IL GIORNALISTA VALERIO VALENTINI E LA CRISI DIPLOMATICA TRA MELONI E TRUMP: “ESSERE SEGUACE DEL VERBO MAGA NEI GIORNI PARI E NOVELLA BETTINA CRAXI NEI GIORNI DISPARI NON FUNZIONA PIÙ. MELONI NON HA COMPRESO CHE TRUMP NON AMMETTE AMICIZIA CHE NON SIA DEVOZIONE, LEALTÀ CHE NON SIA ASSERVIMENTO”
L’INSOFFERENZA DI CROSETTO PER IL MANCATO ACQUISTO DI ARMI DAGLI USA: “STIAMO FACENDO UNA FIGURA DA PERACOTTARI, ANZI DI PIÙ” … LE SPESE MILITARI, RICALCOLATE ALL’ITALIANA, ILLUDENDOCI CHE AL PENTAGONO FOSSERO TUTTI FESSI COME AD ATREJU E LA RABBIA DEGLI IMPRENDITORI: “L’OSTENTAZIONE DI ORGOGLIO PATRIOTTICO METTE A RISCHIO AFFARI OLTREOCEANO”
La mattina che venne sbandierato il fattaccio di Sigonella, il 31 marzo, Lorenzo Guerini condivise
una premonizione coi suoi colleghi del PD: «Vedrete che a Washington se la ricorderanno…». Parole non banali, se a dirle è un ex ministro della Difesa che può vantare rapporti con gli apparati statunitensi solidi come pochi altri in parlamento.
Non era tanto il diniego all’uso della base siciliana: anche Guerini, per un paio di volte, e pure Roberta Pinotti prima di lui, e altri ancora, s’erano opposti a richieste dell’aviazione statunitense ritenute troppo spregiudicate. Il punto era rivelarlo così, e farsene un vanto per fini di propaganda interna, per confutare le accuse di chi descriveva Giorgia Meloni troppo succube al Pazzoide in Chief della Casa Bianca. «E questo se lo ricorderanno – diceva Guerini – se un po’ li conosco…».
Un po’, vabbè, si fa per dire. Il 3 gennaio del 2020, quando fu ucciso il potentissimo generale iraniano Qassem Suleimani – e anche in quel caso i droni partiti da Sigonella ebbero un ruolo – Guerini fu avvertito prima che la notizia venisse diffusa dal segretario alla Difesa di Donald Trump, Mark Esper, utilizzando il telefono con linea protetta che da qualche giorno l’allora ministro si portava
dietro, essendo stato avvertito che qualcosa stava per succedere. Quando le cose tra Roma e Washington vanno bene, cioè quasi sempre, funziona così.
Quando vanno male, invece, funziona che il segretario generale della NATO, il sempre più irreprensibile Mark Rutte, si sente in dovere di dare una mano per favorire una riconciliazione, e finisce un po’ come l’ispettore Clouseau, i cui slanci geniali finiscono ogni volta col combinare disastri. Altro che trappolone deliberato: Rutte, provando a stemperare le intemerate della Fox trumpiana che lamentava la codardia degli europei mollaccioni, ha replicato che no, che gli alleati della NATO hanno aiutato, eccome, gli Stati Uniti nella loro guerra all’Iran. «Prendete l’Italia, per esempio…».
E lì è successo il patatrac. Dicendo che dalle basi di Aviano e Sigonella erano decollati circa 500 aerei americani, impegnati nelle missioni contro Teheran e dintorni, Rutte pensava di fare un favore.
C’è però un dato politico reale, in questa commedia degli equivoci transatlantica: ed è l’insostenibile ambiguità di Meloni. Fare l’antitrumpiana a casa, perché Trump è odiato dall’elettorato nostrano, ma mostrarsi trumpiana all’estero, perché sennò quello, cioè Trump, s’incazza. Essere l’amica prediletta e al tempo stesso l’alleata schizzinosa; seguace del verbo MAGA nei giorni pari e novella Bettina Craxi nei giorni dispari. Non funziona. Non funziona più.
È la stessa ansia bipolare che ha portato all’incidente del G7 di Èvian. Per giorni, ai suoi confidenti, ai suoi adulatori della TV pubblica, Meloni rispondeva privatamente «vedrai, vedrai», dando consistenza all’ipotesi che il presidente statunitense le avrebbe concesso un bilaterale, e insomma una riabilitazione con tutti gli onori dopo gli scazzi degli ultimi mesi.
Poi invece il bilaterale no, ma almeno un pull-aside, un colloquio riservato come quelli concessi da Trump all’indiano Modi “a margine dei lavori”, come si dice. Una stretta di mano en plein air: insomma, qualcosa.
E dunque forse ha ragione Meloni quando dice che Trump non la racconta giusta, sostenendo che lei lo abbia implorato; ma ha ragione pure Trump, a suo modo, perché le richieste arrivate non dalla presidente del Consiglio, ma dal suo staff ai consiglieri di Trump sono state tante, e ripetute, e un pochino moleste. Ed esaudite quando ormai si disperava di ricevere la grazia
Però neppure si può ridurre il tutto al fastidio estemporaneo di Trump, al capriccio di una giornata in cui s’è svegliato con la luna storta: «Su chi posso buttare letame, oggi?». Il pastrocchio di Meloni nasce prima: nasce dal non aver compreso che Trump non ammette amicizia che non sia devozione, lealtà che non sia asservimento.
Tocca dare ragione ad Andrea Stroppa (a questo siamo!), il factotum di Elon Musk, quando dice che in fondo Meloni ha pensato di poter gabbare il padrone della Casa Bianca come aveva fatto con il capo di SpaceX: ha dispensato promesse per accreditarsi con loro, pensando poi di poter fare spallucce quando il peso di quelle promesse diventava eccessivo.
Le armi che dovevamo comprare dagli Stati Uniti, e non abbiamo comprato perché «Meloni non vuole», come spiegò Guido Crosetto agli imprenditori del settore a dicembre, rifiutando perfino di aderire ai programmi di spesa concordati, come il PURL («Stiamo facendo una figura da peracottari, anzi di più», sbuffò il ministro della Difesa). Il grande accordo su Starlink, finito in gloria pure quello. Le spese militari, ricalcolate all’italiana, in modo ridicolo, conteggiando pure la guardia costiera e il ponte sullo Stretto, illudendoci che al Pentagono fossero tutti fessi come ad Atreju. E poi le resistenze sulla Groenlandia, le titubanze sul Board of Peace. Fino allo strappo clamoroso: quello con Leone XIV.
D’altronde, è stato ingenuo pensare che tutte quelle smancerie di Trump fossero a gratis, che si potesse essere la sua amica del cuore ma poi, alla bisogna, dirgli che c’erano delle linee rosse che non era possibile oltrepassare. Per Trump è come ai tempi di quando c’era lui: o con me o contro di me. Di un’alleata un po’ trumpiana e un po’ no non sa che farsene.
Il resto, poi, è smania da social network. La risposta accalorata, col video registrato da Bruxelles a caldo.
(Oddio, a caldo mica tanto: per ore Meloni ha intavolato una trattativa con La7, dopo essere stata avvertita dell’esistenza di quella telefonata tra l’inviato Daniele Compatangelo e Trump, e ha comunque ottenuto che il tutto venisse messo in onda non all’alba, com’era successo in passato, ma in tarda mattinata, così da avere più tempo per calibrare la risposta.
E nell’ansia del momento, nella concitazione che si fa sbornia di like, s’è deciso di trascendere. E così Antonio Tajani, ricordandosi di essere il ministro degli Esteri, ha deciso di annullare il Business Forum previsto a Miami per lunedì scorso. E tanto che c’era, ha fatto trapelare anche la notizia che avrebbe disertato il ricevimento a Villa Taverna del 2 luglio (l’immancabile cerimonia presso la residenza dell’ambasciatore americano per celebrare l’Independence Day, il non plus ultra della mondanità transatlantica, ma che essendo molto romana, oltre che transatlantica, finisce sempre per essere anche un po’ cafona). E pure quella, sulle prime, deve essere sembrata una mossa geniale per raccattare retweet. Meloni e Tajani in versione Coma Cose: crolla il mondo, ma tu volevi solo cuoricini.
Solo che, smaltita l’ebbrezza, ci si è accorti che nel mondo reale, fuori dai social, a fare i ganassa col presidente degli Stati Uniti c’è da farsi male, ma male davvero. Lo si è capito già lunedì scorso, quando all’assemblea dell’AmCham, l’influente Camera di commercio italo-americana, a Milano, gli imprenditori si sono lamentati con gli esponenti del centrodestra presenti perché questa ostentazione di orgoglio patriottico mette a rischio affari oltreoceano: c’è stato perfino chi ha mostrato i biglietti aerei già comprati per il Forum di Miami.
Il console generale americano, Douglass Benning, s’è pure lasciato scappare una battuta velenosa, sull’inconsueto eccesso di zelo di Tajani.
E allora – contrordine, patrioti! – ecco il ravvedimento. Prima il coro dei «vengo anch’io» a Villa Taverna, che poi significa andare lì a mangiare hamburger di dubbio gusto, dire vari «yes, sir» a casaccio agli sconosciuti che si danno un tono, e far finta di conoscere almeno il nome del governatore del Montana.
Poi, gli elogi sperticati a Tilman Fertitta, il gaudentissimo milionario ambasciatore trumpiano a Roma che però a Roma non c’è quasi mai, visto che vive pressoché ininterrottamente sul suo panfilo stellare ormeggiato sul litorale laziale, col quale ha iniziato un tour nelle varie città costiere italiane per celebrare, questa è la scusa, il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti.
(da Dagoreport)
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