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GERUSALEMME, MIGLIAIA DI PALESTINESI CACCIATI DALE CASE PER FAR POSTO A ISRAELIANI: “PULIZIA ETNICA LEGALIZZATA”

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LE VITTIME SONO OLTRE 2.200 PALESTINESI, 240 LE FAMIGLIE COINVOLTE

“I nostri occhi rimarranno sempre puntati su Silwan, anche se verremo tutti cacciati”. Il riferimento è al progetto “I Witness Silwan” (ho visto Silwan), progetto artistico pubblico e internazionale iniziato nel 2015. La campagna mira a sostenere la resistenza degli abitanti del paese e denunciare le responsabilità degli sfratti in corso. Si vuole invertire la prospettiva del controllo orwelliano di cui i residenti palestinesi sono vittime. Per farlo si rivolge lo sguardo di cittadini e storiche figure legate alla resistenza verso gli occupanti e i loro crimini. Per questo, a partire dal 2015, sui muri delle case sono comparsi murales e stampe che raffigurano gli occhi di Milad Ayyash, 17 anni, ucciso dai coloni a Silwan nel 2011. Così come quelli di Umm Nasser, che qui ha cresciuto undici figli. Insieme ai loro, quelli di Che Guevara, Sigmund Freud, George Floyd, Rachel Corrie, Ghassan Kanafani, Hamed Moussa e molti altri.
Kayed Rajabi, 50 anni, ci accoglie sul terrazzo di casa. L’ultimo ordine di sfratto che ha ricevuto verrà implementato tra meno di dieci giorni. La sua battaglia legale, come quella dell’intera sua comunità, è durata oltre undici anni. “Dopo l’inizio del genocidio a Gaza, la violenza dell’offensiva da parte del governo e dei coloni nel quartiere di Baten al-Hawa è accelerata. Qui vogliono che abbandoniamo le nostre case per offrirle ai coloni. Nella zona di al Bustan le stanno invece demolendo per far loro posto”.
Siamo a Silwan, villaggio a sud della città vecchia di Gerusalemme. Solo in quest’area verranno presto sfrattate 150 famiglie, circa 1500 persone, dal quartiere di Baten al-Hawa. Altri novanta nuclei familiari, che comprendono circa 700 individui, da quello di al-Bustan. Altre espulsioni sono in programma nel vicino villaggio di Sheikh Jarrah. Da entrambi i paesi si raggiungono la Cupola della Roccia e la spianata delle Moschee in meno di mezz’ora a piedi. Si tratta del terzo
luogo più sacro dell’Islam, ma il primo per i palestinesi, in quanto si trova a Gerusalemme, capitale dello Stato di Palestina.
Parla il Dr. Raed Yousef Basbous, 49 anni, quattro tra figli e figlie, PhD in scienze informatiche, che insegna all’Università Al-Quds di Gerusalemme e ha tenuto conferenze anche in Italia: “Questo è il cuore pulsante del piano sionista di pulizia etnica di Gerusalemme Est. Il tutto avviene nella legalità, solo secondo la legge israeliana naturalmente. Quanto accade qui è una componente cruciale della strategia d’insediamento in atto in Cisgiordania”.
La sua famiglia è originaria di un villaggio vicino a Hebron chiamato Al-Darwayima. Qui, durante la Nakba del 1948, l’esercito israeliano condusse un massacro che costò la vita a centinaia di persone. Moltissime delle vittime erano donne e bambini, le cifre variano a seconda delle fonti storiografiche. Si tratta di un minimo di 100 a più di 200 civili. Ma secondo il capo del villaggio Mukhtar Hassan, sopravvissuto al massacro, mancarono all’appello almeno 455 suoi concittadini.
Per questa ragione suo nonno si trasferì a Gerusalemme e nel 1963 acquistò un terreno a Silwan, nel quartiere Batan al-Hawa. Qui costruì la casa dove suo nipote ha vissuto con la sua famiglia fino al 25 marzo 2026, prima di essere sfrattato. I primi ordini di sfratto per i residenti di Batan al-Hawa vennero notificati nel 2015. Per la famiglia Basbous e altri 26 nuclei la lotta per la casa è stata persa con la notifica dell’ordine di sfratto definitivo di inizio 2025. Sei mesi di tempo per abbandonare gli stabili e lasciarli liberi per i nuovi inquilini israeliani.
Raed Yousef Basbous: “Dopo il dominio ottomano, che finì nel 1917, nell’area di Gerusalemme si susseguirono diversi mandati di governo. Il periodo coloniale britannico, fino al 1948. Quello giordano, e solo dopo la guerra del 1967 gli israeliani presero illegalmente il controllo giuridico di quest’area”. “Oggi – continua – è l’associazione Ateret Cohanim a fare pressione sul governo per reinsediare la popolazione ebrea a Gerusalemme Est. Abbiamo domandato se ci fossero discendenti di quelle famiglie ebree che abitavano qui per via delle leggi del sultano ottomano emanate nell’800. Le leggi che oggi vengono riesumate. Ci è stato risposto che al momento il sultano è Israele. Nessuno dei rappresentanti di quelle
famiglie ebree è coinvolto nel processo legale. Vogliono solo che la proprietà dei terreni ritorni a cittadini israeliani”.
“Per incoraggiare i coloni ad abitare qui il governo offre loro lavoro e affitti simbolici per vivere nelle nostre case. Il loro compito è avviare le cause legali contro di noi per evitare che debba essere il governo a farlo al posto loro”, continua Yousef Basbous, che poi aggiunge: “Quasi sempre arrivano dall’estero, America ed Europa. Sono spesso giovanissimi e non conoscono la situazione qui. Vengono attratti con gli incentivi perché è raro trovare cittadini israeliani che vogliono trasferirsi in queste zone. La famiglia che sta occupando la mia casa a Silwan in questo momento non paga nulla per l’affitto. Sono stati invitati a venire e occupare legalmente”.
E poi conclude: “Rivolgendomi alla polizia, mentre venivo sfrattato, ho menzionato il ragazzo che stava prendendo il posto della mia famiglia chiamandolo colono. Sono stato ripreso dall’ufficiale che mi ha detto: lui non è un colono, è il nuovo proprietario di casa. Avrà avuto massimo 19 o 20 anni”.
Alla base dell’offensiva legale iniziata nel 2001 c’è l’azione dell’organizzazione no profit citata dal Dr. Basbous, la Ateret Cohanim fondata nel 1978. Il suo leader è Mati Dan e la maggior parte dei fondi arrivano dalle attività del businessman Irving Moskowitz e della moglie Cherna Moskowitz, entrambi attivi nell’acquisto di terre per ristabilire la predominanza ebraica a Gerusalemme.
Il sito web di questa organizzazione recita nella home page: “riprendere, reclamare e ricostruire una Gerusalemme unitaria”. Poi, si definisce leader nel settore della bonifica di quest’area da oltre 40 anni. Poco sotto chiedono donazioni.
La questione della “legge per il ritorno per gli ebrei”, come la definiscono con amara ironia i palestinesi, o Legge sulle Questioni Legali e Amministrative, era già stata esaminata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Ciò avvenne durante la quarantasettesima sessione del giugno 2021, grazie alla dichiarazione scritta del Cairo Institute for Human Rights, ONG con status consultivo presso l’ONU. Allora si riuscì a portare all’attenzione del Consiglio il tema dei trasferimenti forzati in corso a Gerusalemme Est, Silwan e a Sheikh Jarrah.
Cinque anni fa la tensione culminò nella guerra di undici giorni tra Israele e Hamas nel maggio 2021. Il clima che portò al conflitto montò proprio a causa della
situazione a Gerusalemme Est, Silwan e Sheikh Jarrah compresi, delle restrizioni imposte ai fedeli durante il Ramadan (aprile-maggio 2021) e degli scontri avvenuti nella Spianata delle Moschee tra il 7 e il 10 maggio. Centinaia di palestinesi persero la vita durante i bombardamenti, molti erano bambini e migliaia furono i feriti. Le vittime israeliane ammontarono a 12, più di 200 i feriti.
La situazione politica in Israele era instabile. Le proteste legate alle espulsioni nell’area di Gerusalemme Est scoppiarono durante il quarto mandato Netanyahu che durò solo un anno. La questione venne poi ereditata dal governo Bennett-Lapid nel giugno 2021. L’esposizione mediatica legata al recente conflitto, unita a quella miscela di attivismo palestinese e presenza internazionale sul campo, fece optare il nuovo esecutivo per il congelamento dei processi di espulsione.
Tale decisione venne ufficializzata dalla Corte Suprema tramite una sentenza che prevedeva la possibilità per i palestinesi di restare nelle loro case. Il patto prevedeva che pagassero l’affitto ai coloni che li volevano sfrattare. Questo diktat venne rigettato dalle comunità coinvolte in quanto avrebbe significato ammettere che la proprietà delle case costruite dai loro padri e nonni fosse, de facto, dei coloni.
Oggi le frange più estremiste al potere in Israele hanno riportato in auge la questione. L’attenzione mediatica internazionale è concentrata altrove, Iran, Gaza e Ucraina in testa, e un numero esiguo di attivisti internazionali è presente sul campo a causa dei molteplici conflitti in corso da anni nella regione del Levante. Per questo motivo gli sfratti sono iniziati nel silenzio collettivo.
Kayed Rajabi: “La mia famiglia vive a Baten al Hawa da sessanta anni. Siamo stati sfrattati dal quartiere di Sharafat, Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, non lontano dall’area dove fondarono la colonia di Gilo, nel 1971. Per questo motivo mio nonno e mio padre comprarono questo terreno a Silwan e costruirono la casa dove ci troviamo ora”.
Nel 2015 dai tribunali israeliani arrivò l’ordine di sgombero. Nel documento si menziona che intorno alla metà dell’800 i proprietari di questi terreni erano ebrei yemeniti. Per questo motivo pretendono che la terra debba tornare ad appartenere agli ebrei”.
“Il caso è passato dal tribunale di primo grado a quello distrettuale fino alla Corte Suprema. Ci è stata offerta una compensazione in denaro sulla base del valore del terreno. L’abbiamo rifiutata. Nelle stanze di questa casa ho i ricordi di una vita, da quando ci giocavo da bambino fino ad oggi dove a giocarci sono i miei figli”. Quanto dichiarato da Kayed Rajabi è esemplare dell’asimmetria legale che tutela le due comunità, israeliani e palestinesi.
Nel congedarsi il Dr. Raed Yousef Basbous si dice grato di aver potuto condividere la sua esperienza. Si augura che ciò possa attirare l’attenzione internazionale. Con il suo appello vuole amplificare il grido d’aiuto di Silwan e di tutti i palestinesi vittime del colonialismo d’insediamento che Israele perpetra illegalmente in Palestina.
(da Fanpage)

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NUOVI PROGRAMMI DI FILOSOFIA SENZA MARK E SPINOZA

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

CACCIARI: “ATTO DI SCEMENZA, VALDITARA CHIEDA SCUSA”

“Spero che il ministro chieda scusa per aver tirato fuori questa direttiva, se sono seri faranno così”. Con queste parole il filosofo Massimo Cacciari commenta a Fanpage.it la vicenda relativa alle nuove Indicazioni nazionali, destinate ai licei italiani, per l’insegnamento della filosofia. Nei giorni scorsi, le linee guida emanate dal ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato da Giuseppe Valditara, avevano acceso il dibattito pubblico per l’assenza di alcuni filosofi considerati “giganti del pensiero critico”, tra cui Marx e Spinoza. Cacciari, insieme ad altri sessanta docenti universitari, è firmatario di una lettera aperta, indirizzata al ministero, nella quale vengono criticate duramente le scelte contenute nel documento.
Le indicazioni del ministero dell’Istruzione
Nel messaggio pubblico sottoscritto da Massimo Cacciari e da altri colleghi, tra cui anche Giuseppe Licata e Gaetano Lettieri, il gruppo di docenti universitari mette in luce l’assenza, nel documento ministeriale, di alcuni dei filosofi più importanti dei secoli scorsi: Spinoza, Leibniz, Marx, Schelling, Fichte e, per quanto riguarda il pensiero critico, la possibilità di scegliere discrezionalmente tra Hobbes, Locke e Rousseau. I sessanta firmatari spiegano che “si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata ‘filosofia italiana dell’Ottocento'” che non ritengono “davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere”. Di fronte a questa riformulazione dei programmi scolastici,
Cacciari dice a Fanpage.it che spera si tratti “semplicemente di una scemenza uscita da qualche buco ministeriale e che il ministro possa correggere al più presto”.
Per Cacciari è “un atto di scemenza”
Secondo quanto riportato nella lettera aperta firmata Cacciari e gli altri – che è diventata anche una petizione online – la composizione della lista indirizzata agli istituti superiori di secondo grado, definita “quantomeno bizzarra”, appare come uno degli ultimi tasselli di un progetto di “egemonia culturale di un governo in ritirata” che i sessanta studiosi paragonano a una “polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni”. Per il filosofo veneziano, “non può essere considerata una discriminazione politica dire che non vanno studiati Spinoza o Leibniz, è semplicemente un atto di scemenza”.
“Il ministro lasci fare ai docenti”
Dal ministero, nelle scorse ore, è arrivata una replica alla lettera attraverso le parole di Loredana Perla, presidente della Commissione per la revisione dei programmi scolastici, che ha ribadito la natura del documento come indicazioni e non imposizioni, sottolineando come il dicastero guidato da Giuseppe Valditara lasci “alla libertà e all’esperienza del docente di costruire il percorso di studi”. Su questa impostazione, in parte, concorda anche Cacciari, che a Fanpage.it spiega che, nella sua visione, “se lasciassero fare ai docenti sarebbe meglio” e che “se ci fosse veramente autonomia scolastica su queste cose e non si mettessero di mezzo la politica o i ministeriali sarebbe infinitamente meglio”. Per questo, conclude il filosofo, “spero che il ministro o qualcuno dica ‘sì, scusate, qualche povero scemo ha tirato fuori questa direttiva’. Se sono seri faranno così”.

(da Fanpage)

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DOPO 4 ANNI DI GOVERNO PER MELONI E’ ANCORA COLPA DEGLI ALTRI

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

L’UNDERDOG USA ANCORA IL VITTIMISMO

La politica non è una materia semplice. Richiede preparazione e, soprattutto, la capacità di gestire il potere, in particolare quando lo si esercita dai palazzi romani. Giorgia Meloni ne è consapevole. Nonostante si sia sempre definita un underdog, ovvero una figura che si è costruita autonomamente venendo dall’esterno, la sua storia racconta una crescita costante dentro le istituzioni. Ha compiuto l’intera gavetta politica, dalla militanza nella giovanile di Alleanza Nazionale fino a diventare, giovanissima, ministra di un governo Berlusconi.
Dallo studio all’opposizione alla Presidenza del Consiglio
Dopo aver fondato il proprio partito, Meloni ha studiato a lungo il funzionamento della macchina statale. Dai banchi dell’opposizione ha attaccato i governi che si sono succeduti, fino a ottenere la guida del primo partito italiano e la maggioranza relativa. Il prossimo 22 ottobre il suo esecutivo raggiungerà i quattro anni di attività. In questa cornice si è svolto il primo Premier Time, l’appuntamento in cui la Presidente del Consiglio risponde direttamente alle interrogazioni di maggioranza e opposizione.
Il confronto parlamentare e le critiche dei leader
Mentre dalla maggioranza sono giunti elogi e difese contro le cosiddette fake news, dalle opposizioni sono arrivati attacchi duri. Tra gli interventi si segnalano quelli di Calenda, leader di un’opposizione che è stata spesso definita una stampella dialogante per l’esecutivo, ma anche quelli di Renzi e Boccia. La critica centrale riguarda lo scollamento tra la narrazione governativa, secondo cui tutto procede per il meglio, e la realtà di una linea politica che appare schiacciata da Trump o ininfluente a livello internazionale.
Il bilancio dopo quattro anni e le giustificazioni del governo
Secondo Meloni, l’operato del governo rispecchia esattamente gli obiettivi prefissati, nonostante le promesse elettorali sulle accise e sull’interesse nazionale. La strategia difensiva attuale punta a escludere responsabilità dirette dell’esecutivo per i problemi esistenti, attribuendoli a fattori esterni come il buco del Superbonus o la crisi internazionale. Tuttavia, a quasi quattro anni dall’insediamento, ci si attendeva un bilancio differente. La politica, nel passaggio dalla critica dell’opposizione alle decisioni difficili di Palazzo Chigi, si è rivelata una sfida estremamente complessa.
(da Fanpage)

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A TRUMP NON FREGA NULLA DELLA POLITICA: GLI INTERESSANO I SUOI AFFARI . ERIC TRUMP È IMPEGNATO CON IL PADRE DONALD NELLA VISITA DI STATO A PECHINO MENTRE UNA SOCIETÀ COLLEGATA A LUI E ALLA FAMIGLIA DEL PRESIDENTE STA VALUTANDO UN ACCORDO CON UN PRODUTTORE CINESE DI MICROCHIP CHE SAREBBE CONNESSO AL PARTITO COMUNISTA CINESE

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LO RIPORTA IL “FINANCIAL TIMES”, DANDO CONTO DI UN NUOVO POSSIBILE CONFLITTO DI INTERESSE… LA SOCIETÀ IN QUESTIONE, ALT5 SIGMA, HA SEDE A LAS VEGAS E LEGAMI FINANZIARI CONNESSI AL SETTORE DELLE CRIPTOVALUTE DELLA FAMIGLIA TRUMP (LA WORLD LIBERTY FINANCIAL): HA FIRMATO IL MESE SCORSO UN MEMORANDUM D’INTESA CON NANO LABS PER LA COSTRUZIONE DI DATA CENTER NEGLI STATI UNITI

Eric Trump è impegnato con il padre nella visita di Stato a Pechino mentre una società collegata a lui e alla famiglia del presidente americano Donald Trump sta valutando un accordo con un produttore cinese di microchip che, nelle valutazioni dei parlamentari americani, sarebbe connesso al Partito comunista cinese.
Lo riporta il Financial Times, dando conto di un nuovo episodio che si colloca nell’area dei possibili conflitti di interesse intorno all’amministrazione americana. La società fintech in questione, Alt5 Sigma, ha sede a Las Vegas e legami finanziari connessi al settore delle criptovalute della famiglia Trump (la World Liberty Financial): ha firmato il mese scorso un memorandum d’intesa con Nano Labs per la costruzione di data center negli Stati Uniti. Secondo i documenti depositati presso le autorità di vigilanza americane, nel 2025 Eric Trump è stato nominato ‘osservatore’ all’interno del consiglio di amministrazione di Alt5 Sigma. A presiedere il consiglio è Zach Witkoff, figlio di Steve Witkoff, inviato del tycoon per il Medio Oriente.
Alt5 Sigma e Nano hanno riferito che si avvarranno del “periodo di valutazione di 90 giorni” per esaminare ulteriori possibilità di collaborazione in ambiti quali i data center per l’intelligenza artificiale (IA), le piattaforme basate su cloud per agenti IA e i sistemi di pagamento nativi per l’IA. Le due società hanno inoltre precisato che “qualsiasi futura collaborazione rimane soggetta a ulteriori negoziazioni”.
(da agenzie)

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GLI INTERNAZIONALI DI ROMA VALGONO UN MILIARDO DI EURO: IN ITALIA IL TENNIS È UNA MACCHINA DA SOLDI TRAINATA DALL’EFFETTO SINNER. IL TORNEO ROMANO NEL 2002 FATTURAVA 6 MILIONI, QUEST’ANNO 90. OGGI SARÀ SUPERATA LA QUOTA DELLE 400MILA PRESENZE PAGANTI

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

BINAGHI SOGNA DI RENDERE ROMA IL QUINTO SLAM E QUESTO SPIEGA I SESSANTA MILIONI STANZIATI PER COPRIRE IL CAMPO CENTRALE ENTRO IL 2028

C’è un numerino che racconta meglio di qualsiasi altro la metamorfosi degli Internazionali di tennis, il Masters 1000 in corso a Roma: sei milioni di euro di fatturato nel 2002, novanta stimati quest’anno. Quindici volte tanto, in vent’anni. Il torneo di Roma È un asset.
Un crown jewel, direbbero i banchieri d’affari, e il gergo finanziario che usa la Gazzetta dello Sport nella sua analisi economica, non è esagerato: i recenti passaggi di proprietà dei Masters 1000 di Madrid e Miami a una holding americana per oltre un miliardo di dollari certificano la caratura economica globale di questi eventi. La Federtennis e Binaghi lo sanno, tanto che la Fitp ha tentato di partecipare all’asta
per rilevare la licenza madrilena. Un colpo andato a vuoto, ma rivelatore di un’ambizione che fino a dieci anni fa sarebbe sembrata fantascienza
A differenza delle Atp Finals di Torino gli Internazionali sono proprietà permanente della federazione italiana, protetta da una licenza trentennale vincolata al rispetto di standard infrastrutturali precisi.
Questo spiega i sessanta milioni stanziati per coprire il Campo Centrale entro il 2028, trasformandolo in un impianto polifunzionale capace di ospitare diciotto discipline e generare ventidue milioni di ricavi aggiuntivi all’anno. Non è mecenatismo sportivo. È un investimento industriale, diventato negli anni un vero e proprio tormentone.
I numeri, dicevamo. Quelli della stagione corrente che riporta la Gazzetta sono impressionanti. La biglietteria vale 35,5 milioni, con una crescita del 1.765% dal 2005, e un record di 43.000 biglietti venduti in un solo giorno. Il settore commerciale genera altri trenta milioni grazie a trentotto partner, con BNL BNP Paribas come title sponsor. I diritti televisivi, gestiti da Atp Media – di cui la FITP detiene l’8% – portano ulteriori quindici milioni. Per tutto il resto c’è Jannik Sinner. Peccato che il calcio, chiuso nel fortino della sua pretesa superiorità, non se ne renda conto, facendo collezione di figuracce.
Su questo successo pesa però una controversia strutturale, ricorda la Gazzetta. La regola Atp del 50-50 impone la ripartizione degli utili netti con i giocatori: a Roma, tra montepremi e profit-sharing, i tennisti incassano tra i venti e i venticinque milioni, circa il 25% del giro d’affari totale. Una percentuale che Binaghi continua a definire iniqua al contrario, sottolineando che gli Slam ne riconoscono ai giocatori appena il 13-16%, reinvestendo il surplus nei propri vivai nazionali. E’ la grande battaglia sindacale di questo periodo. Ed è la geopolitica del tennis globale: Wimbledon, Roland Garros, Us Open e Australian Open operano sotto regole diverse, con un vantaggio competitivo che Binaghi vorrebbe smontare.
(da il Napolista)

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I VINCITORI DELLA GUERRA IN IRAN: PUTIN E XI JINPING.”MAD-VLAD” GODE PERCHÉ INCASSA VENDENDO IL SUO PETROLIO A UN PREZZO PIÙ ALTO, MENTRE IL PRESIDENTE CINESE SFRUTTA IL CONFLITTO PER AVVANTAGGIARSI SULL’AMERICA IN AMBITO MILITARE, ECONOMICO, DIPLOMATICO

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LO RIVELA UN DOCUMENTO REALIZZATO DAL PENTAGONO (IL DEEP STATE AMERICANO) E FATTO USCIRE DURANTE LA VISITA DI TRUMP A PECHINO … DURANTE LA GUERRA, LA CINA HA VENDUTO ARMI AGLI ALLEATI USA NEL GOLFO E HA FORNITO ASSISTENZA AI VARI PAESI DEL MONDO CHE FATICANO A SODDISFARE IL FABBISOGNO ENERGETICO … LA GUERRA HA PROSCIUGATO LE SCORTE DI MUNIZIONI AMERICANE: RISERVE CHE RISULTEREBBERO CRUCIALI IN UN POTENZIALE SCONTRO CON LA CINA PER IL CONTROLLO DI TAIWAN

Un’analisi riservata dell’intelligence Usa descrive in dettaglio come la Cina stia sfruttando la guerra in Iran per massimizzare il proprio vantaggio sull’America in ambito militare, economico, diplomatico e in altri settori. Lo riporta il Washington Post, in base a quanto riferito da due funzionari statunitensi che hanno letto il rapporto.
La valutazione è stata redatta in settimana per il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, e ha destato allarme all’interno del Pentagono riguardo ai costi geopolitici del braccio di ferro tra Washington e Teheran, proprio mentre il presidente Donald Trump avvia a Pechino colloqui ad alto rischio con il suo omologo Xi Jinping.
Prodotto dalla direzione d’intelligence dello Stato maggiore congiunto, l’analisi valuta la risposta di Pechino alla guerra iraniana coi quattro strumenti del potere statale: diplomatico, informativo, militare ed economico. Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato inizio alla guerra in Iran, lo scorso 28 febbraio, la Cina ha venduto armi agli alleati Usa nel Golfo Persico, nel mezzo degli sforzi a difesa di basi militari e infrastrutture petrolifere dagli attacchi dei pasdaran con missili e droni.
Pechino ha inoltre fornito assistenza a vari Paesi in tutto il mondo che si trovavano in difficoltà nel soddisfare il proprio fabbisogno energetico, dopo la chiusura della Stretto di Hormuz, da dove transita il 20% del greggio mondiale.
La guerra ha poi prosciugato le ingenti scorte di munizioni americane: riserve che risulterebbero cruciali in un potenziale scontro con la Cina per il controllo di Taiwan, ha rilevato il rapporto. Il conflitto iraniano, che ha causato danni o la distruzione di equipaggiamenti e strutture militari Usa in tutto il Medio Oriente, ha consentito a Pechino di osservare le modalità con cui gli Stati Uniti conducono le guerre e di acquisire conoscenze utili per pianificare le future operazioni militari.
Il rapporto ha evidenziato, infine, come Pechino abbia integrato le critiche diffuse nei confronti del conflitto all’interno della propria comunicazione pubblica, definendo la guerra “illegale”. La Cina persegue da tempo l’obiettivo di minare
l’immagine degli Stati Uniti quale garante responsabile dell’ordine internazionale basato sulle regole, e considera il conflitto iraniano un esempio emblematico dell’approccio disinvolto di Washington nei confronti delle ostilità militari.
(da agenzie)

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LAVORO, PAURA DELLA GUERRA E FIDUCIA A ZERO: ECCO PERCHE’ GLI STUDENTI NON CREDONO PIU’ AI PARTITI MA VOTANO PER LE IDEE

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

L’ULTIMO REPORT DEL FORUM DISEGUAGLIANZE E DIVERSITA’

C’è un silenzio assordante che avvolge le istituzioni quando si tratta di ascoltare le nuove generazioni, e i numeri lo confermano. Secondo l’ultimo report del Forum Disuguaglianze e Diversità, condotto su 3mila studenti tra i 17 e i 19 anni, l’81,5% dei giovani è convinto che la propria voce non conti nulla nel panorama nazionale. Si tratta di un dato che descrive una frustrazione diffusa e un abisso democratico perché, rispetto alla media dei coetanei nell’Unione europea, la sensazione di irrilevanza in Italia è superiore di ben 40 punti percentuali. Questa percezione di invisibilità spiega molto più dell’astensionismo il motivo per cui il rapporto tra i giovani e il potere si stia trasformando in un divorzio silenzioso.
Lavoro e guerra: quali sono le ansie dei giovani
Tra le preoccupazioni che abitano le menti degli studenti e delle studentesse, al primo posto svetta la mancanza di lavoro, un’ansia che colpisce soprattutto i giovani al Sud, seguita dalla paura della guerra, dal timore per il calpestamento dei diritti e, appunto, dalla frustrazione per il proprio scarso peso politico. È interessante notare come la visione dei figli si rifletta parzialmente in quella dei genitori. Gli studenti percepiscono che i propri padri e madri condividono le stesse ansie su lavoro e conflitti, ma la guerra rimane l’unico vero terreno di totale convergenza generazionale. Se su temi come il clima o l’incertezza del futuro i punti di vista possono divergere, sulla minaccia bellica le sensibilità di due generazioni diverse finiscono per coincidere.
Il crollo della partecipazione al voto
Il disamore per il voto tradizionale è un processo lento che dura da decenni e che torna puntualmente a ogni votazione. Se nel periodo 1994-2006 la partecipazione giovanile era un vanto nazionale, con una media dell’87% (superiore alla popolazione totale), nel 2022 è scivolata al 60%, e alle ultime europee del 2024 al 50%. Il report suggerisce, però, che non siamo di fronte a una generazione di pigri. Il punto critico è la fiducia nel dare un mandato di rappresentanza. I ragazzi non vogliono più consegnare una delega in bianco a un partito o a un candidato. Questo è dimostrato dal fatto che, quando si tratta di esprimersi su un tema specifico, come accaduto nel referendum del 2026, l’affluenza giovanile è tornata a salire al 67%, superando la media nazionale. I giovani partecipano se chiamati a decidere su un’idea, non tanto su una sigla.
Dominano le azioni di denuncia individuali
In questo contesto, l’iscrizione a un partito è diventata l’ultima delle opzioni possibili, un vero e proprio fanalino di coda nella scala dei valori. La diffidenza verso le organizzazioni collettive nasce dalla percezione che esse abbiano «una loro agenda», che siano sorde ai nuovi arrivati o semplicemente inefficaci. L’impegno degli studenti così tende a traslocare verso azioni individuali e consapevoli. Si cerca di ridurre l’ingiustizia attraverso il «corretto uso delle risorse», il «voto» (quando sentito), i «consumi critici», come il boicottaggio di prodotti. La «denuncia alle autorità di atti ingiusti» viene preferita allo scendere in piazza o all’entrare in
movimenti organizzati, mentre il volontariato mantiene una posizione intermedia e rassicurante.
«C’è consapevolezza, ma poco impegno collettivo»
«Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi», commenta Fabrizio Barca, coordinatore del Forum e autore della ricerca. È una sfida aperta per tutte le organizzazioni sociali e politiche perché i giovani sentono le ingiustizie legate al razzismo, al genere, alla classe sociale e al reddito, ma non trovano interlocutori che non sembrino loro distanti o autoreferenziali. Emerge infine una curiosa differenza di genere nell’appartenenza. Mentre gli studenti maschi tendono a legarsi maggiormente ai livelli locali e nazionali (città e regione), le studentesse mostrano un’identità più affezionata all’Europa e alla dimensione mondiale. Il grido che sembra arrivare dai banchi di scuola è che i ragazzi si sentono cittadini che scelgono di agire da soli finché la politica non imparerà di nuovo l’arte dell’ascolto.
(da agenzie)

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TAIWAN, DAZI, IRAN: COSA SI SONO DETTI TRUMP E XI

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA VISITA DEL PRESIDENTE AMERICANO A PECHINO: “LEI E’ UN GRANDE LEADER”

I rapporti commerciali tra Cina e Usa stanno migliorando. Ma un disaccordo su Taiwan potrebbe far precipitare le relazioni. E farle finire in una situazione pericolosa. Tanto da sfociare in un conflitto. Il presidente cinese Xi Jinping lo ha detto al suo omologo Donald Trump durante la visita del presidente americano a Pechino, come riporta l’agenzia di stampa Reuters. Le osservazioni del leader cinese su Taiwan rappresentano un avvertimento netto, ma non senza precedenti, in un incontro solenne che per il resto è apparso amichevole e rilassato, e che Trump ha descritto come forse «il più grande vertice di sempre».
L’incontro tra Trump e Xi
Con l’indice di gradimento di Trump intaccato dalla guerra all’Iran, la prima visita di un presidente statunitense al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti in quasi un decennio ha assunto un significato ancora maggiore. Dopo una cerimonia con una guardia d’onore e una folla di bambini che sventolavano con entusiasmo fiori e bandiere nell’imponente Grande Sala del Popolo di Pechino, Trump ha elogiato Xi all’inizio dei colloqui, durati oltre due ore.
«Lei è un grande leader, a volte alla gente non piace che lo dica, ma lo dico comunque», ha detto il tycoon nel suo breve discorso di apertura. «C’è chi dice che questo potrebbe essere il vertice più importante di sempre», ha aggiunto. Xi Jinping ha dichiarato che i negoziati tra le delegazioni economiche e commerciali statunitensi e cinesi in Corea del Sud, tenutisi mercoledì, hanno raggiunto «risultati complessivamente equilibrati e positivi», secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri cinese.
La tregua commerciale tra Usa e Cina
I negoziati miravano a mantenere la fragile tregua commerciale siglata tra le due maggiori economie mondiali lo scorso ottobre e a stabilire meccanismi a sostegno del commercio e degli investimenti futuri, hanno affermato funzionari a conoscenza della questione. Xi ha anche affrontato il tema di Taiwan, l’isola governata democraticamente e rivendicata dalla Cina, ma presidiata dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Pechino, il leader cinese ha detto a Trump che Taiwan è la questione più importante che si trovano ad affrontare e che, se gestita male, potrebbe spingere l’intera relazione tra Stati Uniti e Cina in una situazione estremamente pericolosa, portando i due Paesi a scontrarsi o addirittura a entrare in conflitto.
Taiwan
Joe Mazur, analista geopolitico della società di consulenza Trivium China, ha detto a Reuters che, sebbene Pechino avesse già lanciato forti avvertimenti su Taiwan in passato, le osservazioni di Xi sono degne di nota: «Sta avvertendo la parte
statunitense in termini inequivocabili di non scherzare». Trump non ha risposto quando un giornalista gli ha urlato una domanda sul fatto che i due leader avessero discusso di Taiwan, mentre posava per delle foto con Xi al Tempio del Cielo, sito patrimonio mondiale dell’Unesco dove un tempo gli imperatori pregavano per un buon raccolto.
I leader hanno concordato di ampliare la cooperazione in materia di commercio e agricoltura e si sono scambiati opinioni sulle situazioni in Medio Oriente, Ucraina e penisola coreana.
I CEO
Insieme a Trump, nel viaggio, è presente un gruppo di CEO che cercano di risolvere le questioni con la Cina, tra cui Elon Musk e Jensen Huang, CEO di Nvidia, quest’ultimo aggiunto all’ultimo momento. Trump ha affermato che la sua prima richiesta a Xi sarà quella di “aprire” la Cina all’industria statunitense.
(da Open)

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GUERRA USA-IRAN, SANDERS: “E’ ILLEGALE. E TRUMP E’ PERICOLOSO”

Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL SENATORE DEMOCRATICO DEL VERMONT ALL’ATTACCO DEL PRESIDENTE

Nel 76esimo giorno della guerra tra Usa, Israele e Iran il senatore Dem del Vermont Bernie Sanders dice che Donald Trump è pericoloso e che quella in Iran è una guerra illegale. Poi spiega: «La politica deve tornare a occuparsi della realtà. Le nuove generazioni stanno peggio delle precedenti, il 60 per cento degli americani vive alla giornata, fatica a mettere il cibo in tavola e a pagarsi le cure sanitarie. Eppure si parla sempre degli Stati Uniti come di un Paese ricco. Solo chiamando le cose con il loro nome sconfiggeremo Donald Trump».
Sanders se la prende con gli oligarchi americani: «L’1 per cento della popolazione che possiede più del restante 93. Una manciata di miliardari che oggi hanno un
potere senza precedenti. Gli Elon Musk, i Jeff Bezos, i Mark Zuckerberg e pochi altri che influenzano economia e politica, rendendo le disuguaglianze sempre più profonde e spingendo verso l’autoritarismo. Trump è uno di loro e conta sul loro appoggio».
Donald Trump invece «è un presidente molto pericoloso: con Netanyahu ha iniziato una guerra incostituzionale, illegale e distruttiva, proprio come Putin in Ucraina. Costringendoci a vivere in una sorta di anarchia dove il diritto internazionale non conta più. Possiamo far meglio di così. Spendendo quei miliardi di dollari per cibo e medicine invece che per ucciderci a vicenda». Mentre Israele «è stata a lungo una società liberale nel senso tradizionale. Netanyahu e il suo governo razzista di destra, l’hanno trasformato in altro. Hamas ha commesso un atto orribile, ucciso 1200 innocenti e preso centinaia di ostaggi. Israele aveva il diritto di difendersi. Ma quel che ha fatto è stato scatenare una guerra totale contro uomini, donne e bambini di Gaza, violando il diritto internazionale».
Sanders dice di ammirare Papa Leone: «Apprezzo il suo ribadire che i migranti vanno trattati con dignità e rispetto». In Italia incontrerà Elly Schlein, leader del Partito Democratico: «Le dirò che anche voi in Europa dovete concentrarvi di più sui bisogni della classe lavoratrice».
(da agenzie)

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