, l’islamismo si gonfia soprattutto nella miseria e nella rabbia contro le élite predatrici del Sud. Funziona sempre.
Forse bisognerebbe mostrare a Trump le immagini dei bambini ricoverati nei centri di Medici Senza Frontiere a Kano e a Katsina, le terre dei “banditi” e dei Boko Haram: i piccoli relitti di una devastante crisi alimentare che squassa un gigante petrolifero, dove non si contano i milionari della corruzione e del malaffare. Secondo l’Unicef 33 milioni di nigeriani sono alla fame, tre milioni e mezzo di bambini soffrono di malnutrizione acuta. La liberalizzazione della moneta locale ha triplicato i prezzi e portato l’inflazione al trenta per cento.
Sarebbe scortese spiegare a Trump che una delle cause della catastrofe sono le riduzioni degli aiuti umanitari da parte degli Stati Uniti e di Paesi come la Francia e il Regno Unito? Il governo americano, il suo, ha appena venduto alla Nigeria «per lottare contro il jihadismo» armi per 346 milioni di euro. Un ottimo affare
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
OGNI VOLTA CHE C’E’ UN REFERENDUM COSTITUZIONALE,SI RESTA INEBRIATI DALLA BELLEZZA DEI COMITATI PER IL SI’
Ogni volta che c’è un referendum costituzionale, si resta inebriati dalla bellezza dei
Comitati per il sì. Accadde anche per la sfida del 4 dicembre 2016, che sancì la fine della carriera politica (anche se loro non se ne sono ancora accorti) di Renzi e Boschi: era un comitato pralinato di geni autentici. Vale lo stesso per i mitologici fondatori del “Comitato per il Sì al Referendum sulla Separazione delle Carriere”, per brevità chiamato
“SìSepara”. Quaranta nomi di livello assoluto, capitanati dal presidente Gian Domenico Caiazzo. Scorrendo la lista, in mezzo a non pochi “Chicazzè?” e “Ma veramente hanno riesumato pure questo/a?!?”, si scorge un tratto in comune: sono quasi tutti profili di seconda e terza fascia (spesso anche settima o dodicesima), che vengono riesumati in tivù ogni volta che c’è da parlare a caso di giustizialismo bieco e magistratura maligna, quasi mai in prima serata e quasi sempre come ospiti di rincalzo perché “prima di voi ci hanno detto di no in 70 ed eravamo alla canna del gas”.
Sono figure puntualmente riconducibili a berlusconismo, renzismo e calendismo, ovvero la stessa cosa. Un “garantismo” carnivoro e ossessionato che cita sempre (a sproposito) il caso Tortora e crede davvero che Gratteri sia Robespierre e Davigo Belzebù. I giornali di appartenenza e/o riferimento sono ovviamente testate autorevolissime – e ancor più vendutissime – tipo Il Foglio e Il Riformista. Qualche nome. Non possono mancare (ex) direttori iper-garantisti come Alessandro Barbano e Franco Cangini (quest’ultimo anche ex senatore Forza Italia e poi Azione). Flavia Fratello, sorta di Gaia Tortora in diesis minore (sic), volto spumeggiante e mai noto di La7 che suole avere fuoriuscite plurime di bile ogni volta che deve curare la rassegna stampa e si trova davanti una prima pagina del Fatto Quotidiano. Pier Camillo Falasca, nel 2013 ultrà montiano e già allora iper-garantista, rimasto ahinoi sempre nell’anonimato, fondatore con tale Librandi del partito (?) L’Italia c’è e direttore
de L’Europeista (fateci caso: Falasca ama dirigere partiti e giornali che di fatto non esistono. Perversione strana, eh). Pierluigi Battista, instancabile e malmostoso Re Mida al contrario. Anna Paola Concia, ex politica di centrosinistra che visse l’apice della notorietà tra anni Zero e Dieci per le sue battaglie contro l’omofobia, scelta a fine 2023 da Valditara come coordinatrice del progetto per le scuole “Educare alle relazioni” (ma durò poco, perché la Lega non accettò quella scelta). Ernesto Galli della Loggia, professione “trombone” (autoproclamatosi tale), presente di recente a quel “convegno degli orrori” che ha partorito tesi abiette su Gaza e Israele. Di quello stesso convegno faceva parte quell’altro genio di Claudio Velardi, che dopo aver contribuito a stroncare (per troppo amore) le carriere di D’Alema e Renzi, ora ci tiene molto a regalare il bacio della morte pure a questa battaglia referendaria. Di pregio anche la presenza di Sofia Ventura, politologa un tempo vicina a Fini e poi folgorata pure lei sulla via della Diversamente Lince di Rignano.
In mezzo a questo sontuoso parterre de roi, spunta un po’ a caso la figura di Antonio Di Pietro, che evidentemente col passare degli anni ha avvertito il bisogno di provare esperienze molto hard. Come per esempio far parte di questo bar di Guerre Stellari travestito da comitato per il Sì, in cui si trova fianco a fianco all’ineffabile Tiziana Maiolo, che ai tempi del primo berlusconismo stava a Silvio come Bocchino alla Meloni. Daje! È un comitato semplicemente fantastico. A questo punto, per essere veramente perfetto, mancherebbero solo Il Canaro, Jimmy Il Fenomeno, Amedeo Minghi, il Poro Asciugamano e Scaramacai. Lì sarebbe proprio apoteosi.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
LA SFIDA E I RISULTATI NELLA NOTTE ITALIANA
Ci siamo. Oggi martedì 4 novembre si vota per eleggere il nuovo sindaco di New York. Il grande favorito è Zohran Mamdani, 34 anni: diventerebbe probabilmente il sindaco più a sinistra di sempre della Grande Mela, certamente il primo musulmano. Per lo scorno di Donald Trump e del mondo conservatore Usa, ma anche di molti Democratici di orientamento liberal. Dove, come e quando si vota? Chi sono gli sfidanti che potrebbero insidiare Mamdani? E quando conosceremo i risultati della sfida? Ecco tutte le risposte.
Le elezioni a New York: come e quando si vota
Martedì 4 novembre si rinnovano le cariche principali dello Stato di New York. I seggi sono aperti dalle 6 del mattino alle 21, ora locale: ossia dalle 12 ora italiana sino alle 3 di notte di mercoledì. Di fatto potrebbero restarlo qualche minuto in più, specie in caso di alta affluenza, perché è previsto che chi è già in fila per un seggio all’ora della chiusura abbia diritto di procedere al voto.
I segnali della vigilia indicano che potrebbe essere un’elezione molto partecipata: oltre 735mila elettori hanno già votato col meccanismo dell’early voting, aperto dal 25 ottobre al 2 novembre. L’elezione più attesa è quella del nuovo sindaco di New York. Il suffragio è diretto e a turno unico: chi avrà più preferenze sulla scheda sarà quindi il nuovo sindaco e succederà dal 1° gennaio a 2026 a Eric Adams, che dopo aver accarezzato
l’idea del bis si è ritirato dalla corsa. A disposizione degli oltre 8 milioni di abitanti di New York ci saranno circa 1.200 seggi, distribuiti nei cinque distretti della città: Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island.
(da agenzie)
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