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GERUSALEMME, MIGLIAIA DI PALESTINESI CACCIATI DALE CASE PER FAR POSTO A ISRAELIANI: “PULIZIA ETNICA LEGALIZZATA”

LE VITTIME SONO OLTRE 2.200 PALESTINESI, 240 LE FAMIGLIE COINVOLTE

“I nostri occhi rimarranno sempre puntati su Silwan, anche se verremo tutti cacciati”. Il riferimento è al progetto “I Witness Silwan” (ho visto Silwan), progetto artistico pubblico e internazionale iniziato nel 2015. La campagna mira a sostenere la resistenza degli abitanti del paese e denunciare le responsabilità degli sfratti in corso. Si vuole invertire la prospettiva del controllo orwelliano di cui i residenti palestinesi sono vittime. Per farlo si rivolge lo sguardo di cittadini e storiche figure legate alla resistenza verso gli occupanti e i loro crimini. Per questo, a partire dal 2015, sui muri delle case sono comparsi murales e stampe che raffigurano gli occhi di Milad Ayyash, 17 anni, ucciso dai coloni a Silwan nel 2011. Così come quelli di Umm Nasser, che qui ha cresciuto undici figli. Insieme ai loro, quelli di Che Guevara, Sigmund Freud, George Floyd, Rachel Corrie, Ghassan Kanafani, Hamed Moussa e molti altri.
Kayed Rajabi, 50 anni, ci accoglie sul terrazzo di casa. L’ultimo ordine di sfratto che ha ricevuto verrà implementato tra meno di dieci giorni. La sua battaglia legale, come quella dell’intera sua comunità, è durata oltre undici anni. “Dopo l’inizio del genocidio a Gaza, la violenza dell’offensiva da parte del governo e dei coloni nel quartiere di Baten al-Hawa è accelerata. Qui vogliono che abbandoniamo le nostre case per offrirle ai coloni. Nella zona di al Bustan le stanno invece demolendo per far loro posto”.
Siamo a Silwan, villaggio a sud della città vecchia di Gerusalemme. Solo in quest’area verranno presto sfrattate 150 famiglie, circa 1500 persone, dal quartiere di Baten al-Hawa. Altri novanta nuclei familiari, che comprendono circa 700 individui, da quello di al-Bustan. Altre espulsioni sono in programma nel vicino villaggio di Sheikh Jarrah. Da entrambi i paesi si raggiungono la Cupola della Roccia e la spianata delle Moschee in meno di mezz’ora a piedi. Si tratta del terzo
luogo più sacro dell’Islam, ma il primo per i palestinesi, in quanto si trova a Gerusalemme, capitale dello Stato di Palestina.
Parla il Dr. Raed Yousef Basbous, 49 anni, quattro tra figli e figlie, PhD in scienze informatiche, che insegna all’Università Al-Quds di Gerusalemme e ha tenuto conferenze anche in Italia: “Questo è il cuore pulsante del piano sionista di pulizia etnica di Gerusalemme Est. Il tutto avviene nella legalità, solo secondo la legge israeliana naturalmente. Quanto accade qui è una componente cruciale della strategia d’insediamento in atto in Cisgiordania”.
La sua famiglia è originaria di un villaggio vicino a Hebron chiamato Al-Darwayima. Qui, durante la Nakba del 1948, l’esercito israeliano condusse un massacro che costò la vita a centinaia di persone. Moltissime delle vittime erano donne e bambini, le cifre variano a seconda delle fonti storiografiche. Si tratta di un minimo di 100 a più di 200 civili. Ma secondo il capo del villaggio Mukhtar Hassan, sopravvissuto al massacro, mancarono all’appello almeno 455 suoi concittadini.
Per questa ragione suo nonno si trasferì a Gerusalemme e nel 1963 acquistò un terreno a Silwan, nel quartiere Batan al-Hawa. Qui costruì la casa dove suo nipote ha vissuto con la sua famiglia fino al 25 marzo 2026, prima di essere sfrattato. I primi ordini di sfratto per i residenti di Batan al-Hawa vennero notificati nel 2015. Per la famiglia Basbous e altri 26 nuclei la lotta per la casa è stata persa con la notifica dell’ordine di sfratto definitivo di inizio 2025. Sei mesi di tempo per abbandonare gli stabili e lasciarli liberi per i nuovi inquilini israeliani.
Raed Yousef Basbous: “Dopo il dominio ottomano, che finì nel 1917, nell’area di Gerusalemme si susseguirono diversi mandati di governo. Il periodo coloniale britannico, fino al 1948. Quello giordano, e solo dopo la guerra del 1967 gli israeliani presero illegalmente il controllo giuridico di quest’area”. “Oggi – continua – è l’associazione Ateret Cohanim a fare pressione sul governo per reinsediare la popolazione ebrea a Gerusalemme Est. Abbiamo domandato se ci fossero discendenti di quelle famiglie ebree che abitavano qui per via delle leggi del sultano ottomano emanate nell’800. Le leggi che oggi vengono riesumate. Ci è stato risposto che al momento il sultano è Israele. Nessuno dei rappresentanti di quelle
famiglie ebree è coinvolto nel processo legale. Vogliono solo che la proprietà dei terreni ritorni a cittadini israeliani”.
“Per incoraggiare i coloni ad abitare qui il governo offre loro lavoro e affitti simbolici per vivere nelle nostre case. Il loro compito è avviare le cause legali contro di noi per evitare che debba essere il governo a farlo al posto loro”, continua Yousef Basbous, che poi aggiunge: “Quasi sempre arrivano dall’estero, America ed Europa. Sono spesso giovanissimi e non conoscono la situazione qui. Vengono attratti con gli incentivi perché è raro trovare cittadini israeliani che vogliono trasferirsi in queste zone. La famiglia che sta occupando la mia casa a Silwan in questo momento non paga nulla per l’affitto. Sono stati invitati a venire e occupare legalmente”.
E poi conclude: “Rivolgendomi alla polizia, mentre venivo sfrattato, ho menzionato il ragazzo che stava prendendo il posto della mia famiglia chiamandolo colono. Sono stato ripreso dall’ufficiale che mi ha detto: lui non è un colono, è il nuovo proprietario di casa. Avrà avuto massimo 19 o 20 anni”.
Alla base dell’offensiva legale iniziata nel 2001 c’è l’azione dell’organizzazione no profit citata dal Dr. Basbous, la Ateret Cohanim fondata nel 1978. Il suo leader è Mati Dan e la maggior parte dei fondi arrivano dalle attività del businessman Irving Moskowitz e della moglie Cherna Moskowitz, entrambi attivi nell’acquisto di terre per ristabilire la predominanza ebraica a Gerusalemme.
Il sito web di questa organizzazione recita nella home page: “riprendere, reclamare e ricostruire una Gerusalemme unitaria”. Poi, si definisce leader nel settore della bonifica di quest’area da oltre 40 anni. Poco sotto chiedono donazioni.
La questione della “legge per il ritorno per gli ebrei”, come la definiscono con amara ironia i palestinesi, o Legge sulle Questioni Legali e Amministrative, era già stata esaminata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Ciò avvenne durante la quarantasettesima sessione del giugno 2021, grazie alla dichiarazione scritta del Cairo Institute for Human Rights, ONG con status consultivo presso l’ONU. Allora si riuscì a portare all’attenzione del Consiglio il tema dei trasferimenti forzati in corso a Gerusalemme Est, Silwan e a Sheikh Jarrah.
Cinque anni fa la tensione culminò nella guerra di undici giorni tra Israele e Hamas nel maggio 2021. Il clima che portò al conflitto montò proprio a causa della
situazione a Gerusalemme Est, Silwan e Sheikh Jarrah compresi, delle restrizioni imposte ai fedeli durante il Ramadan (aprile-maggio 2021) e degli scontri avvenuti nella Spianata delle Moschee tra il 7 e il 10 maggio. Centinaia di palestinesi persero la vita durante i bombardamenti, molti erano bambini e migliaia furono i feriti. Le vittime israeliane ammontarono a 12, più di 200 i feriti.
La situazione politica in Israele era instabile. Le proteste legate alle espulsioni nell’area di Gerusalemme Est scoppiarono durante il quarto mandato Netanyahu che durò solo un anno. La questione venne poi ereditata dal governo Bennett-Lapid nel giugno 2021. L’esposizione mediatica legata al recente conflitto, unita a quella miscela di attivismo palestinese e presenza internazionale sul campo, fece optare il nuovo esecutivo per il congelamento dei processi di espulsione.
Tale decisione venne ufficializzata dalla Corte Suprema tramite una sentenza che prevedeva la possibilità per i palestinesi di restare nelle loro case. Il patto prevedeva che pagassero l’affitto ai coloni che li volevano sfrattare. Questo diktat venne rigettato dalle comunità coinvolte in quanto avrebbe significato ammettere che la proprietà delle case costruite dai loro padri e nonni fosse, de facto, dei coloni.
Oggi le frange più estremiste al potere in Israele hanno riportato in auge la questione. L’attenzione mediatica internazionale è concentrata altrove, Iran, Gaza e Ucraina in testa, e un numero esiguo di attivisti internazionali è presente sul campo a causa dei molteplici conflitti in corso da anni nella regione del Levante. Per questo motivo gli sfratti sono iniziati nel silenzio collettivo.
Kayed Rajabi: “La mia famiglia vive a Baten al Hawa da sessanta anni. Siamo stati sfrattati dal quartiere di Sharafat, Gerusalemme Est, dopo la guerra del 1967, non lontano dall’area dove fondarono la colonia di Gilo, nel 1971. Per questo motivo mio nonno e mio padre comprarono questo terreno a Silwan e costruirono la casa dove ci troviamo ora”.
Nel 2015 dai tribunali israeliani arrivò l’ordine di sgombero. Nel documento si menziona che intorno alla metà dell’800 i proprietari di questi terreni erano ebrei yemeniti. Per questo motivo pretendono che la terra debba tornare ad appartenere agli ebrei”.
“Il caso è passato dal tribunale di primo grado a quello distrettuale fino alla Corte Suprema. Ci è stata offerta una compensazione in denaro sulla base del valore del terreno. L’abbiamo rifiutata. Nelle stanze di questa casa ho i ricordi di una vita, da quando ci giocavo da bambino fino ad oggi dove a giocarci sono i miei figli”. Quanto dichiarato da Kayed Rajabi è esemplare dell’asimmetria legale che tutela le due comunità, israeliani e palestinesi.
Nel congedarsi il Dr. Raed Yousef Basbous si dice grato di aver potuto condividere la sua esperienza. Si augura che ciò possa attirare l’attenzione internazionale. Con il suo appello vuole amplificare il grido d’aiuto di Silwan e di tutti i palestinesi vittime del colonialismo d’insediamento che Israele perpetra illegalmente in Palestina.
(da Fanpage)

This entry was posted on giovedì, Maggio 14th, 2026 at 20:54 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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