Giugno 17th, 2012 Riccardo Fucile
LEGA SPACCATA: IL TROTA ACCUSATO DI AVER OFFESO L’ON LEGHISTA DAVIDE CAPARINI, SUO EX COMPAGNO DI MERENDE
Bossi è indagato. Per diffamazione. 
Il figlio del Senatur, dimessosi dal consiglio regionale dopo lo scandalo nella Lega Nord legato alla gestione particolare dei fondi del partito, è accusato di aver offeso Davide Caparini con un post al veleno su Facebook.
La mattina di sabato 16 giugno il «Trota» si è presentato in procura a Brescia, è salito al quarto piano nella stanza 429, e per una quarantina di minuti, assistito dall’avvocato bresciano Carlo Beltrami, è stato interrogato dal procuratore della Repubblica Fabio Salamone e dal sostituto procuratore Carlo Pappalardo.
Era convocato per le 11.
Puntualissimo Bossi jr si è presentato al Palagiustizia di via Gambara. E se n’è andato poco prima di mezzogiorno.
Il reato, che gli viene contestato – l’articolo 595 del codice penale – sarebbe stato commesso il 14 aprile scorso, mentre la querela risale al 15 maggio.
A presentare querela contro Bossi jr è stato il leghista Davide Caparini, assistito dall’avvocato Denise Pedrali del Foro di Brescia.
Caparini ha presentato querela ritenendo assolutamente offensivo quanto postato su Facebook da Renzo Bossi in risposta a un suo quesito «Ma Renzo Bossi si è dimesso anche dalla Lega oltre che dal consiglio regionale?».
«Caro Davide – è il contenuto del post di risposta digitato alle 3 di notte – vorrei ricordarti, visto che hai la memoria corta, che dalle intercettazioni (pubblicate sull’Espresso) risulta che tu abbia chiesto 850.000 euro alla Lega per la questione Frigerio in tribunale, quando il titolo delle rate da pagare, che il giudice ha deciso, sono di 400.000 euro… Gli altri 450.000? Quindi confido anch’io nelle tue dimissioni».
Un botta e risposta finito in Procura.
Wilma Petenzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA MADRE: “COME TI HO FATTO METTERE IN REGIONE TI FACCIO ANCHE TOGLIERE”…IL FRATELLO MINORE: “PREFERISCI STARE IN MEZZO ALLE PUTTANE INVECE CHE STUDIARE, DEVI FINIRLA DI PRENDERE PER IL CULO LA LEGA E LA TUA FAMIGLIA”
“Tu sei presente solo dove ci sono auto di lusso e troioni di alto bordo, sei un bugiardo che ci vuole prendere tutti per il culo”. La sfuriata di Roberto Bossi al fratello Renzo è una delle fotografie della famiglia di Gemonio scattate da Oscar Morando, ex autista del Capo prima e del Trota poi, e riprodotte nel libro “Ero l’autista dei Bossi e mi hanno lasciato a piedi”, in libreria per Aliberti.
In 140 pagine Morando ripercorre in una sorta di diario l’anno trascorso assieme alla famiglia di Gemonio, dove si è trasferito da Tenerife su richiesta della Lega per seguire da vicino il Senatùr e poi il rampollo Renzo.
Ma il 29 gennaio 2011, ricostruisce nel libro Morando, il Trota rischia di perdere la successione: la madre Manuela Marrone e Rosi Mauro, “vere anime del partito”, sono deluse da Renzo e gli chiedono conto del suo impegno in Regione Lombardia e sul territorio di Brescia, dove è stato eletto.
La madre è perentoria: “Di buoni risultati non ne stai dando e come ti ho fatto mettere in Regione ti faccio anche togliere”.
Anche Rosi Mauro affonda: “O cambi registro o dobbiamo prendere dei provvedimenti”.
Ma è il fratello Roberto il più critico. “Preferisci stare in mezzo alle puttane piuttosto che studiare come sto facendo io… è ora che tu la finisca di prendere per il culo la Lega e la tua famiglia”.
Il giorno dopo, racconta Morando, ci sarà un altro incontro senza Renzo.
Rosi Mauro e Manuela Marrone chiedono a Roberto cosa vuole fare: “Qui dobbiamo capire se possiamo contare anche su di te, visto e considerato certi comportamenti di tuo fratello”.
Il passaggio di consegne non è avvenuto. Roberto al momento frequenta Agraria e studia, a differenza del fratello.
Nessuna finta laurea in Albania nè multe o macchine a spese del partito. Ma si è divertito a tirare gavettoni con candeggina contro un militante di Rifondazione comunista ed è stato condannato a pagare 1.400 euro.
Nulla rispetto alla vita che conduce Renzo raccontata nel libro.
Il Trota è “un ragazzino viziato”, “non è vero che studia quando può e che fa l’università : sono balle che vuol far credere a suo padre”, preferisce “donne e festini”.
Morando racconta di un viaggio a Bratislava dove in albergo Renzo trova ad accoglierlo in camera “una bella coniglietta locale”.
Mentre nella casa di Milano dove viveva il rampollo, scrive sempre l’ex autista, “spesso si facevano festini”.
Morando racconta di doverlo svegliare spesso e di trovarlo più volte in condizioni pietose.
“Ti ricordi le due ballerine spagnole di ieri?”, “una nottatona”.
Renzo si “sente una calamita per le donne ma sa di non essere una bellezza” però non spreca occasioni.
Le due fidanzate che si alterna in un anno non bastano e nella ricerca di compagnia nuova “finisce anche incastrato in una paparazzata con altre ragazze”.
Le foto finiranno sulle riviste di gossip, mentre la sua carriera politica sfumerà inesorabilmente.
“Viziato, pretese un’Audi A3”, “adorava i massaggi, discoteche, lusso”.
Morando deve essere l’ombra di Renzo, per “aiutarlo a diventare un uomo — gli dicono Rosi Mauro e Manuela Marrone — e per tenerlo lontano dai guai”.
Ma poi il Trota “si ribella e mi fa terra bruciata, mi ha fatto licenziare da Belsito e mi sono ritrovato in mezzo a una strada: ero il suo giocattolo e il giocattolo si era rotto”.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA BANCA POPOLARE DI MILANO E BOSS DI IMPREGILO E’ STATO UOMO VICINO AL CARROCCIO, CONSULENTE ECONOMICO DEL VATICANO, AMICO E PROTETTO DI TREMONTI
Ponzellini, ex presidente della Banca Popolare di Milano e attuale numero uno di Impregilo, è stato arrestato dalla Procura di
Milano con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla corruzione privata.
Nel mirino degli inquirenti era finito lo scorso ottobre il finanziamento da 148 milioni di euro da parte di Bpm alla società Atlantis.
La banca avrebbe prestato soldi alla Atlantis che, risalendo la catena di controllo, farebbe capo attraverso una società offshore delle Antille Olandesi a Francesco Corallo, figlio di Gaetano, condannato per reati di criminalità organizzata, e legato al clan di Nitto Santapaola.
Massimo Ponzellini fino a pochi mesi fa era considerato uno degli uomini più potenti legati all’area grigia tra finanza e politica.
Qui di seguito il ritratto che ne ha fatto Denise Pardo nell’ottobre del 2010
Alla fine, perchè sono i dettagli a fare la differenza, a convincere il Senatur della sua fede padana, non è stato il ministro di Silvio, ma il ministro di Dio.
Così, più che Giulio Tremonti potè infatti don Stefano, parroco di Bedero Valcuvia, Varese, che dopo aver chiesto aiuto e soldi a Umberto Bossi per la chiesa andata in fiamme, si era visto arrivare, in puro stile leghista assistenzial-territoriale, non solo il suddetto Bossi.
Ma al suo fianco, convocato d’urgenza, anche Massimo Ponzellini, neo presidente della Banca Popolare di Milano, (“L’abbiamo nominato noi”, aveva declamato il leader del Carroccio) quindi pronto a finanziare il restauro di sacrestia, campanile e, crepi l’avarizia da sportello, pure l’acquisto dell’organo andato in fumo.
Davvero una prova del fuoco, è il caso di dirlo, per lui primo esemplare di banchiere del Po, “uno dei nostri”, continua a dichiarare urbi et orbi Bossi che quando si fissa, si fissa, e ora è la volta di Ponzellini, tanto da far baluginare, a fine agosto, una sua possibile candidatura a sindaco di Bologna.
Ma Ponzellini, che sorvola sull’affiliazione politica (“Faccio il presidente nell’interesse dei clienti dei soci e dei dipendenti”), non ci pensa proprio.
Nel futuro si spalancano ben altri scenari per uno come lui, 60 anni, presidente di Bpm ma anche di Impregilo, superconsulente economico del Vaticano (sono solo quattro) amico e protetto di Tremonti, quasi la sua ombra, capace di “fare baracca”, come si diverte a dire in slang bolognese, con l’asettico Piero Gnudi presidente dell’Enel filo Udc come con l’eccitato ministro Roberto Calderoli.
A suo agio tra i maglioni in lana di capra del popolo del Po come nella Bentley guidata dall’autista con guanti che lo portava dalla casa di Ascot alla sede della Bers dove lavorava, può vantare, e certo è una bella novità per i suoi amici della Lega, perfino quattro quarti di nobiltà imprenditoriale: mobili Castelli, la famiglia d’origine, caffè Segafredo, per parte di moglie, “la Maria”, tre figlie con lei, il suo nome tatuato sul polso al tempo del corteggiamento.
E pensare che agli esordi Ponzellini sembrava una pecora nera.
Un simpaticone con l’aria un po’ frescona e la sindrome da party.
Come dimenticare gli arrivi roboanti in ufficio in Ferrari, quella del nonno e del padre, molto old money direbbero gli squali della City, quando era l’assistente del paffuto presidente dell’Iri Romano Prodi?
O le riunioni di staff sul mega motoscafo, anch’esso veloce e rumoroso come si conviene, praticamente un ufficio galleggiante oltre che una navetta Napoli-Capri, da amministratore delegato di Sofin?
Negli anni, invece, di passo in passo, si è rivelato un uomo accorto che ha saputo riempire molto bene tutte le caselle.
Ora sembra destinato a un ruolo chiave e principale nella partita della Lega per la conquista della finanza e delle banche del Nord.
Anche perchè la sua è stata la prima vera nomina, la prima scelta matura per il salotto buono del capitalismo espressa dal partito di Bossi.
In fondo, un colpaccio per ambedue le parti. Per la Lega, vuol dire avere in portafoglio uno che conosce tutti quelli che si devono conoscere a est e a ovest di Suez (espressione dell’Aga Khan, che il nostro naturalmente conosce).
Per Ponzellini, un nuovo, promettente porto da cui salpare con il vento in poppa
I porti che ha frequentato e le porte che ha aperto e chiuso sono state tante.
Ponzellini, come è chiaro, nasce con la camicia, che di questi tempi è diventata verde, naturalmente.
Ma è stato il fato a portargli in dote un universo familiare così variegato da rappresentare un pozzo di legami e di rapporti davvero senza fondo.
Suo padre, l’ingegner Giulio, oltre a essere uno dei sostenitori e finanziatori della Nomisma (di cui suo figlio diventerà direttore) di Romano Prodi, è stato per decenni potente Consigliere superiore della Banca d’Italia, dove sono passati Lamberto Dini, Cesare Geronzi, Mario Sarcinelli.
Secondo tutti, Massimo è di Bologna, dove in effetti è nato.
In realtà , la famiglia è originaria di Cazzago Brabbia, comune in provincia di Varese di 800 anime più o meno, ora caput mundi, però, visto che proprio lì ha visto la luce Giancarlo Giorgetti, il Gianni Letta di Bossi, presidente della Commissione Bilancio della Camera, segretario nazionale del Carroccio, riservato come una marmotta, e soprattutto, cugino di Ponzellini.
Ecco il fato ancora. E l’eredità di una rete, di un coacervo di relazioni che il banchiere, dotato quando è in vena di una simpatia travolgente, battute a raffica, eloquio fiorito simil Bossi e neanche un filo di puzza sotto al naso, ha saputo mettere a frutto come pochi.
Così passa dalla Roma delle Partecipazioni Statali con il Professore alla Londra dell’alta finanza, sede della Banca Bers, fondatore Jacques Attali, ex consigliere di Mitterrand, ora di Sarkozy, vice presidente Sarcinelli, invece, dove nel giro di pochissimo diventa amico di Carlo d’Inghilterra (una volta, per evitare una multa, bisbiglia quasi con l’occhiolino la conoscenza altolocata all’orecchio di un vigile londinese che per un pelo non lo ricovera per accertamenti).
Dopo, governo Berlusconi, ministro l’amico di famiglia Dini, trascorre nove anni fra gli abeti del Lussemburgo alla Bei fino a quando Tremonti, frequentato a fine anni Ottanta, da ministro del Tesoro lo nomina responsabile di Patrimonio Spa e della Zecca di Stato. In Italia, ritrova il gran giro.
A Roma, quello della politica. A Milano, quello dell’economia, Marcellino Gavio e Salvatore Ligresti, gli imprenditori che con Gilberto Benetton lo nomineranno presidente di Impregilo, colosso delle grandi opere (ora anche in Libia), alcune molto care ai padani: la galleria del Gottardo, la Pedemontana Lombarda, la Tangenziale est esterna di Milano.
Poi, la vittoria alla Bpm, dopo uno scontro epocale con l’ex dc Roberto Mazzotta, conquistata grazie all’appoggio di sindacati e soci convinti, racconta una fonte leghista, dal curriculum di Ponzellini, certo, ma anche da un lavoro di lobby strategico (la banca ha comprato una montagna di Tremonti bond).
Fatto sta. Lega o non Lega, dai e dai, Ponzellini riesce persino a costruire un rapporto personale con Bossi.
Appare in compagnia di Tremonti e del leader del Carroccio agli incontri con gli industriali del Varesotto all’Agustawestland di Vergiate, dove la Lega vorrebbe mettere uno zampino in cda molto volentieri.
E’ spesso con i due ministri a Montecitorio a Roma.
A colazione al Savini di Milano.
Il primo luglio, durante un vertice alla pizzeria Capricciosa di Roma il banchiere compare per un affettuoso saluto al Senatur.
Sono ancora l’Umberto, il Giulio e il Massimo a visitare il 26 luglio Villa Reale a Monza, possibile scenario Expo 2015. Ponzellini manca di rado ai “lunedì di Giulio” all’Agenzia delle Entrate a Milano, dove Tremonti convoca i principali banchieri per chiacchiere informali e pasti frugali.
Per dire la vita: proprio lui che aveva partecipato nel 2001 al rilancio de “l’Unità ” di Furio Colombo e Antonio Padellaro, ora è una star della “Padania”.
Proprio lui, formato nelle banche europee, si accompagna al partito che vede l’Ue come il Diavolo.
Proprio lui, l’uomo dai mille contatti con la finanza Usa, bacchetta al convegno Federlegno il presidente Giorgio Napolitano per la visita a Obama, preferita all’assemblea Confindustria, ed è in prima fila ai festeggiamenti romani per Gheddafi. Un’unità di pensiero quasi commovente tra lui e la Lega, persino sulla Rai: “Se chiudesse, il Paese ci guadagnerebbe”, ha detto.
Così non c’è da stupirsi se poi qualcuno pensa di trasformarlo in un politico, come è successo con la ventilata candidatura a Bologna, liquidata da lui come una boutade. Ponzellini, uomo accorto e abile, ha imparato bene che i premier passano, i politici tramontano, ma che in genere, i banchieri restano.
Denise Pardo
(da “L’Espresso”)
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Maggio 25th, 2012 Riccardo Fucile
“TOSI SI RILEGGA LO STATUTO: I FONDATORI SONO INTOCCABILI, COME I SANTI PER LA CHIESA”… “IL SIMBOLO HA UN SOLO NOME SOPRA E DEI PROPRIETARI, LO SANNO BENE TUTTI”
“Bossi si ricandida, figurarsi se lascia la Lega, aspetta solo l’ultimo minuto”. Giuseppe Leoni conosce bene il vecchio capo. 
Insieme hanno dato vita al movimento e da cofondatore possiede con il senatur il simbolo del partito e tutto ciò che è riconducibile al Carroccio, dalla sede alle società .
Leoni è da sempre l’amico e il consigliere fidato.
Uno dei pochissimi rimasto sempre a fianco di Bossi, anche ora, in pieno scandalo Belsito e con l’avanzata di Maroni nel partito.
Oggi è lui che per conto del Capo tiene i rapporti con Maroni nel tentativo di non dover arrivare all’inevitabile: rivendicare la proprietà del simbolo, sede, società e partito, lasciando gli altri, i barbari sognanti, a cercarsi un nuovo movimento.
“Ma farò di tutto per evitarlo e tenerlo unito” garantisce Leoni.
Poi ribadisce: “Una cosa è chiara: senza Bossi il partito non esiste, l’ho ricordato a Maroni l’altro giorno”.
Quando?
Quando Tosi se ne è uscito dicendo che voleva cacciare Bossi. Ho chiamato Maroni e gli ho detto di ricordare al sindaco di rileggersi lo Statuto perchè i fondatori della Lega sono divinità , come i santi per la Chiesa: non si possono toccare. Quindi si dia una regolata. Ma Maroni mi ha garantito che lo aveva già chiamato dicendogli di smetterla.
Se lo chiama vuol dire che la Lega è nelle sue mani
La Lega è di Bossi, punto. Questo è un momento di passaggio, tra poco ci saranno i congressi e lì vedremo.
Maroni ha detto ieri che deciderete anche se presentarvi o meno alle politiche 2013
Lui dirà la sua e io la mia. Lui dice no? E io magari dico il contrario, è un congresso e lì decideremo. Ma io sono l’unico ad aver rinunciato due volte ad anadare a Roma. Quando Bossi chiese chi, tra gli eletti, era disposto a rinunciare per rimanere sul territorio si nascosero tutti. Ripeto: tutti.
Lei no?
Certo che no. Mi creda non andare a Roma è il male minore, i problemi sono ben altri.
Quindi?
Vedrà che tutti riconosceranno la necessità di avere un capo alla guida, altro che storie e barbari sognanti o menate varie. Noi ora ricostruiamo l’unità , dobbiamo restare uniti
Maroni che dice?
Stiamo cercando la quadra e poi per litigare bisgogna essere in due. E io non litigo con nessuno, sono cattolico e porgo sempre l’altra guancia
Scusi ma quante guance ha?
Ne ho ancora una e basterà per riuscire a tornare uniti e metterci d’accordo: dividerci sarebbe un errore e non conviene a nessuno
Ne è certo?
E’ quello che chiede Bossi. A meno che non decidano di dare vita a qualche scissione o cose strane.
Finirete come gli ex Dc a litigare tra voi per la proprietà e l’uso del simbolo?
Quel simbolo ha un solo nome sopra e dei proprietari. Lo sanno bene tutti. E i Capo tornerà al momento giusto. Senza di lui la Lega non esiste. All’ultimo, quando nessuno se l’aspetta, si candiderà . Guardi, io sono un ciclista: se voglio vincere la Milano-Sanremo parto dal Poggio, all’ultimo, mica da Pavia, alltrimenti alla fine non ci arrivo neanche. E’ così che si vince.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE E DELLA SCIENZA ALBANESE SOSPENDE LE IMMATRICOLAZIONI PER UN ANNO
«Come sempre serve un occidentale per migliorare le cose in Albania». Il commento, sui giornali locali e sui forum online, va per la
maggiore.
E accompagna la decisione del governo di Sali Berisha di sospendere, per almeno un anno, la licenza all’università privata «Kristal».
La stessa che ha dato a Renzo Bossi la laurea triennale in Gestione aziendale. Gli inquirenti di Tirana che indagano sul documento rilasciato al «Trota» – dopo aver sfogliato registri e certificati – non hanno dubbi: «Quella laurea è stata comprata».
Per di più «da una persona che non sapeva la lingua locale», «non si era ancora diplomato in Italia» e che in Albania non ci ha mai messo piede.
Cosa, quest’ultima, che il figlio del Senatur stesso ha ammesso alcuni giorni fa.
Scrive il comunicato del governo che gli studenti non potranno immatricolarsi alla «Kristal» nell’anno accademico 2012-2013 in entrambi i livelli: triennale e specialistica.
Non solo.
Durante la sospensione l’università verrà sottoposta ogni tre mesi a verifiche dal ministero dell’Istruzione e della Scienza.
Il gruppo dovrà stabilire, controllo dopo controllo, se sono stati soddisfatti tutti i requisiti richiesti.
Quali siano, però, questi requisiti non è stato ancora rivelato.
«Abbiamo riscontrato delle irregolarità », ha spiegato Edlira Late, capo di gabinetto del ministero. E ha aggiunto che alla fine della «quarantena», l’ateneo dovrà di nuovo fare domanda per l’accreditamento. E solo se riuscirà a superare il test potrà tornare di nuovo a immatricolare e a insegnare.
La direzione del «Kristal» ha deciso di non commentare.
Ricorda soltanto «la piena collaborazione con gli inquirenti».
La voce che circola a Tirana è che è solo l’inizio di un «giro di vite» sugli istituti privati, una sessantina in tutto per tre milioni di abitanti.
Entro il prossimo mese il ministero pubblicherà un dossier sulle università dove si annunciano molte penalizzazioni.
Negli ultimi giorni, poi, sono stati effettuati controlli sulle lauree rilasciate dal 2008 soprattutto ai cittadini stranieri.
Un modo, fanno sapere dal ministero, «per cercare di capire quanto sia esteso il fenomeno dei diplomi comprati per 8-12 mila euro». Di italiani iscritti nelle università private dell’Albania ce ne sarebbero almeno una cinquantina.
Le nubi, in realtà , si addensano anche sul dicastero stesso.
Nora Malaj, viceministro dell’Istruzione, risulta essere – come scrive nel curriculum pubblicato sul sito ufficiale – «direttore del dipartimento di Psicologia e Sociologia» proprio dell’Università «Kristal».
Lei ha poi smentito.
Ma il documento, ancora oggi, non è stato corretto.
Leonard Berberi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
CARROCCIO SCONFITTO A CANTU’, PALAZZOLO, MEDA, TRADATE, SENAGO, THIENE E SAN GIOVANNI LUPATOTO
La Lega Nord ha perso i ballottaggi in tutti i sette comuni del Nord in cui concorreva con
un proprio candidato.
Secondo fonti leghiste il Carroccio, che correva da solo, è stato sconfitto a Cantù, Palazzolo, Meda, Tradate, Senago, Thiene e San Giovanni Lupatoto.
La Lega governava assieme al Pdl in sei comuni su sette.
Analoga tendenza, con l’eccezione di Flavio Tosi a Verona, si era verificata al primo turno.
I risultati “non sono stati positivi” e fra l’altro “la notizia dell’avviso di garanzia a Umberto Bossi e ai suoi figli non ha aiutato, ma ha determinato un ulteriore allontanamento dalla Lega”, è stato il primo commento di Roberto Maroni durante la conferenza stampa in via Bellerio, a Milano, nel quartier generale del Carroccio.
“Abbiamo visto i risultati delle amministrative e dei ballottaggi — ha detto ancora il triumviro della Lega – e non sono stati positivi: abbiamo pagato un prezzo altissimo alle vicende che hanno coinvolto la Lega dal punto di vista mediatico e da quello giudiziario”. Maroni come sempre non ha gridato al complotto, ma si è limitato a osservare che “certe paginate dei giornali ci hanno danneggiato”, certe storie di “paghette e lauree hanno fatto giustamente arrabbiare gli elettori verso Lega”.
Poi ha aggiunto: “Registriamo questa sconfitta, ma voglio dire che oggi si conclude la nostra traversata nel deserto, con la stagione dei congressi si apre una fase nuova che porterà la Lega a tornare protagonista”.
Epilogo clamoroso nella corsa per l’elezione a sindaco nel comune di Meda (Monza e Brianza), uno dei sette dove la Lega correva con un proprio candidato al ballottaggio. Secondo i dati disponibili sul sito del Comune, il candidato del centrosinistra Gianni Caimi ha battuto il leghista Giorgio Taveggia, sindaco uscente, per un solo voto: 3.867 a 3.866.
Tradotto in percentuale significa 50,01 per cento a 49,99.
Fino a tre quarti dello spoglio Taveggia era in vantaggio di un centinaio di voti, poi sul filo di lana è avvenuto il sorpasso. Bassissima la percentuale dei votanti: solo il 43,59 per cento.
Ripartiamo da 380. Da domani sono 380 i sindaci della Lega che ripartono per la fase nuova”, è la parola d’ordine di Matteo Salvini, europarlamentare milanese del Carroccio, alla luce dei risultati dei ballottaggi.
La fase nuova, ha detto Salvini commentando l’esito del voto in via Bellerio, è quella di una Lega che “fa tesoro degli errori commessi, ma non cambia nome nè simbolo. Una Lega che riprende a lavorare molto di più al Nord e nei comuni. Nonostante tutti i casini abbiamo portato a casa 30 sindaci”.
Il problema, ha detto ancora Salvini, è che “a Como, Cantù e Monza tanti elettori della Lega non sono andati a votare. Dobbiamo recuperali. Sta a noi recuperare gli elettori che non hanno votato”.
La fase nuova della Lega non prevede alcuna alleanza con il Pdl, ha assicurato Salvini: “Non possiamo allearci con chi sta dissanguando i comuni con la tassa sulla casa”.
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Maggio 20th, 2012 Riccardo Fucile
I RACCONTI DI UN COLLABORATORE DI GIUSTIZIA CHE, ANCOR PRIMA CHE SCOPPIASSE LO SCANDALO DEI FONDI DELLA LEGA, AVEVA DENUNCIATO I RAPPORTI TRA IL TESORIERE DEL CARROCCIO E LA MALAVITA ORGANIZZATA… ”BELSITO SI VENDEVA COME AMICO DI SILVIO”
Il pentito racconta: non solo ‘ndrangheta, anche camorra e soprattutto Cosa Nostra. 
Questi i contatti di cui ha goduto per anni l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito.
A Genova. E non da oggi, ma almeno a partire dal 2002 “quando bisognava cambiare la vecchia lira con la moneta europea”.
A dirlo è un collaboratore di giustizia, legato ai clan campani dei Mallardo e dei Nuvoletta, che dal 2009 parla con i Pm liguri.
Nel 2010 alcune sue dichiarazioni aiutano i magistrati a fare chiarezza sugli affari di Antonio Fameli, imprenditore calabrese trapiantato in riviera, vicino alla cosca Piromalli e oggi accusato di riciclaggio.
Un anno dopo lo stesso pentito si mette a tavolino e scrive un memoriale che invia alla Procura di Savona.
Cinque pagine scritte tra luglio e settembre 2011.
Dentro gli inediti rapporti tra l’ex tesoriere leghista e uomini di Cosa Nostra legati al boss Giuseppe Madonia.
Quando il documento atterra sul tavolo dei magistrati liguri, Silvio Berlusconi è ancora presidente del Consiglio e soprattutto il Carroccio fa da ago della bilancia per la tenuta del governo.
All’epoca, però, il racconto non stuzzica la curiosità degli investigatori.
In quell’anno lo scandalo che ha travolto la Lega Nord è lontano. Nessuno sa chi è Francesco Belsito.
I giornali non si sono ancora occupati del denaro del Carroccio investito in Tanzania.
L’uomo della camorra, invece, dice di conoscerlo molto bene. E non da ieri, ma da prima del 2000, quando Belsito si tiene in tasca la tessera di Forza Italia e fa da autista all’ex ministro della Giustizia Alfredo Biondi.
Due anni dopo il passaggio tra le file della Lega Nord.
Quindi la bufera giudiziaria dell’aprile scorso.
Con il suo nome che incrocia tre procure: da Milano a Reggio Calabria passando per Napoli. Al centro la presunta gestione illecita dei fondi della Lega, utilizzati per foraggiare le esigenze private della famiglia Bossi.
Come corollario le accuse di truffa ai danni dello Stato, appropriazione indebita e riciclaggio. Torniamo, dunque, al periodo in cui l’Italia si appresta a dire addio alla lira.
In quell’anno l’uomo dei Nuvoletta conosce il politico leghista già da qualche tempo.
“Belsito aveva collegamenti con vari esponenti della mafia siciliana in particolare con i fratelli Fiandaca e con gli Angiolieri”.
Si tratta di due famiglie legate a doppio filo al clan gelese degli Emanuello.
In particolare i Fiandaca, oggi attivi nel campo della ristorazione, in passato furono incaricati dallo stesso Giuseppe Piddu Madonia di aprire una “decina” di Cosa Nostra proprio sotto la Lanterna.
Belsito, però, va oltre. E, stando al collaboratore, già all’epoca conta sui rapporti con camorra e ‘ndrangheta.
Sono conoscenze che l’ex tesoriere condivide con un industriale attivo nel mondo del calcio, coinvolto (nel 2005) in un giro di fideiussioni false.
Tra i suoi contatti c’è anche l’imprenditore ligure Romolo Girardelli, accusato di associazione mafiosa dalla Procura di Reggio Calabria che, all’inizio del 2000, indaga sui fiancheggiatori dell’allora latitante Salvatore Fazzari.
Da quelle carte emergono anche i rapporti tra Girardelli e Paolo Martino, manager calibro nove della cosca De Stefano, oggi a processo a Milano con l’accusa di essere il referente al nord per i più influenti boss della ‘ndrangheta .
C’è di più: il passaggio all’euro segna anche l’incontro tra Belsito e il collaboratore di giustizia. I due si vedono nella città olandese di Rotterdam.
Qui l’ex tesoriere deve incontrare una direttrice di banca perchè “ha la necessità di cambiare miliardi”.
Passerà la notte all’hotel Hilton cenando al ristorante italiano la Gondola.
“Il Belsito — si legge nel memoriale del luglio 2011 — diceva di essere in stretto contatto con l’attuale signor presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e che per nome e conto dello stesso era autorizzato a trovare nuovi contatti bancari per aprire conti correnti all’estero tipo isole Cayman adoperando una società esistente”.
Questo dice l’uomo del Carroccio.
Il pentito però ha molte perplessità e racconta: “Io non credevo a una sola parola del Belsito (…) il mio dubbio era che usava la storia del presidente per riciclare denaro della malavita”.
A questo punto però, il verbale s’interrompe.
“Il resto — conclude il pentito — lo racconterò alla signoria vostra di persona”.
Ma già così le parole del collaboratore aiutano a fare ulteriore chiarezza sui rapporti spericolati di Francesco Belsito che, stando alle accuse dei magistrati milanesi, per anni ha utilizzato le casse della Lega Nord come un bancomat in nome e per conto della famiglia di Umberto Bossi.
Nel frattempo i contatti tra l’ex tesoriere e i boss di Cosa Nostra sono arrivati sul tavolo del Ros di Genova grazie a una nota inviata il 10 maggio scorso dall’associazione Casa della legalità .
Ora si attende che fatti e circostanze vengano approfonditi.
Davide Milosa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 20th, 2012 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DI ESPELLERE IL TROTA…I SOLDI PER I RALLY DI RICCARDO E LE SPESE DI RENZO…MA MARONI DIMENTICA DI ESPELLERE IL PLURINQUISITO PINI, SUO COMPAGNO DI MERENDE IN EMILIA
Da mesi, tutto quello che succede nella Lega viene interpretato in chiave simbolica.
Capita così anche per l’incontro tra Umberto Bossi e Roberto Maroni: il primo vero colloquio dal giorno dell’avviso di garanzia consegnato al Senatur proprio in via Bellerio.
Il primo faccia a faccia programmato dopo la pubblicazione di quelle carte che hanno svelato l’ulteriore coinvolgimento dei due figli del leader, accusati di appropriazione indebita: intercettazioni, movimenti bancari, testimonianze, rendiconti sui pagamenti di autonoleggi, meccanici, rate universitarie.
Poco più di un’ora e mezza insieme anche agli altri due triumviri, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, al governatore del Piemonte Roberto Cota e al segretario della Lega lombarda Giancarlo Giorgetti.
Amareggiato per gli sviluppi dell’inchiesta che ha travolto il suo partito e la sua famiglia, Bossi è apparso «disorientato» ai suoi.
Ha cercato di dare spiegazioni: «Ho autorizzato io alcune spese dei miei figli e chiesto che venissero pagate», avrebbe detto durante la riunione, ufficialmente convocata per discutere dei congressi in Lombardia e Veneto.
Quali spese? Umberto Bossi ha parlato delle gare di rally di Riccardo e dei soldi usati da Renzo, ripetendo più volte di aver creduto alle spiegazioni dei due ragazzi.
Ma di fronte a lui – a contestare duramente l’uso imbarazzante di quei fondi – ci sono Maroni e gli altri dirigenti: fanno presente al fondatore della Lega che le cose stanno diversamente, che Renzo e Riccardo si sono approfittati della situazione per perseguire interessi personali. Qualcuno, nel partito, non esclude che l’ex ministro dell’Interno possa spingersi fino a chiedere l’espulsione di Renzo, che si era già dimesso da consigliere regionale, dal partito.
Maroni ieri non è arretrato di un passo e all’amico di una vita ha detto ciò che a metà aprile valeva per il tesoriere Francesco Belsito e per la vicepresidente del Senato Rosi Mauro e che oggi, ancora di più, vale per i figli del capo: «Hanno sbagliato. Hanno sbagliato e devono pagare».
A Bossi non è rimasto altro da fare che uscire dalla stanza.
A questo punto, nel Carroccio si aspetta.
Il Senatur non parla in pubblico dal 4 maggio, dalla chiusura della campagna elettorale.
E, con tutto quello che è successo da allora, fuori e dentro il partito sembra passato un secolo.
L’ex capo del Viminale, ai cronisti che ieri sera gli chiedevano se Bossi lascerà la Lega, ha replicato rapidamente: «Non lo so, non mi interessano queste cose».
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Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile
POCA SOLIDARIETA’ PER IL LEADER A VIA BELLERIO, FINO A IERI SERVI OGGI CASCANO DAL PERO… SALVINI: “LA LEGA PRESCINDE DAI NOMI”… MARONI, BONTA’ SUA: “CHI VORRA’ POTRA’ CANDIDARSI AI CONGRESSI”
Raccontano che così non l’hanno mai visto. “A mezzogiorno l’ha chiamato uno dei triumviri ed è scoppiato a piangere… E’ distrutto”. 
Il tono di voce del dirigente maroniano, uno di quelli già incasellati nell’organigramma della rifondazione leghista, si incrina nel descrivere lo stato psicologico di Bossi versione day after.
Anche un segno di rispetto, oltre all’onore delle armi. “In venticinque anni l’Umberto non è mai stato così giù. E’ finito nell’angolo, ha intorno terra bruciata e, fuor di retorica, stavolta non so se e come riuscirà a reagire”.
La valanga che si è staccata e che sta trascinando a valle la famiglia di Gemonio si ingrossa ogni giorno, ogni ora.
Sotto c’è lui, il druido padano tradito e ferito, il vecchio capo che adesso – sotto i colpi dall’inchiesta giudiziaria che si è abbattuta non più solo su cerchi e cerchietti ma anche su figli e famigli e sull’uomo simbolo – è talmente piegato da non sapere nemmeno come racimolare le forze per “trattare la resa” all’interno della Lega.
Lo vorrebbero presidente. Così prevede il patto con Maroni – ma l’ex ministro ha chiarito ieri che non ci saranno candidati calati dall’alto, e che “chiunque potrà candidarsi ai congressi” – tuttavia il Bossi attuale non riesce a pensare al futuro.
E’ sotto choc, e forse non solo lui.
Ieri in pochi hanno avuto cuore e coraggio di affacciarsi nell’ufficio in via Bellerio, una specie di bunker.
Qualcuno, però, lo ha raggiunto al telefono e ne ha raccolto lo sfogo da fine impero. “Basta, mi faccio da parte. Andate avanti voi…”.
Il Senatur non ha trattenuto la commozione quando uno dei triumviri ai quali ha affidato il traghettamento della Lega lo ha chiamato per sentire come stava. “Ciao Umberto… “. “Sto male, malissimo…”, ha tagliato corto prima di esplodere in un pianto liberatorio.
Nel pomeriggio si è lasciato andare anche con un amico che non sentiva da tempo e che lo ha trovato avvilito (lui ha usato un altro termine).
Il Senatur, dunque, alza bandiera bianca? Resa, cessate il fuoco o fine delle ostilità ?
I legologhi più attenti dicono che a pensare che questa volta sia come tutte le altre, si commette un grave errore.
In effetti basta ascoltare le parole di Matteo Salvini, pasdaran maroniano, per capire l’aria che tira nel Carroccio. “Bossi ci ha portato fino a qua, detto questo la Lega va avanti e prescinde dai nomi”.
Anche senza Bossi, insomma. Il quale a questo punto lo sa benissimo.
Non è un caso che trentasei ore dopo l’arrivo dei nuovi avvisi di garanzia, il leader leghista non abbia ancora aperto bocca.
Incapace persino di abbaiare alla luna, come aveva fatto quasi sempre.
E i complotti, e Roma ladrona, e il centralismo che “ci odia”, e la giustizia a orologeria, e i magistrati carogne, vecchio adagio berlusconiano.
“Non può più farlo – ragiona ancora il dirigente padano – sarebbe un’uscita dissennata anche per uno imprevedibile come lui”.
Fino a ieri c’era la fila per incrociare Bossi in Bellerio; adesso parlamentari e dirigenti – al di là delle assemblee del consiglio federale – si tengono prudentemente alla larga.
Il clima si misura anche dalle dichiarazioni. Sciroppose quelle a caldo dell’altro giorno. Tra affetto e solidarietà . Ma ieri a esternare sono stati solo i pochi bossiani ortodossi rimasti.
Perchè scompaginato il cerchio magico, il clan Bossi, quello dei famigli, può contare sostanzialmente soltanto sulla strenua resistenza di due “anelli”: Manuela Marrone e Marco Reguzzoni.
Oltre a una Rosy Mauro ridimensionata ma che continua a essere vicina alla famiglia caduta politicamente in disgrazia.
Da quando ha dovuto lasciare il posto a Gianpaolo Dozzo, Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera e un tempo “cocco” di casa Bossi, è praticamente scomparso dalla scena. In parlamento si vede sempre meno, idem alle iniziative sul territorio.
I maligni dicono che si stia molto spendendo nel tentativo di convincere Bossi a non mollare, a resistere a tutto, anche alle sportellate giudiziarie.
Reguzzoni e Manuela, i due consigliori che cercano di tenere in vita artificialmente il Bossi politico.
Un’impresa sempre più ardua.
Forse è l’ultimo atto della cruenta guerra tra bande che, prima e durante le inchieste della Procura, ha ridotto la Lega a un partito sull’orlo del precipizio.
Paolo Berizzi
(da “la Repubblica“)
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