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SONDAGGIO GHISLERI SU TRE IPOTESI DI COLIZIONE E UN BIPOLARISMO STANCO

TESTA A TESTA TRA I DUE POLI, VANNACCI TRA IL E L’8% MENTRE UN ELETTORE SU DUESVRGLIDI NON VOTARE

I numeri, da soli, non vincono le elezioni, tuttavia possono aiutare a comprendere quali scenari potrebbero delinearsi se le tendenze oggi osservabili dovessero consolidarsi. La tabella di Only Numbers che accompagna questa riflessione non vuole essere assolutamente una previsione, ma rappresenta un semplice esercizio matematico costruito su tre differenti ipotesi di distribuzione del consenso.
A differenza di molte rilevazioni, in questo sondaggio si è rilevato direttamente per coalizioni. Tre simulazioni elettorali realizzate sulle alleanze in gioco, tre fotografie diverse di un Paese che fatica a riconoscersi in un’unica maggioranza. Il dato di partenza è la sostanziale stabilità del bipolarismo – stanco – italiano. Nei tre scenari simulati il centrodestra oscilla tra il 43,1% e il 47,7%, mentre il centrosinistra (la rilevazione comprende anche Italia Viva alleata con Pd, M5S e Avs) si colloca tra il 43,9% e il 45,4%. In altre parole, la distanza tra i due poli resta contenuta e, in due delle tre ipotesi, siamo di fronte a un vero e proprio testa a testa. In questa simulazione è evidente che si sono esasperati gli equilibri semplificando le partecipazioni e inserendo nelle coalizioni anche tutti i nuovi movimenti politici che stanno facendo capolino sulla scena, ma che al momento sono ancora in embrione.
Ciò che cambia realmente gli equilibri non è tanto la forza dei due schieramenti principali quanto il comportamento dell’elettorato esterno ai due poli. Il primo elemento è rappresentato da Futuro Nazionale, cui vengono attribuite percentuali comprese tra il 6,1% e il 8,8%. Si tratta della variabile più significativa della simulazione dove un “nuovo” soggetto politico di queste dimensioni potrebbe diventare decisivo nella formazione delle maggioranze parlamentari, soprattutto se nessuno dei due schieramenti riuscisse a prevalere nettamente. Un secondo fattore è costituito dall’area definita Azione e dagli Altri partiti, che insieme si attestano attorno al 6,5% e l’8,5%. Pur trattandosi di percentuali apparentemente più modeste, in un sistema competitivo come quello italiano possono risultare determinanti nella costruzione degli equilibri parlamentari.
A questo quadro si aggiunge, inoltre, l’incognita rappresentata dalle formazioni politiche attualmente in fase di costruzione o riorganizzazione, la cui eventuale partecipazione alle prossime elezioni potrebbe incidere sulla distribuzione del consenso, frammentando ulteriormente il panorama politico o intercettando quote di elettorato oggi non pienamente rappresentate. Si tratta di una variabile che rende le attuali rilevazioni necessariamente provvisorie e soggette a possibili significative evoluzioni, e questo è bene ricordarlo sempre.
Detto questo, il dato probabilmente più interessante è, ancora una volta, quello dell’astensione. Nei tre scenari viene ipotizzata tra il 45,9% e il 50,7%. Significa che quasi un elettore su due potrebbe scegliere di non votare, il non-voto, ad oggi, resta il primo partito d’Italia, in ogni scenario possibile. Ed è questa la vera incognita delle prossime elezioni. Una partecipazione così ridotta modifica il peso relativo di ogni singolo voto e rende ancora più imprevedibili gli esiti finali. Bastano piccoli spostamenti di consenso o una diversa mobilitazione dell’elettorato per cambiare radicalmente il risultato. Ed è da qui, prima ancora che dai numeri di centrodestra e centrosinistra, che dovrebbe partire qualunque riflessione sul futuro politico del Paese. Osservando le tre ipotesi emergono altre considerazioni.
Nel blocco di partenza – la prima ipotesi – la fotografia è un equilibrio quasi perfetto che mostra un pareggio dove centrodestra e centrosinistra viaggiano appaiati, attorno al 43-44%, con Futuro Nazionale al 6,1% e Azione al 4,5%. È l’istantanea di un bipolarismo stanco, in cui nessuno dei due poli ha la forza per governare da solo e in cui le forze esterne alla coalizione – Futuro Nazionale e Azione – si dimostrano l’ago della bilancia. La seconda ipotesi racconta un centro destra che si rafforza fino al 47,3%, trainato probabilmente da un riassorbimento dei voti di Futuro Nazionale, che però all’interno della coalizione perde dei consensi, mentre cresce l’elettorato di Azione fino quasi al 5,5% assimilando voti dal “centro”.
Crescono fino a sfiorare il 3% anche gli Altri partiti. È lo scenario di un centro destra che si sposta a destra e che prova a chiudere la partita, pagando però il prezzo di una fuga degli elettori più moderati e un’astensione che esploderebbe al 50, 7%: la metà esatta del Paese sceglierebbe di non votare. C’è da chiedersi infatti, se effettivamente in una situazione di questo tipo, un partito come Forza Italia possa rimanere compatto nella coalizione di centro destra con l’entrata di Vannacci.
La terza ipotesi, quella forse più curiosa per chi guarda al 2027, capovolge la prospettiva e trova un centrosinistra che sale al 45,1%, superando il centrodestra, fermo al 42,6%, e una Futuro Nazionale che, lungi dallo sciogliersi nel blocco conservatore, si consoliderebbe come forza autonoma sfiorando il 9%. È lo scenario in cui la frammentazione del campo conservatore, anziché rafforzare la destra di governo, finisce per indebolirla, aprendo uno spazio che il centrosinistra riuscirebbe ad occupare. In questa esercitazione matematica emerge una riflessione su queste “tre Italie” possibili. Il vero terreno di scontro politico non è più soltanto tra centrodestra e centrosinistra, ma, ancora una volta, tra chi vota e chi smette di farlo. Una forbice che oscilla tra il 46% e il 51% di non voto non è un dettaglio statistico: è la misura di una sfiducia strutturale verso l’offerta politica nel suo complesso, indipendentemente da chi la guida.
In questo senso, lo scenario in cui Futuro Nazionale cresce come soggetto autonomo nell’ipotesi 3, merita un’attenzione particolare. Non tanto per il dato in sé, quanto per la tentazione, sempre più diffusa – a destra come a sinistra -, di inseguire un elettorato deluso con offerte identitarie nette, anziché con proposte di governo capaci di intercettare anche chi oggi sceglie di restare a casa. A ciò si aggiunge una difficoltà che accomuna gran parte delle forze politiche: trasformare gli slogan della campagna elettorale in politiche concretamente realizzabili e applicabili una volta al governo. Le aspettative create durante la competizione si scontrano spesso con i vincoli economici, istituzionali e internazionali, alimentando una distanza crescente tra promesse e risultati percepiti dai cittadini. È una dinamica che, legislatura dopo legislatura, contribuisce a rafforzare la disillusione dell’elettorato e ad accrescere l’astensione. È una scommessa rischiosa: può pagare in termini di consenso all’interno del proprio campo, tuttavia rischia anche di allargare ulteriormente la platea di chi si sente orfano di rappresentanza e considera il voto sempre meno uno strumento efficace per incidere sulla realtà.
Naturalmente la politica non è una semplice equazione algebrica, entrano in gioco campagne elettorali, leadership, eventi economici, crisi internazionali e, soprattutto, la capacità di convincere gli indecisi. Tuttavia, la matematica offre uno strumento prezioso, perché consente di capire quali combinazioni siano plausibili e quali conseguenze potrebbero produrre. La lettura che emerge da questo esercizio è semplice. Le prossime elezioni potrebbero non essere decise tanto dalla crescita o dal calo dei grandi partiti, quanto dalla partecipazione al voto e dalla capacità delle forze intermedie – o di nuovi partiti e movimenti ancora oggi solo in fase di progetto – di intercettare quel consenso che oggi appare ancora molto fluido. Per questo motivo la tabella non va letta come una fotografia del futuro, ma come una bussola, perché mostra che oggi esistono almeno tre percorsi possibili, tutti statisticamente coerenti, e che il risultato finale dipenderà non solo da pochi punti percentuali, ma da quali nuovi altri scenari da qui alle elezioni si presenteranno. Potrebbe emergere anche una quarta ipotesi in cui nessuno schieramento superi il 42% e i seggi potrebbero essere distribuiti con il sistema proporzionale… Insomma, in un Paese sempre più polarizzato, politicamente indicizzato sui leader di partito e caratterizzato ancora da una forte astensione, anche una variazione minima può trasformarsi nella differenza tra una maggioranza solida, un Parlamento senza vincitori o la necessità di nuove alleanze. È utile ricordare che in politica, come nella matematica, spesso sono i decimali a fare la differenza.

(da La Stampa)

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