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PARANOIA PUTINIANA: I SERVIZI DI SICUREZZA RUSSI HANNO DISATTIVATO IL SISTEMA DI VIDEOSORVEGLIANZA PER PROTEGGERE PUTIN, DOPO L’ASSASSINIO DELLA GUIDA SUPREMA IRANIANA, ALI KHAMENEI. LO RIVELA IL “FINANCIAL TIMES”

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

LE PRECAUZIONI PER “MAD VLAD” SONO STATE ADOTTATE DOPO IL RAID DEL MOSSAD ISRAELIANO, CHE AVEVA RACCOLTO QUANTITÀ ENORMI DI FILMATI PROVENIENTI DALLE TELECAMERE DEL TRAFFICO IRANIANO PER INDIVIDUARE E UCCIDERE L’AYATTOLAH

I servizi di sicurezza russi hanno disattivato parte del sistema di videosorveglianza destinato a proteggere Vladimir Putin dopo l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei. Lo riporta in esclusiva il Financial Times, citando due fonti a conoscenza della vicenda.
Il circuito, aggiunge il quotidiano britannico, è stato riattivato solo dopo che gli ingegneri lo hanno esaminato nel tentativo di isolarlo completamente da Internet. Le precauzioni per il presidente russo sono state adottate in seguito ai progressi fatti dall’intelligence israeliana, che aveva raccolto quantità enormi di filmati provenienti dalle telecamere del traffico iraniano per individuare e uccidere Khamenei e i suoi collaboratori.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha rifiutato di commentare, ma il direttore dell’Fsb Alexander Bortnikov, scrive il Financial Times, aveva dichiarato la scorsa settimana che “l’enorme apparato di sorveglianza della Russia è una vulnerabilità, trasformando gli strumenti utilizzati dal regime per monitorare i propri cittadini in un punto debole sfruttabile dai nemici”.
(da agenzie)

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LA RIVINCITA DI GIOVANNI LEGNINI, EX VICEPRESIDENTE DEL CSM: SCONFITTO ALLE SCORSE REGIONALI IN ABRUZZO DAL MELONIANO MARCO MARSILIO, DIVENTA SINDACO A CHIETI SOSTENUTO DA UNA COALIZIONE CHE INCLUDE TUTTO IL CAMPO LARGO E OLTRE

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX SOTTOSEGRETARIO SUGGERISCE IL METODO PER COSTRUIRE UN’ALLEANZA ANTI-MELONI “COESA E SENZA CREPE”: “PRIMA BISOGNA MUNIRSI DI UN PROGRAMMA CONVINCENTE PER GLI ELETTORI E POI DI LEADERSHIP”

«Giova’, risultatone». «Giovanni ti fa i complimenti pure Carmelina».
Scandiscono il suo nome e lo fermano a ogni passo. Giovanni Legnini è stato eletto da quaranta minuti sindaco di Chieti, battendo al ballottaggio il candidato di centrodestra con il 52,3%.
L’ex sottosegretario all’Economia, ex vicepresidente del Csm, ex commissario alle ricostruzioni del centro Italia e poi di Ischia, riparte da qui. Dove tutti lo chiamano
per nome e vanno orgogliosi del suo «pedigree», come dicono qui. Convinti, come lui, che sia proprio quello il motivo per cui gli è stato chiesto di candidarsi, da una coalizione che include tutto il campo largo e oltre: «C’era una forte componente civica».
Le sottolinea Legnini le difficoltà di questa «vittoria non scontata» per il centrosinistra che qui a Chieti governava già.
E assicura: «Sono qui per restituire alla mia città il bagaglio di esperienze, di stima, fiducia acquisite nei diversi ruoli istituzionali. Non c’è una città come questa, in dissesto finanziario e idrogeologico dichiarati, in ricostruzione e delocalizzazione da gestire con un organico comunale che è meno della metà del previsto. E che mentre affronta tutto questo porta avanti un ambizioso programma di investimenti, in larga parte del Pnrr».
Per questo ci ha pensato molto prima di dire sì, racconta ormai sollevato: «Prima di dare la mia disponibilità mi ricoverai per un delicato intervento chirurgico dovuto a una patologia, poi risolta. E prima di entrare in ospedale misi al lavoro il gruppo per il programma dicendo che al mio ritorno volevo constatare se c’era un grado di coesione sufficiente al mio obiettivo che era e resta quello, dall’indomani della vittoria, di mettermi a lavorare.
Perché il potere pubblico si esercita per raggiungere gi obiettivi non per occuparlo. Ed è possibile solo se tutti condividono la stessa direzione di marcia». Un metodo che secondo Legnini potrebbe fare da prove tecniche per una coalizione di centrosinistra «coesa e senza crepe. Prima bisogna munirsi di un programma convincente per gli elettori e poi di leadership».
Il risultato ha il sapore della rivincita per Legnini, sconfitto alle scorse regionali dall’FdI Marco Marsilio, che ieri gli ha garantito, ma anche chiesto, «rispetto e leale collaborazione».
(da agenzie)

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SALVINI GIÙ DAL PONTE! GLI INDAGATI DALLA PROCURA DI ROMA PER CORRUZIONE E RIVELAZIONE DEL SEGRETO D’UFFICIO SUL CASO DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA SONO IL MAGISTRATO TOMMASO MIELE, EX PRESIDENTE AGGIUNTO DELLA CORTE DEI CONTI, L’AVVOCATO GIACOMO SACCOMANNO, EX COMMISSARIO DELLA LEGA IN CALABRIA, E L’IMPRENDITORE VINCENZO VIRGOGLIO

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO I PM, I TRE AVREBBERO TENTATO DI INFLUENZARE IL GIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ DEI GIUDICI CONTABILI SULL’APPROVAZIONE DEL PROGETTO FORTEMENTE VOLUTO DAL LEADER LEGHISTA. ALL’EX TOGA SAREBBE STATA PROMESSA UNA POLTRONA IN ENTI PUBBLICI O SOCIETÀ PARTECIPATE DOPO LA PENSIONE – E PENSARE CHE, QUANDO LA COMMISSIONE CIPESS BOCCIÒ IL PIANO PER LA REALIZZAZIONE DEL PONTE, LO STESSO SALVINI E MELONI GRIDARONO AL COMPLOTTO

Una poltrona per il dopo pensione in cambio di informazioni riservate e di un aiuto per superare uno dei passaggi più delicati del progetto del Ponte sullo Stretto.
È l’ipotesi sulla quale lavora la procura di Roma, che ha iscritto nel registro degli indagati Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, un imprenditore reggino e un avvocato già componente del consiglio di amministrazione della società Stretto di Messina Spa.
I carabinieri del Ros hanno eseguito una serie di perquisizioni nei confronti dei tre professionisti. L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, ruota attorno al sospetto che gli indagati abbiano tentato di influenzare il giudizio di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesanti: corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.
Pressioni fortissime e promesse di utilità a magistrati contabili per far approvare la delibera Cipess sul ponte sullo Stretto: una delibera dal valore di 13,5 miliardi di euro smontata dalla sezione controllo corte dei conti sugli atti del governo.
Allora il ministro Matteo Salvini e la premier Giorgia Meloni gridarono al complotto. Oggi si scopre invece che ci furono pressioni dall’ex componente del cda, prima e dopo la bocciatura della delibera.
E che ad essere agganciato sarebbe stato anche l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Miele, andato in pensione lo scorso febbraio. Pressioni che non hanno raggiunto l’obiettivo: la delibera non è stata mai pubblicata in Gazzetta.
Secondo la ricostruzione dei magistrati, l’avvocato Giacomo Saccomanno, 71 anni – ex commissario della Lega in Calabria e uomo di fiducia di Salvini – insieme all’imprenditore Vincenzo Virgoglio, avrebbe cercato di avvicinare il magistrato contabile “al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa”. In cambio della sua disponibilità, i due gli avrebbero promesso il proprio sostegno per ottenere, una volta conclusa la carriera in magistratura, incarichi di prestigio in enti pubblici o società partecipate.
Per gli investigatori il giudice avrebbe accettato di mettersi a disposizione dei due interlocutori. Avrebbe fornito aggiornamenti costanti sull’andamento della procedura davanti alla Corte dei Conti, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati e sugli sviluppi della camera di consiglio chiamata a pronunciarsi sul progetto.
Ma c’è di più. Quando il 29 ottobre 2025 arrivò il parere sfavorevole della Corte, il magistrato, secondo l’accusa, si sarebbe impegnato a predisporre una memoria nell’interesse della società Stretto di Messina Spa da far pervenire al commercialista della stessa società.
In cambio avrebbe puntato a un incarico di vertice: la presidenza dell’Autorità Antitrust oppure quella di una società partecipata.
L’inchiesta ricostruisce anche altri tentativi di avvicinamento. L’avvocato e l’imprenditore, infatti, avrebbero cercato contatti con ulteriori magistrati ritenuti utili agli interessi legati alla realizzazione dell’opera. L’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere informazioni coperte da segreto d’ufficio e notizie riservate sui procedimenti in corso.
Durante le perquisizioni, i carabinieri del Ros hanno sequestrato computer, telefoni cellulari e altri supporti informatici. Materiale che adesso verrà analizzato dagli investigatori per verificare la consistenza delle accuse e ricostruire la rete di rapporti che, secondo la procura, avrebbe cercato di incidere su uno dei dossier più sensibili e controversi degli ultimi anni.
“Abbiamo accolto con sorpresa le notizie riportate dai media sulle indagini per le quali la Società è totalmente estranea. Confermiamo la massima la disponibilità a collaborare con le autorità inquirenti e prenderemo tutte le misure necessarie a tutela degli interessi aziendali e del progetto”. Lo ha detto l’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
“La società – ha affermato l’ad – prosegue nel suo impegno di realizzare il ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal dl ‘Commissari’ dell’11 marzo 2026”.
(da agenzie)

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ORBAN ERA LO “SCUDO” PER MOLTI PAESI DELL’UE: ALCUNI STATI, TRA CUI L’ITALIA, SI SONO NASCOSTI DIETRO AI “NO” DEL “VIKTATOR” UNGHERESE, PER NON MOSTRARE LA PROPRIA IPOCRISIA SULL’UCRAINA. È STATO GRAZIE ALL’EX DUCETTO DI BUDAPEST CHE GLI ALLEATI UE HANNO FORNITO ALL’UCRAINA IL MINIMO INDISPENSABILE, SENZA COSTRINGERE LA RUSSIA AL CESSATE IL FUOCO

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

ORA CHE L’UCRAINA, DA SOLA, È IN GRADO DI METTERE IN DIFFICOLTÀ PUTIN, GLI EUROPEI SONO DILANIATI DA SCAZZI E CONTRADDIZIONI INTERNE. I PAESI DEL NORD, BALTICI E GERMANIA, SI LAMENTANO CON FRANCIA ITALIA E SPAGNA, CHE TRASFERISCONO POCHI FONDI E POCHISSIME ARMI (PEGGIO DI ROMA, SOLO MADRID TRA I GRANDI PAESI)

La Commissione europea ha proposto di sospendere le sanzioni contro una società cinese che produce chip utilizzati dalla Russia contro l’Ucraina, perché l’industria automobilistica europea non riesce a trovare altri fornitori.
L’Alto rappresentante, Kaja Kallas, oggi sarà a Dublino per chiedere al premier irlandese, Micheál Martin, se è pronto ad accettare sanzioni contro una fabbrica di allumina in Irlanda di proprietà russa che esporta in Russia gran parte della sua produzione usata per la fabbricazione di armi.
La Commissione sta per presentare il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, ma la promessa fatta a febbraio da Ursula von der Leyen di vietare tutti i servizi marittimi per il trasporto di greggio russo non potrà essere mantenuta, perché Grecia e Malta non vogliono sacrificare le attività lucrative dei loro armatori.
Uscito di scena Orbán, gli Stati membri si nascondono dietro a un altro principio applicato dall’inizio del conflitto per evitare di compiere scelte dolorose: il costo delle sanzioni deve essere più alto per la Russia di quanto lo sia per l’Ue. Ma per alcuni governi tutto diventa troppo costoso: i produttori di auto tedeschi, qualche centinaio di lavoratori della provincia di Limerick, i contratti degli armatori greci e maltesi, i lussuosi resort della Costa Azzurra, della Costa Smeralda e della Costa del Sol.
L’Ue è divisa in due. Un gruppo di Stati membri – i nordici, i baltici, i Paesi Bassi e per alcuni aspetti la Germania e la Polonia – è determinato a fare tutto quanto necessario per aiutare Kyiv. Ma un altro gruppo si è nascosto dietro ai veti di Orbán per non far apparire dubbi, reticenze, ipocrisie e mezze misure.
Così, in quattro anni e mezzo, gli alleati occidentali hanno offerto all’Ucraina ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere, ma non per costringere la Russia al cessate il fuoco. Il pericolo, nonostante un cambio nei rapporti di forza favorevole a Kyiv, è che gli europei sprechino un’altra occasione per piccoli interessi nazionali.
A Bruxelles il prestito da 90 miliardi di euro dell’Ue all’Ucraina è stato approvato e il primo esborso da quasi 10 miliardi è atteso nei prossimi giorni. Dopo la fine del veto ungherese durato un anno e mezzo, la strada dell’Ucraina verso l’adesione all’Ue sarà riaperta il 15 giugno, con una conferenza intergovernativa a Lussemburgo per aprire la prima serie di capitoli negoziali. Il cambio di regime a Budapest permette di scongelare anche i fondi della European Peace Facility – 6,6 miliardi di euro bloccati dalla primavera 2023 – per rimborsare gli Stati membri che hanno fornito aiuti militari a Kyiv.
“Ci sarebbero tutte le condizioni per trasformare il vertice europeo del 18 e 19 giugno in un grande momento per Volodymyr Zelensky e l’Ucraina. Invece, è come se il tema fosse secondario”, ci ha detto un diplomatico di uno dei paesi più convinti sostenitori di Kyiv.
Uscito di scena Orbán, si sono moltiplicati i segnali di prudenza verso l’Ucraina. Un esempio è la lettera con cui il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha proposto
una “membership associata”. L’idea è stata accolta con grande scetticismo da diversi stati membri. “Invia il messaggio opposto all’adesione”, dice il diplomatico. Il “momento è stato sbagliato, dato che si stava lavorando per aprire i capitoli negoziali”, conferma una seconda fonte.
Sull’adesione dell’Ucraina, altri governi hanno iniziato a sollevare dubbi. Alcuni Stati membri si sono opposti ad aprire tutti i capitoli negoziali come proposto dalla Commissione. Magyar ha indicato un orizzonte temporale di 10-15 anni per l’adesione. Gran parte degli Stati membri ritiene che sia l’unico calendario realistico. Il ministro italiano della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso la sua contrarietà all’ingresso di Kyiv per le ripercussioni sul settore agricolo. Stretto alleato di Meloni e fondatore del suo partito Fratelli d’Italia, Crosetto vorrebbe integrare l’Ucraina non nell’Ue, ma in un nuovo accordo di difesa europea insieme a Regno Unito e Norvegia.
Al di là dell’allargamento, alcuni grandi stati membri sono accusati di non fare abbastanza per sostenere l’Ucraina con aiuti finanziari e militari bilaterali. Germania, paesi nordici e paesi baltici si lamentano regolarmente del problema della “condivisione degli oneri”: Francia, Italia e Spagna trasferiscono pochi fondi e poche armi rispetto alle dimensioni delle loro economie. Questi stessi paesi si sono opposti dentro la Nato alla recente proposta del segretario generale, Mark Rutte, di destinare lo 0,25 per cento del Pil agli aiuti all’Ucraina.
La scorsa settimana, Francia, Italia e Spagna sono state accusate di concedere troppi visti turistici ai cittadini russi. Lo scorso anno la Francia ne ha rilasciati oltre 170 mila a cittadini russi, l’Italia oltre 160 mila, la Spagna quasi 100 mila. La Svezia ha raccolto le firme di dieci stati membri per chiedere alla Commissione di iniziare a legiferare per imporre restrizioni più severe ai visti per i russi. Non è solo una questione morale. Ne va anche della sicurezza dell’Ue.
“Nell’Ue abbiamo un problema di credibilità”, ammette il diplomatico. Sulle sanzioni sta diventando sempre più evidente. Uno scandalo scoppiato in Irlanda mostra la reticenza di alcuni governi europei ad andare fino in fondo nella battaglia economica con la Russia per il timore delle conseguenze.
Secondo diverse inchieste giornalistiche, la fabbrica di allumina Aughinish, di proprietà del colosso russo Rusal, esporta gran parte della sua produzione in Russia per trasformarla in alluminio, usato per fabbricare armi. Dopo un appello da parte di alcuni deputati europei per imporre sanzioni dell’Ue contro Aughinish, il premier Martin ha espresso la sua opposizione perché le misure restrittive causerebbero più danni all’economia europea che a quella russa.
Il caso Aughinish è lungi dall’essere l’unico. A maggio le case automobilistiche europee hanno fatto grande pressione sulla Commissione per revocare le sanzioni imposte sul produttore di chip cinese Yangzhou Yangjie Electronics. La decisione era stata presa solo lo scorso aprile, con il ventesimo pacchetto di sanzioni. “La Yangzhou Yangjie Electronic Technology Company Limited ha inviato oltre 200 spedizioni di tecnologia a uso duale in Russia dall’invasione dell’Ucraina, contribuendo in modo significativo alle sue capacità militari. I prodotti dell’azienda sono stati rinvenuti nei droni e nelle munizioni utilizzati dalle truppe russe in Ucraina”, si legge nelle motivazioni dell’Ue.
Le case automobilistiche europee si sono lamentate che le sanzioni hanno reso più difficile l’accesso ai chip. Ieri una portavoce della Commissione ci ha confermato la sospensione delle sanzioni contro Yangzhou Yangjie Electronics. “Proponiamo una deroga temporanea di 9 mesi, perché questa azienda è un fornitore chiave per diverse case automobilistiche europee e, pertanto, la sua inclusione nella lista nera creerebbe gravi interruzioni alle loro catene di approvvigionamento di chip”, ci ha detto la portavoce. Venerdì gli ambasciatori dei ventisette Stati membri hanno approvato la proposta della Commissione.
(da Fanpage)

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“LA NOSTRA STRADA E’ L’EUROPA”: L’ARMENIA CON LE ULTIME ELEZIONI VOLTA LE SPALLE A MOSCA

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL PAESE SI CONFERMA UN ASSET UE

Non succederà subito e nemmeno presto, ma la strada presa dall’Armenia porta lontano da Mosca e arriva in Europa. Il partito Contratto Civile guidato da Nikol
Pashinyan ha vinto le elezioni per la terza volta superando la maggioranza di quel che gli basta per governare da solo.
Il mandato è chiaro: pace con i Paesi vicini, affrancamento dalla Russia e legami più stretti con Bruxelles. Dove un tempo si diffidava del populista ed erratico Pashinyan, da otto anni primo ministro e – secondo i suoi critici – incline a perpetuare la propria permanenza al potere. Ma dove oggi lo si considera un punto di forza nella regione. A dissolvere i dubbi, il ribadito europeismo e la maggior prudenza acquisita dal leader armeno.
“Voto trasparente”
“Questo voto ci porterà più vicini all’UE”, dice a Fanpage.it da Erevan il popolare commentatore politico Tatul Hakobyan. “Ma politicamente siamo già una continuazione dell’Europa”. Hakobyan è un severo critico di Pashinyan. Gli chiediamo dei sospetti di irregolarità alle urne, dopo gli arresti di oppositori del governo avvenuti nelle ultime settimane. “È stato un voto pulito”, risponde. “Devo ammetterlo: nessun broglio. Il risultato rispetta quel che vogliono gli armeni”.
Pashinyan ha ottenuto oltre il 50 per cento dei consensi per tre fattori chiave: in primo luogo, la sua agenda di pace. Dopo la sconfitta militare e la perdita del Nagorno-Karabakh (il territorio a maggioranza armena conquistato passato definitivamente all’Azerbaigian dopo l’offensiva militare del 2023, ndr) ha trovato sostegno tra chi ritiene che la normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e la Turchia sia necessaria per la sicurezza e lo sviluppo del Paese. A ciò si aggiunge il sostegno di una base ancora significativa, secondo Hakobyan pari a circa il 15–20%, conquistata dal suo profilo politico e dal suo carisma. Infine, l’opposizione filorussa, poco popolare tra molti armeni, ha contribuito a rafforzare il vantaggio del premier.
“Nel complesso, la vittoria di Pashinyan appare coerente con l’attuale equilibrio politico del Paese”, afferma l’intervistato.
Un asset per l’Europa
Le riforme da intraprendere per una futura integrazione nell’UE sono profonde e possono permettere al Paese di consolidare democrazia e Stato di diritto. “Ci vorranno almeno 15 anni, e dovremo fare bene i nostri compiti”, osserva Hakobyan. “Siamo ancora una democrazia ibrida, con problemi nello Stato di diritto e nelle
istituzioni”. L’adesione all’Unione Europea è l’obiettivo, ma ciò che conta è “costruire un’Armenia democratica, fondata sullo Stato di diritto e sulla giustizia sociale”. Con questo voto, l’Armenia chiede all’Europa di svolgere un ruolo di sostegno al suo consolidamento democratico.
“La conferma di Pashinyan è avvenuta nonostante le pressioni e le minacce russe, anche per questo è molto incoraggiante per l’UE”, commenta a Fanpage.it Nicoletta Pirozzi, responsabile del programma UE, politica e istituzioni dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). Bruxelles nelle ultime settimane si è spesa, offrendo accordi commerciali rafforzati, finanziamenti e sostegno economici al governo armeno. Non che abbia fatto la differenza. La popolazione era già per la maggior parte pro-europea.
“La tenuta democratica del Paese lo rende un asset importante nella strategia di contrasto all’influenza di Mosca”, nota Pirozzi. “Rafforza la consapevolezza che – in parallelo alla resistenza armata dell’Ucraina all’invasione militare – in molti Paesi dell’area ex-sovietica si resiste alle interferenze del Cremlino”.
Vladimir Putin, prima del voto, aveva evocato pubblicamente uno “scenario ucraino” per l’Armenia. Non ha funzionato. “Ci sarà adesso un rafforzamento dei legami tra Bruxelles e un partner che – pur essendo piccolo e ancora lontano dalla membership – è già diventato un partner importante dell’UE”, conclude l’accademica dell’IAI.
Minacce e diplomazia
La Russia vorrà alzare ostacoli sul percorso europeo dell’Armenia. “Ci aspettano altri anni difficili: i russi useranno il ricatto energetico e quello dei rapporti commerciali per esercitare pressione politica”, dice Tatul Hakobyan. Il piccolo Paese caucasico dipende per l’85-90 per cento da Mosca, riguardo al gas naturale (dati IAE). La rete è di proprietà del colosso energetico del Cremlino, la Gazprom. L’energia elettrica è prodotta al 70 per cento con combustibili provenienti da Russia e Iran. E le alternative immediate sono poche. “Pashinyan dovrà incontrare Putin e mantenere aperti i canali diplomatici per evitare che la Russia metta subito Erevan di fronte a una scelta obbligata tra UE e Mosca: per noi sarebbe deleterio”, afferma Hakobyan.
Il primo ministro rieletto dovrà anche essere cauto nel perseguire la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, storicamente disastrosi a causa del genocidio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917, ed esacerbati per il sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno-Karabakh.
La pacificazione fa parte del programma di Peshinyan. La riapertura dei confini con la Turchia porterebbe vantaggi economici all’Armenia. Ma cambierebbe ulteriormente in senso anti-russo gli equilibri politici nel Caucaso meridionale. “I russi potrebbero farcela pagare cara”, teme Hakoboyan.
L’irritazione del Cremlino per le scelte filo-occidentali di Erevan era già cresciuta dopo l’accordo “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) mediato dagli USA, con cui si è creato un corridoio infrastrutturale tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhchivan attraverso l’Armenia. L’accordo elimina il ruolo di controllo che Mosca aveva sui corridoi di transito tra Armenia e Azerbaigian, escludendola dalle principali dinamiche infrastrutturali e strategiche.
Come Mosca ha perso il Caucaso del sud
La perdita d’influenza della Russia sul Caucaso meridionale è un dato di fatto, e non da oggi. “Mosca non è più un mediatore di potere indispensabile nella regione”, spiega a Fanpage.it Rasmus Nilsson, docente alla School of Slavonic and East European Studies dell’University College di Londra. “Il punto di svolta è stato l’incapacità di influenzare il futuro del Nagorno-Karabakh”. L’Armenia faceva parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) a guida russa. Mosca non ha né voluto né potuto salvare la regione contesa dall’attacco azero. Uno dei disastri strategici conseguenti all’invasione dell’Ucraina, su cui Putin ha puntato tutto.
“Il risultato è che né il regime armeno né quello azero si fidano di Mosca, e persino i georgiani (dove è al potere una fazione sensibile agli interessi russi, ndr) restano diffidenti”, osserva Nilsson. L’Armenia è di fatto uscita dal CSTO. La Russia mantiene ancora una base militare a Gyumri, che può servire come punto di presenza e intelligence, e come leva di pressione sull’Armenia. “Probabile che Erevan cerchi nei prossimi mesi di ridurre gradualmente la presenza e il ruolo della
base”, prevede Nilsson. Può riuscirci. Putin, tra attacchi ucraini sul suolo russo, perdite al fronte e crisi interne, ha troppe altre grane da gestire. E non ha risorse infinite. Al Cremlino lo sanno bene. Ormai lo riconoscono.

Da Fanpage)

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LA COPPA AMERICA DEL 2027 HA GIA’ FATTO SALIRE GLI AFFITTI A BAGNOLI FINO A 5.000 EURO AL MESE PER UN BILOCALE

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPENNATA HA TRAVOLTO ANCHE I PREZZI PER I RESIDENTI

Non siamo a Capri e nemmeno a Montecarlo, ma siamo tra Bagnoli e Pozzuoli, nei pressi del mare, attualmente ancora in attesa di diventare abitabile. Per un bilocale si chiedono 5.000 euro al mese. Non c’è un errore negli zeri, è proprio cinquemila euro al mese per una appartamento di due stanze. È l’effetto speculativo connesso all’America’s Cup 2027 che sta sconquassando il mercato immobiliare nella parte ovest della città di Napoli.
Se ci fosse qualche dubbio, basta leggere l’inserzione per trovare ben specificato che i 5.000 euro al mese vengono chiesti proprio per l’evento velistico, con tanto di dicitura “Fittasi intero appartamento solo per America’s Cup 2027, 4 posti letto”. Ma non è il solo, sono decine gli annunci per appartamenti, anche piccoli, nei pressi del litorale di Bagnoli il cui costo appare assolutamente esagerato. C’è chi crede all’Eldorado, e quindi immagina che arriveranno stuoli di ricchi disposti a passare più di un mese in un appartamento a pian terreno con solo due stanze a 5.000 euro al mese. D’altronde sognare non costa nulla. Al tempo stesso però l’effetto immediato è quello dell’impennata di tutti i prezzi di locazione tra Bagnoli e Fuorigrotta che stanno raggiungendo livelli inaccessibili.
La caccia ai ricchi: “prezzo su richiesta”
Basta farsi un giro sulle piattaforme per locazione e acquisto di immobili per rendersi conto di cosa sta avvenendo nell’area ovest di Napoli. Il primo annuncio che vi abbiamo mostrato, 5.000 euro per un bilocale, si riferisce ad un appartamento in Via di Pozzuoli posizionato al piano terra. Ma ci sono altri esempi, sempre a Bagnoli per un appartamento al primo piano, con quattro locali, si chiedono 3.500 euro al mese per un affitto minimo di sei mesi. Anche qui nella descrizione dell’offerta è ben specificato: “Uso transitorio America’s Cup”. Ed ancora a via Niso a Bagnoli, per un appartamento di appena 55 metri quadrati al sesto piano, si arriva a 1.000 euro al mese.
A via Ilioneo, sempre a Bagnoli, per 60 metri quadrati viene richiesto 1.500 euro al mese, con un periodo minimo di 1 mese di locazione, fino ad un massimo di 12 mesi. Ma sulle piattaforme sono tantissimi gli appartamenti in affitto, specificamente per l’America’s Cup, in cui il prezzo viene fornito solo “a richiesta”. Non viene indicato, si valuta evidentemente, a seconda dell’affittuario, del numero di persone da ospitare e magari anche del periodo.
Di certo, la circostanza di non riportare il costo ci fa intuire che non sia affatto economico. La bolla speculativa della Coppa America travolge anche il mercato per le locazioni per i residenti che nella zona di Bagnoli e Fuorigrotta ha subito un’impennata da record negli ultimissimi mesi, facendo diventare la zona ovest della città tra le più care in assoluto di tutta la città. A via Diocleziano, a Fuorigrotta, per un appartamento di 100 metri quadrati, si arriva a 2.500 euro al mese di affitto, con un prezzo di 25 euro a metro quadrato, che è paragonabile ai prezzi del Vomero, uno dei quartieri più ricchi della città. Sempre a Via Diocleziano per un bilocale da 75 metri quadrati si arriva a 1.000 euro al mese.
Non va meglio nella zona di Cavalleggeri, storicamente più popolare, dove un appartamento di 100 metri quadrati si arriva a 1.200 euro al mese di richiesta. Questi ultimi casi che vi abbiamo elencato sono appartamenti in locazione per residenti, quindi non ad uso transitorio, segno di un mercato che ha impennato i prezzi che difficilmente potranno mai tornare ad una dimensione accessibile.
“Non è vero che questi eventi portano soldi a tutti”
Le polemiche intorno alla Coppa America di vela non si sono ancora placate, con un dibattito accesso tra i sostenitori della regata, vista come importante volano di sviluppo della zona, e chi invece lo ritiene un evento di nicchia che potrebbe portare più problemi che benefici. La situazione del mercato immobiliare ed i costi di locazione, sono senza dubbio sulla bilancia nel peso tra i pro ed i contro dell’evento sportivo. “Questo tipo di modello di grandi eventi, al di là di ogni altra considerazione, non è vero che porta benessere a tutti, e questa è la dimostrazione” commenta a Fanpage.it, Alfonso De Vito della Rete SET per il diritto all’abitare. “Le conseguenze sui prezzi degli affitti per i residenti hanno conseguenze pesanti per il diritto all’abitare – prosegue l’attivista – i profitti li farà chi ha le risorse per trarli ma le conseguenze le pagheranno i ceti sociali più deboli. E’ difficile
prevedere cosa accadrà tra Bagnoli e Fuorigrotta prima e dopo la Coppa America, di certo Napoli ha il 40% di affittuari e difficilmente questa situazione potrà essere reversibile, a meno che non ci siano degli interventi pubblici di calmierazione molto forti”.
Il riferimento è al regolamento sulle case vacanza, la variante al piano regolatore che arriverà presto in consiglio comunale. “La delibera pone una soglia alle case da mettere sul mercato turistico del 30%. Ma questa percentuale non è calcolata rispetto alle case in affitto, ma rispetto al totale delle superfici abitabili in tutta la città, quindi rischia di diventare da subito del tutto inefficace rispetto alla portata del fenomeno. I limiti inoltre vengono applicati solo alla parte bassa del centro storico, quindi ad esempio non vale per Bagnoli e Fuorigrotta” sottolinea De Vito.
La situazione, secondo gli stessi studi commissionati dal Comune di Napoli, vede una diminuzione del 48% delle case immesse sul mercato delle locazioni per residenti negli ultimi anni, in pratica è sparita quasi una casa su due in affitto. “Napoli è tra le città che registrano il più alto numero di compravendite di immobili non ad uso residenziale ma per investimento, questo vuol dire che si sta creando anche una accumulazione immobiliare. Gli annunci che avete mostrato, sommati a questi dati, basterebbero per mettere in discussione l’idea che questi eventi portano ricchezza per tutti, semplicemente non è vero. Proprio per questo è necessario che l’amministrazione pubblica intervenga sul fenomeno in maniera incisiva”.
(da Fanpage)

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GIUSEPPE CONTE, ALLA PRESENTAZIONE DEL SUO LIBRO “UNA NUOVA PRIMAVERA”, ATTACCA GRILLO: “CI SONO STATI MOMENTI IN CUI MI HA ATTACCATO PUBBLICAMENTE. QUANDO ABBIAMO FATTO ‘NOVA 1’, IL PRIMO ESPERIMENTO DI DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA, BEPPE GRILLO NON L’HA ACCETTATO. VOLEVA INCONTRARE IL VERTICE DI TURNO E TROVARE LA SOLUZIONE, MA QUANDO TU COSTRUISCI UN MOVIMENTO DEMOCRATICO, NON È PIÙ CASA TUA, È LA CASA DI QUELLI CHE PARTECIPANO”

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

“UNA BUONA PARTE DEGLI ISCRITTI HA VOLUTO METTERE IN DISCUSSIONE IL RUOLO DEL GARANTE A VITA DEL MOVIMENTO VOTANDO, LUI HA CHIESTO UNA SECONDA VOTAZIONE E SONO AUMENTATI ADDIRITTURA I NUMERI CONTRO IL GARANTE, IL SUO RUOLO NON ERA PIÙ NECESSARIO E SI È ROTTO IL SUO CONTRIBUTO”

“Per me il fondatore del Movimento 5 Stelle è il fondatore e non si muove, quando abbiamo fatto ‘Nova 1’, il primo esperimento di democrazia partecipativa Beppe Grillo non l’ha accettato, lui voleva incontrare il vertice di turno e trovare la soluzione, ma quando tu costruisci un movimento democratico, una forza politica, non è più casa tua, è la casa di tutti quelli che partecipano”. Lo afferma il presidente del M5S Giuseppe Conte a Genova a margine della presentazione del suo libro ‘Una nuova primavera’.
“La storia non si cancella, Beppe Grillo è il fondatore del Movimento 5 Stelle, il promotore del progetto, l’ho sempre rispettato per questo – ribadisce Conte -. Anche quando mi sono insediato e gli ho portato lo statuto che non voleva modificare, quando ci sono stati dei momenti in cui qualcosa non gli andava bene, non l’ho mai insultato, è stato lui a farlo, ci sono stati dei momenti in cui mi ha attaccato pubblicamente”.
“Quando Beppe Grillo voleva bloccare ‘Nova 1’ ho detto ‘no’, assolutamente ‘no’ – ricorda Conte -. Mi ha attaccato pubblicamente che all’interno di ‘Nova 1’, dove ‘non ho contato una mazza io’ lo dico pubblicamente, una buona parte degli iscritti ha voluto mettere in discussione il ruolo del garante a vita del movimento votando, fosse stato per me non l’avrei messo in votazione perché era una lacerazione insidiosa, invece hanno votato, lui ha chiesto una seconda votazione perché aveva un vecchio privilegio, alla second votazione sono aumentati addirittura i numeri contro il garante, il suo ruolo non era più necessario e si è rotto il suo contributo”.
(da agenzie)

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MATTEO SALVINI È FINITO IN UN CUL DE SAC: DA UN LATO, È INCALZATO DA ROBERTO VANNACCI, CHE CONTINUA IL SUO SHOPPING TRA I PARLAMENTARI DELLA LEGA; DALL’ALTRO, DA ZAIA E DAI GOVERNATORI DEL NORD, CHE CHIEDONO AUTONOMIA E POTERE (E LO OTTERRANNO)

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

AL CONSIGLIO FEDERALE DEL CARROCCIO, PREVISTO DOMANI, IL FU “TRUCE DEL PAPEETE” DOVRÀ CONCEDERE ALL’EX GOVERNATORE DEL VENETO IL RUOLO DI VICESEGRETARIO E DI LEADER DEL PARTITO AL NORD: SARÀ SANCITA UNA SCISSIONE DELLA LEGA IN DUE PARTITI GEMELLI E ALLEATI, SUL MODELLO CDU/CSU IN GERMANIA (A ZAIA VA IL NORD, A SALVINI LA LEGA NAZIONALE SOVRANISTA)

Lega in tempesta. A tutti i livelli. Nel partito circolano le bozze di un nuovo statuto che dovrebbe essere presentato domattina, in un consiglio federale a Roma in cui è stata espressamente richiesta la presenza dei partecipanti: niente collegamenti a distanza.
Il fatto è che la bozza contiene un ridisegno radicale del partito. In sostanza […] la Lega diventerebbe federale anche al suo interno. Con un segretario per il Nord.
Esattamente quanto fin qui chiesto dall’ex governatore Luca Zaia, da giorni alle prese con una trattativa con Matteo Salvini proprio a questo proposito. La nuova «Lega nord», il nome è di fantasia, avrà vastissima autonomia: indicherà i candidati a sindaco e anche a governatore nei suoi territori. Avrà anche autonomia sul simbolo elettorale e sulle finanze del partito.
Del resto, in teoria la Liga veneta questo già ce l’aveva. Insomma, domani per la Lega potrebbe essere il giorno x, da cui si calcola il nuovo corso. Ma appunto, la partita resta apertissima e solo il consiglio federale di domani permetterà di saperne di più.
Ormai non è più questione di se ma di come: come governare il cambiamento nella Lega in un momento decisivo per la tenuta del partito. Siamo lontani dalla “notte delle scope” del 2012 ma la tensione è la stessa e alla vigilia del Consiglio federale di domattina, Matteo Salvini continua a lavorare a una soluzione che consenta di accompagnare la transizione senza strappi.
Ma soprattutto senza che possa sembrare un commissariamento della sua segreteria.
«Lavori in corso», è l’unico commento che concede ai giornalisti, esibendo un sorriso un po’ tirato, a margine di un evento alla Triennale di Milano.
Solo pochi giorni fa, alla stessa domanda aveva risposto parlando di «realtà virtuale» e notizie «prive di fondamento», smentendo categoricamente ogni ricostruzione. E c’è da capirlo, si tratta di un passaggio complesso: da un lato la proposta di Luca Zaia di rimodulare il partito sul modello tedesco (Cdu/Csu) per
dare maggior peso alle regioni del Nord, dall’altro la tutela di un corpo elettorale conquistato a suon di battaglie identitarie e slogan sovranisti. Ma come tenere insieme queste due esigenze?
Per questo, il confronto con Zaia e Massimiliano Fedriga non riguarda semplicemente una distribuzione di incarichi. I due sanno che il loro peso politico è cresciuto e non sembrano disposti ad accettare ruoli privi di sostanza. Se dovranno assumere maggiori responsabilità nel partito, chiedono poteri reali, autonomia su alcuni dossier e la possibilità di incidere davvero sulla linea.
Salvini, dal canto suo, spingerebbe per una transizione morbida, anche nel lessico.
Oltre che per avere rassicurazioni sulle quote alle prossime politiche per alcuni dei suoi fedelissimi. Certo è che il potere contrattuale di Salvini in questa trattativa appare più limitato rispetto al passato: i sondaggi impietosi che lo danno intorno al 6% e le continue fuoriuscite leghiste verso il partito di Roberto Vannacci hanno indebolito il leader.
E infatti, la richiesta di aprire una fase nuova e tornare alle origini del “sindacato del territorio” non arriva più soltanto da singole correnti o dai critici storici della segreteria. Ne hanno coscienza anche pezzi importanti del partito, fino ai più alti dirigenti, che solo pochi mesi fa non si sognavano neanche di mettere in discussione l’attuale assetto.
La questione resta come tradurre questa consapevolezza in una nuova architettura del partito. Una delle ipotesi più accreditate è quella di un congresso statutario, già a settembre. Non un congresso ordinario, visto che quello federale si è celebrato appena un anno fa confermando Salvini alla guida per altri quattro anni, ma un passaggio straordinario per modificare le regole.
L’obiettivo sarebbe costruire una soluzione morbida, capace di redistribuire responsabilità e poteri senza arrivare a una resa dei conti
Domani potrebbe emergere un primo tassello di questo percorso. Tra le opzioni in campo, tra le più accreditate, c’è l’affidamento a Zaia di un ruolo di coordinamento del Nord. Ma anche in questo caso il nodo non è la carica.
Chi tratta per conto dell’ex governatore veneto ripete da giorni lo stesso concetto: nessuna disponibilità a fare da garante di una fase nuova senza gli strumenti per guidarla. Un ragionamento che vale anche per Fedriga.
Il Consiglio federale – convocato per tutti solo in presenza a Roma – difficilmente chiuderà la partita. Più probabilmente ne fisserà le regole in attesa di una seconda tranche di trattative che porterà alla due giorni del 4 e 5 luglio a Treviso, dove potrebbero arrivare i primi annunci ufficiali.
(da agenzie)

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VANNACCI NON PORTA VIA SOLO PARLAMENTARI ALLA LEGA, MA ANCHE TANTI SOLDI: LA PERDITA DI CINQUE DEPUTATI PASSATI CON FUTURO NAZIONALE ALLA CAMERA FA PERDERE ALLA LEGA 350 MILA EURO DI “DOTE”

Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI È STRETTO IN UNA MORSA: MENTRE L’EX GENERALE DRENA IL CARROCCIO DA DESTRA, LA NOMINA DI LUCA ZAIA COME VICESEGRETARIO “AL NORD” SANCIRÀ LA FINE DELLA LEGA “SOVRANISTA” E IL RITORNO DEL TERRITORIO

Tante volte nei 12 anni e mezzo di leadership leghista, Matteo Salvini è stato in affanno. Spesso a un passo dal baratro. Eppure, dal Papeete in poi sono trascorsi 7 anni, ma il vicepremier è riuscito sempre a cavarsela. Solo che adesso la sua parabola sembra aver imboccato la definitiva parabola discendente.
Comunque vada, non sarà più il leader incontrastato nel partito. Quello che ha trasformato la Lega Nord in Lega per Salvini premier, denominazione di un tempo andato, che oggi non è più al passo con i tempi. La figura dell’ex presidente della regione Veneto, Luca Zaia, incombe.
La concorrenza a destra di Roberto Vannacci sta lasciando il segno, sia in termini di immagine che di sondaggi. Certo, non preoccupa il peso elettorale dei singoli parlamentari che vanno via: da Laura Ravetto a Domenico Furgiuele, nessuno è un “acchiappavoti”.
Ma il contraccolpo mediatico si avverte. E c’è poi un fattore economico che non può essere trascurato: la perdita di 5 deputati, passati con Futuro Nazionale alla Camera, comporta il caldo di circa 350mila euro di trasferimenti della Camera. Ogni eletto garantisce una dota ai gruppi. Quindi ogni singolo addio ha un peso sul bilancio.
Qualche numero aiuta a orientarsi. Nel 2024 il gruppo leghista a Montecitorio ha ricevuto un contributo di poco superiore 4,6 milioni di euro, chiudendo in disavanzo di 52mila euro.
Il partito di Salvini, d’altra parte, ha spesso chiuso con un sostanzioso segno positivo la rendicontazione dei gruppi: nella scorsa legislatura sul conto bancario
del gruppo della Lega c’erano oltre 5 milioni di euro, accantonati nei vari anni, quando i salviniani avevano una presenza massiccia in Parlamento.
Sono soldi fondamentali: vengono impiegati in gran parte per l’assunzione del personale, ma servono anche per la comunicazione e i servizi studi. Non è una questione secondaria, in vista di una campagna elettorale delicatissima per la sopravvivenza del partito di Salvini.
Al di là della questione finanziaria, c’è il tema politico. Il consiglio federale di domani segna un punto di svolta. Il segretario e vicepremier deve comunque prevedere la road map per cedere almeno una porzione di potere. «È un compromesso inevitabile», secondo la versione dei leghisti alla Camera.
Non si può tirare avanti come se nulla fosse accaduto, anche perché il fenomeno Vannacci è stato gonfiato proprio da Salvini che gli ha garantito un taxi per l’Europarlamento con la candidatura del 2024. La resa dei conti era stata rinviata nell’immediato. Ora, con i sondaggi a picco, non può essere rinviabile. La formula di Zaia come leader dell’ala nordista è l’unica praticabile: i pieni poteri tra Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia lascerebbero all’attuale segretario le regioni con minore radicamento e anche minori risorse.
(da EditorialeDomani)

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