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IL PIANO TRUMP PER LA PACE IN UCRAINA E’ IL PIANO PUTIN; “TRUMP FA PER PUTIN QUEL CHE PUTIN NON E’ RIUSCITO A FARE DA SOLO”

LO STORICO RADCHENKO: “E’ UNA RESA MASCHERATA PER KIEV”

Immagini già viste cento volte: un palazzo residenziale squarciato. Pompieri e volontari scavano tra la neve che si scioglie e il fango nero. Stavolta nell’Occidente del Paese. Almeno 26 civili uccisi. Tre bambini. La guerra entra nel suo quarto inverno. Circa un milione e mezzo tra mori e feriti, soldati e civili di entrambe le parti. Lontano dal fronte, Stati Uniti e Russia discutono un piano a 28 punti che potrebbe cambiare tutto. Forse chiudere la guerra. Chiuderla male. Chiuderla non per sempre.
L’idea nasce a Miami, tre giorni di incontri tra Steve Witkoff, inviato di Donald Trump, e Kirill Dmitriev, consigliere del Cremlino. Il testo circola tra poche mani. A Kiev arriva in uno scambio riservato: Witkoff lo ha consegnato al capo del Consiglio di sicurezza ucraino Rustem Umerov. Il messaggio è chiaro: l’Ucraina deve cedere territorio e dimezzare l’esercito. A Mosca il documento piace. A Washington qualcuno lo definisce “realistico”. A Kiev lo chiamano con il nome giusto: capitolazione. Ma il punto non è solo il piano. È il momento in cui arriva.
Volodymyr Zelensky è in difficoltà. Il fronte arretra. Nell’ultima settimana i russi hanno conquistato 90 chilometri quadrati, secondo la Kennedy School di Harvard. Pochi, ma il doppio della settimana prima. I danni alla rete energetica pesano ogni giorno di più. Ma soprattutto pesa la corruzione. Lo scandalo che travolge la catena degli appalti potrebbe allargarsi al settore della difesa, dice a Fanpage.it un parlamentare ucraino. Deputati della stessa maggioranza parlano di “nuovo governo”. Gli alleati europei osservano. Il presidente appare più vulnerabile. E meno libero. Proprio mentre Washington preme per un accordo che nessun leader con potere pieno firmerebbe.
Il piano contiene 28 punti. I dettagli cambiano a seconda delle versioni che filtrano. Ma l’impianto resta: cessione completa del Donbass, anche della parte ancora controllata da Kiev; stop alle forniture di missili a lungo raggio; riduzione drastica dell’esercito, che sarebbe più che dimezzato, in pratica ridotto a una forza di polizia senza armi pesanti; fine dell’assistenza militare USA; linea del fronte “congelata” nelle oblast di Kherson e Zaporizhzhia. Nessuna adesione alla NATO; possibile via libera all’ingresso nell’UE.
In cambio, gli Stati Uniti prometterebbero una qualche forma di garanzia di sicurezza. Non definita. Sicuramente inferiore a un
“articolo 5”. È un testo obliquo. Pende verso la Russia.
La stessa notte in cui il piano trapela, arrivano i bombardamenti più profondi mai condotti sull’Ucraina occidentale. Case. Scuole. Reti elettriche. È una tattica antica. Il bombardamento di Natale su Hanoi e Haiphong nel 1972 uccise migliaia di civili. In gennaio, la guerra del Vietnam era già finita. Henry Kissinger dopo quei bombardamenti dormì “benissimo”, disse anni dopo a chi scrive.
I negoziati si rafforzano col fuoco. In questo senso va letto anche l’episodio della nave spia russa che a largo delle coste britanniche ha sfidato la RAF, puntando i radar sugli aerei inglesi. Vladimir Putin vuole sedersi al tavolo con un vantaggio.
Un altro brutto segnale per Zelensky: le dimissioni dell’inviato speciale di Donald Trump Keith Kellog. Era il vero sostenitore dell’Ucraina nell’amministrazione USA. Evidentemente dietro le quinte si stanno preparando cose che non condivide.
Sergey Radchenko, storico e docente all’università Johns Hopkins, è tra i massimi esperti dei negoziati sull’Ucraina. Un suo articolo sul fallimento del tavolo di Istanbul resta un punto di riferimento. Citato, del tutto a sproposito, anche dai propagandisti russi e dai tifosi occidentali di Putin. Fanpage.it raggiunge Radchenko al telefono. Parla veloce. Non cerca formule. Ecco l’intervista, nella sua forma essenziale.
Professor Radchenko, quanto incide su questo piano russo-americano l’indebolimento politico di Zelensky dovuto alla tangentopoli ucraina?
Molto. Lo rende più vulnerabile sia verso la Russia sia verso g Stati Uniti. Ha meno margini. Già ne aveva pochi. La Russia vuole la sua rimozione. Per Putin sarebbe una vittoria simbolica
enorme. Potrebbe dire: “Abbiamo rovesciato il capo del regime nazista”. È pura propaganda, ma funziona.
Quindi la sua debolezza può spingerlo verso un accordo che non avrebbe mai firmato?
Se sente di essere sul punto di perdere il potere, potrebbe tentare un gesto drammatico: portare la pace. Una pace che somiglierebbe parecchio a una resa. Ma potrebbe dire: “Sì, ho fallito sulla corruzione. Però vi porto la fine della guerra”. È uno scenario possibile.
Il piano discusso a Miami è massimalismo russo riciclato a Washington’?
È difficile capire quanto della posizione russa sia stato semplicemente riciclato dal team di Trump. Gli indizi sono in quel senso. Dmitriev ha detto che “la posizione di Mosca è stata ascoltata”. Il piano concede alla Russia territorio che oggi non controlla. In cambio, l’Ucraina otterrebbe vaghe garanzie di sicurezza. Ma i russi non hanno mai accettato garanzie occidentali per l’Ucraina. Per loro, una garanzia forte è solo un’altra NATO. E la NATO è la linea rossa. Quindi la domanda resta aperta: Mosca accetterebbe davvero garanzie credibili?
Ma gli Stati Uniti sembrano proprio volerlo imporre, questo piano. Con quali conseguenze?
Conseguenze pesanti. Verrebbe visto come una nuova Yalta. Una pace imposta dagli americani insieme ai russi. Gli europei non avrebbero voce. Hanno già perso influenza. Si sono messi nel solco di Washington e ora non hanno carte da giocare. Non possono opporsi a un piano americano-russo. Resterebbero spettatori.
Se Zelensky rifiutasse il piano, rafforzerebbe la sua leadership
come difensore dell’Ucraina?
No. Si trova su un terreno scivoloso. Non ha spazio politico. Lo scandalo ha distrutto parte della sua credibilità interna e anche europea. La sua posizione è fragile. Rifiutare un piano americano sarebbe per lui quasi impossibile. Gli Stati Uniti possono esercitare molta pressione. Il rifiuto non lo salva. Lo espone.
È plausibile che il piano preveda la sua uscita di scena?
Sì. Fa parte degli obiettivi del Cremlino. Zelensky sta vivendo un incubo: potrebbe dover approvare un piano che prevede la sua fine politica. Certo, chiederebbe aiuto politico agli europei. Ma l’Europa non ha leve, per adesso.
I bombardamenti di questi giorni sono collegati ai negoziati? O sono la riprova che Putin vuole solo continuare la guerra?
Non significano che Putin esclude un accordo. Significano che vuole imporre un accordo equivalente alla disfatta di Kiev. Bombarda per aumentare la pressione. È una dinamica classica. Le bombe sui civili non indicano che rifiuta la pace. Indicano che vuole una pace ai suoi termini. Ovvero: capitolazione ucraina.
Quante possibilità ha il piano di essere implementato?
Dipende tutto dagli Stati Uniti. Putin ha obiettivi chiari: territori, esercito ridotto, neutralità e un governo “amico” a Kiev. La domanda è se Washington forzerà Kiev a cedere. L’Ucraina ha perso decine di migliaia di uomini per difendere quelle terre. Accettarne la perdita è politicamente quasi impossibile. Ma se gli Stati Uniti lo impongono, tutto diventa possibile. Sarebbe una pace precaria. Che dipenderebbe completamente dalla volontà americana.
Ma davvero Trump è disposto a fare l’agente di Putin? A imporre quel che vuole Mosca?
Finora ha resistito alle pressioni russe. Ma è evidente che il suo team quanto meno sta esplorando opzioni molto favorevoli a Mosca. E se gli Stati Uniti decidono di fare il lavoro di Putin, allora sì: il percorso per questa pace-resa è aperto.
Alla fine dell’intervista Radchenko resta in silenzio per qualche secondo. Poi la sua chiosa: “Trump sta facendo quello che Putin da tempo voleva che facesse”.
Sembra proprio che una pace possa arrivare solo se gli Stati Uniti faranno per Putin il lavoro che Putin non è riuscito a far da solo. Mosca non ha ottenuto i suoi obiettivi sul terreno. Li cerca tramite Washington. Zelensky è troppo debole per dire no. L’Europa troppo debole per impedirlo: troppi anni di delega strategica. Gli Stati Uniti abbastanza forti da imporlo. Putin tanto determinato da chiederlo.
Se il piano andrà avanti, Kiev dovrà capitolare, come spiega Sergey Radchenko. Allora la guerra finisce. Finisce male. Finisce con un Paese mutilato. Finisce con Putin che proclama una vittoria che non ha conquistato sul campo. Finisce con Washington che, per chiudere un dossier scomodo, si assume il peso di un accordo che contraddice la dottrina occidentale di molti anni. Ma finisce davvero, la guerra? Perché una pace così è difficile che porti stabilità. Porterebbe solo a una pausa.
(da Fanpage)

This entry was posted on giovedì, Novembre 20th, 2025 at 14:52 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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