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“VOGLIAMO PIÙ POSTI PERCHE’ PERDEREMO TROPPI SEGGI”: LEGA E FORZA ITALIA ACCETTANO DI DARE L’OK ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE SOLO IN CAMBIO DI COMPENSAZIONI (IL VIA LIBERA DEFINITIVO DOVREBBE ARRIVARE ENTRO L’8 AGOSTO)

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO IL NO ALLE PREFERENZE E LA CANCELLAZIONE DEI COLLEGI UNINOMINALI, UNITE ALLA PAURA CHE NON SCATTI IL PREMIO DI MAGGIORANZA (E QUINDI BYE BYE AI POSTI IN PIU’ IN PARLAMENTO), SALVINI E TAJANI PRETENDONO DI SOVRACCARICARE DI CANDIDATI DI LEGA E FORZA ITALIA IL LISTONE DELLA COALIZIONE, QUELLO CHE VIENE APPROVATO CON SISTEMA PROPORZIONALE

A Palazzo Chigi intendono sfruttare fino in fondo il clima di rinnovata fiducia che si respira nel centrodestra dopo le recenti elezioni amministrative. Lo spettro del crollo dei consensi è più lontano e allora «meglio chiudere rapidamente la partita sulla legge elettorale».
L’obiettivo è il via libera definitivo entro la pausa estiva dell’8 agosto. Segno che il «dialogo proficuo» tra maggioranza e opposizione invocato dal presidente della Camera Lorenzo Fontana, così come dal presidente Ignazio La Russa sono nobili appelli che non hanno più presa nemmeno all’interno del centrodestra.
Non ci sarà un confronto, dunque, ma una corsa forsennata. Che nasce soprattutto da una paura, coltivata da tempo nelle file di Fratelli d’Italia: «In autunno i sondaggi potrebbero scatenare nuovi timori tra i nostri alleati», spiega un big del partito di Giorgia Meloni. Le recenti parole di Matteo Salvini dal Festival dell’Economia, con cui ha legato la durata del governo alla situazione economica, sono state smussate nei giorni seguenti, ma non sono mai uscite dai pensieri più neri dei colonnelli della premier. Nel caso – si sono detti – meglio avere una nuova legge elettorale in cassaforte.
Se pure non venisse messa in pericolo la stabilità dell’esecutivo, Lega e Forza Italia con il passare del tempo (e un ulteriore calo dei consensi del centrodestra) potrebbero rifarsi i conti in tasca e scoprire, magari, che gli conviene restare con la
legge attuale, il Rosatellum, sabotando quindi lo Stabilicum di Meloni. Per questo, dentro Fratelli d’Italia iniziano a scandagliare il calendario dei lavori parlamentari.
La legge elettorale approderà in Aula alla Camera il prossimo 26 giugno e con il contingentamento dei tempi di discussione si potrebbe, tra le inevitabili proteste delle opposizioni, ottenere il primo disco verde a metà luglio. Da lì, con tre settimane a disposizione, si dovrebbe fare lo slalom tra i provvedimenti in scadenza al Senato, disinnescare l’ostruzionismo delle opposizioni e arrivare, con un balzo, a mettere la fiducia sul voto finale.
Tra gli uomini della Lega e di Forza Italia si è accettata la sfida. Se non ci saranno problemi lungo il percorso parlamentare, come sul nodo delle preferenze (che il vicepremier azzurro Antonio Tajani non vuole per nessun motivo), c’è la disponibilità a chiudere la partita entro l’8 agosto, senza modifiche al testo. Gli alleati chiedono però a Fratelli d’Italia di placare anche le loro paure.
La più forte è quella di restare a bocca asciutta, se non scatterà il premio di maggioranza. Hanno acconsentito a eliminare i collegi uninominali dove avevano incassato un buon numero di parlamentari alle scorse elezioni, ma serve sempre una «compensazione» E non può esserci una compensazione nel listino del premio di maggioranza, perché «se dovesse arrivare una sconfitta – ragionano dentro FI – ci ritroveremmo con Fratelli d’Italia nel ruolo di grande partito di opposizione, mentre noi e la Lega usciremmo decimati».
L’accordo prevede di sovraccaricare di candidati di Lega e Forza Italia il listone della coalizione, quello che viene approvato con sistema proporzionale. Un numero che dovrebbe essere superiore a quello a cui i due partiti avrebbero diritto se ci si basasse solo sui sondaggi a due mesi dalle elezioni. Insomma, sintetizza un veterano leghista, «devono darci più posti».
La trattativa è ancora lontana, ma i patti devono essere chiari fin da subito. Come devono esserlo sulle preferenze, perché qualcuno potrebbe pensare di usarle, magari con il favore di un voto segreto, proprio per far saltare tutto.
(da “La Stampa”)

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DIETRO IL LICENZIAMENTO DI MARIO SECHI DALLA DIREZIONE DI “LIBERO” C’E’ L’IRRITAZIONE DELL’EDITORE ANTONIO ANGELUCCI, EX DEPUTATO DI FORZA ITALIA POI PASSATO ALLA LEGA CON CUI È STATO ELETTO, PER L’ECCESSIVO SCHIACCIAMENTO DELLA LINEA DEL QUOTIDIANO SULLE POSIZIONI DEL SOTTOSEGRETARIO FAZZOLARI, BRACCIO DESTRO DI MELONI

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO: IL CLIMA DI ASTIO, TRA IL GIORNALISTA SARDO E I SUOI EDITORI, SI E’ ACUITO NEGLI ULTIMI MESI ANCHE PER L’OSTILITA’ DI SECHI SU UN POSSIBILE INVESTIMENTO DELLA FEDERTENNIS DI BINAGHI SU “LIBERO”…ORA GLI EDITORI CONTANO DI RECUPERARE COPIE AFFIDANDOSI A SALLUSTI” (AUTORE DI BEN DUE BIOGRAFIE DELLA DUCETTA)

«Angelucci mi ha appena licenziato». La resa dei conti arriva ieri intorno alle 17 quando il direttore di Libero Mario Sechi viene costretto a lasciare il posto. Il giornalista si sfoga sui social e il primo commento pubblicato su X è sibillino: «Libero». Subito dopo aggiunge: «Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti». Fonti vicine alla società editrice di Libero all’Adnkronos bollano la ricostruzione come «strumentale».
I tempi, sostengono, non collimano e il «richiamo alle minacce ricevute ha il solo effetto di presentare la vicenda come una ritorsione personale». Sechi, ricostruiscono, «non sarebbe stato licenziato direttamente da Angelucci, ma sollevato dall’incarico nell’ambito delle decisioni editoriali del quotidiano, legate anche all’insoddisfacente numero di copie vendute». E il direttore «ne sarebbe stato informato già da diverse settimane».
Degli attriti tra l’editore e il giornalista si vociferava da giorni. Secondo voci e indiscrezioni che si rincorrono nei palazzi della politica, a irritare Antonio Angelucci, editore di riferimento per l’area di destra, ex deputato di Forza Italia poi
passato alla Lega con cui è stato eletto, sarebbe stato l’eccessivo schiacciamento della linea del quotidiano su certe posizioni del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Giorgia Meloni
Sechi, cinquantotto anni, direttore de Il Tempo dal 2010 al 2013, dell’agenzia Agi dal 2019 al 2023 e poi capo dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi per tre mesi e ventitré giorni, ha guidato il quotidiano fondato da Vittorio Feltri dal 2023 sino a ieri. Ora, dicono i bene informati, la nuova nomina potrebbe arrivare già nelle prossime ore. E secondo Il Foglio ci sarebbe l’intenzione di richiamare Alessandro Sallusti, direttore prima di Libero, poi del Giornale, che ha scritto con la premier il libro “La versione di Giorgia”.
Angelucci, editore oltre che di Libero anche de Il Tempo e Il Giornale, completa in questo modo la rivoluzione dei direttori delle tre testate. Da dicembre dello scorso anno, infatti, sono cambiati tutti. E ancora. Oltre alle ragioni politiche che riguarderebbero il delicato equilibrio all’interno della coalizione di centrodestra tra Lega e Forza Italia, evidenti anche all’interno del microcosmo editoriale, alcune delle incomprensioni tra Angelucci e il suo ormai ex direttore sarebbero riconducibili ad alcuni articoli, sollecitati da ambienti vicini al senatore leghista, che Sechi si sarebbe rifiutato di pubblicare.
Fonti vicine alla società editrice di Libero, però, invitano a non fare confusione e definiscono «improprio» unire i due episodi: la scorta e il licenziamento. All’Adnkronos sottolineano come le misure di tutela nei confronti di direttori di giornale ed esponenti dell’informazione «non siano un fatto eccezionale. E, in altri casi, risultino anche più estese e rilevanti».
SOLDI, LINEA PRO GIORGIA E BALLETTO SULLA SCORTA: ANGELUCCI SILURA SECHI
Mario Sechi è imbestialito. Fumantino e orgoglioso, ieri a metà pomeriggio ha comunicato alla redazione che in serata avrebbe firmato l’ultimo editoriale da direttore di Libero, senza nascondere di averla presa malissimo: “Angelucci mi ha licenziato proprio mentre mi minacciano di morte”. E anche questa volta, come sempre quando si parla di giornali (soprattutto di destra), la questione è politica ancor più che editoriale
Mercoledì, infatti, Sechi – che sarà sostituito da Alessandro Sallusti – ha deciso di aprire il giornale (titolone in prima pagina, editoriale e due pagine di articoli all’interno) sulle minacce a lui rivolte dagli anarchici che gli sono costate la scorta: “Vogliono ammazzare il direttore di Libero”. Una situazione che […] gli stessi editori minimizzano. Gli Angelucci infatti non hanno gradito questa personalizzazione, vista come un estremo tentativo di barricarsi alla guida di Libero da parte di Sechi, puntando su un fatto in grado di far convergere la solidarietà pubblica sul direttore e di mettere in cattiva luce l’onorevole leghista e il figlio imprenditore
Dettaglio non secondario: mentre Libero faceva delle minacce a Sechi un caso nazionale, gli altri giornali del gruppo (Il Tempo e Il Giornale) non dedicavano neanche una riga alla vicenda, chiaro segnale al direttore.
Chi conosce gli Angelucci parla di “una sceneggiata” pensata solo per metterli in difficoltà, visti i comunicati di vicinanza a Sechi arrivati persino dal Quirinale. Non solo. Gli Angelucci fanno pure sapere che “misure di tutela nei confronti di direttori di giornale non sono un fatto eccezionale e, in altri casi, risultano anche più estese e rilevanti”. Una sconfessione pubblica che rivela posizioni inconciliabili e un clima di astio, acuito negli ultimi mesi anche da diverbi per esempio su un possibile investimento della Federtennis sul quotidiano.
Come anticipato dal Foglio, gli Angelucci avevano fatto la bocca al tesoretto portato in dote da Antonio Binaghi, n. 1 del tennis, magari sotto forma di pubblicità. Binaghi invece alla fine ha scelto di entrare con una quota ne La Stampa, a dire degli Angelucci anche per colpa dell’atteggiamento ostile di Sechi. Ora gli editori contano di recuperare affidandosi a Sallusti, a sua volta cacciato quando venne chiamato Sechi, col problema che nel frattempo le copie sono crollate. Ci sarebbe anche Pietro Senaldi, attuale condirettore, ma gli Angelucci non lo amano e anzi, in passato avrebbero ragionato anche su come accompagnarlo alla porta, operazione però ritenuta troppo onerosa.
(da “il Fatto quotidiano”)

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“QUAL’E’ IL LAVORO GIUSTO PER TE?”. VIAGGIO NELLE PERIFERIE DI BERLINO, DOVE IL FUTURO E’ UN GIOCO DA RAGAZZI”

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

PROGETTARE IL FUTURO LAVORATIVO GUARDANDO DENTRO SE STESSI

«Ok ragazzi, ora prendete il bicchiere, lanciatelo in aria e provate a farlo cadere in piedi. Pronti? Partenza, via». Campus Efeuweg, comprensorio scolastico all’estrema periferia sud di Berlino. Una luminosa mattina di primavera, fuori. Alexander, Ahmed, Demir, Asil, Lutio, Esna e Alejandro, 16 anni, ridono e scherzano mentre si dilettano al banco col gioco di equilibrio. Non è l’ora di ricreazione. È il cuore di una mattinata decisamente diversa dal solito per la loro classe. Al posto dei soliti insegnanti, oggi alla lavagna c’è una formatrice esterna di nome Antonia. Quello del glass-flip è solo uno dei tanti giochi creativi che propone ai ragazzi. Tra le sfide manuali da tentare in 60 secondi, c’è pure un cordino pieno di piccoli nodi da sciogliere; un foglio di carta da trasformare in aeroplanino in grado di volare; due immagini similari tra cui trovare le differenze. Ci si mette alla prova con occhi, mani e dita. Ma l’obiettivo vero è ragionare poi con la testa su ciò che si è fatto, e non. «Quali sono le attività che vi riescono meglio, e quali meno? Quali sono i vostri punti di forza, e in cosa sentite di dover migliorare?», sono le domande chiave che Antonia pone ai ragazzi.
La ricetta per il lavoro ideale
Antonia è una delle operatrici sociali di JOBLINGE, un’organizzazione no profit attiva dal 2008 in Germania che combatte la disoccupazione giovanile aiutando i ragazzi sin dall’età scolastica a trovare la loro strada nel mondo del lavoro, e a perseguirla. Il punto di partenza è sempre l’esplorazione da parte dei ragazzi di loro stessi. In quella scuola di Neukölln – uno dei quartieri più multiculturali di Berlino
e tra i più poveri della Germania – Antonia non è mai stata. Eppure la chimica con la piccola classe del Produktives Lernen – un percorso d’istruzione superiore orientato al lavoro, che alterna le lezioni in aula a diversi tirocini – è dal primo minuto eccellente. Antonia ha in serbo per gli allievi una lunga serie di quiz e riflessioni guidate con cui stimolare le loro domande interiori – anche quelle che forse non si erano mai posti. Sulla lavagna digitale scorrono le immagini di oggetti e strumenti vari – ai ragazzi il compito di dire ad alta voce a quali mestieri potrebbero servire. Poi compaiono le icone che indicano le varie possibili qualità di una posizione lavorativa: buoni guadagni, attività stimolanti, riconoscimento sociale, lavoro in team, contatto con altre persone, e così via. Qual è davvero il segreto per il mestiere “perfetto”? I ragazzi intervengono, discutono, se la ridono. Poi tornano seri, per dedicarsi a disegnare sulla mappa individuale la propria ricetta personale per un lavoro in linea con le loro attitudini. Per alcuni di quei 16enni è la prima occasione di porsi domande così di lungo termine, per altri no. Per tutti, la mattinata di esercizi si rivela una palestra mentale eccellente. «Fantastico, abbiamo pensato a questioni su cui non avevamo mai riflettuto», ci dicono uno dopo l’altro i ragazzi a workshop finito.
Le fragilità della Germania e il gap scuola-impresa
Quello che Antonia ha condotto al Campus Efeuweg è il primo step di un percorso che JOBLINGE intraprende con i ragazzi delle scuole superiori che aderiscono per cercare di giocare d’anticipo sui problemi, poco visibili, che piagano la società e l’economia tedesca. «Troppo spesso in Germania il successo dipende dalle origini famigliari, forse non tutti sanno che siamo tra i peggiori Paesi in Occidente per mobilità sociale», ci spiega Nora Ackermann, una delle responsabili dei programmi di JOBLINGE. Secondo i dati dell’Ocse, in effetti, tra le famiglie in cui i genitori non hanno un titolo di studio superiore solo un figlio su cinque arriva alla laurea. E tra il 2019 e il 2024 il tasso di giovani che hanno abbandonato la scuola prima del diploma superiore è salito, dal 13 al 15%. La forbice delle disuguaglianze si allarga dunque, e inizia dall’adolescenza. Ecco perché iniziare da qui, e prevenire piuttosto che curare, è la chiave di volta. Il sistema d’istruzione tedesco è già più orientato verso il mondo del lavoro di quello di molti altri Paesi europei, con periodi di
stage/apprendistato previsti in tutti i percorsi scolastici. Eppure questo non basta a garantire che domanda e offerta di lavoro poi s’incrocino, specialmente in un periodo di crisi e trasformazione profonda, per l’economia globale e per il modello tedesco in particolare. «Le scuole spesso hanno collegamenti solo superficiali col mondo del lavoro, gli insegnanti a loro volta difficilmente sanno come funziona un’azienda. E dalla nostra esperienza abbiamo imparato che agli studenti servono più tirocini per capire davvero per cosa sono tagliati».
L’ultimo miglio prima del lavoro
Il lavoro da fare con i ragazzi, insomma, specialmente quelli che provengono da contesti famigliari o sociali più svantaggiati, è lungo e profondo. C’è da provocare coi metodi giusti le riflessioni e gli interrogativi di partenza. C’è da far conoscere il mondo là fuori, illustrando la varietà dei percorsi possibili e i relativi pro e contro, portando le imprese dentro le scuole e viceversa. C’è da dare fiducia ai ragazzi, farli sperimentare, capire, sbagliare, ritentare – mentre continuano a formarsi, ovviamente, lungo il normale sentiero scolastico. Se hanno potuto contare su questo percorso di esplorazione interna ed esterna, quando si avvicina il momento della fine della scuola e la fatidica domanda sul “che fare”, per molti dei ragazzi la strada è in discesa. Più facile da intravedere. Non certo garantita. In quest’ultima fase, cruciale, JOBLINGE gioca ancora un ruolo di rilievo. Addestra i ragazzi a predisporre le candidature per i primi programmi di avviamento al lavoro: cosa scrivere, cosa no, cosa mettere in evidenza di sé, come gestire i tempi, i modi, le fisiologiche ansie.
Piano A, B e C
Alla Willy-Brandt-Teamschule, un’altra scuola al capo opposto di Berlino, incontriamo due ragazze che si trovano proprio a questo stadio del programma. Stanno per terminare le superiori, e dopo aver svolto il percorso “esplorativo” con JOBLINGE ora stanno preparando le candidature per le prime vere esperienze lavorative. Ranem, 17 anni, nata in Germania da genitori libanesi, confessa che prima di iniziare quel percorso non aveva idea di quante lettere bisognasse inviare per ottenere un posto, e di come impostare una strategia vincente. Ora ha le idee piuttosto chiare sul futuro: «Mi immagino tra qualche anno come arredatrice
d’interni, progettare stanze e mobili, consigliare i clienti e aiutarli a sentirsi a proprio agio. Sento di avere un istinto naturale per questo», sorride. L’idea sul percorso prediletto è chiara e ben formata, ma per una ragazza della sua età sono notevoli pure i ragionamenti che fanno da corollario. «Personalmente so già qual è il mio piano, ma è sempre necessario averne uno di riserva nel caso in cui il primo non funzioni, È un peccato che ci siano altri studenti che non sappiano esattamente quale sia il loro piano A e quello B». Ranem si dice pure ben consapevole del fatto che nei prossimi anni la professione che sogna – come moltissime altre – potrebbe cambiare molto con l’impatto dell’intelligenza artificiale. «Certo, basterà inviare a un’IA la richiesta su dove piazzare i mobili e si riceverà subito il progetto pronto. Ma non per questo abbandonerei il mio piano, perché non credo che un’IA possa cogliere esattamente ciò che una persona prova davvero».
Come fare la differenza coi ragazzi
In un mondo stravolto da guerre, polarizzazione politica, evoluzione tecnologica prorompente, i punti fermi su cui possono contare i ragazzi forti di un percorso del genere sono come gli appigli su una parete da scalare. La salita, poi, spetta a loro. «Non possiamo essere con loro tutto il tempo, ma ci siamo se hanno bisogno di noi, e loro lo sanno. Questo è il cuore della nostra relazione», ci spiega ancora Nora. Per condurre i suoi programmi con scuole e imprese JOBLINGE può contare anche sul sostegno di UniCredit Foundation, fondazione impegnata a combattere in tutta Europa la povertà educativa e la dispersione scolastica supportando il lavoro di associazioni che operano sul terreno in contesti diversi. «Al momento nella sola Berlino lavoriamo con 800 studenti in dieci scuole diverse: aiutiamo in particolare 250 ragazzi all’ultimo anno delle superiori nel ponte verso il mercato del lavoro o l’educazione superiore», racconta Nora. Uno sforzo titanico, ma anche un lavoro in grado di regalare grandi emozioni. «Si potrebbe pensare che successo sia per noi quando sappiamo che i ragazzi hanno trovato il posto che desideravano. Ma personalmente i momenti di soddisfazione si verificano già prima», ci spiega Antonia dopa la mattinata con la classe di Neukölln: «Quando qualcuno dei ragazzi si rende conto che esistono cose di cui prima non sapeva, e viene da noi a chiedere aiuto; quando si accorgono che c’è qualcuno che crede in loro e sa che c’è qualcuno
che li può guidare». «Per quasi tutti i ragazzi con cui abbiamo lavorato alla Willy-Brandt-Teamschule», testimonia all’altro capo della città la collega Zoe, «tutto è cambiato in modo forte, si sono aggiunte così tante nuove competenze. Sono diventati molto più sicuri di sé, sanno già esattamente cosa stanno facendo in quel momento e qual è il passo successivo. Con ogni piccola abilità che viene “sbloccata” si crea una nuova pressione positiva, un nuovo senso di realizzazione. E lo vediamo ogni giorno».
Dalla classe al reparto, il percorso JobLinge alla prova
Chi il percorso con JOBLINGE l’ha sfruttato al massimo, e ora ne sperimenta tutti i giorni i benefici, è Juan, un ragazzo di 17 anni nato in Venezuela e arrivato in Germania coi genitori dal Venezuela quando ne aveva 13. «Quando a scuola ho sentito che c’erano queste persone che potevano aiutare a orientarsi sul futuro mi sono detto: perché no? Beh, è stato impressionante. Mi hanno chiarito le idee sui diversi percorsi possibili nel mondo della medicina, e mi hanno aiutato un sacco a prepararmi per i colloqui o a scrivere le lettere di candidatura, su cui non avevo proprio idea da dove iniziare». Vagliate tutte le varie opzioni possibili, per decidere il da farsi dopo le superiori Juan ha guardato dunque prima di tutto dentro sé stesso, ci racconta. Ha capito di essere una persona concreta, cui piace sperimentare, “sporcarsi le mani”. Così ha deciso di mettersi subito alla prova con un’esperienza di lavoro concreta nel mondo della sanità: ha intrapreso un apprendistato in infermeria in un ospedale a ovest di Berlino. Ed è elettrizzato da quello che ora ha l’opportunità di fare, nonostante gli sforzi – sveglia quotidiana prima delle 5 compresa. «Alterniamo teoria e pratica, e già nel primo anno è incredibile quello che ci danno l’opportunità di fare, lavorando coi pazienti, anche in situazioni d’emergenza». La prova provata, per lui, che è sulla strada giusta. Terminato il periodo di apprendistato, progetta di iscriversi a Medicina, magari per diventare tra qualche anno chirurgo. C’è ancora tanto da imparare. Ma il percorso di vita e carriera davanti appare chiaro, e luminoso. «Se dovessi dare un consiglio ai ragazzini di 14 o 15 anni che hanno le idee confuse o magari gozzovigliano la notte mentre io sto già andando al lavoro? Direi loro di non avere timore di farsi aiutare –
da JOBLINGE o altri. Nella vita non bisogna per forza fare tutto da soli».
(da Open)

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VOLANO PORCHETTE IN FORZA ITALIA, LO SCAZZO TRA I SINDACI FORZISTI DI TODI, ANTONINO RUGGIANO, E DI GUALDO CATTANEO, ENRICO VALENTINI: I PRIMI CITTADINI UMBRI LITIGANO PERCHÉ IL FESTIVAL “PORCHETTIAMO” SI È TRASFERITO DALLA PIÙ PICCOLA GUALDO CATTANEO ALLA PIÙ “CHIC” TODI

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

ENRICO VALENTINI, PER RIPICCA, HA ORGANIZZATO UN’ALTRA RASSEGNA (“PORQUESÌ”) SIMILE A QUELLA CHE GLI E’ STATA “SCIPPATA” DA ANTONINO RUGGIANO (I DIRIGENTI DI FORZA ITALIA A ROMA SI SONO DOVUTI IMPEGNARE MOLTO PER RIPORTARE LA CALMA TRA LE DUE AMMINISTRAZIONI)

I suini allo stato semibrado che teneva una volta in località Farnetta, nel comune di Montecastrilli: «Ora puntiamo sui cereali», dice. Però lo stesso resta un grande cultore della materia, così come il suo collega Francesco Battistoni, il responsabile dell’organizzazione del partito, «e a lui sì che la porchetta piace molto…», chiosa Nevi.
Così adesso i due dirigenti apicali si trovano alle prese con quella che Michele Masneri, ieri sul Foglio, ha ribattezzato «la disfida umbra della porchetta targata FI», la guerra ipercalorica a colpi di panini imbottiti che vede di fronte due comuni quasi confinanti: da una parte Gualdo Cattaneo (dal nome del conte germanico Edoardo Cattaneo che lo fondò nel 975) e dall’altra Todi, da sempre patria di grandi artisti e buen retiro di vip. Davide contro Golia, insomma. Entrambi i sindaci sono di Forza Italia.
Quello di Todi, Antonino Ruggiano, al suo secondo mandato, ha letto ieri dal Kazakistan (dove si trova per una missione di cooperazione internazionale) della presunta «disfida della porchetta», ma giura che i suoi rapporti col collega di
Gualdo Cattaneo, Enrico Valentini, non si sono mai guastati: «Lui c’è rimasto male, è vero, ma è comprensibile dopo tanti anni…». E Valentini conferma via sms: «Con Ruggiano? No problem».
Il problema, però, è nato quest’anno quando Anna Setteposte, l’organizzatrice di «Porchettiamo», storico festival delle «porchette d’Italia» che dal 2009 si era sempre svolto a Gualdo Cattaneo, ha deciso di traslocare puntando sul maggior fascino di Todi: «Sono un’imprenditrice, nessun tradimento, da anni dicevo a Valentini che volevo cambiare», spiega. Col sindaco si rivedranno in tribunale
E così dal 22 al 24 maggio scorso, a Todi, c’è stato il boom, con oltre 30 mila panini venduti. Valentini, però, orgogliosissimo («i nostri porchettai, tutti col codice Ateco, sono rimasti a Gualdo»), ha bruciato i tempi (dal 15 al 17 maggio) e si è inventato un festival di porchette alternativo, dal nome spagnoleggiante («Porquesì») nello stesso posto, San Terenziano, dove fino all’anno scorso si teneva «Porchettiamo».
Anche in questo caso è stato un successo: «Volevo tutelare un’identità territoriale — dice — e ci sono riuscito. Eppoi la nostra porchetta è più buona e non lo dico io, ma chi la prova…». Comunque sia, i dirigenti di Forza Italia a Roma si sono dovuti impegnare molto per riportare la calma tra le due amministrazioni. E Raffaele Nevi, Francesco Battistoni e la deputata Catia Polidori (umbra come Nevi), in questi mesi si sono adoperati per riuscire a trovare alla Camera una sala conferenze sia per l’una che per l’altra rassegna. Presentazioni separate in giorni separati, per far contenti tutti.
(da il “Corriere della Sera”)

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MICHELA BRAMBILLA E L’INCHESTA SULLE FATTURE FALSE: 900.000 EURO PER IL PROGRAMMA, LE ACCUSE DEI PM

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA DEPUTATA E’ INDAGATA ANCHE PER EVASIONE DELL’IVA… COME FUNZIONAVA IL MECCANISMO SECONDO LA PROCURA

Tra il 2020 e il 2023 alla deputata di Noi Moderati Michela Vittoria Brambilla sarebbero finiti oltre 900mila euro, una somma quasi identica a quella che nello stesso triennio l’Enci aveva versato alle società che producono il suo programma televisivo per sponsorizzarlo. Lo mettono nero su bianco i pm milanesi Antonio Pansa e Giancarla Serafini nel decreto di perquisizione eseguito dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza e dalla Squadra mobile. Alla parlamentare viene contestata, in concorso, anche un’ipotesi di evasione fiscale sull’Iva.
Come funzionava il meccanismo delle fatture
Secondo la Procura, le «società di produzione interposte» avrebbero girato alla deputata «sostanzialmente, l’intero flusso economico percepito» dall’Ente nazionale cinofilia italiana. In quei tre anni il denaro fatturato dalle tre società all’Enci, pari a 976mila euro, risulta «sostanzialmente sovrapponibile» a quanto Brambilla aveva a sua volta fatturato alle stesse società, ossia poco più di 937mila euro. Per gli inquirenti quelle aziende «non trattengono alcunché per la attività “asseritamente” svolta di realizzazione del programma, situazione di fatto incompatibile con l’esistenza delle attività economiche dedotte in fattura»
Su cosa indaga la procura di Milano
L’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Paolo Ielo e diretta dal procuratore Marcello Viola, contesta fatture false tra il 2020 e il 2026 per circa 1,5 milioni di euro, legate al sistema con cui l’Enci sponsorizzava la trasmissione «Dalla parte degli animali». Di quella cifra la deputata avrebbe incassato circa il 90%, mentre solo la parte restante sarebbe servita davvero alla produzione. Le perquisizioni delle Fiamme Gialle hanno toccato Milano, Torino e Roma, la sede dell’Enci e tre studi di produzione, senza riguardare direttamente la parlamentare.
Chi sono gli altri indagati e di cosa sono accusati
Nel registro degli indagati, oltre a Brambilla, che risponde di sei capi di imputazione, figura il presidente dell’Enci Espedito Massimo Muto, insieme agli amministratori delle società di produzione, ritenuti consapevoli del giro di denaro. Per i pm Muto avrebbe agito «per far affluire risorse economiche all’onorevole Brambilla», utilizzando «l’annotazione in contabilità di fatture» per «operazioni inesistenti». Un doppio scopo, secondo l’accusa, «dare copertura contabile al flusso economico in uscita, dall’altro per avere un risparmio fiscale, generato dalla deduzione dei costi, diversi e non deducibili in quanto illegali».
Da dove nasce l’inchiesta
Il fascicolo sarebbe nato dopo alcune puntate di Report su Raitre andate in onda circa un anno fa, che avevano acceso i riflettori sul rapporto tra l’ente e la trasmissione. L’Enci, con sede nel capoluogo lombardo, è un’associazione di diritto privato ma con funzioni di natura pubblicistica, e proprio il titolo della sua sponsorizzazione è uno dei nodi al centro delle verifiche. Gli indagati, almeno sei, sono assistiti dagli avvocati Antonio Tomaso Pisapia, Luca Olivetti, Alessandro Diddi e Daniele Pezza.
La versione dell’avvocato di Michela Brambilla
«Le fatturazioni dell’onorevole Brambilla sono per prestazioni esistenti, come conduttrice della trasmissione – spiega l’avvocato Mario Zanchetti, difensore di Michela Vittoria Brambilla – I suoi redditi, inoltre, sono pubblici in quanto parlamentare». Il legale sottolinea anche che «l’Enci è uno sponsor dell
trasmissione con regolari contratti stipulati con le società di produzione» e non con l’onorevole Brambilla.
(da agenzie)

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LE “DUE PAROLE” DI MARIO SECHI SUL LICENZIAMENTO DA LIBERO E LA REPLICA: “UNA SCENEGGIATA”

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

COMICHE SOVRANISTE: L’EDITORIALE DI ADDIO DEL DIRETTORE ALL’EDITORE E I RETROSCENA

«Due parole sul mio addio a Libero»: così Mario Sechi intitola oggi il suo editoriale di saluto sul quotidiano degli Angelucci che lo ha ufficialmente licenziato ieri. L’articolo è piuttosto criptico, visto che si apre con una domanda sulla libertà di stampa, la scontata citazione di George Orwell («È il diritto di dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire») e la considerazione che questa riguarda anche l’editore «a cui bisogna spesso rispondere con le cose che non vorrebbe sentirsi dire». Dalle parti degli Angelucci intanto arriva una risposta: quella sulla scorta è «una sceneggiata» e Sechi avrebbe avuto un «atteggiamento ostile» nei confronti di un investitore. Ovvero il presidente della FederTennis Angelo Binaghi.
Il lungo addio di Mario Sechi a Libero
Nel suo editoriale piuttosto criptico Sechi dice che «parleranno i fatti. Come sempre». E poi: «La stampa ha un legame diretto con il buon funzionamento del capitalismo, ne costituisce il sistema nervoso, i giornali sono un filamento che accende le società competitive. I quotidiani vivono un periodo di profondissima crisi, molti chiuderanno e, forse, risorgeranno in altra forma. È finito un modello di business, non il giornalismo di cui c’è in realtà una grande domanda. Per questo sono ottimista e non mi spaventa affatto la disoccupazione, il mondo è pieno di opportunità. Voglio ringraziare i lettori che mi sono stati vicini e tutti i colleghi che in questi tre anni hanno lavorato al mio fianco. Libero mi ha dato tanto, ma si è preso troppo».
I retroscena
Il Corriere della Sera racconta invece alcuni retroscena sull’addio di Sechi. Che ha lamentato pressioni continue da parte dell’editore, aumentate negli ultimi sei mesi, accompagnate da ripicche, come il diniego delle sostituzioni estive, necessarie per coprire i periodi di ferie. Ma in particolare quello che ha portato alla rottura è il caso Binaghi. Il quale oggi è azionista di minoranza de La Stampa. Secondo le stesse fonti, Sechi non sarebbe stato licenziato direttamente da Angelucci, ma «sollevato dall’incarico nell’ambito delle decisioni editoriali del quotidiano», legate anche «all’insoddisfacente numero di copie vendute», e il direttore «ne sarebbe stato informato già da diverse settimane». Mentre il direttore defenestrato è pronto a dimostrare in tribunale che il licenziamento non è adeguatamente motivato, poiché il calo delle copie è un fenomeno generalizzato dell’editoria.
La linea editoriale
Il Fatto Quotidiano invece dice che la linea di Libero era troppo schiacciata su Giorgia Meloni a scapito della Lega. Il rapporto con Angelucci era pessimo ed è peggiorato nelle ultime ore. Proprio per la prima pagina sul direttore da ammazzare. Gli Angelucci hanno visto la scelta come un estremo tentativo di barricarsi alla guida del quotidiano. E infatti Il Tempo e il Giornale non hanno scritto una riga sulla vicenda. Proprio per ordine dell’editore. Qui si parla di “una sceneggiata” pensata solo per mettere in difficoltà, visti i comunicati di vicinanza a Sechi arrivati persino dal Quirinale. Gli Angelucci fanno pure sapere che «misure di tutela nei confronti di direttori di giornale non sono un fatto eccezionale e, in altri casi, risultano anche più estese e rilevanti».
Il tesoretto di Binaghi
E qui si parla del possibile investimento della Federtennis sul quotidiano. Come anticipato dal Foglio, gli Angelucci avevano fatto la bocca al tesoretto portato in dote da Antonio Binaghi, n. 1 del tennis, magari sotto forma di pubblicità. Binaghi ha scelto invece La Stampa, secondo gli Angelucci anche per l’atteggiamento ostile di Sechi.
(da agenzie)

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DRONE RUSSO COLPISCE UN PALAZZO IN ROMANIA, DUE FERITI

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

PROTESTE DEGLI STATI EUROPEI, LE SOLITE CHIACCHIERE INUTILI

Un drone russo ha colpito un condominio a Galați, nel sudest della Romania, ferendo due persone. Lo ha reso noto il ministero della Difesa rumeno spiegando che il drone Shahed ha colpito il tetto di un edificio residenziale vicino al confine ucraino. Si tratta di «una grave e pericolosa escalation», come hanno riferito i media rumeni. La Romania è stata colpita durante gli attacchi russi notturni contro i porti ucraini sul Danubio e in particolare la città di Izmail. In seguito all’attacco due F-16 rumeni sono decollati. Questa è la prima volta che un attacco russo causa vittime sul suolo Nato.
Il drone russo e la Romania
Da quando nel febbraio 2022 è iniziata l’offensiva russa contro l’Ucraina sono state rilevate più volte incursioni di droni in Romania. Ma questa è la prima volta che uno di questi velivoli si schianta contro un edificio residenziale. Quando i droni sono stati individuati in prossimità dello spazio aereo rumeno, due caccia F-16 sono decollati dalla base aerea di Fetesti, nella Romania orientale. Sono stati «autorizzati a ingaggiare il combattimento con i bersagli per tutta la durata dell’allerta», ha precisato il ministero della Difesa rumeno. Secondo i servizi di soccorso rumeni, l’intero carico del drone è esploso e i due occupanti dell’appartamento colpito, che sono riusciti a evacuare l’edificio con le proprie forze, sono stati soccorsi sul posto per alcune escoriazioni.
La condanna della Nato
Nella notte tra giovedì e venerdì è stato diramato un allarme aereo nazionale in Ucraina in previsione di nuovi raid russi. «Questa mattina presto, un condominio in Romania è stato colpito da un drone durante un attacco russo alle infrastrutture ucraine vicino al confine. Il Segretario Generale della NATO è in contatto con le autorità rumene. Condanniamo l’imprudenza della Russia e la NATO continuerà a rafforzare le proprie difese contro tutte le minacce, compresi i droni», ha scritto la portavoce della Nato Allison Hart sui social media.
Zelensky: Russia sta preparando attacco su larga scala
La Russia si sta apprestando a lanciare un nuovo massiccio attacco contro l’Ucraina. Lo ribadisce il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Abbiamo ricevuto informazioni dai nostri servizi segreti secondo cui la Russia starebbe preparando un nuovo attacco su larga scala», ha scritto su Telegram. «E’ importante che tutti i nostri partner siano a conoscenza di quanto sta accadendo e che la Russia continui a puntare sui missili e su un’ulteriore escalation bellica piuttosto che su misure diplomatiche», ha insistito. Zelensky ha invocato nuove sanzioni e «l’attuazione degli accordi con i partner in materia di difesa aerea e antimissile» senza ritardi. Il presidente ne ha parlato con il ministro degli Esteri, Andriy Sybiha, e sta lavorando a «proposte dettagliate per il nuovo pacchetto di sanzioni europee e misure aggiuntive per contrastare l’elusione delle sanzioni esistenti».
Anche Berlino condanna l’episodio
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha condannato il «comportamento sconsiderato della Russia» a seguito dell’incidente con un drone che ha causato il ferimento di due persone in Romania, affermando che «continua a minacciare la nostra sicurezza collettiva». «La nostra risposta è l’unità», ha scritto Wadephul su X. «Siamo al fianco della Romania. I nostri pensieri vanno alle persone ferite nell’incidente con il drone di questa notte. Continueremo a rafforzare la difesa ucraina ed europea all’interno della Nato».
Per Bucarest è stato impossibile abbatterlo: solo 4 minuti di tempo
L’esercito rumeno «non ha avuto il tempo di abbattere il drone” che ha ferito due persone schiantandosi contro un condominio a Galati, vicino al confine con l’Ucraina, ha dichiarato il generale Gheorghe Maxim in una conferenza stampa. «Non c’era alcuna possibilità concreta di intercettarlo in sicurezza», ha aggiunto, «dato che il tempo a nostra disposizione – quattro minuti – era estremamente breve». «La decisione di non ingaggiare il bersaglio è stata presa perché non sussistevano le condizioni necessarie per distruggerlo senza mettere seriamente in pericolo la sicurezza della popolazione civile», ha dichiarato il presidente rumeno Nicusor Dan.
Ambasciatore Usa alla Nato: «Difenderemo ogni suo centimetro»
«Siamo al fianco del nostro alleato Nato, la Romania, e condanniamo questa sconsiderata incursione sul suo territorio. Il nostro pensiero va ai feriti di Galati. Difenderemo ogni centimetro del territorio Nato». Lo scrive in un post su X l’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker.
(da Open)

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LO STATO ORA PAGA I FARMACI PIU’ DI QUANTO COSTANO

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

COME SPENDERE DI MENO CON I FARMACI EQUIVALENTI

Ci sono soldi che il Servizio sanitario nazionale spende senza che qualcuno se ne accorga. Escono dalle casse pubbliche attraverso norme scritte nel tipico linguaggio tecnico incomprensibile ai più. Sono testi di legge che quasi nessuno si prende la briga di decifrare, ma che autorizzano spese da milioni di euro a vantaggio di pochi e con costi aggiuntivi per tutti gli altri. È in questo contesto che va letta la modifica al sistema di remunerazione dei farmaci voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Una riforma costruita su passaggi tecnici che, una volta riportati alla pratica quotidiana, producono un effetto paradossale: invece di far risparmiare il Servizio sanitario nazionale, lo portano a pagare di più. Un cambiamento che sottrae risorse alla Sanità, eternamente sotto pressione. Per capire come funziona il meccanismo bisogna mettere in fila le regole, vedere come sono state ritoccate e seguire le conseguenze concrete che hanno avuto sulla gestione delle risorse pubbliche. Ed è proprio guardando a queste ricadute che diventa chiaro quanto le decisioni prese in ambito tecnico finiscano per incidere anche sulle scelte più ordinarie dei cittadini, a partire da cosa acquistiamo in farmacia e da quanto siamo chiamati a pagare di tasca nostra.
Un miliardo di euro
Ogni anno noi cittadini spendiamo, in modo spesso poco consapevole, un miliardo di euro che potremmo evitare di sborsare. Accade quando scegliamo un farmaco di marca invece del suo equivalente generico, che è uguale in tutto e per tutto ma ha un prezzo inferiore (qui pag. 18). È una decisione che si ripete infinite volte al
giorno nelle farmacie e che riguarda una porzione molto ampia dei medicinali in commercio.
Il Servizio sanitario nazionale mette infatti a nostra disposizione 10.809 farmaci gratuitamente o al solo costo del ticket: sono i medicinali di fascia A (qui pag. 757). Nel 2024 la spesa complessiva per questa categoria ha raggiunto 8 miliardi e 353 milioni di euro (qui pag. 6). Una cifra enorme, il cui peso è determinato soprattutto da un dato: l’87,5% dei consumi riguarda farmaci con brevetto scaduto (qui pag. 161). Quasi tutti questi medicinali hanno un equivalente generico, con la stessa capacità terapeutica del brand: stesso principio attivo, stessa efficacia, stessa sicurezza, stesso modo di assunzione.
Farmaci di marca e farmaci generici
I farmaci generici compaiono sul mercato dopo circa dieci anni dalla commercializzazione del farmaco originale, periodo nel quale l’azienda titolare del brevetto recupera i costi sostenuti per ricerca e sviluppo. Una volta scaduta la protezione brevettuale, i prezzi si abbassano per tutti (qui pag. 4), aprendo la strada al principio su cui si fonda il sistema: contenere la spesa pubblica senza ridurre la qualità delle cure.
Ci sono casi in cui il medico specifica che un paziente debba assumere proprio un farmaco di marca, ma sono eccezioni. Di norma la scelta ricade su di noi. La legge stabilisce che il farmacista debba consegnare il generico, a meno che sia il cittadino a chiedere espressamente il contrario (decreto legge 18 settembre 2001, n. 347 qui art. 7 comma 2 e 3). In questo modo, se preferiamo il brand, la differenza di prezzo non viene scaricata sul Servizio sanitario nazionale: la paghiamo noi.
Il funzionamento del sistema è sintetizzato in una regola: «I medicinali con uguale composizione in principi attivi, forma farmaceutica, via di somministrazione, modalità di rilascio, numero di unità posologiche e dosi unitarie sono rimborsati al farmacista dal Servizio sanitario nazionale fino al prezzo più basso disponibile» (qui art. 7 comma 1). La logica è chiara: se due farmaci sono uguali, il rimborso del Ssn non può superare il prezzo più basso
Da marzo 2024, però, questo meccanismo smette di funzionare come prima. La norma resta valida, ma gli effetti non sono più quelli originali. Il sistema, nato per produrre risparmi, inizia a generare costi aggiuntivi: in diversi casi il Servizio sanitario nazionale arriva a pagare i farmaci più del prezzo fissato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), cioè più del prezzo al pubblico. Per capire l’impatto concreto della riforma abbiamo analizzato un caso esemplare.
Un caso concreto: l’Atorvastatina
L’Atorvastatina è il principio attivo che genera la maggiore spesa per le casse pubbliche: è un farmaco molto diffuso, usato per tenere sotto controllo il colesterolo (qui pag. 355). La sua storia, ricostruita attraverso documenti ufficiali delle Asl, consente di vedere con chiarezza cosa sia cambiato. Fino al 2011, la confezione da 30 compresse da 10 mg del farmaco di marca costa 24,44 euro (qui art. 1). Dopo la scadenza del brevetto, il 6 dicembre 2012, il prezzo scende a 6,36 euro (qui). Nello stesso anno arriva il generico, venduto a 4,35 euro (qui).
È la dinamica classica: l’ingresso del generico abbassa anche il costo del brand. La differenza tra i due prezzi è 2,01 euro. Se il cittadino sceglie il generico non paga nulla. Chi preferisce la marca, versa quella differenza. Il sistema garantisce libertà, ma attribuisce il costo aggiuntivo a chi compie la scelta (qui comma 4).
Cosa succede ora
Con l’introduzione della nuova remunerazione, emergono due effetti che ribaltano la finalità del generico.
Primo: il farmaco che dovrebbe far risparmiare il Servizio sanitario finisce per costargli più del prezzo al pubblico. Chi compra l’Atorvastatina generica privatamente continua a pagarla 4,35 euro, il prezzo stabilito da Aifa. Ma quando lo stesso medicinale viene erogato tramite il Servizio sanitario, lo Stato rimborsa alla farmacia 5,24 euro: 89 centesimi in più rispetto al prezzo esposto sugli scaffali. L’aumento è dovuto alla nuova modalità di remunerazione che fa crescere per lo Stato il costo del rimborso del 24%.
È come se il proprietario di un supermercato acquistasse un prodotto a un prezzo più alto di quello che il rivenditore espone sugli scaffali per i clienti che lo comprano
Due. L’anomalia riguarda anche il farmaco di marca. Il suo prezzo al pubblico rimane 6,36 euro. Ma oggi il Servizio sanitario lo rimborsa alla farmacia a 4,75 euro: il 20% in più rispetto al passato e comunque più del prezzo di riferimento Aifa. A questi 4,75 euro si aggiungono, come sempre, i 2,01 euro che il cittadino continua a pagare. Il totale per il sistema – tra spesa pubblica e privata – arriva così a 6,76 euro, 40 centesimi oltre il prezzo esposto.
Quanto è diffuso il fenomeno
Questi due effetti non sono limitati all’Atorvastatina. Si ripetono in quasi la metà dei farmaci a carico del Ssn, in particolare tra quelli con un costo inferiore agli 8 euro. Il risultato è un trasferimento di risorse consistente verso le farmacie, a scapito di altre aree della spesa sanitaria.
Le novità
Siamo davanti al ribaltamento del principio originario: il Sistema sanitario paga di più proprio dove la legge aveva stabilito che dovesse pagare meno. Prima della riforma, le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti differenziati in base al costo del medicinale, secondo quanto previsto dalla legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il produttore incassava il 66,65%, il grossista il 3%.
Con la riforma, lo schema cambia: la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che va da 55 centesimi a 2,50 euro per confezione, variabile a seconda del prezzo del medicinale e della tipologia della farmacia (comma 225 qui). Un meccanismo che serve a riempire le casse delle farmacie: con la nuova remunerazione più il prezzo del farmaco è basso, maggiore è il margine di guadagno (almeno fino agli 8 euro a confezione). Lo scorso febbraio avevamo denunciato un altro caso emblematico. Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio con la formulazione per problemi cardiaci, costa come generico 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: in totale 50 centesimi. Con le nuove regole, la remunerazione diventa il 6% più 55 centesimi più l’8% come generico, meno lo sconto: 93 centesimi. Un aumento dell’86% nei ricavi della farmacia, con un costo maggiore per lo Stato pari al 31%.
Le nostre scelte
C’è almeno una decisione immediata che possiamo prendere come cittadini: evitare di comprare il farmaco di marca, pagando di tasca nostra la differenza con il suo equivalente generico. Si tratta di una spesa inutile perché l’effetto curativo è identico. Su base individuale sono spiccioli, ma su base nazionale valgono un miliardo di euro l’anno che escono dalle nostre tasche.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)

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LA PROTESTA DELLA GINNASTA UCRAINA: SI COPRE GLI OCCHI DURANTE L’INNO RUSSO

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

SOFIIA KRAINSKA E’ STATA COSTRETTA ALLA FUGA DA KIEV … UNA FEDERAZIONE INDEGNA HA RIAMMESSO UN PAESE CRIMINALE ALLE GARE DI GINNASTICA

Ha chiuso la sua gara al secondo posto. Davanti a lei, soltanto una rivale. Ma sul podio, non c’è stato spazio per la soddisfazione, perché oltre quattro anni di guerra le si sono rovesciati addosso come una valanga. Portandola a un gesto per lei inevitabile. Lei è Sofiia Krainska, 15 anni, stella ucraina della ritmica. Ma quando durante la premiazione ha sentito l’inno russo suonato per la vincente della sua gara, Iana Zaikina, si è coperta il volto con le mani.
La protesta della ginnasta ucraina contro l’inno russo
È successo a Varna, in Bulgaria, per le gare juniores agli Europei di ginnastica ritmica, in cui peraltro l’azzurra Flavia Cassano ha vinto il bronzo al cerchio. Nell’esercizio al nastro, invece, Krainska si è classificata seconda, davanti alla tedesca Melissa Diete. Davanti a lei, solo una avversaria, Iana Zaikina, anche lei di 15 anni (sono entrambe del 2011). Nelle gare di ginnastica gli atleti russi sono stati riammessi e possono gareggiare sotto la loro bandiera. Ma durante la cerimonia di premiazione, quando ha sentito eseguire l’inno russo, Sofiia non ha resistito. E si è portata le ani sugli occhi, coprendosi il volto.
Il passato in Italia di Krainska
Un gesto fortissimo, nel momento più intenso della giornata. D’altronde, cosa sia la guerra che sta sconvolgendo il suo paese, la giovanissima atleta lo sa bene: nel 2022 Sofiia e la mamma Olena sono state costrette a lasciare l’Ucraina per scampare agli attacchi russi: avevano trovato rifugio a Milano, accolte dalla comunità di Sant’Egidio. Il gesto resta un segnale intenso, una presa di stanze, ma anche un atto di dolore per quello che ha dovuto passare lei, la sua famiglia – è originaria di Kiev – e che il paese in cui è nata sta sopportando da oltre 4 anni. E
mitato poco dopo anche da una sua compagna ucraina, Varvara Chubarova, che ha fatto la stessa cosa durante la premiazione della bielorussa Kira Babkevich.
(da agenzie)

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