Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
MIGLIAIA IN PIAZZA DA GIORNI CONTRO IL PROGETTO IMMOBILIARE DEL GENERO DI TRUMP IN AREE PROTETTE
Cosa c’entrano Donald Trump, una riserva di fenicotteri e una partita di calcio tra Albania e Israele? Parecchio, per quanto strano possa suonare. Nel Paese guidato da Edi Rama da cinque giorni migliaia di manifestanti scendono in piazza e si scontrano con la polizia in quella che qualcuno ha ribattezzato “rivoluzione dei fenicotteri“. In realtà il movimento di protesta è nato per opporsi a un singolo progetto, l’investimento immobiliare con cui Jared Kushner, genero di Trump, s’è messo in testa di costruire un resort di lusso tra l’isola di Saseno e l’area costiera di Narta/Zvernec. La prima è un’isola disabitata sul lato orientale del Canale di Otranto contesa nei secoli da italiani, greci e inglesi soprattutto come avamposto militare. La seconda è l’incantevole area costiera che le sta dirimpetto, a due passi
dalla città di Valona, nota tra l’altro per ospitare nella Laguna di Narta una rinomata colonia di fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e 200 specie di uccelli migratori. Nel 2024 una riforma di legge in Albania ha reso possibile lo sviluppo turistico in alcune aree protette, tra cui quella nei pressi di Valona, e poco dopo Kushner, innamoratosi dell’area, ha annunciato la costruzione con la sua società Affinity Partners di un resort di lusso da 10mila stanze.
Il progetto fa discutere da tempo, ma la questione si è fatta rovente in Albania da quando a inizio anno Jared Kushner, che pur non avendo ruoli formali nell’Amministrazione Trump è pure “super-negoziatore” Usa sui grandi tavoli internazionali – da Gaza all’Iran all’Ucraina – ha visitato a sorpresa la zona dove dovrebbe sorgere il resort insieme alla moglie Ivanka Trump e a una squadra di architetti. Kushner ha spiegato di recente che l’idea del progetto è sorta in una notte dell’estate 2021 chiacchierando con il premier albanese Edi Rama durante una vacanza in barca sullo yacht dell’amico e finanziere Nathaniel Rothschild. Fino a quel momento, ha confessato candidamente, non sapeva nulla né di quell’area né del Paese in generale. Poi s’è innamorato perdutamente delle «grandi opportunità» di sviluppo della zona, oltre che della «visione» di Rama per l’Albania, e con la sua Affinity ha partorito un progetto d’investimento da oltre 7 miliardi di dollari. Il governo albanese ha dato il via libera al progetto nel dicembre 2024, ossia subito dopo la rielezione di Donald Trump alla guida degli Usa, classificandolo come “investimento d’interesse strategico”. Ma c’è chi pensa di strategico per Rama ci sia soprattutto il rapporto con Trump e il suo entourage. E così ora è lui stesso a doverci mettere la faccia.
Il cantiere e gli scontri
A fine maggio il cantiere è partito per davvero: l’impresa di costruzione ha fatto recintare parte della zona dove dovrebbe sorgere il resort con blocchi di cemento e filo spinato, e ha iniziato a spianare sabbie e boschi di pini dell’area. Da sabato i manifestanti sono scesi perciò in forze in piazza, scontrandosi con la polizia e gli agenti di sicurezza privata reclutati. Diverse persone sono state arrestate. Le associazioni ambientaliste contestano in particolare la «totale carenza di trasparenza» del progetto, senza alcuna consultazione pubblica o documentazione accessibile. Da Narta le proteste si sono allargate, sbarcando nella capitale Tirana. Pullulano nei cortei i cartonati a forma di fenicottero, simbolo degli ecosistemi da proteggere, mentre sui cartelli e dai megafoni si urla “L’Albania non è vendita” e “Ivanka vai a casa”. I manifestanti un primo risultato l’hanno in realtà ottenuto: lunedì la procura nazionale anticorruzione ha confermato l’apertura di un’inchiesta sulle modifiche apportate nel 2024 alle norme sulla protezione ambientale dell’area interessata dal progetto. Lo stesso governo è costretto sulla difensiva. Martedì Edi Rama si è detto pronto a incontrare una delegazione del movimento di protesta, e mercoledì in un’intervista alla Cnn ha assicurato che l’obiettivo del progetto non è certo quello di «buttare cemento sulla testa dei fenicotteri», ma che la sfida è al contrario quella di «dimostrare che natura e sviluppo non solo possono coesistere, ma hanno bisogno l’uno dell’altro».
Le proteste e la rissa in Albania-Israele
La “rivoluzione dei fenicotteri” però ormai vive di vita propria e ieri nel calderone delle proteste è finito pure un evento apparentemente del tutto scollegato dalla disfida di Saseno/Narta. Mercoledì sera infatti si giocava l’amichevole di calcio Albania-Israele, e la rabbia per il progetto di Kushner s’è mescolata con l’ostilità
verso la squadra israeliana in relazione alle guerre che incendiano il Medio Oriente. La polizia ha dovuto sigillare la zona attorno allo stadio dopo che sui social sono state fatte circolare fake news che evocavano lo spettro di una «svendita» dell’isola di Saseno direttamente a Israele. Kushner è un noto sostenitore dello Stato ebraico, e nella prima Amministrazione Trump è stato l’architetto degli Accordi di Abramo, ma il progetto di resort non ha ovviamente nulla a che fare con le vicende mediorientali. Fatto sta che a interpretare la rabbia di un pezzo di popolo albanese (circa la metà è di religione musulmana) sono stati sul campo alcuni giocatori della nazionale. Dopo aver sbloccato il match al 73′, l’israeliano Oscar Gloukh s’è portato il dito prima alla bocca e poi sulla bandiera per «silenziare» idealmente i fischi che avevano coperto a inizio partita l’inno d’Israele. Il difensore della Lazio Elseid Hysaj s’è messo i panni del «giustiziere», gli è volato addosso e gli ha rifilato un pugno, seguito a ruota da un compagno. Ne è nato un breve parapiglia. Ma l’amichevole – si fa per dire – alla fine l’ha portata a casa Israele.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
SI PUO’ ESSERE ORGOGLIOSI DEL PROPRIO PAESE SENZA DISPREZZARE QUELLO DEGLI ALTRI?
Si può essere orgogliosi del proprio Paese senza disprezzare quello degli altri? Si
può amare la propria patria senza odiare quella degli altri? O l’unica alternativa al sovranismo di Trump, Netanyahu, Putin e Vannacci è la condizione fluida di chi non riconosce più radici né storie condivise e si muove per il mondo come dentro un immenso aeroporto?
Le celebrazioni del 2 Giugno, con le polemiche che ne sono seguite, hanno riproposto l’interrogativo: è possibile essere patriottici senza diventare fanatici o, per contrasto, apolidi? Con il nazionalismo gli italiani hanno sempre avuto un rapporto complesso, in bilico tra disprezzo e retorica. D’Annunzio e Mussolini abusarono di iperboli italocentriche, e con esiti talmente catastrofici che, per reazione, la nascente Repubblica finì per diffidare del patriottismo, facendolo coincidere con il suo gemello violento: il bellicismo.
In quegli anni l’Inno godeva di scarsa considerazione (quando veniva suonato prima delle partite della Nazionale, il telecronista dava la linea alla pubblicità) e la stessa parola «Italia» era accolta con sospetto. Dopo aver saputo che Bruce Springsteen cominciava i suoi concerti a Los Angeles al grido di «siamo in California, cioè negli Stati Uniti d’America!», ricevendo in risposta un boato, Lucio Dalla raccontava di aver provato a fare la stessa cosa a Bologna. «Siamo in Emilia, cioè in Italia!», ma il pubblico ammutolito lo aveva preso per matto. L’aneddoto è probabilmente inventato (Dalla era un poeta e un bugiardo strepitoso), però assolutamente credibile.
Sandro Pertini fu il primo a invertire la rotta, insediandosi al Quirinale. Il suo passato di partigiano socialista lo metteva al riparo dal pregiudizio che il patriottismo fosse un sentimento di destra. La sua esultanza durante la finale del Mundial 1982 contro quella stessa Germania che aveva combattuto in guerra è rimasta nella memoria come esempio di patriottismo elegante. Un istinto forte, ma pacifico. Per la propria squadra, non contro quella avversaria. Toccò a un altro presidente laico completare l’opera dando lustro ai riti di appartenenza. La bandiera, la festa, l’Inno: Ciampi risvegliò l’orgoglio nazionale senza trasformarlo in tracotanza. E il cattolico Mattarella ne ha portato avanti la missione in
quest’ultimo decennio complicatissimo, dominato dai social e dalla divaricazione eccitata dei punti di vista: o «prima gli italiani» o «l’Italia non esiste».
Il luogo comune afferma che gli italiani si sentono italiani solo quando sono all’estero. (Ne ricordo uno, in un albergo dei Pirenei nei tardi anni Settanta, avventarsi contro un indigeno che aveva osato scherzare sul nostro Paese: «Maleducaton d’un franceson, je suis italien e me ne vant!» Non padroneggiava la lingua, ma — come si dice? — quel che conta è il pensiero). Sarà forse per questo che i più bravi nel maneggiare con cura il patriottismo sono sempre stati degli italiani di confine: Cavour, Garibaldi, De Gasperi, Falcone. Gente che aveva talmente impresso il senso dello Stato — Garibaldi anche di più Stati — da non sentire l’esigenza di esprimerlo con troppa enfasi, né di usarlo come una clava per umiliare qualcun altro. Il limite del sovranismo è esattamente questo: ama il proprio Paese in modo così possessivo e aggressivo (nel linguaggio delle relazioni di coppia si direbbe «tossico») da non poter coltivare alleanze paritarie fuori dal cortile di casa, tantomeno con i sovranismi altrui. E, com’è accaduto nell’America di Trump e nella Russia di Putin, cerca di piegare persino la religione ai suoi fini.
Ma se il sovranismo produce bulli, il globalismo ha creato individui spaventati e smarriti. Senza punti di riferimento identitari, la vita diventa un deserto. E nei deserti di solito ci si perde. La diffidenza di tante persone nei confronti del nuovo nasce da questa mancanza di radici solide. Solo se sai chi sei, ti viene voglia di conoscere l’altro.
Un diverso patriottismo non soltanto è possibile, ma indispensabile. Altrimenti si finisce per consegnare certe suggestioni a chi le strumentalizza per perseguire scopi di contrapposizione brutale. I veri patrioti pensano che la felicità della patria non
dipenda dallo sfruttamento o dall’esclusione di chi non ne fa parte, ma da una ricerca cocciuta dell’armonia che porta a un equilibrio tra gli interessi di tutti. Questa riflessione la espresse e la mise in pratica un grande statista fiorentino, che era già un italiano molto prima che l’Italia nascesse. Si chiamava Lorenzo de’ Medici e anche per questo fu davvero Magnifico.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL CENTRO CHE NON C’E’
L’esodo di deputati (quasi tutti leghisti) in direzione di Vannacci documenta un ulteriore slittamento a destra della destra italiana, del suo elettorato che va per le spicce, dei suoi giornali nerboruti e insolenti.
A ben vedere è un processo di chiarificazione, e a suo modo di outing: se uno “va con Vannacci” vuol dire — scusate la dicitura un poco rozza — che era fascio anche prima. Gli piace la Decima Mas, non sopporta gay e lesbiche, vuole rispedire “a casa loro” gli immigrati, preferisce Putin e Trump all’Unione Europea, eccetera. (La somma di queste caratteristiche, presa una per una, farebbe sì che anche il Salvini abbia le carte in regola per essere vannacciano. Se non si dichiara tale è solo perché la vanità maschile gli impedisce di riconoscere che non è più lui il maschio alfa).
Questo ricollocamento lascia sempre più scoperto il misterioso “centro”, a meno che, con uno sforzo di ottimismo, si voglia considerare “centro” anche il partito di
famiglia dei Berlusconi, nato come fulcro ideologico e finanziario della destra italiana e mai sospettabile, fino a qui, di non farne parte. Davvero non si vede, in quel luogo opaco eppure bene indicabile (centro è ciò che sta tra destra e sinistra), una figura o un partito in grado di definirlo e catalizzarlo: centro, ovvero antifascista e anticomunista, moderato a partire dai toni, refrattario a ogni forma di radicalità. Chi l’ha visto?
Renzi sta nel campo largo e dopotutto è stato segretario del Pd. Calenda, per sua natura, si incazzerebbe già nell’atrio del congresso costituente e tornerebbe a casa. Europeisti ed ex radicali sono pochi e snob, e in fondo è il loro bello. E dunque potrebbe anche capitare che quello spazio vuoto, grande quanto una spiaggia del Nord quando la marea si ritira, rimanga vuoto. Il misterioso luogo del quale si sa solamente chi non c’è.
(da Repubblica)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RACKET DEL BRACCIANTATO E IL CONTROLLO MAFIOSO DELL’ATTIVITA’
Li chiamiamo invisibili, come a giustificare la nostra indifferenza. Perché sono come
polvere da mandare sotto al tappeto nelle zone buie dell’agro-industria nostro vanto. In realtà si vedono benissimo. Nelle piazze dei paesi quando è ancora buio. Dall’alba al tramonto sui campi, poi a gruppi alle stazioni di servizio, in attesa del minivan. O a piedi lungo il ciglio delle strade statali e provinciali. Qualcuno in bici, qualcun altro in monopattino. Più spesso a piedi. E quando li falciano, meritano meno di cinque righe in cronaca. Dagli allevamenti veneti, giù lungo lo stivale, per l’Emilia e poi più a Sud, nell’agro Pontino, fino ai campi di pomodoro campani, e nelle distese di serre e stalle, dalla Calabria alla Sicilia. Fanno notizia quando gli sparano, li picchiano fino a ucciderli, per abbandonarli in un fossato, nascondendone corpi e storie. Alla nostra vista e alla nostra indignazione.
Sono i braccianti venuti da lontano. Fatica e paga a giornata. Il contratto, quando
c’è, ha clausole e un’infinità di però. Primo fra tutti il pizzo dovuto ai caporali. Che come ai tempi delle lotte contadine – delle Leghe e dei capi del sindacato a cui sono intestate una infinità di sigle che provano a rappresentarli – a loro volta sono al soldo dei padroni. Del territorio più che della terra. Sono le organizzazioni criminali che detengono il monopolio della forza lavoro. C’è sempre qualcuno che organizza i pulmini, decide chi sale e chi resta a terra, trattiene una quota del salario e una parte della paura. Incassa in percentuale e garantisce che a nessuno venga in mente di reclamare diritti. Esattamente quello che è accaduto ad Amendolara, Statale Ionica 106: la strada della morte la chiamano. Per via del numero di incidenti su una dorsale essenziale per muoversi in Calabria, che si incunea per chilometri tra i paesi, alla velocità di una strada ad alta percorrenza.
I quattro braccianti bruciati vivi da caporali migranti come loro non sono le vittime di una faida tra urla e lamenti in dialetti lontani. Sono morti di lavoro e di sfruttamento, di un sistema che tiene insieme i soprastanti capaci di parlargli – o quantomeno di impartirgli ordini essenziali – e di padroni, tutti localissimi, che delegano lo sfruttamento, mantenendone il controllo. Mafia: racket di manodopera nel mercato che per restare florido deve tenere bassi i salari. E reclutare senza andare troppo per il sottile. A questo serve l’intermediazione. Pagare una quota per avere produzioni economicamente sostenibili e alimentare i banchi della filiera italiana e l’export. Di loro, dei migranti, abbiamo un disperato bisogno in un Paese a denatalità crescente. Lo dicono gli indicatori economici, lo ribadiscono le associazioni degli imprenditori. Per mantenere in equilibrio il sistema abbiamo bisogno di nuovi cittadini. Che faticano a diventare tali anche quando il lavoro, sia pure con contratti capestro, riescono ad agguantarlo. Lo raccontano i dati (Rapporto
“Ero straniero”) dei recenti decreti flussi, su cui ogni governo costruisce la propria politica dell’immigrazione: invece di accompagnare verso la legalità, spesso spingono verso l’illegalità. Con il decreto del 2024 meno di due su 10 sono riusciti ad arrivare fino a un permesso di soggiorno. Meno di uno su 10 con quello del 2025. Ora, possiamo chiamarli invisibili, ma diciamoci almeno con franchezza che in quella nuvola di fumo se ne va anche la nostra coscienza.
(da lespresso.it)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
“IL COMUNICATO E’ CONTRADDITTORIO: VI ACCUSANO DI FALSO, MA NON HANNO FATTO TUTTI GLI ACCERTAMENTI”
“A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti”. È questa l’opinione di Antonio Di Pietro, già pm simbolo di “Mani pulite”, poi ministro e ora avvocato, a proposito del caso della grazia concessa a Nicole Minetti, nuovamente ribadita ieri dal Quirinale, dopo che la Procura generale di Milano ha confermato il suo parere positivo.
Dal comunicato del Colle che aveva chiesto un supplemento d’indagine, dopo le inchieste del Fatto, non sono passati neanche 40 giorni.
“Io ho preso atto delle conclusioni della Procura generale di Milano, che rispetto come tutti i provvedimenti – dice Di Pietro – Ma non non ho capito l’obiettivo dei legali di Minetti e Cipriani di voler procedere contro Il Fatto”.
Annunciano una richiesta di risarcimento danni.
Se è vero che l’accertamento della Procura generale si è concluso senza indagini rogatorie, mi pare controproducente. Potrebbero farvi un favore.
Perché?
In questo modo avrete l’opportunità di dimostrare la bontà delle vostre fonti, producendo tutti gli elementi utili a dimostrare di aver raccontato una storia vera. E quindi di dimostrare quello che non hanno potuto o voluto dimostrare adesso.
La Procura generale, però, ha spiegato che non ha potuto ordinare una rogatoria internazionale perché gli accordi con l’Uruguay la prevedono solo nei procedimenti penali in corso.
Quel comunicato, secondo me, è contraddittorio: da una parte dicono che non hanno svolto attività rogatorie perché si possono fare soltanto con l’indagine penale in corso. Ma dall’altra parte scrivono che quanto affermato dal Fatto Quotidiano è falso. Ora una cosa è dire ‘non abbiamo trovato riscontro a quanto scrive Il Fatto‘, un’altra sostenere che avete scritto il falso. Vuol dire accusarvi di aver sostenuto qualcosa di diverso dalla realtà in modo consapevole. Ma come fai a sostenere questo e allo stesso tempo dire che non sono stati fatti tutti gli accertamenti perché la normativa non lo permette?
Sostengono che le dichiarazioni di Graciela De Los Santos Torres, la massaggiatrice uruguaiana intervistata dal nostro giornale, “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede d’indagine difensive”.
Il problema di fondo è che tutte le indagini devono essere riscontrate, quelle degli avvocati e quelle del pm. Ma a me non convince la parte del comunicato stampa in cui si parla di attività giudiziaria non realizzata e nello stesso tempo si afferma che quanto riportato dal vostro giornale è falso. Con l’affermazione di falsità siete stati accusati di un reato. Ripeto: una cosa è dire che non è stato riscontrato quello che avete scritto, un’altra sostenere che avete volutamente raccontato falsità.
Secondo lei, dunque, perché c’è questa contraddizione nel comunicato della Procura generale?
A me pare che qui ci sia un superiore interesse a chiudere la vicenda, garantendo la reputazione e la corretta condotta di tutti gli attori coinvolti. Ripeto: io rispetto il provvedimento in sé, assolutamente. Ma certo se fossi stato io il procuratore generale avrei cercato di fare qualcosa in più.
Ma la Procura generale cosa avrebbe potuto fare di più?
Acquisire maggiori informazioni attraverso rapporti diplomatici, rapporti collaborativi dal punto di vista governativo.
Che però, è l’obiezione, sono operazioni che spettano al ministero.
Va bene, chiunque fosse il responsabile avrebbe dovuto farlo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
“TRAGICOMICO: LA PROCURA HA SMENTITO LE NOSTRE INCHIESTE USANDO I TESTIMONI SCELTI DAGLI AVVOCATI DI MINETTI”
“Possono anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la Procura
Generale non può fare è accusare il Fatto Quotidiano di falso, perché questa è una diffamazione. E non possono farlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa, altrimenti li denunciamo“.
Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti e sulle verifiche della Procura Generale di Milano che ha smentito l’inchiesta del quotidiano.
Il direttore sottolinea: “Continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda per dare delle notizie. Non sta a noi del Fatto Quotidiano dare o togliere le grazie. Le grazie le danno o le tolgono eventualmente quelli che ne hanno la competenza. Noi ci siamo semplicemente occupati di una grazia che non stava né in cielo né in terra – continua – Abbiamo fatto interviste a testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla Procura Generale di Milano. Abbiamo offerto ai nostri lettori delle notizie: intanto che era stata concessa la grazia, visto che il Quirinale se l’era inguattata. Abbiamo fatto interviste che non possono essere smentite per la semplice ragione che i testimoni che noi abbiamo intervistato non sono stati sentiti dai magistrati“.
Travaglio aggiunge: “Non so se avete letto il tragicomico comunicato della Procura Generale di ieri che dice che l’intervista alla massaggiatrice che lavorava a casa di Cipriani non è vera, perché è stata smentita dalle indagini difensive. Cioè praticamente tu affidi le indagini sulla Minetti alla Minetti, agli avvocati della Minetti e ai testimoni che hanno trovato gli avvocati della Minetti. È l’oste che dice che il vino è buono, ma va benissimo. Noi abbiamo un inviato in loco – prosegue e continueremo a documentare che i due presupposti alla origine della grazia non ci sono: che Minetti ha cambiato vita e che sottrarla ai servizi sociali che le avrebbero tolto il passaporto avrebbe pregiudicato il trasporto del bambino malato all’unico ospedale al mondo che poteva curarlo”.
Circa la richiesta di risarcimento danni pari a 250 milioni di euro avanzata da Minetti e Cipriani contro Il Fatto, Travaglio precisa: “Mi occuperò di fare causa anch’io a quelli che hanno diffamato noi, così vediamo chi vince. Se bastasse chiedere dei soldi per ottenerli, saremmo tutti lì che li chiediamo. Non basta chiedere dei soldi per ottenerli: di solito chi fa richieste di soldi per liti temerarie non solo non li incassa ma li sborsa”.
(da agenzie)
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Giugno 5th, 2026 Riccardo Fucile
POSSIBILE UN ACCORDO CON DAZN PER UN TG INTEGRATO NELLA PIATTAFORMA SPORTIVA: SAREBBE IL PRIMO PASSO DI UNA STRATEGIA PIÙ AMBIZIOSA, QUELLA DI COSTURIRE UN CANALE ALL NEWS CON IL MARCHIO CNN, PER L’ITALIA
Antenna Group accelera sulla partita italiana e prepara la creazione di una società in Italia. Non una scatola qualsiasi, ma la legal entity sotto la quale dovrebbero ricadere le attività video del gruppo greco, proprietario di la Repubblica, delle radio
e delle altre attività Gedi a esclusione della Stampa, andata alla Sae di Alberto Leonardis.
La pratica, a quanto risulta al Sole 24 Ore, sarebbe in fase avanzata. Antenna sta lavorando con studi professionali di Milano per chiudere gli ultimi aspetti societari e fiscali. È il segnale che il dossier non è più una suggestione editoriale, ma un cantiere operativo.
Dentro quel cantiere si muove da mesi Jamie Angus, consulente inglese con un passato alla Bbc e ad Al Arabiya Network. Insieme con Angus c’è anche l’italiano Gianluca Foschi, ex manager di La7, dove era vicedirettore e seguiva palinsesto e acquisti.
Un primo tassello dovrebbe essere sistemato presto: l’8 giugno, prima del via al Mondiali dell’11 giugno, potrebbe arrivare la comunicazione del deal con Dazn Italia per la realizzazione di una proposta informativa integrata nella piattaforma sportiva guidata in Italia da Stefano Azzi: un bollettino quotidiano di news confezionato da Antenna, con responsabilità editoriale diretta del gruppo greco e un linguaggio coerente con il consumo digitale di Dazn. Notizie brevi, ritmo da app, attenzione al pubblico giovane
Il progetto più ambizioso resta però un altro: la Cnn italiana. Come anticipato dal Sole 24 Ore del 21 maggio scorso, l’obiettivo di Antenna è costruire un canale all news con il marchio Cnn per l’Italia. Le trattative sono in corso con Warner Bros Discovery, guidata nel Paese da Alessandro Araimo. Il modello avrebbe una forza immediata: un brand globale, una redazione italiana.
I nodi non mancano. Fra questi la raccolta pubblicitaria. Da una parte c’è Manzoni, concessionaria storica del mondo Gedi e destinata a giocare per Antenna. Dall’altra c’è Discovery Media, braccio commerciale di Warner Bros Discovery.
La forma finale potrebbe essere una joint venture, o comunque una qualsiasi soluzione in grado di vedere una partnership fra le due realtà. Sul tavolo viene poi valutato lo sbarco sul digitale terrestre, attraverso uno dei canali Warner Bros Discovery. In parallelo, la nuova Cnn di matrice italiana dovrebbe curare un Tg anche per il Nove, canale generalista in chiaro di Warner Bros Discovery.
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI ARRIVEREBBE COSÌ A SETTE DEPUTATI, MENTRE I SONDAGGI DEL SUO PARTITO SONO IN CONTINUA CRESCITA, VICINO AL 5%
Non si arresta l’emorragia di parlamentari per Matteo Salvini. Nelle prossime ore
almeno tre deputati leghisti dovrebbero passare con Roberto Vannacci. Il deputato del Carroccio Domenico Furgiuele ha deciso di lasciare il partito.
Nei prossimi giorni e aderirà ufficialmente al movimento dell’ex generale. Interpellato alla Camera ha commentato cosi: “Non è all’ordine del giorno, scrivete, fate pure quello che volete”
A breve, infatti, una volta formalizzata l’uscita dalla Lega, lascerà il ruolo di relatore al disegno di legge per la riforma dei porti in commissione Trasporti.
Quello di Furgiuele è un altro addio di peso nel partito di via Bellerio. Arriva a pochi giorni dall’uscita di Laura Ravetto e a poche ore da quella di Erik Pretto, che ha annunciato la sua scelta in un’intervista al Giornale di Vicenza.
Anche Davide Bergamini è vicino al salto. Lui, in realtà, è attualmente nel gruppo di Forza Italia, ma ha lasciato il Carroccio tre mesi fa. Interpellato, spiega di essere a un passo dalla svolta: ‘’Se passo con Futuro Nazionale? Sto decidendo, la scelta definitiva sarà nelle prossime ore’’.
La componente di Futuro nazionale a Montecitorio potrà contare su sette deputati. Oltre a Ravetto, infatti, ci sono già gli ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso, insieme al già meloniano Emanuele Pozzolo.
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAID È AVVENUTO MENTRE È IN CORSO IL FORUM ECONOMICO INTERNAZIONALE, UNA SORTA DI “DAVOS RUSSA”, A CUI DOMANI PARTECIPERÀ PUTIN – L’IMBARAZZO DEL CREMLINO, CHE GIÀ LO SCORSO 9 MAGGIO AVEVA RIDOTTO AL MINIMO I FESTEGGIAMENTI PER LA PARATA MILITARE
L’ umiliazione più grave per Vladimir Putin ha il colore grigio-scuro delle volute di fumo dalle basi militari e dalle raffinerie che bruciavano alle porte di San Pietroburgo ieri mattina.
Le contraeree russe non sono riuscite ad abbattere i droni ucraini, che hanno percorso oltre mille chilometri per colpire con precisione a meno di 20 chilometri dai padiglioni decorati a festa del Forum Economico Internazionale nella seconda città del Paese.
Visto da Kiev è un tempismo perfetto: poche ore dopo il fragore delle esplosioni si è aperta la tre giorni di incontri con 20.000 ospiti da oltre 130 Paesi. Il discorso di Putin è previsto per domani.
Ci sono le delegazioni cinesi, indiane, africane, particolarmente attesa è quella saudita. Anche Donald Trump, in barba al boicottaggio contro il Cremlino concordato con i partner europei, ha mandato una sua rappresentanza a questa «Davos russa
Non è difficile immaginare l’imbarazzo del Cremlino. Soltanto il 9 maggio si erano dovuti ridurre al minimo i festeggiamenti per la tradizionale parata annuale della «grande vittoria nella Guerra Patriottica» nel timore di attacchi ucraini alla Piazza Rossa. Volodymyr Zelensky ne aveva approfittato per limitare i raid quel giorno, dichiarando che «permetteva» a Putin di fare la sua manifestazione.
Così la tradizionale esaltazione della potenza militare russa, figlia diretta della vittoria contro il nazifascismo nel 1945, si era trasformata in una grave manifestazione di impotenza. E adesso il fallimento diventa ancora più plateale.
Oltre al danno c’è la beffa mirata a evidenziare le debolezze crescenti del presidente russo, che lanciando l’invasione del 24 febbraio 2022 era convinto di poter eliminare Zelensky e asservire l’intera Ucraina nell’arco di poche settimane.
Oltretutto San Pietroburgo è la città natale di Putin: oggi Zelensky gli rende pan per focaccia dopo le decine e decine di attacchi russi contro la sua casa natale a Kryvyi Rih.
Ieri bruciava la zona portuale, anche l’aeroporto internazionale è stato chiuso per diverse ore, scompigliando l’arrivo delle delegazioni straniere. I droni ucraini hanno attaccato in contemporanea il porto militare di Kronstadt, sede storica della flotta del Baltico, causando tra l’altro un incendio a bordo di una corvetta lanciamissili. Bombardata anche una fabbrica di armi nella regione di Tambov, a 600 chilometri dal confine ucraino.
A fronte dell’aggravarsi della spirale di guerra, Germania, Francia e Gran Bretagna cercano di correre ai ripari rilanciando un’iniziativa di pace con Mosca. Lo rivela l’agenzia Bloomberg , spiegando che la mossa è concordata con Kiev.
(da “Corriere della Sera”)
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