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LA MELONI TIRA DRITTO SULLA LEGGE ELETTORALE CON L’OBBLIGO DI DESIGNARE IL CANDIDATO PREMIER AL MOMENTO DI DEPOSITARE IL PROGRAMMA E LE LISTE DELLA COALIZIONE .QUESTO SIGNIFICA CHE CONTE E SCHLEIN DOVRANNO PASSARE DALLE PRIMARIE PER INCORONARE IL LEADER ANTI-MELONI

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

I TIMORI AL NAZARENO CHE GLI STRASCICHI DELLE PRIMARIE POSSANO PESARE NELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE E ALLONTANARE UN PEZZO DI ELETTORATO

Il problema non è tanto restare uniti nella battaglia parlamentare sulla legge elettorale, quanto non dilaniarsi dopo che sarà approvata. In Parlamento Pd, M5s, Avs, ma anche Italia Viva e +Europa, hanno intenzione di tenere una linea comune, anche in vista degli emendamenti da presentare.
«Per noi collaborare a questo testo, che loro si sono acconciati e confezionati secondo le loro esigenze, lo vedo assolutamente improbabile», avverte il presidente M5s Giuseppe Conte.
Per Stefano Bonaccini «la legge è da rigettare completamente», anche se il presidente Pd sarebbe pronto a battersi «solo per introdurre le preferenze, visto che Meloni un tempo le voleva». Ma la linea di chi vorrebbe provare a migliorare il testo appare minoritaria, se pure Dario Franceschini, uscito allo scoperto di recente per suggerire il confronto, ora frena, perché è «evidente la volontà della
maggioranza di approvarsi da sola e in fretta una legge fatta su misura» e questo «chiude ogni spazio di intesa tra avversari», spiega il senatore dem ed ex ministro.
Dunque, l’attenzione si sposta già a quando le nuove regole del gioco, così come sono state riviste dal centrodestra, saranno approvate a colpi di maggioranza. A cominciare dall’obbligo di designare il candidato premier al momento di depositare il programma e le liste della coalizione. Reso più stringente dalla minaccia di rendere inammissibili le liste «che non abbiano dichiarato il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio».
Una pura formalità per il centrodestra, visto che nessuno si sogna di mettere in discussione la ricandidatura di Giorgia Meloni. Non è così nel centrosinistra, dove un leader riconosciuto non c’è.
Al Nazareno questo vincolo non piaceva nella versione originaria, quando era più sfumato, e piace ancora meno adesso. Elly Schlein, se potesse, eviterebbe volentieri il passaggio delle primarie, preferendo adottare il criterio già in voga a destra: dopo le elezioni, il leader del partito più votato all’interno della coalizione viene proposto come premier. Ma la segretaria Pd sa bene che, a prescindere dalla legge elettorale, questa strada è sbarrata.
Perché Giuseppe Conte non accetterebbe mai di incoronarla senza coinvolgere i cittadini e perché, fanno notare fonti dem, «sarebbe impensabile andare alle elezioni senza avere un leader da contrapporre a Meloni». Insomma, se gli avversari «hanno inserito questo obbligo per metterci in difficoltà, non si facciano illusioni: per noi non cambia nulla, le primarie sono comunque necessarie».
Lo pensano, a maggior ragione, dalle parti del Movimento, dove tutti sanno che l’unico modo per sperare di rivedere Conte a Palazzo Chigi è portare Schlein alla sfida dei gazebo e del voto online. Per «allargare il più possibile la partecipazione», spiegano fonti M5s, anche oltre il perimetro del centrosinistra
Il leader 5 stelle si prepara alla contesa, ma si guarda bene dal dire che l’obbligo di indicazione del candidato premier, tutto sommato, gli fa comodo. Anzi, sostiene che «rappresenta una criticità, perché «prefigurare già un’indicazione vincolante per il capo dello Stato è anche un problema costituzionale», avverte Conte. Il possibile conflitto con l’articolo 92, evidenziato da diversi giuristi, non inciderà
nell’immediato, visto che un eventuale ricorso alla Consulta avrebbe tempi lunghi, oltre l’appuntamento elettorale.
Dunque, se la legge viene approvata a colpi di maggioranza, «saremo obbligati a scegliere prima e lo faremo nel solo modo possibile, allo stato attuale: le primarie – conferma Goffredo Bettini –. In questo caso, saranno decisivi la lealtà e il clima fraterno che sono necessari per affrontare questa prova». E qui si annidano le preoccupazioni di quanti, dentro al Pd, preferirebbero tenere chiusi i gazebo. Nel timore che gli strascichi della competizione interna possano pesare nella successiva campagna elettorale per le Politiche e allontanare un pezzo di elettorato. Del Pd o del M5s, a seconda di chi perderà le primarie.
(da “La Stampa”)

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INDIETRO MARSCH. GIORGIA MELONI HA DECISO DI RINUNCIARE A 10 MILIARDI DI PRESTITI EUROPEI PER IL RIARMO: IL GOVERNO ITALIANO AVEVA PRENOTATO 15 MILIARDI DI FONDI SAFE (SECURITY ACTION FOR EUROPE), MA ALLA FINE NE CHIEDERÀ SOLO CINQUE

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

SARANNO PORTATI AVANTI I PROGETTI LEGATI A CONTRATTI GIÀ ESISTENTI, SENZA ATTIVARNE DI NUOVI … IN EFFETTI CHE SIGNIFICATO HA ARMARSI, I SOVRANISTI SI ARRENDEREBBERO AL NEMICO AL PRIMO SCOPPIO DI UN PETARDO

Una sforbiciata di 10 miliardi agli investimenti in difesa. E un segnale a Bruxelles, che sull’energia non vuole fare sconti all’Italia, non almeno nella direzione chiesta da Giorgia Meloni, anche pubblicamente, via lettera a Ursula von der Leyen.
Dopodomani, il 31 maggio, scade il termine per presentare i progetti per accedere ai fondi Safe (Security Action for Europe): il meccanismo di prestiti tirato su dalla Commissione europea per rafforzare gli investimenti dei 27 stati membri in armamenti e sicurezza
Il governo italiano aveva prenotato quasi 15 miliardi di euro — 14,9 per la precisione — sui 150 messi a disposizione dalla commissione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Meloni ha cambiato strategia.
Ha provato a prendere tempo, cercando di sfruttare la frenata su Safe come arma di pressione nei confronti di Bruxelles, per avere concessioni sul fronte energetico. Finora, la premier ha ottenuto molto poco: nessuna deroga al patto di stabilità per mitigare il caro prezzi, niente per tagliare ancora le accise di gasolio e benzina, solo una rimodulazione (complicata) dei fondi di coesione e del Pnrr
Ecco allora la mossa: secondo più fonti governative, l’esecutivo è intenzionato a ridurre in modo consistente l’utilizzo dei prestiti Safe. Verrebbero portati avanti solo i progetti che risalgono a contratti già esistenti, senza attivarne di nuovi.
Le ricognizioni tra i dicasteri sono ancora in corso, ma ambienti di governo a diretta conoscenza della questione quantificano in «4-5 miliardi di euro» il valore effettivo dei prestiti che verranno chiesti all’Unione. Un terzo di quanto previsto.
Non farà piacere (eufemismo) al ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha sempre rimarcato l’importanza d’investire nella sicurezza nazionale, senza mettere in contrapposizione le spese militari e quelle per benzina e bollette.
La richiesta su Safe non avverrà da qui al weekend: l’intenzione del governo — altro segnale di malumore verso Bruxelles — è di lasciar correre la scadenza di domenica. Per attendere che la presidente della Commissione risponda alla lettera spedita dalla premier il 18 maggio, in cui veniva chiesto all’Europa di rendere le risposte alla crisi energetica prioritarie al pari degli investimenti in difesa.
Meloni ne fa una questione politica, che tiene naturalmente in conto anche i riflessi sul consenso elettorale. Lo ha ripetuto ieri, ospite di Mattino Cinque su Mediaset, dopo una riunione mercoledì a palazzo Chigi con vari ministri: i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (collegato), Giancarlo Giorgetti, Guido Crosetto e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa — le parole di Meloni sulla rete ammiraglia del Biscione — E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità di fare di più per difenderci da soli». Però, per la premier, «è evidente che se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini rischiamo che non ci sia più niente da difendere».
Non è l’unica spina internazionale, per Meloni. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz intende convocare un vertice E5 (Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia e Italia) per il 2 giugno. All’ordine del giorno, Nato e Ucraina: dovrebbero esserci anche il capo negoziatore di Kiev, Rustem Umerov, e il capo dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.
Il problema per Meloni è la data: è stato chiesto a Berlino di spostare il summit, che coincide con la festa della Repubblica, al 3-4 giugno. «Noi non avremmo mai chiesto ai francesi di venire a Roma il 14 luglio», la tesi che trapela da fonti di governo. Berlino per ora resiste sul 2, ma si tratta. In caso, potrebbe andare al vertice il vicepremier Tajani.
(da agenzie)

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ORA CHE ORBAN È CADUTO, EMERGE TUTTA L’IPOCRISIA DEGLI STATI UE: VENGONO FUORI TUTTI QUEI CACASOTTO CHE SI ERANO NASCOSTI DIETRO AL “NO” DEL “VIKTATOR” UNGHERESE ALL’INGRESSO DELL’UCRAINA NELL’UE, TRA QUESTI C’È OVVIAMENTE L’ITALIA

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO IL NO PREVEDIBILE DI SALVINI È ARRIVATA A RUOTA FRATELLI D’ITALIA CON IL NASO BIFORCUTO DI GIOVANNI DONZELLI: “SIGNIFICHEREBBE ESTENDERE LA GUERRA A TUTTA L’EUROPA”. E INFINE TAJANI, CHE SI È GIUSTIFICATO CON LA NECESSITÀ DI FAR ENTRARE PRIMA I PAESI BALCANICI (ANNAMO BENE)

Sullo sfondo resta poi la questione del processo di adesione dell’Ucraina, che dovrebbe portare l’Ue a dare il via all’apertura dei capitoli negoziali a metà giugno. Il nuovo premier ungherese, Peter Magyar, ha aperto a questa possibilità, ma «a patto che ci sia un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi in Transcarpazia». In Italia, intanto, la destra viene allo scoperto e ammette la propria contrarietà.
Il silenzio con cui Fratelli d’Italia mercoledì aveva accolto le parole, nette, di Matteo Salvini contro l’ingresso di Kiev in Ue era in realtà già abbastanza rivelatore di cosa pensasse Giorgia Meloni. Ieri Giovanni Donzelli ha confermato i dubbi della premier: «In questo momento di non raggiunta pace con la Russia, significherebbe estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme internazionali
Non c’è una reale spaccatura nel governo. Sono posizionamenti tattici e politici. Nessuno dei tre partiti di maggioranza è favorevole all’ingresso immediato dell’Ucraina. Ma lo sostengono con toni e sfumature diverse.
Da Cipro, il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha ribadito a nome del governo che bisogna aspettare: quando l’Ucraina avrà «abbattuto» la corruzione e senza «mettere in un angolo l’adesione dei Balcani, che per noi è una priorità».
Il che impone tempi, appunto, più lunghi. Un orizzonte che avvicina alle tesi della maggioranza anche il M5S. Il presidente Giuseppe Conte ha usato parole simili a Donzelli: «Non ci sono adesso le condizioni, saremmo in guerra. Più plausibile ipotesi di partner strategico per l’Ue».
Meloni guarda alla proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di offrire a Kiev lo status di “associato” senza diritto di voto. Una mossa che a Palazzo Chigi interpretano come un modo per rallentare l’adesione.
I leader potrebbero parlarne a Berlino, al vertice con Francia, Regno Unito e Polonia previsto nella seconda metà della prossima settimana. Di certo, a un anno dal voto è evidente quanto nelle scelte di Meloni pesi il calcolo elettorale. La competizione a destra con Roberto Vannacci, schierato più con la Russia che con l’Ucraina, rendono il tema dell’allargamento più insidioso e non più così urgente per Meloni. Tra l’altro, secondo il partito della premier, l’ingresso di un Paese come l’Ucraina, potentemente agricolo e uscito a pezzi dalla guerra, renderebbe più esigua la fetta che spetta all’Italia dei fondi di coesione e per l’agricoltura.
(da “La Stampa”)

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IL CASO ALMASRI CONTINUA A INGUAIARE L’ITALIA: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI SI OCCUPERÀ DELLA MANCATA ESECUZIONE, DA PARTE DEL GOVERNO, DEL MANDATO DI ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE NEI CONFRONTI DEL TORTURATORE LIBICO

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

UNA DONNA IVORIANA E UN UOMO SUDANESE, CHE SOSTENGONO DI ESSERE STATI TORTURATI DA ALMASRI E ORA SONO IN ITALIA, SI SONO RIVOLTI ALLA CORTE LAMENTANDO LA VIOLAZIONE DEI LORO DIRITTI DA PARTE DEL NOSTRO PAESE

Il caso della mancata esecuzione da parte del Governo italiano del mandato di arresto emesso dalla Cpi nei confronti di Osama Almasri Njeem, ex capo della polizia giudiziaria libica, arriva alla Corte europea dei diritti umani
Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati dall’uomo, e che ora sono in Italia, si sono rivolti alla Cedu affermando che cosi
facendo, l’Italia ha violato i loro diritti.
La Cedu dopo un esame preliminare dei ricorsi, li ha comunicati al Governo con una serie di domande, per comprendere se i casi siano ammissibili e se eventualmente decidere se l’Italia ha violato i loro diritti.
(da agenzie)

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L’ITALIA O SI SVEGLIA O MUORE. LE CONSIDERAZIONI FINALI DEL GOVERNATORE DI BANKITALIA FABIO PANETTA SONO UN CEFFONE ALLA POLITICA INTONTITA E “DROGATA” DA ANNI DI PNRR: “SOLO UN INCREMENTO DELLA PRODUTTIVITÀ POTRÀ ALIMENTARE NEL TEMPO CRESCITA, REDDITI E BENESSERE”

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

“LA GUERRA POTREBBE PORTARE L’INFLAZIONE AL 6%” … LA BORDATA SUGLI STATI UE CHE FRENANO IL MERCATO UNICO (VEDI GERMANIA CON UNICREDIT): “FINCHÉ I MERCATI DEI CAPITALI RESTERANNO FRAMMENTATI LUNGO LINEE NAZIONALI, IL RISPARMIO EUROPEO CONTINUERÀ A CERCARE IMPIEGO ALTROVE, FINANZIANDO LA CRESCITA DI ALTRE ECONOMIE”

Fabio Panetta traccia le coordinate per l’Italia e per l’Unione Europea durante le sue Considerazioni Finali sul 2025. Il governatore della Banca d’Italia delinea un quadro severo, dominato dall’urgenza di puntare su investimenti e giovani per garantire il futuro.
La ricetta, secondo il banchiere centrale, passa per l’innovazione tecnologica, con l’obbligo di non disperdere i talenti. Con un netto messaggio di fondo: «Senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati». Questo perché, spiega Panetta, «il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani»
Lo scorso anno l’espansione globale ha stupito gli analisti, con un Pil in progresso di quasi tre punti e mezzo percentuali. Un impulso vitale è arrivato dalla tecnologia, giacché «la costruzione dei centri di calcolo ha sostenuto gli investimenti», specie negli Stati Uniti.
I venti di guerra hanno stravolto questo abbrivio incoraggiante. «La situazione è stata drammaticamente modificata dal conflitto nel Golfo Persico». Il blocco dello stretto di Hormuz ha causato carenze di offerta e rincari per le materie prime energetiche, esacerbando le pressioni sui prezzi.
Tali rincari erodono i redditi delle famiglie e comprimono i margini aziendali, in un contesto segnato da condizioni finanziarie rigide. I tassi restano tesi e gli Stati si ritrovano disarmati, poiché «i debiti pubblici, già elevati dopo anni di politiche espansive, lasciano spazi ridotti per interventi di sostegno». Con la guerra il rischio è veder correre l’inflazione al 6% nell’Eurozona.
A peggiorare il panorama intervengono le spinte protezionistiche mondiali, trainate dai dazi statunitensi e dalla reazione cinese, dinamiche in grado di alimentare squilibri strutturali. La divisione in blocchi contrapposti, secondo il banchiere centrale italiano, rappresenta una zavorra per la prosperità condivisa.
La diagnosi di Palazzo Koch risulta inequivocabile. «In un mondo che resta profondamente interconnesso, la frammentazione non elimina gli squilibri: li sposta, li nasconde, li rende più profondi e più costosi da correggere», sottolinea Panetta. Il monito per i governi non ammette retromarce sull’importanza del multilateralismo e delle relazioni fondate su regole condivise. Un concetto che è considerato fondamentale da Via Nazionale.
In un contesto così complicato, spiega il governatore, il terreno dello scontro competitivo contemporaneo è l’innovazione digitale. L’intelligenza artificiale, citata per oltre 30 volte durante le Considerazioni Finali, ridefinisce il modo di produrre e di lavorare. Le economie asiatiche e nordamericane corrono veloci, mentre «cinque
grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale».
L’Europa arranca e sconta letargie istituzionali decennali. Per tale ragione, si fa notare, l’Ue si affaccia all’instabilità globale con fragilità palesi, dipendente dall’estero per materie prime, difesa e tecnologie avanzate. Il problema continentale risiede in una perenne incapacità di valorizzare le proprie risorse finanziarie.
L’Unione, ragiona Panetta, detiene un risparmio imponente, eppure non riesce a mutarlo in leva industriale ad alto valore aggiunto e ad alto rischio. L’analisi di via Nazionale colpisce al cuore il deficit costruttivo europeo: «Finché i mercati dei capitali resteranno frammentati lungo linee nazionali, il risparmio europeo continuerà a cercare impiego altrove, finanziando la crescita di altre economie anziché quella dell’Unione».
In tal senso, si rammenta, un’autentica integrazione comunitaria esige un titolo sovrano europeo in grado di mobilitare capitali privati su larga scala e capace di blindare il ruolo internazionale dell’euro. Specie perché, si sottolinea, la partita sull’intelligenza artificiale cela riverberi dirompenti sull’occupazione e sulla produttività del Vecchio Continente. Il governatore suggerisce la via: «Perché l’intelligenza artificiale diventi una leva di crescita diffusa, occorre favorirne l’adozione nelle imprese – incluse quelle piccole e medie – e investire nella formazione delle persone». Un compito non semplice, certo, ma necessario.
Sul fronte domestico, l’economia italiana mostra una tenuta di rilievo, con il Pil cresciuto di oltre il 6% dal 2019 al 2025. Un ruolo vitale per la ripartenza lo ha giocato il settore pubblico tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), decisivo nel convogliare oltre 100 miliardi fra il 2021 e il 2025. «Le spese fin qui effettuate hanno sostenuto la domanda e innalzato il livello del prodotto annuale di quasi 1 punto percentuale, in media, nel quinquennio».
Il conflitto in Medio Oriente sgretola tali prospettive e svela di nuovo l’insostenibile dipendenza energetica del Paese. La sfida epocale per la tenuta del sistema italiano si chiama però inverno demografico. Panetta traccia una rotta ineludibile per gli imprenditori, quasi come a stimolarli. «Con una popolazione in età da lavoro in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati pe
sostenere lo sviluppo. Solo un incremento del prodotto per addetto potrà alimentare nel tempo crescita, redditi e benessere», nota.
La ricetta è chiara, secondo l’inquilino di Palazzo Koch. L’unica ancora di salvezza dimora nell’aumento della produttività. Per vederla salire, le aziende della Penisola devono piegare le resistenze di un tessuto industriale troppo frammentato. L’avviso governatoriale è lapidario, e fa riferimento alle opportunità dettate dall’AI. «Siamo ancora in una fase iniziale.
Vi è quindi il tempo per evitare che si ripeta l’esperienza degli anni Novanta. Allora, nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni». Allo stesso tempo, lo Stato «può agire quale committente primario dell’innovazione», aprendo mercati e orientando la domanda verso applicazioni avanzate in sanità, energia e sicurezza. Nel contempo, non dimentica il governatore, risulta urgente rafforzare il comparto del venture capital e del private equity per finanziare progetti ad alto rischio e grande potenziale tecnologico.
Il capitolo fondante delle Considerazioni Finali abbraccia il destino dei giovani e la formazione. L’innovazione esige un ecosistema sociale brillante e pronto a maneggiare la complessità algoritmica. In Italia la percentuale dei trentenni laureati – seppure aumentata – si ferma al 30%, al di sotto dei partner occidentali, e fra i ragazzi non laureati uno su cinque non frequenta scuole e risulta inattivo.
Da queste carenze prende forma un esodo allarmante per le radici della Repubblica, a pochi giorni dal suo ottantesimo compleanno. «Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000», dice Panetta. Una fuga dei cervelli che non è più solo temporanea, ma assume i contorni di un fenomeno quasi strutturale. E da invertire.
Lo scenario
Si consolida un paradosso letale per l’industria tricolore. Panetta descrive la spirale in corso senza metafore: «Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in
istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie».
Il comparto scolastico e accademico deve, secondo il banchiere centrale, risorgere grazie a massicce iniezioni di capitale, recuperando un ritardo di spesa pubblica in istruzione pari a un intero punto di Pil in confronto all’Unione.
È per questo, si esorta, i governi, i legislatori e gli investitori sono obbligati a uno sforzo coeso per dirottare il credito verso la scienza e la ricerca. E proprio su tale aspetto c’è un monito che ricorda alla classe dirigente che i cervelli in fuga non si rimpiazzano coi codici artificiali. «Senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati». Vale a dire che le persone restano l’unico motore pulsante di ogni balzo in avanti e il contrafforte inestimabile su cui innalzare la competitività dei prossimi decenni. Anche nell’era dell’AI.
(da La Stampa)

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I SOVRANISTI VOGLIONO CANCELLARE LE SANZIONI UE PER I GOVERNI CHE NON RISPETTANO LO STATO DI DIRITTO: IL CENTRODESTRA APPROVA UNA RISOLUZIONE ALLA CAMERA

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

DA CHI HA LIBERATO E RIPORTATO IN LIBIA CON AEREO DI STATO UN CRIMINALE VIOLENTATORE DI BAMBINI NON C’E’ PIU’ DA STUPIRSI_ E’ LA DESTRA DELLA ILLEGALITA’

Il centrodestra italiano cerca di fare un favore ai Paesi che non rispettano lo Stato di diritto in Europa. È questo che emerge da una risoluzione approvata dalla maggioranza alla Camera, con 129 voti a favore. Nel testo, si chiede al governo di impegnarsi per fare in modo che dal 2028 l’Unione europea cancelli “i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello Stato di diritto da parte degli Stati membri”.
Una proposta che ha attirato subito la condanna di Avs, con la deputata Elisabetta Piccolotti: “Ci pare che la vostra mozione dica che lo Stato di diritto in Europa vale fino a un certo punto, cioè vale finché non incontra la volontà di persone come Orbán, finché non incontra la volontà di potenza di leader che puntano a soluzioni autoritarie”.
Le risoluzioni non sono vincolanti. Questo significa che, dopo l’approvazione, non cambierà nulla nell’immediato. Il governo non è obbligato legalmente a rispettare l’impegno che l’Aula gli ha chiesto. Ma il testo rappresenta comunque una presa di posizione netta, sul piano politico.
Le punizioni dell’Ue per chi viola lo Stato di diritto oggi
Nel diritto europeo è molto importante il concetto di Stato di diritto. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, il testo fondamentale su cui si regge l’Ue, dice che l’Unione “si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non
discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Queste sono, in generale, le linee che non vanno superate.
Sulla carta c’è già da tempo una norma che permette di punire i Paesi membri che non rispettano questi principi, togliendo loro il diritto di voto. Ma non è mai stata messa in atto, soprattutto perché per farla scattare serve un voto all’unanimità di tutti i Paesi tranne quello punito.
Dal 2020 invece c’è un nuovo meccanismo, più flessibile: il cosiddetto Regolamento sulla condizionalità. Con un voto a maggioranza, si possono colpire i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto sospendendo i fondi europei che gli spetterebbero. Questo meccanismo ha colpito la Polonia e soprattutto l’Ungheria dell’ormai ex premier Viktor Orban.
Ora si vorrebbe fare un passo ulteriore. Nel Quadro finanziario del 2028-2034, che traccerà le linee da seguire in quegli anni, c’è la proposta di inserire un’ulteriore stretta da questo punto di vista. Per alcuni fondi si vorrebbe richiedere a ciascun Paese di spiegare nel dettaglio i loro progetti, per assicurare che siano in linea con i principi dello Stato di diritto, e che rispettino le raccomandazioni sul tema che ogni anno la Commissione europea fa a ogni governo. In caso contrario, scatterebbe una sospensione di dodici mesi. Se niente cambia in quell’anno di tempo, i fondi sarebbero ritirati del tutto.
Il ‘no’ della destra italiana
Su questo punto il centrodestra italiano ha deciso di mettersi di traverso. Perché, si legge nella mozione approvata oggi, bisogna “vigilare” per essere sicuri che questi meccanismi “siano ancorati a criteri oggettivi e misurabili e non a criteri politicamente sensibili e discrezionali”. Mantenere un metodo il più possibile “aderente al sistema attualmente in vigore”, senza altre strette. La proposta europea “desta preoccupazione” nel centrodestra, perché significa che le raccomandazioni della Commissione europea sullo Stato di diritto diventerebbero vincolanti, mentre invece dovrebbero “rimanere uno strumento preventivo”.
La sostanza arriva negli impegni: si chiede al governo Meloni di fare il possibile “nelle competenti sedi decisionali dell’Unione europea” per fare in modo che “si espungano dalla proposta i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello Stato di diritto da parte degli Stati membri”. L’intenzione, messa
nero su bianco, è di fare marcia indietro sulle sanzioni contro chi non rispetta lo Stato di diritto.
“State dicendo che l’Unione non deve intervenire con sanzioni quando uno Stato membro viola i principi democratici, viola l’equilibrio dei poteri, minaccia l’autonomia della magistratura, minaccia la libertà delle persone. Questo punto della mozione è completamente inaccettabile, dimostra tutta la vostra subalternità a Trump, a Putin, a Orbán e a tutta la filiera dell’internazionale nera e mette a rischio l’Europa”, ha attaccato Piccolotti in Aula.
(da Fanpage)

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SONDAGGIO TERMOMETRO POLITICO: SCENDONO FDI E LEGA, VANNACCI SALE AL 4%

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

FDI CALA AL 28,1%, LEGA AL 6,8%

Fratelli d’Italia scende al 28,1%. Calo anche per la Lega che tocca un nuovo minimo, al 6,8%. Futuro Nazionale invece supera il 4%, consolidando la sua posizione. Nel centrosinistra il Pd si conferma al 22,2%, seguito dal Movimento 5 Stelle, al 12,5%. Vediamo nel dettaglio l’ultimo sondaggio di Termometro politico con i voti partito per partito.
Le intenzioni di voto: chi vince tra centrodestra e campo largo
Partiamo dal centrodestra. Fratelli d’Italia si attesta al 28,1% perdendo 0,3 punti rispetto alla settimana scorsa e facendo segnare uno dei dati più bassi dell’ultimo periodo. Tra fine febbraio e metà maggio infatti, il partito di Meloni aveva oscillato tra il 29,6% e il 28,4%.
Un calo di per sé poco rilevante per FdI, che continua ad essere la prima forza nazionale, ma che pesa sulla coalizione. Tanto più se letto assieme al crollo della Lega, ora al 6,8% staccato esattamente di un punto da Forza Italia, al 7,8%.
Nonostante il pressing sull’emergenza sicurezza e il rilancio di proposte anti migranti dopo i fatti accaduti Modena, il Carroccio non sembra aver fatto breccia tra gli elettori.
Sicurezza e immigrazione, fino a poco tempo fa terreni favorevoli al centrodestra, non sembrano avere più la stessa presa sull’elettorato. In una fase internazionale particolarmente delicata il caro energia e i costi delle bollette hanno la meglio sui cittadini e il governo, diviso tra le spese energetiche e gli impegni presi per il riarmo, si trova in difficoltà.
Una situazione che pare avvantaggiare Futuro Nazionale, il partito dell’ultradestra di Roberto Vannacci, in crescita nei sondaggi. Fn sale fino al 4,1% e ora si trova a meno di tre punti dalla Lega. Il suo incremento è un segnale per la maggioranza: l’ex generale è in grado di intercettare un elettorato specifico, in cui confluiscono con ogni probabilità anche i delusi dall’attuale centrodestra.
Spostandoci nel centrosinistra, troviamo il Partito democratico, che raccoglie il 22,2%. Attualmente la distanza da FdI è di 5,9 punti percentuali. Non è un divario incolmabile ma rappresenta un margine di sicurezza considerevole per il suo avversario. Dal canto loro i dem confermano il loro ruolo di principale forza di opposizione e di asse portante del campo largo.
Segue il Movimento 5 Stelle che fa registrare un solido 12,5%. Sebbene i deludenti risultati delle amministrative, che confermano la difficoltà dei 5 Stelle a livello locale, sul piano nazionale il Movimento di Giuseppe Conte mantiene un suo peso specifico.
Tra gli alleati del campo largo c’è anche Alleanza Verdi-Sinistra che ottiene un lusinghiero 6,2% e si posiziona a pochi decimali dalla Lega. Di area politica centrista e liberale si segnala Italia Viva al 2,4% e +Europa all’1,8%, entrambe sotto la soglia di sbarramento.
Azione per ora naviga in acque relativamente sicure, mantenendosi al 3,1%. Chiudono la classifica Democrazia Sovrana Popolare, al 1,3% e Noi Moderati, ultimo partner della coalizione di governo, all’1%.
(da Fanpage)

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SENZA STRANIERI L’ITALIA CROLLA: L’ISTAT SMONTA IL RACCONTO DI MELONI E SALVINI

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO ANNUALE 2026 DISTRUGGE LE BALLE DEI SOVRANISTI

Mentre il governo si affanna da quattro anni a questa parte a varare misure securitarie, a gridare slogan anti migranti e ad alimentare le paure tra i cittadini, c’è
un dato che si impone nel dibattito: senza l’apporto dei flussi migratori l’Italia sprofonderebbe. Lo dice l’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, dove si afferma a chiare lettere che il contributo degli stranieri è stato il fattore che ha impedito il crollo della popolazione italiana nell’ultimo anno.
Cosa dice l’ultimo Rapporto Istat su demografia e migranti
Il saldo naturale tra nascite e decessi nel nostro Paese continua a essere negativo (pari a -296 mila unità nel 2025). In altre parole, si continua a morire molto più di quanto si nasca.
Che in Italia si facciano sempre meno figli è cosa nota. L’inverno demografico è ormai una crisi strutturale che ogni anno tocca nuovi picchi. Le nascite sono scese a 355mila, il livello più basso di sempre. Stesso discorso per il numero dei figli per donna, sceso al minimo storico di 1,14.
Un calo dovuto a fattori diversi: dalla minore propensione ad avere figli alla tendenza a posticipare il momento in cui si diventa genitori a causa di un contesto estremamente instabile. Crisi, incertezza economica, salari inadeguati, lavori precari, servizi carenti allontanano le nuove generazioni dalla genitorialità, in un continuo conflitto interiore tra desideri e realizzazioni.
Ma i numeri raccontano anche altro. Nonostante il collasso demografico italiano, l’Istat restituisce la fotografia di una Paese che si regge in piedi anche grazie ai flussi migratori.
Dopo anni di declino infatti nel 2025 la popolazione risulta stabile rispetto al 2024, esclusivamente grazie ai numeri delle immigrazioni dall’estero. Sebbene il saldo naturale tra nascite e decessi continui a essere negativo, la dinamica migratoria positiva è in grado di compensare questo deficit. Un incremento di +296 mila unità che bilancia perfettamente il saldo naturale, consentendo alla popolazione di rimanere stabile.
L’immigrazione “contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale”, sottolinea l’Istituto. In buona sostanza, l’Istat ci sta dicendo che oggi il saldo migratorio compensa interamente il crollo naturale della popolazione. Senza quell’equilibrio, l’Italia sarebbe già dentro una fase di declino demografico ancora più pesante.
Oggi i cittadini stranieri residenti sono 5,6 milioni (il 3,5% in più rispetto all’anno precedente) e rappresentano il 9,4% della popolazione totale. La popolazione straniera è in aumento sia rispetto a dieci anni fa, quando contava 4,8 milioni di individui (l’8% del totale), sia rispetto allo scorso anno (+3,5%). Molti degli stranieri giunti nel nostro Paese hanno avviato percorsi di integrazione che si sono conclusi con l’acquisizione della cittadinanza italiana. Nell’ultimo decennio se ne contano 1,7 milioni.
Tuttavia nel 2025, le acquisizioni sono diminuite rispetto agli anni precedenti: 196mila contro l e 217 mila del 2024 e le 214 mila del 2023. E questo – osserva l’Istituto – soprattutto a causa delle modifiche al quadro normativo che hanno introdotto limiti e requisiti all’ottenimento della cittadinanza per rafforzare il principio del legame effettivo e concreto con l’Italia. Il riferimento è al decreto approvato in via definitiva un anno fa, che impedisce ai discendenti degli italiani emigrati all’estero, i cosiddetti oriundi, di diventare automaticamente cittadini italiani (a meno che non abbiano almeno un genitore o al massimo un nonno nato in Italia).
“Affinché le migrazioni possano contribuire in modo strutturale al riequilibrio demografico del Paese – si l legge nel report – è necessario anche favorire la permanenza dei migranti sul territorio, attraverso percorsi di integrazione di lungo periodo. Sebbene nel tempo sia aumentata la capacità di trattenimento dei migranti in Italia, possono ancora esserci margini di miglioramento”.
L’Istat smonta la propaganda del governo
Checché ne dicano Meloni e Salvini, i migranti sono una risorsa demografica ed economica fondamentale. Queste statistiche smontano la narrativa del governo, che negli ultimi quattro anni ha cavalcato a più riprese l’emergenza migratoria, sfoderando un ampio arsenale di misure repressive: la difesa dei confini, i centri in Albania, le espulsioni, la stretta sulla cittadinanza, il blocco navale. Tutto in nome di una presunta “invasione” che la Lega promette di combattere da tempo (evidentemente, con scarse riuscite)
L’abbiamo visto di recente. L’attentato di Modena è stato sfruttato per riaprire il tema sicurezza e immigrazione, sebbene Salim El Koudri fosse un cittadino italiano, non uno straniero con permesso di soggiorno. Salvini ha parlato di “integrazione di seconda generazione fallita”, chiedendo di revocare la cittadinanza e il permesso di soggiorno agli “stranieri che delinquono”. Vannacci ha rincarato la dose, in una sorta di derby tutto interno alla destra, impegnata a fare la conta dei voti in vista delle prossime politiche.
L’immigrazione diventa una minaccia permanente da agitare ogni qual volta convenga. Funziona perché è immediata, polarizzante, elettoralmente efficace. Ma i dati Istat parlano chiaro e ciò che emerge è la diapositiva di un Paese che invecchia rapidamente, fa pochi figli e perde popolazione attiva. In un contesto simile, senza nuovi ingressi, l’Italia rischia di sprofondare.

(da Fanpage)

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“LA SPAGNA E’ UN PAESE PROFONDAMENTE CORROTTO”. ALDO CAZZULLO MINIMIZZA LE TEORIE DI CHI VEDE NEI GUAI DI PEDRO SANCHEZ E DEL PARTITO SOCIALISTA SPAGNOLO LA “MANINA” DI ISRAELE E STATI UNITI (UNA VENDETTA PER LE CRITICHE DI MADRID A NETANYAHU E PER IL NO A TRUMP ALL’USO DELLE BASI IN SPAGNA PER LA GUERRA ALL’IRAN)

Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile

MA TRA I SOCIALISTI SPAGNOLI È FORTE LA CONVINZIONE CHE I DOCUMENTI CHE METTONO SOTTO ACCUSA ZAPATERO SIANO ARRIVATI DAGLI STATI UNITI DOPO LA CATTURA DI MADURO E L’ACCORDO DI TRUMP COL REGIME DI DELCY RODRIGUEZ: “ESISTE UNA TRAMA INTERNAZIONALE CONTRO SÁNCHEZ, CHE HA DATO MOLTO FASTIDIO AGLI STATI UNITI E A ISRAELE. TRUMP VORREBBE BUTTARLO GIÙ DA MOLTO TEMPO”

La Spagna è un Paese profondamente corrotto. Il Partito popolare non è senza scandali; semplicemente sono stati in parte dimenticati perché è da sette anni lontano dal potere. Gli scandali oggi travolgono Pedro Sánchez, che è alla fine del suo ciclo politico; le prossime elezioni le vincerà il Partito popolare, il cui leader è un moderato come Feijóo, l’ex presidente della Galizia, ma dovrà convivere con la corrente radicale guidata dalla presidenta della comunità di Madrid Díaz Ayuso e dovrà allearsi con i populisti di Vox, che radicali lo sono ancora di più. Vedremo cosa sapranno fare.
Sánchez ha governato l’economia molto bene (del resto è un economista), la Spagna tra i grandi Paesi europei è quello che cresce di più, ha assunto posizioni coraggiose in politica estera. Per restare al potere però non ha esitato a fare alleanze con baschi e catalani, sia quelli di destra sia quelli di sinistra, e a concedere ai secessionisti di Barcellona un’amnistia che in campagna elettorale aveva escluso.
Questo ha provocato una torsione al sistema democratico spagnolo, nell’opinione pubblica e anche negli apparati dello Stato. Per gli spagnolisti Sánchez è diventato il nemico pubblico numero uno. Che ci sia nei suoi confronti un accanimento
giudiziario è chiaro come il sole. Le inchieste contro la moglie e contro il fratello sono state avviate da un sindacato di estrema destra. Le accuse sono abbastanza ridicole. In sostanza Sánchez è accusato di aver trovato un posto di lavoro al fratello. Applicando questo metodo al nostro Paese, l’intero parlamento italiano dovrebbe diventare un supercarcere.
Molto più serie sono le accuse contro i suoi due stretti collaboratori, Ábalos e Cerdán. Poi c’è il caso Zapatero, che è il più grave, perché Zapatero ha vinto due elezioni, è stato a lungo capo del governo, e mentre González è palesemente ostile a Sánchez, Zapatero l’ha sempre appoggiato e ha gestito il delicato dossier venezuelano.
Le accuse contro di lui sono da provare. Da una parte è palese che Zapatero, come hanno fatto molti altri ex primi ministri, si è messo a fare soldi: cosa poco commendevole, soprattutto se avviene violando la legge. Dall’altra parte gli americani non gli hanno certo dato una mano, anzi sono stati decisivi nel costruire l’indagine. In sintesi, la corruzione nel Partito socialista e nel governo spagnolo esiste. Ma che ci sia una manovra interna ed esterna contro Sánchez sarebbe davvero ingenuo non vederlo.
Alla fine la vera sanzione arriverà dall’elettorato.
(da Corriere della Sera)

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