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I CIALTRONI NAZISTI DI AFD VOGLIONO ESPELLERE DALA GERMANIA 2 MILIONI DI MIGRANTI: “COME? POI VEDREMO”

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

A DOMANDA LA RISPOSTA E’ STATA: “COME POI CONCRETAMENTE SI POTRA’ FARE E’ UN’ALTRA QUESTIONE”… NOI SIAMO PER METTERE SUI BARCONI LA CLASSE DIRIGENTE DI AFD E LASCIARLA AL LARGO DELLA LIBIA, COSI’ POTRANNO CONTARE SULL’AIUTO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA CHE LI OSPITERA’ NEI CAMPI DI COMNCENTRAMENTO DOVE TENGONO I MIGRANTI… IL GIORNO DOPO IN GERMANIA NON CI SAREBBE PIU’ UNO DISPOSTO A DEFINIRSI NAZISTA E IL PROBLEMA E’ RISOLTO

Le idee di Alternative fur Deutschland per la Germania sono irrealizzabili. E se l’estrema destra tedesca arrivasse a governare «si svelerebbe il loro bluff». Giovanni Di Lorenzo, direttore del settimanale Die Zeit, spiega così oggi la situazione politica nel paese dopo la vittoria dell’Afd in Sassonia-Anhalt. Intanto l’avvocata Beatrix von Storch, leader nazionale del partito, dice che vogliono espellere «tutti coloro che hanno un obbligo esecutivo di lasciare il Paese. Sono circa 250.000, probabilmente ormai anche di più. E poi abbiamo ancora circa un milione e mezzo di siriani e afghani che hanno ancora un permesso di soggiorno». Ma alla domanda sul come replica così: «Come poi concretamente tutto questo verrà attuato è un’altra questione».
Beatrix von Storch
Beatrix von Storch parla oggi con il Corriere e la Repubblica. Spiega che il suo partito ha vinto in Sassonia perché «la gente vuole una politica diversa. Tre quarti dei cittadini sono insoddisfatti del governo Merz e della coalizione Cdu-Spd – compresi coloro che hanno votato per la Cdu». Spiega perché il suo partito vuole revocare i contributi statali alle chiese: «Vogliamo che le Chiese servano la fede e non la politica. La sera delle elezioni, il vescovo regionale della Sassonia-Anhalt ha detto di essere dispiaciuto del risultato elettorale. Un intervento politico del genere, da parte di un vescovo, è uno scandalo».
La remigrazione
Secondo von Storch se Siegmund diventa primo ministro in Sassonia «può espellere sistematicamente coloro che hanno il foglio di via ma continuano a vivere nel land. Può fare in modo che i richiedenti asilo ricevano una carta prepagata invece dei contanti e non possano più inviare denaro a casa. Può lanciare segnali chiari che non accetteremo più l’immigrazione nei sistemi di assistenza sociale e ridurre massicciamente gli incentivi a venire in Germania». Dice che non esclude di prendere i voti dei rossobruni di Bsw: «Di questo si stanno occupando in Sassonia-Anhalt: parliamo con tutti. Il BSW è una possibilità, la Cdu è una possibilità, ma non hanno escluso colloqui con nessuno. Non posso dirle esattamente chi stia parlando con chi, ma posso dirle che i colloqui sono in corso».
Le espulsioni
Poi spiega come AfD vuole effettuare le espulsioni dei migranti: «Per prima cosa vogliamo espellere tutti coloro che hanno un obbligo esecutivo di lasciare il Paese. Sono circa 250.000, probabilmente ormai anche di più. Il nostro Stato di diritto ha stabilito che non hanno alcun diritto di stare qui. E poi abbiamo ancora circa un milione e mezzo di siriani e afghani che hanno ancora un permesso di soggiorno. Questi permessi devono essere riesaminati e allora si constaterà — attraverso una procedura conforme allo Stato di diritto — che nei loro Paesi non ci sono più né guerra né guerra civile e che quindi non hanno più alcun motivo per stare qui. E allora anche a loro deve essere revocato il permesso di soggiorno, e riceveranno l’obbligo esecutivo di lasciare il Paese. Che dovrà essere fatto rispettare. In realtà dovrebbero andarsene da soli».
Un milione e mezzo
Secondo von Storch il milione e mezzo sono «tutti coloro ai quali il nostro Stato di diritto avrà revocato il permesso di soggiorno. E se non avviene volontariamente o addirittura venisse opposta resistenza, allora lo Stato deve farlo rispettare. È così». Ma non ha idea di come farlo: «Come poi concretamente tutto questo verrà attuato è un’altra questione. Bisognerà chiarire se i funzionari dei Länder — perché l’esecuzione delle espulsioni è una competenza dei Länder — dispongano di personale sufficiente. Ma non siamo ancora a quel punto. Però alla fine non sarà questo a far fallire il progetto».
Il sistema tedesco
Ma con il risultato di domenica in Sassonia-Anhalt, spiega Di Lorenzo a Repubblica, «la sorpresa è che un partito non solo considerato di estrema destra dai servizi civili, ma che si esprime come tale e ha condotto una campagna elettorale aggressiva, mai vista in Germania, sfiori la maggioranza assoluta. Il risultato non poteva esser peggiore per i partiti del centro e della sinistra». Secondo il direttore di Die Zeit «il malcontento contro il governo è generale: solo il 17% dell’intero elettorato tedesco considera l’attuale coalizione berlinese efficace e capace di risolvere i problemi. L’assenza di fiducia mina l’idea stessa del sistema parlamentare democratico. Il pericolo è proprio il cortocircuito tra sfiducia nel governo e sfiducia nel sistema. È vero che AfD nei sondaggi nazionali non ha il 40%, ma è comunque in testa con il 28%».
Le promesse
Ma c’è un problema molto grande, conclude: «AfD ha promesso tante cose, ma nessuna o quasi è realizzabile. Il Land ha un bilancio di 15 miliardi di euro, di cui 3 vengono dagli altri Land e dal governo, e ha un debito di 1 miliardo. Non ha alcun margine di manovra. Se AfD andasse al governo regionale avrebbe gli stessi limiti dei partiti che lo governano oggi. Io penso che in realtà non lo voglia perché questo smaschererebbe il bluff e l’incanto finirebbe subito».

(da agenzie)

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MENTRE 12 PAESI SCELGONO DI COLPIRE IL COMMERCIO CON GLI INSEDIAMENTI ILLEGALI DI NETANYAHU

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO TREMEBONDO ITALIANO SI CHIAMA FUORI

Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati, il governo Meloni resta fuori dalla storia. Non si aggiunge al gruppo. E quando il diritto internazionale viene piegato dalla forza, il silenzio non è equilibrio: è una precisa scelta politica. La svolta arriva da Londra. Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia confermano l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere misure europee contro il commercio dei beni prodotti negli insediamenti israeliani. È un passo parziale rispetto alla tragedia di Gaza e alla violenza dei coloni. Ma è un passo, e rende più vistosa l’assenza dell’Italia. Israele ha reagito con durezza.
La ritorsione di Israele
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito “scandalose e false” le accuse britanniche e annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti del Regno Unito dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza “British support team” a Ramallah, che addestra le forze dell’Autorità palestinese, oltre al divieto di ingresso per dodici funzionari di Londra, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Londra ha scelto di pagare un prezzo diplomatico. Roma, ancora una volta, ha scelto di non pagarne nessuno.
Per mesi, in Europa, sulle sanzioni a Israele ha prevalso lo stallo. La Commissione aveva messo sul tavolo licenze di importazione, dazi punitivi e divieto di commercializzazione dei prodotti delle colonie. Ma al Consiglio Affari Esteri e nelle riunioni dei rappresentanti permanenti i numeri non sono mai arrivati. A frenare sono stati anche Paesi come Germania e Italia. Roma ha preferito la “preoccupazione”, l’alibi della complessità.
La linea di Meloni e Tajani
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha interpretato la Farnesina come una diplomazia del rinvio. Quando serviva un passo in avanti, ha preferito un mezzo passo indietro. Quando l’Europa discuteva misure concrete, l’Italia si è rifugiata nella cautela. Quando Benjamin Netanyahu alzava il livello dello scontro, Roma abbassava il tono. Non è realismo. È subordinazione politica a una linea decisa a Palazzo Chigi: non rompere mai con Israele, non isolare mai Netanyahu. Un passaggio che l’amicizia con Donald Trump rendeva ancora più stringente per Giorgia Meloni e di conseguenza per Tajani.
Così altri Paesi occupano lo spazio che l’Italia avrebbe potuto presidiare. Londra si muove, Parigi firma, Madrid e Dublino spingono, i Paesi nordici scelgono misure concrete. L’Italia resta a guardare. E si consuma il paradosso: un governo che rivendica centralità nel Mediterraneo si ritrova marginale sulla crisi più decisiva del Medio Oriente. Il richiamo ad Haaretz rende il quadro più pesante. Secondo il quotidiano israeliano, il 23 settembre 2023 Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar preparava un “terremoto” contro Israele. Netanyahu nega. Ma se la ricostruzione fosse confermata, il problema prima del 7 ottobre diventerebbe ancora più grave: non solo un fallimento degli apparati, ma un allarme arrivato al vertice e non trasformato in decisione. C’è chi dice che Netanyahu avrebbe deciso di sacrificare migliaia di israeliani per pianificare il genocidio.
Complicità
Gaza è stata devastata, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti, la soluzione a due Stati viene demolita ogni giorno sul terreno. Eppure il governo italiano continua a comportarsi come se bastasse pronunciare parole umanitarie per assolvere alla propria responsabilità. Non basta. Meloni e Tajani hanno scelto di non disturbare Netanyahu. Hanno lasciato che la linea italiana coincidesse con l’attesa, con il rinvio, con la speranza che fossero altri a esporsi. Ora altri si sono esposti davvero. E l’Italia non c’è. Se gli insediamenti sono illegali, il commercio con quegli insediamenti non può essere trattato come una normale relazione economica. Chi continua a farlo sceglie di rendere ordinaria l’occupazione. La prima pagina di oggi è tutta qui: dodici Paesi decidono di muoversi, Israele reagisce con ritorsioni, l’Italia resta ferma. Non è cautela. È immobilismo. E sull’immobilismo resta impressa una parola sola: complicità.

(da lanotiziagiornale.it)

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UNA REGOLA UGUALE PER TUTTI

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA MINISTRA FRANCESE AUTRORE BERGE’: “BESSUNA RELIGIONE E’ SUPERIORE ALLE LEGGI DELA REPUBBLICA”

«Nessun dogma, nessuna religione è superiore alle leggi della Repubblica»: così la ministra per la Parità del governo francese, Aurore Bergé, ha commentato il penoso cedimento dei gestori della Tour Eiffel alla richiesta di una delegazione indù che, visitando la torre, ha preteso di non avere contatti con personale femminile, ed è stata incredibilmente accontentata. Il personale della torre è sceso in sciopero per protesta, incontrando un vasto e giustificato consenso politico.
È una notizia che ne contiene due. La prima è che non esiste un monopolio dell’Islam, nella misoginia: anche altre religioni, altre credenze, temono la parità di genere come il demonio.
La seconda è che l’unico rimedio, non solo politicamente parlando, anche tecnicamente, è la République: ovvero un insieme di regole di convivenza e di rispetto reciproco che trascende, con la forza delle sue convinzioni liberali e ugualitarie, le singole credenze religiose e ideologiche. Puoi essere cristiano, musulmano, agnostico, ateo, pastafariano, quello che ti pare: ma non puoi permetterti di imporre la tua morale e i tuoi tabù alla società intera.
La società (e la Repubblica che la rappresenta) è molto di più delle sue singole componenti. È, per definizione, plurale e dunque obbligata alla tolleranza: intollerante, per necessità, solo con gli intolleranti. Non solo gli indù: chiunque pretenda che la propria religione costringa altri a piegarsi alle sue regole. Vale anche per il crocifisso nelle scuole e nei locali pubblici.

(da Repubblica)

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E TI PAREVA… GRANDI OPERE: WEBUILD VUOLE DAL GOVERNO 22 MILIARDI DI EXTRACOSTI

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

VARIANTI E AUMENTO PREZZI PARI AL 70% DEI CONTRATTI O CANTIERI A RISCHIO

Due settimane fa Matteo Salvini ha lanciato un appello accorato per uno scostamento di bilancio. “Servono 20 miliardi”, ha detto il ministro delle Infrastrutture parlando di “grandi cantieri a rischio”. Quel che non si sapeva è che la cifra non l’ha quantificata il suo ministero ma il colosso delle costruzioni Webuild in un’allarmata lettera inviata al governo a fine luglio. Sette pagine – riservate e firmate dall’ad Pietro Salini – che prefigurano uno scenario fosco.
Salini parla di “situazione non più sostenibile” e chiede al governo di coprire ingenti extra-costi o scatterà “la ridefinizione dei programmi di produzione e dei livelli di attività dei cantieri, la ridefinizione degli impegni verso la filiera dei fornitori e subappaltatori e l’avvio delle procedure per l’accesso agli ammortizzatori sociali”.
L’oggetto sono i contratti che Webuild (come azionista di maggioranza dei consorzi di costruzione) ha con Rfi, controllata di Ferrovie dello Stato: 18 grandi opere per un importo di 30 miliardi, dal Terzo Valico di Genova alla Verona-Padova fino alla Palermo-Catania. Appalti – scrive Salini – che stanno causando alla società una “situazione di grave squilibrio economico-finanziario”.
Il cahier de doléances è variegato. Il manager spiega che la società avanza crediti per 800 milioni e soprattutto, da capofila dei consorzi, “riserve” (le varianti che fanno salire i costi degli appalti) per “circa 22 miliardi, di cui 13 per oneri già sostenuti”.
Parliamo del 70% del valore dei contratti, una cifra abnorme. Il manager se la prende col meccanismo previsto dal nuovo codice degli appalti che affida ai Collegi consultivi tecnici (Cct) le controversie tra appaltante e appaltatore. Quando il costruttore reclama una variante la pratica finisce a questi organi (dove siedono le due parti e una figura terza) che decidono se ha ragione o no.
Per Salini hanno tempi lunghi e “la qualità di alcune determinazioni è tale da non orientare la condotta delle parti”. Cioè, se ne deduce, non accolgono tutte le richieste di Webuild e “il contenzioso si accumula”. Salini si duole anche del fatto che il governo non ha prorogato lo stop all’obbligo di restituire gli anticipi del 30% sugli appalti Pnrr versati da Rfi. La proroga è saltata dal decreto Infrastrutture “in ragione dell’orientamento del ministero dell’Economia”, cioè del ministro leghista Giancarlo Giorgetti.
E veniamo alle soluzioni. Salini vorrebbe che venissero riconosciute riserve per “6-7 miliardi”, semplicemente sulla base del fatto che storicamente le varianti sono riconosciute dai Cct per il 29% degli “importi in discussione (i 22 mld di cui sopra, ndr)”. Altri 10-12 miliardi, invece, riguardano “risorse addizionali necessarie per portare a termine le opere” dovute “alla revisione dei prezzi e alle lavorazioni effettivamente necessarie al completamento” (3 miliardi per il Terzo Valico, altrettanti per la Palermo-Catania e la circonvallazione di Trento, la Vicenza-Padova eccetera). In teoria queste ultime dovrebbero rientrare, almeno in parte, nella posta precedente (le riserve) e invece il manager sembra sommarle.
Per l’uomo che guida l’azienda che dovrebbe costruire il Ponte sullo Stretto, serve realizzare “un’operazione verità che faccia emergere i valori reali dei contratti”. Un suo vecchio cavallo di battaglia: inflazione (“revisione dei prezzi rispetto a prezzari di gara talora molto remoti”) e revisioni progettuali anche per responsabilità dell’appaltatore (“le quantità di lavorazioni che l’avanzamento della progettazione e l’esecuzione hanno reso necessarie”) non devono essere a suo carico. Come dire: i profitti a noi, il rischio d’impresa al committente. Mr Webuild avanza anche proposte legislative: “Adeguamento degli importi”, “estensione dell’anticipo del 10% delle riserve anche ad appalti non Pnrr”, “sospensione del recupero delle anticipazioni”, “copertura economica delle opere per le quali sussiste condivisione in ordine al maggior costo”, “modifiche alla disciplina dei Cct” che consentano “di disporne la decadenza”. Insomma, a Webuild servono questi 20 miliardi, o quantomeno “il fabbisogno di cassa immediato”, 2,1 miliardi, finanziabile “con una rimodulazione che sposti nel tempo opere non in corso”: così “più si lavora, più si aggrava la posizione finanziaria”.
Salini si dice fiducioso “che entro la prima settimana di agosto possano essere assunte le decisioni necessarie” altrimenti si rischiano ripercussioni per la filiera (la lettera ricorda che ci sono “migliaia di imprese” che danno lavoro a “22 mila addetti”). Sarebbe, spiega il manager, “un esito privo di vincitori”. Siamo a settembre, ma Webuild è ferma davanti al bancomat.

(da Il Fatto Quotidiano)

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SCHLEIN CERCA LA PROROGA PER IL SUO MANDATO DA SEGRETARIA, MA NEL PD C’E CHI VUOLE UN DIRETTORIO SULLE CANDIDATURE

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

ASSEMBLEA DEL PARTITO A OTTOBRE PER PROLUNGARE L’INCARICO IN SCADENZA, MENTRE SI AFFACCIA L’OMBRA DI GORI

Sono democratici o caporali? Il Pd chiederà una contropartita per allungare la longevità di Elly Schlein. Esiste un passaggio strettissimo che Schlein, con calcolo, ha trascurato, e che rischia di costarle caro. Il 12 settembre il suo mandato da segreteria scade e il congresso, per statuto, si indice in automatico. Il 13, a Reggio Emilia, alla Festa dell’Unità, Schlein sarà costretta ad annunciare la convocazione di un’assemblea nazionale a ottobre (si parla del 10). Non è una proroghetta, per nulla. I dirigenti, in cambio del loro voto, puntano a un direttorio sulle candidature. La durata qui si paga in seggi.
Attenti, il Congresso del Pd non è meno importante delle primarie di coalizione e non è meno importante del malessere di Conte. Non è meno importante della ricerca di un terzo uomo per sfidare Meloni perché da questo congresso passa l’agibilità di Schlein. I dirigenti che non si fidano, e che cercano la ricandidatura, faranno pesare questa proroga necessaria. E’ chiaro che Schlein debba essere prorogata come segretaria, ma prorogarla per sei mesi è ben diverso dal prorogarla per un anno. Se il voto slitta a fine legislatura, Schlein rimarrebbe segretaria fino all’ottobre 2027. Si può fare tutto, e si farà, con i commi, ma in mezzo ai commi si cela il diavolo. Lo statuto del Pd è composto da 55 articoli. Il congresso a scadenza naturale viene indetto dal presidente, in questo caso Stefano Bonaccini. Non si scappa. Lo statuto recita che entro sei mesi bisogna convocare il congresso. Per permettere lo slittamento occorre una norma transitoria. Come avviene questo passaggio? Si convoca l’Assemblea del Pd, quella stessa assemblea dove già un anno fa, alla chetichella, si provò a inserire il comma della proroga, ma inutilmente. E’ da ben sei mesi che si parla di questo congresso e il primo a sollevare la questione è stato Michele Anzaldi. La scadenza adesso è arrivata e Schlein con calcolo è rimasta in silenzio. Lo ha fatto perché vuole vedere chi oserà sfidarla, chi si permetterà di dire in chiaro che questa modifica non si possa fare. Trascura la natura di un partito che si avvicina alle elezioni e che si ripara dietro questa carta scritta dai padri del Pd, dallo storico Vassallo, una carta rigida, e che nel Pd non si parla in chiaro. Si sussurra. Non solo si deve convocare l’Assemblea ma deve essere in presenza e prima ancora si deve aggiornare la lista dei membri, procedere alle surroghe. Per modificare lo statuto serve la maggioranza assoluta degli aventi diritto. E’ sempre lo stesso statuto che apre strade ignote. Chi lo dice che la segretaria deve essere la sola candidata alle primarie di coalizione? Schlein sta girando l’Italia perché cerca la garanzia che sia lei la candidata alle primarie. A Martina Franca, e lo ha raccontato il Tolkien delle Puglie, Michele De Feudis, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Schlein si è fatta incoronare da Emiliano e Decaro (quel Decaro che aveva cercato l’intesa con Silvia Salis) e che ora dice: “Elly, sei la nostra guida e candidata”.
In teoria, a eventuali primarie di coalizione, il Pd potrebbe esprimere oltre alla candidatura della segretaria anche altre candidature. Il nome che si fa è quello di Giorgio Gori. Schlein può forse impedirlo? Il Pd non è il carrozzone di Vannacci, dove si espelle e si emenda, se la caponata è rimasta sullo stomaco. Il congresso deve farsi e serve anche un notaio e in Assemblea ci deve essere anche un parlamentare che deve farsi promotore: “Chiedo che lo statuto…”. Anche figurativamente ha una sua rilevanza. E’ un passaggio politico autentico e i dirigenti vogliono che venga negoziata così: un direttorio ristretto di capi corrente per gestire le prossime candidature, evitare la notte delle scope nelle liste. Il 13, a Reggio Emilia, la notizia, l’atteso acquisto dell’Unità, può trasformarsi in quest’assemblea, uno scambio, l’adagio sbardelliano: “A Elly, che t’è serve”.

(da ilfoglio.it)

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MELONI MANDA UN PIZZINO AGLI ALLEATI: SE LA RIFORMA ELETTORALE VIENE BOCCIATA SI VA AL VOTO A GENNAIO

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

A PALAZZO CHIGI TEMONO IL VOTO SEGRETO ALLA CAMERA, ALL’INTERNO DI LEGA E FORZA ITALIA PUO’ SUCCEDERE DI TUTTO

La tattica scelta da Palazzo Chigi si può condensare in un’espressione: deterrenza. Nelle ultime ore, la partita della legge elettorale è tornata con prepotenza a occupare pensieri e angosce di Giorgia Meloni. La preoccupazione, che ciclicamente si manifesta e che adesso è tornata a superare il livello di guardia, si concentra su un passaggio delicato, forse l’ultimo davvero rimasto lungo il cammino che conduce alla riforma: il voto finale della Camera. Conta segreta, dunque incontrollabile. Bersaglio perfetto dei franchi tiratori. Casus belli ideale per una crisi a quel punto inevitabile.
E dunque, ecco cosa si registra nel cuore della maggioranza. Da qualche giorno, ai vertici dell’esecutivo è giunto un nuovo alert: settori di Forza Italia e della Lega starebbero pianificando un’imboscata. Nessuno dei due vicepremier è in grado di fornire garanzie che non accada. Sulla carta, bastano una trentina di dissidenti. Abbastanza per spingere la presidente del Consiglio a far sapere ai partner di governo che uno scenario del genere avrebbe un solo sbocco: urne immediate. Entro fine gennaio. Stringendo al massimo i tempi per la legge di bilancio. Certo, la gestione della crisi sarebbe di competenza del Colle. Ma i meloniani si dicono convinti che nessuno, neanche nel Pd, accetterebbe anche solo un paio di mesi in più per un esecutivo che traghetti il Paese alle urne.Ripartiamo dalla deterrenza: la minaccia politica serve proprio a scoraggiare gli alleati tentati dallo strappo. E farlo sapere aiuta a rendere l’eventuale “tradimento” meno probabile. Ma resta un dato incontrollabile: è il panico a guidare le truppe di Antonio Tajani e Matteo Salvini, in queste ore.
Sommovimenti interni ai gruppi fanno tremare azzurri e leghisti. Al Senato, Stefania Craxi continua a consigliare prudenza, ma senza esagerare: lì il voto è palese e nessuno vuole lasciare impronte visibili. A Montecitorio invece, dove la legge dovrà tornare per l’ultimo passaggio, l’esecutivo porrà quasi certamente la questione di fiducia. Ciononostante, resta uno snodo ineludibile: il voto finale. Quello è a scrutinio segreto. E i numeri fotografano l’enorme rischio che corre il centrodestra: FI ha 52 deputati, il Carroccio 57, Noi moderati 8. In tutto, un bacino di 115 parlamentari. A questi vanno aggiunti eventuali franchi tiratori meloniani: di certo quelli preoccupati dalla reintroduzione delle preferenze potrebbero scagliarsi contro la riforma.
Un incubo che da mesi allarma il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami. Da ormai molte settimane ha spiegato, numeri alla mano, tutte le incognite ai massimi dirigenti del partito. Ecco perché, avvertita del rischio, Meloni ha ribadito ai due vicepremier cosa accadrebbe di fronte a una clamorosa bocciatura dell’unica riforma ancora in piedi: crisi immediata, dimissioni e il governo uscente a gestire una legge di bilancio a quel punto da varare in tempi brevissimi. Quindi, urne a fine gennaio.
Un’opzione delicata. E con delle ripercussioni non banali sul futuro dei deputati e senatori in carica, a quel punto costretti a rinunciare alla pensione che maturerebbe infatti soltanto un paio di mesi dopo. Ancora una volta, deterrenza. Da Palazzo Chigi agitano anche un’altra conseguenza possibile: una corsa solitaria di FdI per “punire” gli alleati capaci di affossare la legge elettorale. Quest’ultima arma, però, non sarà in realtà utilizzata. Anche perché nessuno potrebbe mai provare con certezza quale settore dell’emiciclo sia realmente responsabile dell’imboscata. Ci sarà dunque una nuova coalizione con meloniani, azzurri e leghisti, senza Futuro nazionale. Semmai, Meloni farà scontare lo sgarbo agli alleati limitando al massimo i candidati concessi per l’uninominale. Sondaggi alla mano, il 70% di quei nomi sarà espressione di FdI.
Si voterebbe con il Rosatellum, in questo scenario emergenziale. Con un effetto probabile, tra gli altri: l’eventuale vittoria del centrosinistra sarebbe assai più risicata rispetto a quella possibile con un sistema di voto che preveda il premio di maggioranza. Urne ultra-accelerate a fine gennaio, inoltre, metterebbero in crisi il centrosinistra, ancora indietro nel percorso di selezione del candidato premier. Alla fine, da un incidente politico potrebbero anche derivare effetti non del tutto sconvenienti per la presidente del Consiglio.

(da Repubblica)

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“L’EUROPA NON ABBASSI LA GUARDIA, PUTIN NON SI FERMERA’ CON LA DIPLOMAZIA”

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX LOTTATORE UCRAINO DI LOTTA GRECO-ROMANA BELENIUK, MEDGLIA D’ORO A TOKYO, OGGI E’ MEMBRO DEL PARLAMENTO

Zhan Beleniuk, atleta, lottatore di lotta greco-romana, medaglia d’oro a Tokyo, membro del Parlamento ucraino. Anche in Italia c’è ancora dibattito sul sostegno a Kiev: c’è chi vorrebbe diplomazia e basta invio armi.
«Capisco il ragionamento e dico: la diplomazia è necessaria. Ma la diplomazia è efficace quando l’aggressore comprende di non poter raggiungere gli obiettivi. Quindi, quando qualcuno dice: “Smettete di fornire armi e ci sarà la pace”, io mi pongo una domanda: quali garanzie ci sono che poi l’Ucraina rimarrà libera?
Servono armi
«Per noi l’assistenza militare non è un astratto dibattito geopolitico. La difesa aerea significa che un missile potrebbe non colpire un edificio residenziale e non uccidere altre famiglie. Tutti vogliono la pace. Ma interrompere il sostegno a un Paese che è stato attaccato non significa che la pace arriverà. Bisogna chiedersi: cosa succederà il giorno dopo? La Russia si fermerà perché l’Ucraina riceve meno sostegno? Si siederà a un tavolo a discutere di pace? O concluderà di poter ottenere di più con la forza?. Si deve respingere l’idea che la forza militare dia a uno Stato il diritto di impadronirsi del territorio di un altro Paese. Il messaggio sarebbe: l’aggressione funziona. Questo sarebbe pericoloso non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa».
Sa raccontare come vivete a Kiev?
«Se me lo chiedessero direi: sapete cosa vuol dire vivere in un Paese in guerra? l persone si allenano, lavorano, i bambini vanno a scuola, le persone incontrano i loro amici. Poi all’improvviso suona una sirena antiaerea, ti devi nascondere perché c’è un attacco missilistico o di droni. Ci si sveglia nel cuore della notte con esplosioni. Non si dorme, si aspettano notizie».
Questo incide nella vita di tutti, ha cambiato la normalità.
«Anche le persone sono cambiate. Come se abbiano capito quanto fragile possa essere la vita. Le cose che un tempo sembravano importanti possono improvvisamente diventare insignificanti. Le persone mi chiedono quando finirà la guerra. E io non so rispondere. Gli ucraini vogliono solo vivere liberamente nel proprio paese».
Non c’è il rischio che la gente si sia stancata della guerra?
«Per noi, non potrà mai diventare una notizia vecchia. È la nostra vita».
Lei è un atleta olimpico, la Russia è stata riammessa dal Cio, potrà partecipare ai Giochi. Che ne pensa?
«Non si capisce il motivo. Cosa ha fatto la Russia per meritare un ritorno alla normalità? L’aggressione si è fermata? No. Le città ucraine hanno smesso di essere attaccate? No. Gli atleti ucraini hanno smesso di essere uccisi? No. Le nostre strutture sportive hanno smesso di essere distrutte? No. Quindi perché Mosca può essere riconosciuta a livello internazionale? Perché viene riammessa dal Cio?»
Lo fa perché dice: lo sport deve unire.
«Come atleta, anch’io vorrei che fosse così. Il problema è che la Russia stessa ha cancellato quel confine molto tempo fa. Utilizza attivamente lo sport come strumento di politica statale e di propaganda. Alcuni atleti russi sono legati a strutture statali e di sicurezza; alcuni hanno pubblicamente sostenuto l’aggressione contro l’Ucraina e hanno partecipato a eventi di propaganda».
Molti atleti ucraini sono feriti da questa decisione del Cio, Vladyslav Heraskevych si rifiutò di partecipare a Milano Cortina per il casco con le immagini dei compagni morti.
«Provate a pensare a un atleta ucraino. Alcuni difendono il Paese. Alcuni hanno perso genitori, parenti, amici o compagni di squadra. Alcuni hanno visto distrutti i luoghi in cui si allenavano. E alcuni non gareggeranno mai più perché sono stati uccisi. O sono stati mutilati. Le organizzazioni sportive internazionali devono ricordarselo quando parlano del ritorno della Russia alla “normalità”».
Alle Paralimpiadi c’era la Russia ma anche molta solidarietà agli ucraini.
«Ma rifiutarsi di stringere la mano, voltare le spalle all’inno, alla loro bandiera, è un atto simbolico. Sanzioni, regole e decisioni istituzionali hanno conseguenze pratiche».

(da agenzie)

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PARLA L’EX FEDELISSIMO SFORZINI, CACCIATO DA VANNACCI: “IO TESSERATO NUMERO 18, MOLTI NON SONO CONTENTI DELLA DERIVA CHE STA PRENDENDO IL PARTITO”

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

“DENTRO FUTURO NAZIONALE C’E’ UN CLIMA DA VENTENNIO”… AVANTI CON I SEDICENTI FASCI DA AVANSPETTACOLO

È di ieri la notizia della prima espulsione di un membro di Futuro Nazionale da parte della Direzione Disciplinare Nazionale. Ad essere stato allontanato «a seguito delle sue ripetute sortite sulla stampa e sui social network foriere di attacchi ad altri iscritti del partito» è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank storico di Futuro Nazionale).
Una notizia che arriva dopo una serie di sue dichiarazioni e posizioni divergenti rispetto a quelle del resto dei vannacciani. Prima di lui, nei giorni scorsi – questa volta in modo involontario –, Roberto Vannacci aveva fatto fuori anche Luca Bellotti, mentre sembra imminente l’annuncio di un secondo “estromesso”. «Non ero di certo l’unico all’interno del partito a non gradire il clima da Ventennio che si è creato», ha del resto raccontato Sforzini a Open.
L’annuncio dell’espulsione in un lancio di agenzia: «Nessuna interlocuzione interna»
«Ho ricevuto chiamate da amici giornalisti, che mi hanno detto che la notizia era uscita via agenzia. Non c’è stato nessun confronto, né chiarimento, né interlocuzione interna tra i fondatori che avevano aderito al movimento sin dai primi giorni della sua creazione».
Una decisione quindi, quella dei vertici di FnV, per molti versi inattesa, anche se la stampa da giorni soffiava sulla polemica che avrebbe visto uno scontro all’interno di una chat whatsapp tra Sforzini e Roberto Jonghi Lavarini, esponente della destra radicale milanese, soprannominato il “barone nero”. «Ma lui non mi risulta sia neanche iscritto al partito», liquida l’ex vannacciano e «parliamo di uno che da fuori crea una chat in cui inserisce chiunque, fa polemiche, fa agitazione neonazista e antisemita». «Una chat del tutto irrilevante», prosegue, «ma comunque resta il dato politico».
L’annuncio di una seconda espulsione imminente
Il caso di Sforzini potrebbe non essere l’ultimo. A darne notizia è Francesco Saita, dal sito di Adnkronos: «Questione di ore e l’imprenditore fondatore di “Patto per l’Italia” che ha stretto un’alleanza politica con l’ex capo della Folgore sarà cacciato», racconta riferendosi a Stefano Ruvolo. La lettera sarebbe già pronta, ma l’ex generale potrebbe farsi un ultimo scrupolo prima di decidere, dal momento che l’imprenditore siciliano è il titolare dei locali, in via Lucina 17, dove Futuro nazionale ha stabilito la sede ufficiale della sua sezione nazionale.
Le ragioni dell’espulsione: «Le accuse alle cornacchie nere». «Vannacci? Influenzato»
Non sarebbe stato, secondo Sforzini, lo scontro via whatsapp con Lavarini a motivare i vertici di FnV alla decisione di espellerlo, nonostante quest’ultimo abbia confessato a Il Foglio la sua soddisfazione: «La sua espulsione – quella di Sforzini, ndr – era inevitabile, e anche la mia sollecitazione ha influenzato la scelta legittima e giusta dai vertici nazionali».
Secondo l’ex vannacciano, potrebbero semmai essere state «una serie di riflessioni culturali, contenute in un’esalogia, pubblicata sul sito del Centro Studi di Rinascimento Nazionale» a indispettire i vertici del partito. Interventi nei quali denunciava la cattiva influenza delle «cornacchie nere» in FnV, che avrebbero portato fuori strada l’ex generale, perché, ribadisce, «lui non è fascista, ma la sua classe dirigente lo è».
Le accuse di Sforzini
Membro storico del movimento fondato dall’ex generale, orgoglioso detentore della tessera numero 18, ora Sforzini proseguirà per la sua strada. Certo, se l’espulsione non fosse arrivata, avrebbe continuato, come del resto racconta di voler ancora fare, «a elaborare culturalmente, parallelamente, la costruzione di una destra moderna del XXI secolo che guardi al futuro e non al passato». Al centro delle sue critiche e, forse, dell’espulsione, c’erano «le scelte programmatiche scodellate dal partito in fase di definizione, in particolare nella seconda parte del programma, quella che ha introdotto la parte etica del programma», oltre a «elementi di incostituzionalità che vanno ricondotti a ragionevolezza e dettato costituzionale».
Una seconda parte che segue ad una prima «deludente per certi aspetti, ma non così problematica». Entrambe, continua, calate dall’alto senza consultare gli esponenti di partito. La seconda, precisa però, «non era prevista da nessuna premessa», ed è poi stata sventolata come «componente essenziale della base programmatica di Futuro Nazionale».
Non più quindi priorità sui «giusti e sentiti temi della difesa, della sicurezza, dell’ordine pubblico e del controllo all’immigrazione», ma una sezione che «infila il naso nel letto dei cittadini» con uno «stato etico di ordine morale, molto ottocentesco, da sillabo di Papa Pio IX». Dai contenuti definiti «omosessualisti vietati in tv dalle 7 del mattino alle 23» a una «serie di prescrizioni in cui si vanno a cancellare 50 anni di conquiste del gentil sesso»: «È un qualcosa che fa sgranare gli occhi a qualunque persona dotata di buonsenso».
«Il clima da Ventennio nel partito ormai non piace a molti»
I primi dubbi sulla coesione interna al partito erano sorti dopo l’addio del vannacciano Luca Bellotti, già consigliere e assessore regionale in Veneto, tre volte eletto alla Camera, che aveva restituito la tessera di Futuro Nazionale nei giorni scorsi, prendendo le distanze da Roberto Vannacci. Forte il disappunto per gli obiettivi mancata da una destra che si presentava come «rigorosa sui temi dell’immigrazione, della sicurezza, della legalità e del merito», rivelatasi poi però incapace di «rispetto verso le persone di qualunque credo o colore».
«Purtroppo avevo visto male», aveva continuato con rammarico Bellotti, deluso soprattutto dalla linea portata avanti in Veneto da Futuro Nazionale contro i diritti della comunità islamica.
Pronta la reazione di Sforzini, che lo aveva subito invitato a non prendere decisioni affrettate, per quanto fosse il primo ad avere molte critiche per le posizioni espresse in Veneto dal movimento: «L’avevo invitato a temporeggiare un attimo, a ripensarci e a portare la battaglia dentro il partito anziché fuori», perché «non è abbandonando il campo che si ottiene soddisfazione». Niente di fatto per entrambi, a conti fatti, ma resta l’idea di continuare a interloquire, voltando pagina: «Ci siamo ripromessi di vederci. È qualcosa che faremo indubbiamente».
Il dissenso dentro Futuro Nazionale
Dopo i due recenti fuoriusciti – forse a breve seguiti da un terzo – non è forse del tutto prematuro domandarsi quale sia il clima che circola tra i ranghi di FnV: «Il malcontento c’è, eccome», confessa Sforzini «poi c’è chi per carattere è più propenso a esporsi, e c’è chi è più timoroso, per carattere o per convenienza. Ma, certamente, queste sono sensibilità molto diffuse». E poi precisa: «Non si deve immaginare che chi si avvicina al Futuro Nazionale sia un nostalgico di Papa Pio IX, o un nostalgico di Adolf Hitler, perché non è così». E lo dimostrerebbero anche i tanti messaggi ricevuti in giornata, molti provenienti da membri ancora iscritti al partito: «Solo messaggi di apprezzamento e d’incoraggiamento di gente che ha detto ciò che pensiamo tutti noi».
E sulle accuse mosse dal Ft che dipingono l’ex generale come il “cavallo di Troia” russo che metterà alla prova la presidente del Consiglio alle prossime elezioni, prontamente respinte al mittente dallo stesso generale, glissa: «Non ho elementi francamente, quindi non posso esprimermi».
Ma sulle posizioni assunte da FnV sul conflitto in Ucraina, si sbottona: «Sono un’atlantista, la risposta ne consegue direttamente». Non l’unico, forse, tra le file dei vannacciani, ma e difficile dirlo con certezza: «La questione è che nel partito sono questioni che non si discutono, perché nel partito non si discute, vige il “credere, obbedire e combattere”. Questo è un po’ il problema».
E chiude denunciando: «L’assemblea costituente a Roma è stata una passerella pre-organizzata con interventi pre-approvati dal tavolo di segreteria. Quindi, siccome nel partito non si discute di nulla e non si ragiona di nulla, anche capire quali siano gli orientamenti è sostanzialmente impossibile».

(da Open)

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TRUMP INGLOBA CANADA, GROENLANDIA, MESSICO E ISLANDA NELLA MAPPA USA. CONTINUA IL DELIRIO DEL DEMENTE DELLA CASA BIANCA

Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL POST HA SCATENATO L’IRA DEI PAESI COLPITI E L’ISLANDA HA CONVOCATO L’AMBASCIATORE USA

Donald Trump continua con i post provocatori sui social. In una settimana Truth e X sono stati inondati da fotomontaggi di ogni genere in cui il tycoon gioca con la geografia mondiale o con l’intelligenza artificiale. Da una foto che lo ritrae a cavallo accanto a George Washington nello Studio Ovale alla cartina dell’Iran con la sagoma della sua testa sovrapposta. Nell’ultima trovata, una mappa del nord America viene dipinta con i colori della bandiera statunitense, diventando interamente a stelle e strisce. Ma i confini statunitensi arrivano a ricoprire Canada, Groenlandia, Messico, Caraibi e anche l’Islanda.
I territori rivendicati
Dall’inizio del suo secondo mandato, il tycoon non ha mai nascosto le mire espansionistiche. Prima ha espresso la volontà di rendere il Canada il 51esimo Stato americano, entrando in conflitto con il governo di Mark Carney che ha respinto l’idea. Poi ha aperto il dossier Groenlandia con l’intenzione di imporre il proprio controllo nell’isola, strappandola al Regno di Danimarca. Un’azione necessaria secondo la Casa Bianca per proteggere il proprio emisfero da minacce esterne e supervisionare le rotte atlantiche.
Ma The Donald non ha guardato solo al Nord. Ha puntato anche al Messico, camuffando la sua sete di espansione dietro la necessità di regolarizzare l’immigrazione e combattere il narcotraffico, e a Cuba, schiacciandola in una crisi economica e umanitaria per indebolire il potere castrista. L’intento di Trump sarebbe di ricreare un “giardino di casa”, rendendo i Paesi del Sud America pedine statunitensi da utilizzare a suo piacimento.
Il capitolo Islanda
Con il suo ultimo post, il presidente si è spinto più in là, arrivando in Europa e inglobando anche l’Islanda, che dipende da Washington per la propria sicurezza. L’isola da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944 non ha un esercito e nel 1951 ha firmato un accordo bilaterale di difesa con gli Usa. Reykjavik ha immediatamente reagito convocando l’ambasciatore degli Stati Uniti e commentando che «l’immagine è inaccettabile».
Il primo ministro islandese, Kristrún Frostadóttir, ha poi aggiunto che «È un insulto agli islandesi, ai canadesi e ai groenlandesi… Non c’è niente di divertente o di normale nel prendersi gioco della sovranità degli stati». La mano di Trump sull’isola, però, non è una completa novità. A gennaio l’ambasciatore designato a Reykjavík, Billy Long, aveva detto di essere pronto a diventare «il governatore del 52esimo Stato», per poi scusarsi dello scherzo con il governo islandese.
Le reazioni
Anche il Messico ha risposto al tycoon. La presidente Claudia Sheinbaum ha affermato su X che il Paese «non è né una colonia né un protettorato di uno Stato straniero e non lo sarà mai». Ribadendo poi l’orgoglio per un Paese «libero, indipendente e sovrano». A distaccarsi dal posto sono stati anche i groenlandesi, che stando alle parole della prima ministra danese Mette Frederiksen non hanno intenzione di piegarsi a Washington.
Nelle scorse settimane
La foto dei confini allargati arriva in settimane di rivendicazioni del tycoon. Neanche 24 ore prima, Trump aveva proposto, sempre su Truth, di cambiare il nome del New Mexico in New America perché «sarebbe molto più prestigioso e bello per gli abitanti di quello Stato potenzialmente incredibile». Per legge, però, il presidente non può modificare il nome degli Stati, quindi la sua proposta non è destinata a diventare realtà.
Altra storia sono i casi del Lago Ontario e del Golfo del Messico che con la firma di ordini esecutivi sono stati ribattezzati in “Lake America” e “Golfo d’America”. Il tutto agendo legalmente. Trump, infatti, ha la facoltà di rinominare gli elementi registrati nel Sistema di Informazione sui Nomi Geografici, il database federale gestito dal Dipartimento dell’Interno. E forse il suo prossimo tassello potrebbe essere l’oceano Atlantico o Pacifico come ha affermato alla Cnn: «Abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ora, tutto ciò che ci serve è un oceano».

(da agenzie)

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