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ZELENSKY NON PIACE AGLI OCCIDENTALI PERCHÉ RICORDA LORO IL PREZZO DELLA LIBERTÀ: “HA COSTRETTO L’OCCIDENTE A GUARDARE LA GUERRA OGNI GIORNO. ADESSO COSTRINGE L’OCCIDENTE A GUARDARE SÉ STESSO”

“DEMOCRAZIE OCCIDENTALI SOTTO STRESS, UN INSIEME DI SOCIETÀ CHE SI EMOZIONANO DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA E POI CERCANO UN MODO PER ARCHIVIARLA; CHE CHIEDONO VIRTÙ A CHI COMBATTE E PRAGMATISMO A CHI INVADE”

Nel febbraio 2022 Volodymyr Zelensky era, per molta parte dell’Occidente, ancora un esperimento: un presidente arrivato dalla televisione, un attore diventato capo dello Stato, un uomo che aveva vinto le elezioni promettendo normalità e si era ritrovato, nel giro di poche ore, a dover incarnare l’opposto: la guerra totale.
La sua leadership, in questi quattro anni, non è stata soltanto la gestione di un’invasione; è stata una lunga negoziazione con le aspettative altrui – soprattutto americane ed europee – e con il bisogno, quasi fisico, di tenere insieme un Paese che rischiava di frantumarsi sotto le bombe.
Il gesto fondativo del “personaggio Zelensky” – quello che ha sigillato l’immagine prima ancora della realtà – è il rifiuto dell’evacuazione da Kyiv: «I need ammunition, not a ride».
Ma la forza di quella risposta, vera o ricostruita che fosse, ha funzionato come funzionano le frasi che servono: ha trasformato un presidente in un simbolo e ha dato all’Occidente un copione comprensibile – resistenza, coraggio, Davide contro Golia – dentro cui incanalare armi, soldi, consenso.
Zelensky ha imparato presto che la guerra moderna si combatte anche dentro i parlamenti: che ogni pacchetto di armi è anche un voto, ogni pacchetto di aiuti è anche una coalizione domestica da tenere in piedi, ogni “sì” è condizionato da un elettorato che cambia umore.
La Casa Bianca di Biden ha costruito una filiera di sostegno – politica, militare, diplomatica – che ha reso possibile la sopravvivenza dello Stato ucraino nei mesi in cui l’ipotesi del crollo era, per molti, una previsione ragionevole. In quel periodo Zelensky è stato, soprattutto, un leader della comunicazione che si è dovuto fare leader della Storia.
Ha usato la voce come un’arma: discorsi ai parlamenti, video quotidiani, una presenza quasi ossessiva costruita per impedire la rimozione. Ha capito che l’Occidente è solidale finché guarda, e che l’attenzione è una risorsa più scarsa delle munizioni. Nel bene, questa capacità di tenere l’Ucraina al centro del campo visivo ha retto più del previsto; nel male, ha creato una dipendenza strutturale dall'”essere ascoltati”, una forma di diplomazia che, col tempo, ha iniziato a somigliare a una supplica rituale: necessaria, ma umiliante.
E quando, tra 2023 e 2024, il sostegno americano si è inceppato nelle frizioni di Capitol Hill e nella polarizzazione interna, Zelensky ha sperimentato la legge non scritta di Washington: l’alleanza non è mai un sentimento, è sempre un rapporto di forze.
Il rapporto con l’Europa, in parallelo, è stato più ambiguo e più rivelatore. Zelensky ha costretto l’Unione a ricordarsi cosa significhi geopolitica, cioè che non basta
essere un mercato ma bisogna diventare anche una potenza, possibilmente unita soprattutto in politica estera.
Ha spinto l’Europa a trasformare parole in strumenti – sanzioni, fondi, addestramento, produzione militare – e insieme ne ha esposto i limiti: la lentezza decisionale, le differenze tra capitali, la tentazione periodica di trattare la guerra come un dossier e non come un trauma continentale
La sua leadership, per la Nato, ha avuto un effetto simile, perché ha reso l’Alleanza di nuovo un dispositivo di deterrenza e non solo un’eredità della Guerra Fredda, ma ha anche messo a nudo la contraddizione centrale – l’Ucraina come avamposto che difende l’Europa senza essere Europa fino in fondo, che protegge la Nato senza essere Nato
È in questa terra di mezzo che Zelensky ha costruito, con ostinazione, la richiesta più realistica e più disperata: garanzie di sicurezza credibili, non promesse, non formule. Anche oggi continua a ripetere che un accordo dignitoso deve poggiare su garanzie robuste e durature, e chiede un orizzonte lungo (anni, decenni), perché sa che un cessate il fuoco senza architettura è solo una pausa operativa per l’aggressore.
Per l’Europa, Zelensky è stato insieme specchio e catalizzatore. Ha costretto l’Unione a confrontarsi con la propria vulnerabilità strategica, ha accelerato decisioni che per anni erano rimaste sospese: sanzioni, fondi comuni, riarmo, cooperazione industriale nella difesa.
Chiedere garanzie, per un paese invaso, è una condizione di sopravvivenza.
Ed è qui che la traiettoria Zelensky cambia tono con l’avvento della seconda amministrazione Trump. Se con Biden la relazione era un patto – faticoso, negoziato, ma leggibile – con Trump diventa un braccio di ferro sul linguaggio stesso della guerra
Zelensky ha fatto qualcosa che non è solo tattica ma identità politica, ha provato a inchiodare pubblicamente la contraddizione, dicendo in sostanza che la pace non può essere una richiesta unilaterale rivolta a chi subisce l’aggressione. È il rischio calcolato di esporsi, irritare l’alleato indispensabile, ma anche provare a salvare la guerra dall’essere riscritta come una “crisi tra due parti” e non come un’invasione.
Questa è stata, forse, la qualità più stabile della sua leadership, la capacità di dare una forma morale a ciò che accade, senza però poterla sostenere da solo. Zelensky ha interpretato il ruolo del presidente in tempo di guerra come un patto di presenza, un patto in cui ha scelto di restare, parlare, farsi vedere. Ma ogni presenza, col tempo, si consuma.
E negli anni la sua figura ha dovuto reggere anche la gestione del potere sotto legge marziale, la compressione inevitabile di pluralismo e conflitto politico, e soprattutto la questione che in Ucraina è più corrosiva della propaganda russa: la corruzione. Ovvero tutto ciò che logora dall’interno.
Da un lato Zelensky ha costruito una narrazione di “tolleranza zero” e ha autorizzato epurazioni e dimissioni eccellenti […]. Dall’altro, la corruzione è rimasta un rumore di fondo capace di diventare improvvisamente esplosione: il caso Energoatom e le dimissioni/siluramenti di ministri nel 2025, e l’allargarsi nel 2026 di indagini che sfiorano livelli alti dell’apparato, hanno rimesso in discussione non solo la moralità di singoli, ma lo stile di governo, le reti di fedeltà, la capacità dello Stato di riformarsi mentre combatte. In una guerra lunga, la corruzione non è un tema interno, ma una falla strategica, perché erode fiducia, rallenta la macchina, fornisce munizioni politiche a chi in Europa e negli Stati Uniti vuole disimpegnarsi.
Che tipo di leader è stato, allora, Zelensky? È stato un presidente che ha convertito la propria biografia […] in un dispositivo di resistenza nazionale, un leader che ha capito il potere della scena e l’ha usato non per recitare la guerra, ma per impedire che la guerra diventasse un rumore lontano.
È stato un leader capace di trasformare una scelta individuale (restare a Kyiv) in una psicologia collettiva (resistere), e di tenere aperto il canale con l’Occidente per anni, cosa che nessun generale avrebbe potuto fare da solo. Ma è stato anche un leader intrappolato nella dipendenza dagli alleati e nei limiti strutturali del suo Stato, costretto a negoziare ogni giorno con l’America […] e con un’Europa che sostiene l’Ucraina, ma raramente riesce a reggerne il peso al posto di Washington.
Oggi, nel quarto anniversario dell’invasione, Zelensky appare insieme più esperto e più esposto: meno icona e più politico, meno unanimemente celebrato e più apertamente contestato, dentro e fuori. E forse questa è la misura più precisa dei suoi quattro anni: aver tenuto in piedi l’Ucraina abbastanza a lungo da costringere il mondo a scegliere, ma non abbastanza da liberarla dall’umiliazione di dover chiedere, ancora, la stessa cosa – garanzie, armi, tempo – mentre qualcuno prova a trattare la pace come se fosse un favore e non un diritto
In questi quattro anni Zelensky ha attraversato una metamorfosi che assomiglia a quella delle democrazie occidentali sotto stress, un insieme di società che si emozionano davanti all’ingiustizia e poi cercano un modo per archiviarla; che sostengono l’aggredito e insieme ne controllano la purezza; che chiedono virtù a chi combatte e pragmatismo a chi invade.
Zelensky si trova nel punto esatto in cui queste contraddizioni prendono voce. È diventato uno specchio: specchio di un’Ucraina che ha scoperto una coesione inattesa, ma anche le proprie fragilità strutturali; specchio di un’Europa che ha riscoperto la geopolitica e deve ancora misurare il prezzo pieno della propria sicurezza; specchio di un’America che resta decisiva e insieme più imprevedibile, più interna, più elettorale.
In questo senso il suo profilo coincide con il profilo del nostro tempo: un tempo in cui la guerra torna nel cuore d’Europa e l’Europa scopre il prezzo della propria sicurezza; un tempo in cui l’America, decisiva, appare meno prevedibile; un tempo in cui la parola “pace” diventa contendibile, e il rischio più grande consiste nel trasformarla in una procedura, separata dalla responsabilità.
Se nel febbraio 2022 Zelensky offriva all’Occidente un’immagine rassicurante – la resistenza come storia lineare – oggi offre un’immagine più disturbante e più vera perché incarna la resistenza come lavoro lungo, impuro, costoso, pieno di errori e di necessità, che chiede agli alleati qualcosa di più difficile dell’entusiasmo: continuità, coerenza, memoria.
E forse proprio qui sta il suo significato politico più netto. Zelensky ha costretto l’Occidente a guardare la guerra ogni giorno. Adesso costringe l’Occidente a guardare sé stesso: come tratta chi viene invaso, che linguaggio usa quando la solidarietà diventa fatica, quale parte della colpa prova a redistribuire per rendere sopportabile una storia che, all’inizio, appariva semplice.
(da “La Stampa”)

This entry was posted on martedì, Febbraio 24th, 2026 at 20:12 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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