Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI OPEN ARMS: “VOGLIAMO RIPORTARE AL CENTRO DELL’ATTENZIONE MEDIATICA CIO’ CHE ACCADE NELLA STRISCIA”
Domenica 12 aprile è partita dal porto di Barcellona una nuova missione della Global Sumud Flotilla, la spedizione umanitaria via mare diretta alla Striscia di Gaza con l’obiettivo dichiarato di rompere l’assedio israeliano e consegnare aiuti alla popolazione civile palestinese. Circa 70 imbarcazioni e oltre 1.000 attivisti provenienti da una settantina di Paesi aderiscono all’iniziativa, organizzata da Freedom Flotilla Coalition (Ffc), Global Movement to Gaza, Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara (missione asiatica con la partecipazione del governo della Malesia).
Chi partecipa alla missione
A bordo delle imbarcazioni è prevista la presenza di medici, giuristi, ricercatori e volontari, insieme a ong internazionali come Greenpeace e Open Arms, che forniranno supporto tecnico, sanitario e logistico. Gli attivisti sostengono che Israele ha approfittato dell’attenzione internazionale rivolta verso l’Iran per intensificare il blocco su Gaza, «restringendo l’entrata di aiuti, ampliando gli insediamenti di coloni e accelerando un processo di espropriazione territoriale
La spedizione di settembre e il nuovo tentativo degli attivisti
La flottiglia in partenza oggi segue una precedente spedizione dello scorso settembre, che fu molto seguita dai media italiani, diede vita a grosse manifestazioni in solidarietà del popolo palestinese ma non riuscì a portare a termine la propria missione. Le imbarcazioni furono intercettate dalla marina israeliana in acque internazionali e gli attivisti furono messi in carcere in Israele e poi rispediti nei propri Paesi di provenienza. Secondo i promotori dell’iniziativa, la Global Sumud Flotilla rappresenta «la più grande missione marittima civile a sostegno della Palestina». Il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, ha spiegato in un’intervista che si aspetta una fine simile anche per la nuova spedizione: «Con ogni probabilità la flottiglia verrà intercettata prima delle 100 miglia dalla costa. Siamo disposti ad assumerci questo rischio perché il contesto non è lo stesso dell’ultima volta. Vogliamo riportare al centro dell’attenzione mediatica ciò che accade a Gaza».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
GLI SPIFFERI DI VIA DELLA SCROFA DIRAMATI VIA “CORRIERE”: “’INUSUALE CHE UN VICEPREMIER VENGA CONVOCATO NELLA SEDE DI UN’AZIENDA COME SE FOSSE UN MANAGER’”. L’AZIENDA È MEDIASET. LA CUI LINEA EDITORIALE SPESSO LASCIA PERPLESSI I BIG DELLA DESTRA..”
Classici silenzi e vecchi sospetti. Dentro Fratelli d’Italia, da Giorgia Meloni in giù, in queste ore la
linea è quella di non commentare le dinamiche interne a Forza Italia.
Da via della Scrofa e da Palazzo Chigi scacciano i retroscena post vertice a Cologno Monzese come se fossero mosche tse-tse. Non esiste Forza Italia fuori dal centrodestra perché « extra Ecclesiam nulla salus : la storia di Fini è un monito».
Tuttavia il ragionamento che offre al Corriere un ministro della «Fiamma magica» squarcia il velo del legittimo dubbio: «Assistiamo a dinamiche strambe da cui Tajani non esce rafforzato nella proiezione esterna, nonostante dopo la morte del Cavaliere abbia tenuto in vita un partito che tutti davano per spacciato».
Morale: «Queste manovre rischiano di destabilizzare il governo e la maggioranza in un momento assai complicato».
Di tale scenario sono consapevoli sia la premier, sia il suo vice Tajani (parte in causa). Agli atti, per ora, c’è poco: il cambio dei capigruppo di Senato (Maurizio Gasparri) e Camera (Paolo Barelli, legato da una «lunga conoscenza» con Meloni fin dai tempi della Provincia di Roma: la leader era una giovanissima consigliera di An e l’azzurro assessore allo Sport).
Ma qual è la strategia della famiglia Berlusconi? I rapporti fra la premier e Marina […] sono «buoni, ma non ottimi», dicono da Forza Italia. «Giorgia ha una maggiore consuetudine con lei rispetto a Pier Silvio, ma al di là di visioni diverse in svariati campi, dai diritti all’America di Trump fino alle banche, c’è comunque un idem sentire di fondo: tifano per noi», aggiungono da Fratelli d’Italia. §
Dove c’è chi trova abbastanza «inusuale» che un vicepremier venga convocato nella sede di un’azienda «come se fosse un manager». L’azienda è Mediaset.
La cui linea editoriale spesso lascia perplessi i big della destra: «Altro che TeleMeloni!». Però anche questo filo delle dietrologie si perde fra i normali interessi di un gruppo che sta sul mercato e che ha mire all’estero, vedi in Germania.
E quindi unire i puntini diventa un esercizio da settimana enigmistica: «la famiglia» vuole indebolire Tajani per cambiare il partito con altre parole d’ordine in modo che sia spendibile anche su un altro mercato elettorale? Certi talk sono un assaggio di grandi manovre? Sono domande che frullano nella testa dei colonnelli di Meloni.
ai vertici di FdI la presenza di Gianni Letta all’incontro di venerdì — raccontato chino su un bloc-notes a prendere appunti durante quello che non è stato certo un incontro di gala — ha evocato strani fantasmi (che tali restano). Quelli che riconducono alla natura «governista» di FI purchessia.
Meloni aspetta il partito di Tajani e della famiglia Berlusconi al vero stress test parlamentare di questa legislatura: la legge elettorale.
Se nel segreto dell’urna — magari davanti all’emendamento sul ritorno delle preferenze presentato dai meloniani — dovessero accadere strane manovre, potrebbe saltare l’intero Stabilicum. Lasciando così per il voto del 2027 il Rosatellum, con l’ombra del «pareggione».
«In quel caso, a cui non crediamo, salterebbe l’intero centrodestra», fanno sapere gli uomini più vicini alla premier. Situazione fluida.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL REGIME TEHERAN SI PREPARAVA ALLA GUERRA DA QUASI 50 ANNI, GRAZIE ALL’AIUTO RUSSO E CINESE, E NON HA PIÙ NULLA DA PERDERE
È la battaglia dei numeri. Le fonti ufficiali, da Washington a Tel Aviv, sottolineano i successi di Epic Fury mentre «voci» dell’intelligence rispondono con valutazioni più caute.
Le «ultime» arrivano dal Wall Street Journal che riporta le stime dei servizi: nonostante gli attacchi subiti, i pasdaran hanno ancora migliaia di missili a corto e medio raggio. Molti sono scampati agli strike , altri sono «sotterrati» nei tunnel colpiti dai bombardamenti ma possono essere recuperati.
La dispersione dell’arsenale, le cosiddette «città dei missili», e le buone protezioni hanno garantito ai guardiani una discreta riserva, completata anche da una componente ridotta di cruise antinave.
Quanto ai droni-kamikaze, fondamentali per tenere sotto tiro le monarchie del Golfo, Teheran ne avrebbe persi il 50%. Incerta la situazione iraniana per quello che riguarda la produzione degli equipaggiamenti, in quanto le fabbriche sono state uno dei bersagli principali.
E, infatti, nella seconda fase della campagna sono stati soprattutto gli israeliani a sganciare ordigni su questi target . L’impatto di questi colpi lo si vedrà nel medio-lungo termine. Sono falle che non si tappano in poche settimane, inoltre pesano le sanzioni, così come il quadro economico difficile del Paese.
L’analisi riportata dal Wall Street Journal fa eco a precedenti report che hanno evidenziato come i pasdaran si siano preparati tenendo conto di altri scontri, sfruttando a proprio vantaggio la profondità del territorio e adottando tattiche più agili i pasdaran hanno «sparato» con maggiore precisione, impiegando armi con testate multiple, e comunque ciò è bastato per tenere tutti in emergenza. Tattica duplicata, con esito maggiore, a Dubai o in Kuwait servendosi dei droni.
I missili hanno rappresentato un’arma «politica» e anche propagandistica, strumenti per ribadire che gli ayatollah non erano stati sconfitti e avevano ancora risorse. Non solo: la chiusura selettiva di Hormuz ha rinforzato la posizione di Teheran.
L’inizio di un fragile negoziato darà modo ai contendenti di riorganizzarsi. Gli U hanno continuato a trasferire materiale e soldati, la portaerei Ford è stata rischierata nel Mediterraneo orientale e sono attesi rinforzi per opzioni anfibie.
Gli iraniani potrebbero ricevere droni dalla Russia e, secondo un’indiscrezione della Cnn , apparati antiaerei dalla Cina attraverso un Paese terzo. Si tratterebbe di missili portatili per contrastare velivoli a bassa quota, uno scenario legato a eventuali operazioni terrestri Usa. Infine, due aspetti sui lanciatori dei missili.
Non si può escludere che le stime iniziali sulle disponibilità iraniane fossero errate. Ed è opinione diffusa tra i tecnici che non sia complicato costruirne di nuovi copiando soluzioni adottate dai nord coreani per trasformare dei veicoli in rampe mobili.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO MELONIANO CHE HA DEFINITO LA “CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE” COME “UN’ASSOCIAZIONE DI SINISTRA CHE FA RISTORAZIONE”
“Un’associazione di sinistra che fa ristorazione”. Così Paolo Trancassini, deputato di Fratelli d’Italia,
ha definito la Casa internazionale delle donne di Roma durante la discussione per l’attuazione del PNRR. Ignoranza di Trancassini, che ha confuso la struttura simbolo del femminismo di via della Lungara con qualche trattoria intorno a Montecitorio, o preciso intento denigratorio?
Prendendo per buono che il deputato conosca la differenza tra chi si divide un bucatino all’amatriciana e chi coordina uno sportello antiviolenza, direi la seconda.
“Ricordo ai colleghi, soprattutto ai colleghi dell’opposizione, al Pd e ai 5 Stelle, che io me la ricordo l’epoca delle marchette. Io me lo ricordo quando in legge di bilancio, il mille proroghe, abbiamo approvato i soldi per investire nei nuovi linguaggi musicali oppure nelle scuole di jazz, o peggio ancora per pagare la morosità della Casa delle Donne di Roma, che è un’associazione di sinistra che fa ristorazione”. Queste le parole pronunciate da Paolo Trancassini. Una linea che sembra condivisa dai suoi colleghi di maggioranza, dato che sono esplosi in un applauso scrosciante per il deputato.
La storia cui fa riferimento Trancassini risale a diversi anni fa quando l’allora sindaca Virginia Raggi sospese la concessione alla Casa internazionale delle donne tre anni prima della scadenza, mettendo la struttura a bando e chiedendo 800mila euro di morosità. Una cifra impossibile da pagare per le attiviste, che hanno sempre provveduto da sole a occuparsi dei servizi di manutenzione, del pagamento delle utenze e delle dipendenti, a fronte di servizi gratuiti forniti alla collettività e alle donne in difficoltà. Il Parlamento, riconoscendo l’importanza dei servizi offerti e della storia della Casa internazionale delle donne, ha stanziato 900mila euro
rinnovato la concessione per dodici anni, consentendo alla Casa di continuare con le sue attività e con i servizi alle donne vittime di violenza.
Ma cosa significa definire la Casa delle Donne un ristorante? Significa non solo sminuire uno dei luoghi storici del femminismo, che da anni a Roma contribuisce ad animare il dibattito politico e culturale, ma anche tentare di colpire chi, concretamente, offre sostegno alle donne vittime di violenza. Quelle stesse donne che il governo guidato da Giorgia Meloni — che rivendica di essere il primo nella storia d’Italia con una donna presidente del Consiglio — afferma di voler tutelare. Eppure, i fatti raccontano altro: da quando la destra è al governo, nulla è stato fatto per le donne. Nessuna misura strutturale di welfare, nessun intervento per la parità salariale, nessun investimento in programmi scolastici capaci di educare le nuove generazioni al rispetto e all’affettività.
Un archivio e una delle biblioteche femministe più grandi d’Europa, uno sportello sociale, consulenze sanitarie, psicologiche e legali per le donne vittime di violenza, assistenza domiciliare a bambini, giovani, adulti e anziani con disabilità psichica o fragilità, uno spazio per i bambini, e un luogo sicuro per chi subisce abusi. Uno spazio dove si combatte la violenza maschile, e si forniscono alla collettività gli strumenti per contrastarla. Tutto questo è la Casa internazionale delle donne. Ridurre la sua identità a un luogo che svolge ‘attività di ristorazione’ non è una semplice denigrazione, ma un attacco politico. Un tentativo di cancellare un modo preciso, concreto e radicato di affrontare la violenza di genere. Un approccio che, evidentemente, a qualcuno risulta scomodo.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »