APPROVATA LA LEGGE ELETTORALE, NELLA POLITICA ITALIANA RESTA IL CAOS TOTALE. OGNI FRATELLO D’ITALIA SPARA UNA DATA DIVERSA PER LE ELEZIONI ANTICIPATE: FAZZOLARI PARLA DI GIUGNO, MALAN DI MAGGIO, DONZELLI ADDIRITTURA DI NOVEMBRE
SI RAGIONA SU UN ELECTION DAY (POLITICHE + AMMINISTRATIVE) CHE POTREBBE CREARE UN EFFETTO “TRAINO” PER IL CENTROSINISTRA… TUTTO È APPESO ALLA CORTE COSTITUZIONALE, CHE DOVREBBE DECIDERE ENTRO FEBBRAIO, CON PROCEDURA D’URGENZA
Da ieri è iniziato il conto alla rovescia. La legislatura è finita: se non materialmente, lo è nello spirito. Tutto, adesso, si sposta fuori. Lotta dentro i partiti, congressi, primarie, liste dei candidati, data del voto. Di questo si parlerà da qui in avanti.
Con un piano che si va delineando sulle elezioni probabilmente in primavera, come vuole Giorgia Meloni, e la grande incognita della Corte costituzionale che potrebbe segare una o più parti la legge elettorale appena varata.
Ieri, Giovanbattista Fazzolari è uscito allo scoperto. Al Foglio ha detto chiaramente che esistono due ipotesi per le urne. La prima è la scadenza naturale, settembre, con le relative complicazioni sulla scrittura della legge di bilancio, tempi strettissimi, governo appena formato, lavori parlamentari contingentati più del solito. Insomma, quello che capitò al centrodestra vincitore nel 2022.
La seconda ipotesi è quella che privilegia Meloni e che riporterebbe il voto in primavera. Fazzolari parla di giugno, altri di Fratelli d’Italia, anch’essi molto vicini alla premier, di maggio. Di certo, a Palazzo Chigi ragionano su uno scenario di election day.
Nello stesso giorno gli italiani voterebbero per le politiche e per le amministrative. Meloni teme le grandi città, dove la sinistra è in vantaggio e potrebbe sbancare, creando un effetto traino – negativo per la destra – sul voto per rinnovare il Parlamento, se si terrà dopo.
Se però ci si soffermasse solo sulle dichiarazioni dei meloniani di stretta osservanza, apparirebbe immediata la confusione. Negli ultimi giorni sono state ipotizzate date diverse: prima il ministro Luca Ciriani, poi il capogruppo dei senatori Lucio Malan, che ha indicato maggio come mese preferibile, infine Fazzolari che ha tirato fuori giugno. Smentito poco dopo da Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di FdI che addirittura fissa il voto «al 25 novembre», ribadendo: «L’obiettivo è finire la legislatura».
Anche Meloni contribuisce, a suo modo, a non fare chiarezza: «Io non seguo questi dibattiti abbastanza surreali sulla data del voto, anche perché noi parliamo come se si votasse domani. Signori, manca un anno alla scadenza della legislatura», dice da Ascoli senza curarsi del fatto che suona un po’ strano che lei parli di dibattiti surreali quando ad alimentarli sono uomini di sua strettissima fiducia.
E chiunque conosca FdI sa che il partito non brilla per libertà di parola: ogni dichiarazione è attentamente valutata prima con la leader. Dunque è possibile, come ormai riconoscono in tanti nella maggioranza, che Meloni stia evitando di dare certezze all’opposizione, lasciando nel limbo i due contendenti Elly Schlein e Giuseppe Conte.
D’altronde, la data delle primarie tra i leader di Pd e M5S dipenderà molto da quando si andrà al voto. Mentre Meloni, non lasciando punti di riferimento, potrebbe anche decidere sulla base dei sondaggi quando le converrà di più mettere fine al governo.
Poi toccherà al presidente della Repubblica, a cui fino a prova contraria resta questa facoltà, sciogliere le Camere.
La strategia di Meloni non tiene troppo conto degli alleati. Ieri il leader di Forza Italia Antonio Tajani non sembrava contento delle dichiarazioni di Fazzolari: «Lui ha le sue idee – la replica del vicepremier – per noi si deve andare a votare a fine legislatura». Segno di una preoccupazione crescente.
Un’aria che si respira anche in casa Lega, il partito che sacrificherà il maggior numero di eletti, in proporzione, nella prossima legislatura. I sondaggi sono a picco e ieri pochi minuti dopo l’ok definitivo del Parlamento alla legge elettorale, il segretario Matteo Salvini ha annunciato data e luogo del congresso, a Milano il 24 e 25 ottobre.
Lunedì il comitato dei costituzionalisti guidato da Roberto Zaccaria e da Enrico Grosso annuncerà i ricorsi urgenti contro il Melonellum, nella speranza di accelerare la sentenza della Corte Costituzionale. Esiste la possibilità che la Consulta si esprima tra gennaio e febbraio. È una eventualità che ai vertici di FdI tengono presente, senza troppi timori. La destra è convinta dell’impianto della riforma.
L’elenco delle incostituzionalità potenziali in mano ai giuristi e ai partiti di opposizione, in realtà, è più lungo. E lo sarebbe stato ancora di più, si viene a sapere da fonti di governo, se non fosse intervenuta la moral suasion del Quirinale su due punti: la percentuale che una coalizione deve raggiungere per ottenere il premio di maggioranza, passata dal 40% al 42%, e la precisazione «fatte salve le prerogative del Capo dello Stato» che accompagna l’indicazione del nome del candidato premier della coalizione, divenuta giuridicamente vincolante. Per molti costituzionalisti una maschera dietro la quale si introduce un premierato di fatto.
(da La Stampa)
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