TUTTE LE INCOGNITE DEL REDDITO DI CITTADINANZA
IL RISCHIO CHE DIVENTI UN SUSSIDIO ALL’IMPRESA CHE ASSUME PER INCASSARE L’INCENTIVO A SCAPITO DI UN TITOLARE DI UN CONTRATTO A TERMINE… I SOLDI PUBBLICI DOVREBBERO FINANZIARE L’OCCUPAZIONE AGGIUNTIVA, NON IL TURNOVER
Abolire la povertà è un nobile intento, ma per stabilire se ci si riesce o meno servono i numeri, non le parole di un leader politico.
Così Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano oggi conclude un articolo che mette insieme tutte le incognite del reddito di cittadinanza:
Le incognite sono ancora parecchie e ad alcune c’è ancora tempo per porre rimedio. Bisogna chiarire bene, per esempio, a quali condizioni le imprese possono beneficiare degli incentivi. Altrimenti la tentazione è troppo alta: per le mansioni poco qualificate, all’imprenditore basta non rinnovare un contratto a termine, magari con la scusa del decreto dignità , e assumere un disoccupato beneficiario del reddito così da intascare l’incentivo. Nessun aumento di occupazione e reddito di cittadinanza che diventa un sussidio all’impresa invece che ai poveri. I denari pubblici devono finanziare soltanto l’occupazione aggiuntiva, non il turnover.
C’è poi un punto mai affrontato: che succede alle partite Iva?
Lo Stato può costringere un operaio disoccupato ad accettare un contratto da operatore delle pulizie, ma non può imporre a un giovane architetto di cercare clienti e fatturare così da pagarsi commercialista, contributi e spese varie per ritrovarsi in tasca a fine mese somme più basse di quelle che prenderebbe chiedendo il reddito di cittadinanza. Ha davvero senso pretendere che si formi come imbianchino o tecnico informatico? Sarebbe molto più utile imitare la Francia e prevedere una possibilità di cumulo tra reddito da lavoro e sussidio pubblico, così da favorire l’uscita dalla “trappola della povertà ”in vece che ostacolarla.
Il Rei, il Reddito di inclusione introdotto dal governo Gentiloni, considera tra i parametri di accesso un indicatore -Isr — diverso dal reddito familiare semplice che permette, nella pratica, di poter sommare un po’di sussidio a quanto si incassa lavorando.
Quando invece lo scambio è alla pari — se guadagno un euro perdo un euro di sussidio — si incentiva l’assistenzialismo.
E dare a tutti i poveri in affitto un contributo di 280 euro per la casa significa trattare in modo uguale situazioni molto diverse: gli affitti di Roma non sono gli stessi di un piccolo Paese dell’appennino emiliano.
Sarebbe più equo, e più efficace, dare un maggiore sostegno all’affitto a chi abita in zone dove i prezzi sono più elevati.
C’è anche un’evidente sproporzione tra la quantità di risorse che va ai single (1,6 miliardi di euro) e quella alle famiglie numerose (1,4 miliardi), anche se sono queste ultime che andrebbero aiutate di più.
(da “NextQuotidiano”)
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