LA FIGURA TAPINA DI DE LUCA SU PIRANDELLO
QUANDO L’IGNORANZA LA FA DA PADRONA
Tutto ha inizio con un ritratto, o meglio con l’intervento di De Luca su Siher. Anziché esaminare il
caso, De Luca ha preferito parlarci dei suoi «baffetti a coda di topo», della sua «testa di sedano», della sua «faccia da pirla». E dopo averne ridicolizzato l’aspetto, lo paragona a Rosario Chiarchiaro. «Da come l’ho visto io, è uno degli eredi, dei nipotini di quel personaggio di Pirandello che si chiamava Rosario Chiarchiaro». Dice ai ragazzi di stare attenti, perché con lui «passate un guaio, è sicuro». E allora io mi domando: ma De Luca ha mai letto Pirandello? O si è limitato soltanto a sentirne parlare?
Pirandello ne La Patente ci racconta la storia di Rosario Chiarchiaro, un uomo che tutti considerano uno iettatore. La gente lo evita, si tiene alla larga da lui, lo guarda con paura. Chiarchiaro ha perso il lavoro, la sua famiglia è precipitata nella miseria. E allora Chiarchiaro, disperato, decide di presentarsi davanti al giudice per chiedere una patente ufficiale di iettatore. E poi arriva a pronunciare una frase terribile ma anche emblematica: «Io sono stato assassinato, signor giudice!». Pirandello cioè ci racconta la storia di un uomo al quale la società ha attribuito un’identità, fino a cancellare quella reale. È un uomo socialmente assassinato da un pregiudizio.
De Luca dice ai ragazzi: «state attenti, perché come rivoluzionario è una mezza pippa, ma questo non vuol dire che non sia un soggetto pericoloso. Pericoloso non per la carica rivoluzionaria, ma per il potere occulto di cui è dotato». E fa il paragone con Chiarchiaro. Già, peccato che il significato della novella sia esattamente l’opposto: Chiarchiaro è vittima di una società che lo considera tale. E Pirandello, anziché assecondare quella superstizione, ne mette a nudo la crudeltà.
Insomma, il riferimento letterario che De Luca utilizza per deridere Siher finisce per richiamare una delle più acute rappresentazioni della violenza del pregiudizio sociale. Non è una sottigliezza da critici letterari. È il significato stesso della novella. E allora ritorna la domanda: ma De Luca lo ha mai letto Pirandello? O anche solo semplicemente sfogliato? Perché stiamo parlando di uno degli autori più importanti della nostra tradizione letteraria, di uno scrittore che ha raccontato come pochi altri il rapporto tra individuo, identità e maschere sociali. Eppure, a giudicare da questo intervento, sembra che De Luca abbia preso il titolo di una sua novella, ne abbia recuperato un personaggio e gli abbia attribuito un significato diametralmente opposto a quello che Pirandello intendeva raccontare.
Ma c’è un altro aspetto del discorso che merita attenzione. Perché, se il riferimento a Pirandello è un problema di comprensione, o più precisamente di ignoranza letteraria, il resto dell’intervento rivela un problema ben più elementare: il modo in cui viene trattato il corpo di una persona. De Luca non si limita a contestare le idee di Siher, il suo linguaggio, le sue eventuali responsabilità o le sue posizioni politiche. Preferisce soffermarsi sui baffi, sul volto, sulla magrezza, sulla corporatura. «Testa di sedano», «faccia da pirla», «denutrito», «emaciato», «macilento». Una descrizione che procede come una radiografia dell’umiliazione, con tanto di commento estetico e battutine da cortile.
Ma da quando il peso, la conformazione del viso, i baffi o la corporatura di una persona sono diventati argomenti di discussione politica? Siamo davanti a una forma di delegittimazione che non riguarda più ciò che una persona pensa o fa, ma ciò che è, o meglio, ciò che appare. È una forma di bullismo travestita da satira. Si prende una caratteristica fisica e la si trasforma in uno strumento di derisione pubblica. E quando a farlo è una persona che dispone di una tribuna e di un pubblico, la sproporzione diventa ancora più evidente.
C’è anche un problema culturale più profondo. Attribuire a un individuo caratteristiche morali, intellettuali o persino pericolose sulla base del suo aspetto richiama la tradizione della fisiognomica, quella pseudoscienza che pretendeva di dedurre il carattere e la personalità di una persona dai suoi tratti somatici. Un’impostazione che, nelle sue declinazioni più estreme, si è intrecciata con le teorie razziali e antropometriche, trovando nel nazismo uno dei suoi impieghi più tragici e disumani. Giudicare l’essere umano attraverso il suo corpo anziché attraverso le sue azioni, appartiene a una tradizione culturale che dovrebbe essere stata definitivamente archiviata.
E invece eccoci qui. Nel 2026, per discutere di un uomo, si comincia dai suoi baffi. Per contestarne le idee, si passa dalla sua corporatura. Per dimostrarne la presunta inconsistenza, si ricorre a una caricatura fisica. E poi, magari, si invoca anche Pirandello, senza accorgersi che proprio Pirandello aveva dedicato una delle sue opere più significative alla crudeltà di chi riduce una persona alla maschera che le ha imposto. La cosa più curiosa, in tutta questa vicenda, è che De Luca sembra voler impartire una lezione ai giovani sui rivoluzionari di ieri e di oggi, ma finisce per offrire una lezione involontaria su tutt’altro: sul pregiudizio, sulla derisione fine a se stessa e sull’ignoranza per dirla tutta.
E allora mi permetto di dare un suggerimento al nostro Vincenzo De Luca: la prossima volta che decide di scomodare i grandi della letteratura italiana per fare una battuta, prima di metterseli in bocca potrebbe compiere un gesto davvero rivoluzionario. Leggerli. Magari cominciando proprio da La patente. Chissà che, tra una pagina e l’altra, non scopra che cosa volesse raccontarci Pirandello. Sarebbe già un piccolo passo avanti per la cultura italiana.
(da lindipendente.online)
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