Aprile 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL FORTINO SULLA BALDUINA DOVE FINO A DUE ANNI FA STAVA CALDERONI A CARICO DI CHI ERA? ….E IL NUOVO TESORIERE STEFANI NON VUOLE DIRE CHI PAGA I 4.000 EURO DI AFFITTO DELL’APPARTAMENTO ROMANO DI BOSSI
Quando si trattava di sbugiardare i contribuenti, l’allora ministro alla Semplificazione
Roberto Calderoli era implacabile: “Staneremo chi mente sulla prima casa”, dichiarava bellicoso nel gennaio 2011.
Con un giornale che tentava di metterlo in difficoltà cercando la sua abitazione romana, piagnucolava: “Vivo in un appartamento in affitto di 65 metri quadrati, in periferia”.
Sarà anche di 65 metri l’appartamento in questione ma si fatica a definirlo “in periferia” e soprattutto non è mai stato pagato da lui.
Il Noe dei Carabinieri su delega della Procura di Napoli ha sentito il proprietario della casa sul Gianicolo e il signor P.C. ha dichiarato che il partito ha pagato per il “ministro con vista” ben 2 mila e 200 euro al mese in comode rate trimestrali da 6 mila e 600 euro, a partire dall’aprile 2010.
Siamo a due passi da Villa Sciarra, nel quartiere chic e sinistrorso di Monteverde Vecchio dove abitano Serena Dandini, Nanni Moretti e Nicola Piovani.
I leghisti sono arrivati di recente e hanno evitato di pagare come i comuni mortali.
Il viceministro Castelli era ricorso all’ente previdenziale degli agenti di commercio, l’Enasarco, per agguantare un affitto da 700 euro per 90 metri in via quattro venti. Sembrava uno scandalo: Castelli fu costretto a levare le tende da quell’angolo di Affittopoli grazie anche ai nostri articoli.
Ma non era nulla a confronto di Calderoli, che ha ottenuto una casa molto più bella e pagata dalla Lega.
A conferma del fatto che nel partito c’erano gli inquilini del cerchio magico e i “barbari paganti”, più che sognanti.
I carabinieri avevano intuito qualcosa. “Come minuziosamente descritto da Francesco Belsito in numerose intercettazioni telefoniche”, scriveva il Comandante del Nucleo Operativo del Noe, Pietro Raiola Pescarini, “rilevanti somme di denaro sono state utilizzate per sostenere esigenze personali e familiari, estranee alle finalità ed alle funzionalità del partito Lega Nord e a favore di: Bossi Umberto, (…..) Mauro Rosi, Calderoli Roberto”.
L’intercettazione-chiave era quella in cui si affrontava il capitolo dei soldi per Calderoli dopo avere parlato del milione di euro chiesto per la scuola cara ai Bossi: “e invece quelli (i soldi Ndr) di Cald (ndr, Calderoli) come faccio? Come li giustifico quelli?”.
Ora spunta la mansardina a carico del partito, un tetto su Roma, con vetrata ad angolo e vista mozzafiato più un terrazzo di venti metri quadrati, pagato dalla Lega.
Sul citofono non c’è il nome dell’ex ministro ma quello del proprietario.
L’ex ministro della semplificazione come un novello Nerone amava le fiamme per far fuori le pandette inutili ma non disdegnava la vista sui sette colli, a sbafo.
Via Ugo Bassi è una strada poco leghista: termina con una scalinata che scende lievemente verso tre simboli della Roma più romantica: la scala di Righetto, Trastevere e Porta Portese.
La casa non è enorme, dicono i vicini, una sessantina di metri quadrati coperti più la terrazza di venti metri. La vista però è impagabile.
“Mi si infanga per aver avuto in dotazione da parte del movimento una casa-ufficio dal costo di 2200 euro al mese, quando io ne verso mensilmente 3000 di euro alla Lega Nord” , è il commento di Calderoli.
”Da dieci anni svolgo l’incarico di coordinatore delle segreterie nazionali della Lega nord, che mi ha portato a lavorare quasi sette giorni alla settimana, feste, sabati e domeniche compresi, girando su tutto il territorio nazionale. Per anni il movimento mi ha riconosciuto solo un rimborso che è stato totalmente devoluto al movimento”.
Il Fatto ha scoperto però che Calderoli, prima di andare ad abitare al Gianicolo, viveva in una casa molto più bella e di valore: una torre antica sul colle della Balduina con piscina e parco a disposizione.
Probabilmente per combattere meglio l’odiata Roma ladrona è bene guardare il nemico dall’alto.
Se oggi l’ex ministro dal Gianicolo scorge in lontananza il Colosseo, dalla vecchia casa poteva quasi toccare il Cupolone.
“La chiamano la ‘torre della luna’”, spiega l’inquilina che è subentrata nella torre, “si sviluppa su tre livelli. È molto romantica ma forse un po’ scomoda. La vista è unica. Calderoli abitava qui e poteva, come facciamo noi, usare la piscina. Non so quanto pagasse”.
La proprietaria, una nobildonna napoletana con accento britannico, abita nella villa accanto.
Alla domanda del Fatto su chi pagasse (“la Lega o il ministro ? ” ) replica: “Non ho intenzione di rispondere”.
Certo è che Calderoli, nel suo comunicato relativo alla sola casa del Gianicolo abitata da due anni a questa parte, eccede ricordando che “da dieci anni svolgo l’incarico di coordinatore della segreteria”.
Come a dire che anche il pagamento dell’affitto precedente per “la torre della luna” sarebbe giustificato.
La risposta di Calderoli, a leggerla in filigrana, legittima altre domande inquietanti anche sulla casa abitata da Umberto Bossi.
Si tratta di un quinto piano su via Nomentana composto di sei vani catastali che dovrebbe superare di poco i 150 metri quadrati.
È stato ristrutturato nel 2008 prima di essere affittato al leader della Lega.
Il canone dovrebbe aggirarsi sui 3-4 mila euro, stando alle quotazioni della zona.
Casa Bossi è di proprietà della Immobiliare Elma.
Il Fatto ha chiesto al titolare, Guido Cespa chi pagasse l’affitto.
La risposta è stata: “non lo dico certamente a un giornalista. Se mi chiameranno i magistrati lo spiegherò a loro”.
Il Fatto ha girato le domande sulle case leghiste all’unica persona titolata a parlare in materia: il tesoriere del partito.
Stefano Stefani, però, sui canoni della torre di Calderoli e sull’attico di Bossi replica: “A queste domande io non voglio rispondere ”.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA SQUADRA DI CALCIO RINUNCIA ALLA QUINTA EDIZIONE DEL TORNEO PER LE “NAZIONI NON RICONOSCIUTE”…IN PASSATO AI TIFOSI VENIVANO PAGATE TRASFERTE, ALBERGHI, VITTO E BIRRA, TUTTO A SPESE DEL PARTITO
La nazionale di calcio padana è rimasta al verde. Travolta dallo scandalo della Lega,
dall’allegra gestione dei finanziamenti pubblici da parte del tesoriere Belsito, la squadra del paese che non c’è rischia seriamente di chiudere i battenti.
Di sicuro non parteciperà ai mondiali che si terranno tra poco più di un mese in Kurdistan, dove si disputa la quinta edizione della Coppa del Mondo 2012 Viva, il torneo per le nazioni non riconosciute (indipendentemente dal fatto che esistano o meno) e pertanto non affiliate alla FIFA.
Tra i nomi spiccano Aramea, Camerun meridionale, Gozo, Kurdistan, Lapponia, Monaco, Occitania e Provenza, oltre alle due compagini italiane loro malgrado: la Padania appunto, e la nazionale del Regno delle Due Sicilie.
Che la nazionale padana non parteciperà al torneo lo spiega Leopoldo Siegel, giornalista di Radio Padania e allenatore della squadra.
“Al momento mancano i presupposti organizzativi. Ci dispiace perchè, dopo aver vinto 13 partite su 13 e conquistato tre coppe ci tenevamo a difendere il titolo in Kurdistan. Ma visto quello che è successo di recente, il momento non è certo propizio”.
La nazionale padana nasce a fine anni ’90, disputa due partite con l’Ausonia e poi scompare. “Gli alleati non gradivano, il Cavaliere in particolare. Arrivò una telefonata da Roma e fummo costretti a chiudere — racconta Siegel — Poi la squadra rinasce nel 2007, fortemente voluta da Renzo Bossi, che ne diventa team manager e s’impegna per farla diventare vincente“.
Ad ogni costo.
Anche a costo di far pagare alla Lega le trasferte ai tifosi. E con che soldi è facile immaginarlo.
Come quando la Padania andò a vincere la sua prima Coppa del Mondo.
Nel 2008 in Lapponia, una spedizione costata almeno 100mila euro, tutti usciti dalle casse del partito.
“Era evidente anche allora la grande disponibilità di soldi: le spese venivano rimborsate senza problemi — racconta a Repubblica Diego Gambaretto, consigliere comunale Pdl ad Albisola e unico non leghista del gruppo — Se andavi a comprare un panino, portavi lo scontrino e ti rimborsavano”.
Per vincere quel primo mondiale non si badò a spese. Per la squadra ovviamente, ma anche per i dirigenti del partito e i tifosi al seguito.
Raccontano che Umberto Bossi e i due figli, Renzo e Riccardo, alloggiassero nel castello da mille e una notte di Fjalnnas, tra saune e tappeti rossi.
Che ai tifosi furono rimborsati sia nove camper presi a noleggio (ognuno con un simbolo padano in bella vista), sia la benzina per coprire il viaggio di andata e ritorno da via Bellerio alle verdi lande di Gallivare (nel nord della Svezia), sia i soggiorni in campeggio e ogni spesa extra, persino le birre.
“Noi di certo non abbiamo messo mano al portafoglio — continua Siegel — Dall’aeroporto in poi per la squadra tutto è stato a spese del partito. Da dove arrivassero i soldi per gli spostamenti e per gli alloggi dei tifosi, e se ci siano state spese extra, non ne ho idea. So che tutto era gestito dalla Lega tramite Sport Padania: un ente di promozione sportiva riconosciuto e sovvenzionato dal Coni”.
Ampolle e coppe del mondo.
Riti officiati per aggregare un popolo inesistente dietro un’idea che tramite lo sport cercava di farsi materia.
Fasti dispendiosi per compiacere il Trota, demiurgo e alfiere di uno squadrone che al tempo della spedizione in Lapponia poteva contare anche su giocatori professionisti come Alessandro Dal Canto e i fratelli Cossato.
Mentre l’anno dopo, al torneo disputato in casa tra Varese, Novara, Brescia e Verona e vinto in finale contro il Kurdistan, prese parte anche Maurizio Ganz, ex centravanti di Inter e Milan. E se Ganz ha buone parole per il Trota (“Mi faceva simpatia”), non tutti sono dello stesso avviso.
“Renzo non è mai piaciuto a nessuno — racconta Gambaretto – Erano tutti gentili con lui, ma solo per rispetto del padre. Il capo era sempre alla mano, il figlio era arrogante”.
“Lo conosco da bambino, quando faceva il portiere nella mia squadra, quindi l’affetto è rimasto — continua Siegel nella sua chiacchierata con ilfattoquotidiano.it — Poi ognuno fa le sue scelte, non sempre condivisibili. Per quelle di Renzo contano le parole del padre (Umberto ndr), non sono state scelte opportune”.
Anche perchè il rischio è che le conseguenze di queste scelte inopportune abbiano contribuito, oltre che alla deflagrazione del partito, a mettere la parola fine alla favola della nazionale di calcio del paese che non c’è.
Luca Pisapia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
COME NEI ROMANZI GIALLI: TRA AGGUATI, ASSASSINI, IMBOSCATE, ALIBI, DOCUMENTI NASCOSTI, TRADITORI, STREGHE, BADANTI, MAGGIORDOMI INFEDELI, ANZIANI RAGGIRATI , CASSEFORTI, LINGOTTI E GIOIELLI
Irruzione delle Fiamme Gialle in via Bellerio nel corso del vertice di partito per acquisire documenti nell’ambito dell’inchiesta sui bilanci del Carroccio.
Presenti i triumviri, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, e il presidente federale Umberto Bossi. Secondo i pm 200mila euro di diamanti sarebbero spariti e dagli accertamenti risulta che Rosi Mauro, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Belsito ne avrebbero acquistati per 400mila euro coi soldi della Lega.
I preziosi sarebbero stati consegnati ai tre tramite l’ex tesoriere, che avrebbe ricevuto 200 mila euro in oro. Il denaro sarebbe stato prelevato con operazioni presso la Banca Popolare di Novara e Banca Aletti.
Annuncia la querela la Mauro che smentisce “categoricamente il presunto acquisto di diamanti e oro con i soldi della Lega”.
E spiega:
Anche Stiffoni rispedisce l’accusa al mittente che lo fa “ridere” e anticipa che andrà col suo avvocato Agostino D’Antuoni “dai giudici di Milano per chiarire una volta per tutte la mia posizione di assoluta estraneità a qualsiasi movimentazione di denaro della Lega”.
Il senatore ha poi aggiunto che di quanto facesse Belsito col denaro del Carroccio non ha “mai saputo niente, anche perchè a me e al senatore Castelli è sempre stato impedito”e che dal partito non ha mai avuto soldi.
Anzi, ha concluso, “li ho sempre dati sotto forma di erogazione liberale, come tutti gli altri parlamentari, e anche di più”.
Per gli inquirenti milanesi che indagano sulle distrazioni di fondi, i 200 mila euro di diamanti che mancano all’appello sarebbero stati acquistati dall’ex tesoriere Belsito con i soldi del partito.
Nei giorni scorsi infatti era emerso che i pm erano ‘a caccia’ di lingotti d’oro per il valore di 200 mila euro e di diamanti per 100 mila euro.
Ora si è saputo che l’ex amministratore avrebbe comprato diamanti per un totale di 300 mila euro. Gli inquirenti dovranno capire che fine hanno fatto i preziosi, che non sono ancora stati rintracciati, perchè potrebbe palesarsi un profilo di appropriazione indebita.
C’è da capire, inoltre, se il partito poteva fare quell’investimento, perchè pare che lo statutot
escluda questo tipo di operazione.
Infine, il dubbio è che si trattasse davvero di un investimento.
tntanto anche la Procura della Corte dei Conti della Lombardia ha aperto un procedimento sul caso dei bilanci del Carroccio, che avrebbe avuto rimborsi elettorali non dovuti e il suo capo, Antonio Caruso, si è presentato con altri due magistrati contabili nell’ufficio del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, titolare dell’indagine con al centro Francesco Belsito assieme ai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini.
La ‘visita’, da quanto si è appreso, serve ai magistrati contabili per prendere ‘contatti’ per un eventuale scambio di carte necessario per il procedimento davanti alla Corte dei Conti.
Un procedimento, da quanto si è appreso, che è autonomo rispetto a quello penale e relativo a un presunto danno erariale, partendo dall’ipotesi di truffa ai danni dello Stato contestata dalla Procura di Milano.
Secondo le indagini penali, infatti, Belsito ‘truccando’ i bilanci del Carroccio avrebbe fatto ottenere al partito rimborsi elettorali non dovuti che, solo per il 2011, ammontano a circa 18 milioni di euro.
E alla Procura della Corte dei conti lombarda, si aggiunge quella dell’Emilia-Romagna che sta valutando la possibilità di aprire un’inchiesta sui bilanci della Lega.
Si tratta ancora di una fase di delibazione preliminare, cioè di accertamenti sulla sussistenza dei profili di giurisdizione. In regione ci sono due inchieste penali, con 4 indagati a Reggio Emilia e a Bologna contro ignoti, su presunti fondi neri e irregolarità nei bilanci.
Secondo la Lega, però, la ‘visita’ delle Fiamme gialle non è stata una perquisizione perchè “era stata concordata nell’incontro avuto lo scorso 11 aprile da Roberto Maroni e Stefano Stefani con i magistrati milanesi”.
Durante l’incontro, spiega il partito in una nota, “la Lega Nord aveva fornito la sua piena disponibilità a collaborare con gli inquirenti per fare chiarezza e, in questo senso — prosegue la nota-, aveva dato disponibilità a far acquisire propri documenti contabili, come avvenuto questo pomeriggio”.
L’inchiesta sulla Lega ha travolto anche il Sindacato padano (Sin. pa.) guidato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro che Susanna Camusso, leader della Cgil, considera “pressochè inesistente”.
Opinione condivisa anche da Cgil, la Cisl e la Uil Lombardia. Nino Baseotto, segretario generale della Cgil Lombardia, ha spiegato di non avere “mai visto i suoi rappresentanti”. Per Gianluigi Petteni, segretario generale della
Cisl, “il Sinpa non è mai esistito”, ma secondo Walter Galbusera “il Sindacato padano aveva una presenza nelle aziende con capitale pubblico, a livello comunale e provinciale”.
Prima del vertice in via Bellerio, Roberto Maroni e Roberto Calderoli hanno partecipato alla riunione del gruppo consiliare del Carroccio al Pirellone, che è durata circa 2 ore e ha preso atto delle dimissioni dell’assessore regionale Monica Rizzi.
L’ex ministro dell’Interno nel pomeriggio ha lasciato la sede federale senza rilasciare dichiarazioni.
In serata, nell’andirivieni delle auto, è arrivato in via Bellerio anche il primogenito del Senatùr, Riccardo Bossi che, arrivato alla guida di una Bmw X5 con targa tedesca, ha mostrato la sua insofferenza verso fotografi e cameramen, di fronte ai quali ha ripetutamente accelerato prima di infilarsi nel cancello della sede.
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Aprile 15th, 2012 Riccardo Fucile
SONO MOLTI QUELLI CONSIDERATI VICINO AL “CERCHIO MAGICO” CHE IN UNA LEGA A GUIDA MARONI NON AVREBBERO PIU’ UN FUTURO POLITICO…IL SENATUR NON VUOLE CEDERE IL PARTITO A MARONI: AL SUO FIANCO CI SAREBBERO GIA’ BERLUSCONI E TREMONTI
Ipotesi e voci, al momento.
Sussurri che filtrano dalla Lega di Gemonio, la villetta del Cerchio Magico dove hanno convinto Umberto Bossi a resistere, che non è finita qui e non finirà nemmeno con il congresso di giugno.
Resistere, resistere, resistere. Anche per Bossi.
La Lega è sua e sua dovrà restare. Non la lascia, come temono nella sede di via Bellerio, e piuttosto la sfascia.
Pronto o costretto a difendere se stesso, la famiglia, il suo passato di gloria, il suo futuro incerto.
E’ presto per parlare di un piano, di una strategia già definita. Ma a Gemonio, con l’espulsa Rosi Mauro in salotto, sono al lavoro.
Oggi sembra tutto chiaro, e dalla villetta non è un bel vedere.
Ai congressi di Lega Lombarda e Veneta quell’assatanato di Bobo Maroni avrà la maggioranza, già conquistata in quelli provinciali.
E a fine giugno, al Congresso Federale, si prenderà la Lega: lui o chi per lui nuovo segretario e al vecchio Bossi non resterà che una carica onorifica e vuota, una bella medaglia da accarezzare sulla panchina dei pensionati. Impensabile, impossibile da accettare per chi ancora si sente – con la Lega di Gemonio – padre e padrone, fondatore di una Lega che sarà anche diventata la «Bossi &Co.», ma non può andare al fallimento.
Così, tra le Leghe di Famiglia e via Bellerio, si comincia a ragionare sulle prossime mosse, i prossimi mesi e infine le prossime elezioni politiche.
E’ sempre un brutto segno quando in un partito si parla di soldi e di simbolo.
E di questo, del simbolo, nella Lega si mormora da parecchio, da anni, da quando un libro di Rosanna Sapori, giornalista di «Radio Padania» messa alla porta, aveva rivelato il dubbio che nessuno ha mai cancellato: che il simbolo della Lega, Alberto da Giussano con lo spadone, già nell’anno 2000 sia finito nel Trattato di Pace tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. Dubbio che ora ritorna, e altri ne alimenta.
Roberto Calderoli aveva smentito, annunciando una querela che mai si è vista.
Bossi, l’altra sera a Bergamo ha schivato la domanda: «Si sarebbe saputo…».
Non ha detto che è una balla, non è vero.
Sarà il congresso di giugno, forse, a raccontare la verità .
Ma a sentire i sussurri dalla villetta di Gemonio è quella Lega a sentirsi proprietaria, o comunque a rivendicare quel simbolo come affar loro.
Fosse vero potrebbe essere una conferma indiretta, un avviso ai naviganti di Bobo Maroni, l’annuncio di un probabile sfascio e la conferma delle intenzioni di Bossi intercettate nelle conversazioni di Francesco Belsito: vuol farsi un partito suo.
Bossi che si tiene stretti la cassa, il simbolo e quel che resta della sua Lega.
Almeno nelle intenzioni, perchè sulla cassa finirà ai cavilli da avvocati.
Ma su simbolo e Lega è tutta da vedere, e da giocare.
Già ai congressi di lombardi e veneti potrebbe mandare allo scoperto i suoi kamikaze padani, e non son pochi, sono i tanti leghisti che all’ombra del Cerchio Magico negli ultimi anni si son conquistati cariche e potere.
Quelli che non possono più sentirsi al sicuro, i parlamentari che hanno già capito che si mette male, nella Lega delle scope e di un certo rancore non ci saranno ricandidature per complici e furbetti.
Sono queste le truppe, ora in sonno, ora accucciate al riparo delle scope, della Lega di Gemonio. Solo Marco Reguzzoni, l’ex capogruppo, non ha votato per l’espulsione di Rosi Mauro.
Ed erano appena un paio, sotto la sede di via Bellerio, a maneggiare volantini contro Bobo il Giuda. Ma giovedì notte, quando al Tg3 si è presentata Carolina Lussana, deputata bergamasca affiliata al Cerchio Magico, non c’è leghista che non si sia stupito.
Ha ripetuto, come niente fosse, quel che Maroni aveva appena dichiarato a «Porta a Porta». Riposizionamenti veloci, fughe da Gemonio troppo veloci.
Che preoccupano chi ha voglia di scope.
Una Lega che all’ordine da Gemonio potrebbe davvero sfasciarsi.
A Bossi non piace il «Partito del Nord» che piace a Maroni.
Vuole una Lega sua, identitaria, da Padania, Pontida, Fratelli in libero suol, «è partita la battaglia finale».
Potrebbe scavare fosse tra lombardi e veneti, che da anni sono i mugugnanti azionisti di maggioranza della Lega. Potrebbe alzare i toni, sparigliare, accendere fuochi, scommettere sul proprio carisma.
Lasciarsi convincere che siamo ancora nel ’92, dopo la candidatura della sorella Angela in una lista di disturbo, quando diceva che «al Nord se c’è il nome Bossi in lista ti votano tutti, anche i cani».
Di alleati, nella Lega, ne troverebbe ancora.
Non si sa quanti, non si sa quali, di certo quelli che con Maroni non avranno futuro.
Sempre meno credibile, sempre più acciaccata, se questa Lega di Gemonio si metterà in proprio può già contare su due alleati.
Silvio Berlusconi, che simbolo o non simbolo non lascerà l’amico Umberto su una panchina: spazio sui media e percorso concordato per restare in Parlamento.
E Giulio Tremonti, che porterebbe in dote quel che a Bossi manca dai tempi di Gianfranco Miglio.
Anche se il Professore con le orecchie a sventola ai padani piaceva molto. Quello con gli occhialini poco.
Giovanni Cerruti
(da “la Stampa“)
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Aprile 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL TESORETTO ACCUMULATO DAL 1994 E BLINDATO IN UN FONDO PATRIMONIALE
Ville, appartamenti, terreni, cascine: una girandola di investimenti immobiliari
iniziata nel ’94, prima volta della Lega al governo.
E continuata fino a ieri.
Con tanto di fondo patrimoniale per scudare i beni dei Bossi.
Un’inarrestabile corsa nel segno dell’affarismo padano.
Fino all’ultimo colpo: una cascina più terreni acquistati dieci mesi fa per il “contadino” Roberto Libertà Bossi, uno dei rampolli della family.
C’è una Lega del Mattone che in questi anni ha fatto affari all’ombra della Lega di Famiglia, meglio nota come «cerchio magico».
UN ACQUISTO OGNI ANNO
Il perno è lei, Manuela Marrone, first sciura leghista, un mix di ritrosia siciliana e concretezza lombarda.
E’ soprattutto grazie al suo fiuto che, da quando 18 anni fa il Carroccio ha iniziato a salire ai piani alti del Palazzo di «Roma ladrona», è lievitato il patrimonio immobiliare dei Bossi.
Si tratta di un tesoro consistente: diciotto unità registrate al catasto con il nome della moglie del Senatur. In media: un’acquisizione all’anno (dal ’94 a oggi).
Sette in più rispetto agli «undici immobili» che – stando a una telefonata intercettata dalla Dia di Reggio Calabria tra l’imprenditore Stefano Bonet e la dipendente della Lega Lubiana Restaini – sarebbero «intestati» alla moglie del Senatùr (gli «acquisti» non lasciavano tranquillo l’ex tesoriere leghista Francesco Belsito).
Di qui il dubbio dei magistrati: con quali soldi sono stati comprati case (2), fabbricati (2) e terreni (14)?
LO SCUDO PATRIMONIALE
Se per gli investimenti finanziari la Lega andava a parare in Tanzania e a Cipro, meno globali sono le avventure immobiliari della family.
Gemonio non è un paradiso fiscale: ma quando si tratta di rogitare la scelta dei Bossi cade sempre qui.
Il valzer del mattone inizia il 30 aprile del ’94.
A Roma il Carroccio piazza 180 parlamentari (primo governo Berlusconi-Lega), a Gemonio i coniugi Bossi acquistano un terreno e dividono la proprietà (al 50%).
Lo stesso giorno Umberto cede alla moglie altri tre terreni e un appartamento. Passano quattro anni: è il ’98. Periodo difficile per il partito padano. Berlusconi è il «mafioso di Arcore», Bossi è travolto da un valanga di querele (poi in buona parte rientrate).
Il 6 febbraio il Senatur e la moglie bussano al notaio di fiducia, Rodolfo Brezzi, studio a Samarate (Varese).
Costituiscono un fondo patrimoniale per blindare gli immobili di famiglia da eventuali pignoramenti.
DALLE TERRE AL CASTELLETTO
Eretto lo “scudo” di Gemonio, protetti i beni dalle possibili rivalse dei creditori, dalla fine degli anni ’90 la Lega del Mattone viaggia a gonfie vele.
Mettendo le mani sul paesotto culla del federalismo.
Il 12 gennaio 2001 Manuela si aggiudica un fabbricato e altri tre terreni.
Uno glielo vende Emilia Rosaspina, gli altri la Gestione Santa Chiara sas. 13 luglio 2002: altra terra, altro atto notarile. Un anno dopo – è il 19 giugno 2003 – i Bossi acquistano (in comproprietà ) il “castelletto” di via Verbano, residenza ufficiale della famiglia.
La villa ora è sotto la lente della magistratura.
E’ la segretaria amministrativa Nadia Dagrada a rivelare come la Lega Nord avesse pagato alcune spese di ristrutturazione, in particolare il rifacimento della terrazza (con tanto di fattura dell’architetto).
Ma aprendo la cartellina “The Family” i pm scoprono di più: il 10 dicembre 2010 la Vittoria Assicurazioni scrive alla Lega per sollecitare il pagamento di 779,38 euro relativo alla polizza della casa. Dodici giorni dopo parte il bonifico: ordinante, è Lega Nord.
CASCINA E ATTICO
L’ultimo affare i Bossi lo fanno il 24 giugno 2011.
Il secondogenito Roberto Libertà , quello del gavettone alla candeggina, ama l’agricoltura.
A Brenta, vicino a Gemonio, una signora milanese vende un lotto composto da: una casa, un fabbricato per uso agricolo e cinque terreni. Lady Bossi compra, e si intesta.
Diciottesima proprietà in 18 anni.
Ignoto, come in tutti gli altri casi, il valore della transazione.
Quel che è certo è che il primo febbraio, cinque mesi prima, il marito Umberto si mette in tasca 480mila euro rivendendo una casa ricevuta in eredità – lo stesso giorno – dall’anziana militante leghista Caterina Trufelli (a parlarne per primo è “Libero”).
Il Senatur avrebbe dovuto girare il lascito alla Lega e comunicarlo alla Camera dei Deputati. E invece no.
Dove sono finiti i soldi? E’ la domanda che si fanno i pm.
Un dubbio che accresce altri sospetti.
Come quello acceso da una telefonata intercettata tra la Dagrada e Belsito nella quale si parla di «500 mila euro da giustificare solo per il 2011… nel gioco tra le due signore (Marrone e Rosy Mauro)».
Gioco immobiliare col denaro della Lega?
Acquisti, ma non solo. Un’altra voce riguarda gli affitti. Quello dell’attico romano del Senatur, per esempio (in via Nomentana, 5mila euro di canone). E poi i due appartamenti milanesi nella disponibilità di Renzo Bossi.
Si favoleggia che uno gli sia stato addirittura offerto da Berlusconi.
A ogni modo: chi ha pagato?
Paolo Berizzi
(da “La Repubblica”)
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Aprile 15th, 2012 Riccardo Fucile
I LEADER SI NASCONDEVANO DIETRO NOMI DI AFRICANI IGNARI… IL TRAMITE ERA UNA SEGRETARIA DELLA CAMERA VICINA CASTELLI E MARONI
Che fine hanno fatto i bilanci del Sin.pa, il sindacato padano di Rosi Mauro? Non si sa. Perchè quando l’altro ieri gli uomini della Gdf si sono presentati nella sede di via Del Mare si sono sentiti rispondere che semplicemente i bilanci non esistevano perchè il sindacato non aveva contabilità : «Fa tutto la Rosi».
Non è difficile immaginare, dunque, che la ruspante vicepresidente del Senato appena espulsa dalla Lega dovrà essere chiamata in Procura molto presto per spiegare come mai il sindacato da lei presieduto non aveva uno straccio di contabilità , nonostante le generose elargizioni dell’ex tesoriere Francesco Belsito (300 mila euro solo nel 2011).
Sin.pa senza bilanci
Dunque, la prossima settimana potrebbero scaturire nuove iscrizioni sul registro degli indagati.
Gli inquirenti milanesi stanno infatti controllando il resto della documentazione acquisita per capire in quali e quante circostanze il denaro distratto dai bilanci della Lega a favore dei famigliari e dei fedelissimi del «cerchio magico» di Umberto Bossi possa considerarsi «appropriazione indebita» in concorso con il Belsito.
I carabinieri del Noe di Napoli, nel loro rapporto, segnalavano senza ombra di dubbio che «oltre ai soldi versati personalmente ai famigliari dell’onorevole Umberto Bossi», e al «Senatùr» in persona, vi sono «anche cospicue elargizioni a favore di Rosi Mauro e del Sinpa (Sindacato Padano), della «scuola Bosina» di Varese, riconducibile a Manuela Marrone, consorte di Bossi, ma anche al sen. Calderoli Roberto».
Un conto però sono le informative dei carabinieri, un altro le risultanze processuali.
Il timore di un intervento giudiziario sui pasticci contabili combinati da Belsito risulta infatti evidente anche dai comportamenti di alcuni «insospettabili».
Scrivono gli investigatori della Dia di Reggio Calabria: «Subito dopo la pubblicazione sugli organi di stampa nazionali degli investimenti del movimento politico Lega Nord all’estero, il gruppo sottoposto alle investigazioni, attraverso l’acquisito di schede telefoniche internazionali e nazionali intestate a ignari cittadini stranieri e caselle di posta elettronica attive su domini internazionali, si è creato una rete di comunicazione “clandestina”, per poter dialogare, come da loro detto esplicitamente, in modo sicuro e riservato».
Insomma, i leader della Lega, per parlare al telefono usavano i nomi di poveri extracomunitari ignari, gli stessi che volevano ricacciare oltre mare e che in questo caso tornano comodissimi.
«Bonet Stefano prosegue la nota Dia – per le conversazioni riservate, dotava Restaini Lubiana, segretaria della Lega alla Camera, di due utenze telefoniche intestate ad un cittadino senegalese e a uno del Bangladesh.
Senegal e Bangladesh
In quest’ottica, il 17 febbraio, l’imprenditore veneto contattava (da utenza intestata a tale Mattia Camurati) sull’utenza del cittadino Md Zalal Uddin (Bangladesh) la Restaini Lubiana, dipendente del Parlamento, che risulta vicina al senatore della Repubblica on. Roberto Castelli e all’on. Roberto Maroni e allo stesso Bonet Stefano, con la quale ha intrapreso un’ampia collaborazione con lo scambio di costanti e continui contatti telefonici.
Nel corso della telefonata – in alcuni momenti dai toni aspri, per via di come si stava sviluppando la vicenda del rientro dei capitali esteri —, la Restaini passava la conversazione al senatore Roberto Castelli».
Sapeva il senatore Castelli di parlare su un cellulare «extracomunitario»?
Non si sa.
Ma certo Castelli è molto bene informato dei pasticci africani di Belsito e dei suoi «favori» al «capo».
E «il nano» è furioso con lui: «Francesco dice che lui non sa come abbia potuto fare Castelli… che ne ha fatte più lui… Nadia dice che secondo lei perchè si è agganciato alla Rosi perchè prima non lo considerava nessuno…».
I figli del Senatùr
Insomma, dietro le rocambolesche vicende dei rimborsi elettorali del Carroccio emergono vicende di dispetti e ricatti tutti da indagare.
Come ad esempio il riferimento a una questione relativa a un figlio di Bossi, di cui si parla in un’intercettazione del 23 febbraio scorso, nella quale il «nano» Belsito si sfoga con la segretaria e responsabile «gadget» della Lega, Nadia Dagrada.
Scrivono gli investigatori: «Francesco chiede cosa dicono di lui alla Lega e aggiunge che l’unico che lo ha trattato bene è stato Riccardo e che gli ha promesso che quando vedrà il padre (Umberto Bossi) parlerà bene di lui. Nadia dice che invece l’altro è “un pezzo di merda”; (riferendosi probabilmente all’altro figlio di Bossi) e che poi deve raccontargli un episodio in cui lo hanno trattenuto un’ora e mezza in Questura, del quale riuscirà ad avere anche il verbale, e che comunque il padre non è stato avvisato…».
Di cosa si tratta?
L’unico episodio simile riguarda Roberto Libertà che 8 o 10 mesi fa, ancora minorenne, venne fermato dai carabinieri vicino a una cascina nei pressi di Angera, ritrovo di giovani un po’ sbandati.
Portato in caserma, vi rimase circa un’ora e mezza per l’identificazione.
Ne scaturì una denuncia contro i carabinieri presentata da un legale milanese.
La vicenda, trattata dal pm di Varese Petrucci, venne quindi archiviata.
Paolo Colonnello
(da “La Repubblica“)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
“MARONI VUOLE PRENDERSI LA LEGA, POSSONO CACCIARMI, MA UMBERTO RESTERA’ SEMPRE IL MIO CAPO”…”TROPPE COSE HANNO COME UNICO SCOPO QUELLO DI INFANGARE BOSSI”….”NON MI SONO DIMESSA PERCHE’ NON HO NULLA NASCONDERE”
«Guardi, sono ancora un po’ stordita… Comunque su, va bene, forza, cominciamola
questa intervista… e cominci lei, mi faccia una domanda, che io non saprei da dove partire».
L’altra sera, senatrice Rosi Mauro, subito dopo essere stata espulsa dalla Lega, lei è entrata nell’ufficio di Umberto Bossi, in via Bellerio. Cosa vi siete detti?
«Oh, beh… Entro e lui mi sorride, con un sorriso dei suoi. Poi mi fa: “Ora diranno che sei attaccata alla poltrona…”. Ironico e affettuoso, sì. Del resto, fosse dipeso da lui, da lui soltanto, mi avrebbe certamente salvata».
Invece Maroni ha detto: «O cacciate la Mauro e Belsito, o vado via io».
«Maroni, negli ultimi due anni, ha avuto un comportamento estremamente duro. Tanto duro da essere sospetto».
Sospetto, in che senso?
«Bah! Ogni volta che gli chiedono se ambisce a prendere il posto di Bossi, lui smentisce… Secondo me, però, il suo piano è proprio quello di prendersi la Lega».
Quindi secondo lei…
«Secondo me la stupida e meschina e falsissima storia del “cerchio magico”, da due anni a questa parte, è stata messa in giro con uno scopo ben preciso: lasciar intendere che l’Umberto avesse bisogno di protezione e di suggeritori, far immaginare insomma che il grande capo non ce la facesse più da solo».
Con lei, senatrice, soprannominata «la badante».
«Un soprannome tragico inventato appunto ad arte per offuscare l’immagine del nostro leader».
Del suo ex leader.
«Cosaaa?».
Dico: Umberto Bossi è il suo ex capo, o no?
«Assolutamente no! Possono cacciarmi dalla Lega, ma non possono certo impedirmi di continuare a considerare Umberto il mio capo».
Comunque il figlio del capo, Renzino, il Trota, l’hanno salvato.
«Salvato? No, non è il concetto esatto. Lui, un passo indietro, dimettendosi dalla Regione, l’aveva fatto. Piuttosto…».
Cosa?
«Considerato il clima che c’è dentro la Lega, spero con tutto il cuore che l’epurazione si fermi con me e con Belsito. Anche perchè Renzino è già stato massacrato mediaticamente .
«Ecco, appunto: le sembra normale quel filmato? No, scusi: io lo conosco, l’autista. E allora le cose sono due: o è impazzito di colpo, oppure dietro quel filmato c’è qualcosa di oscuro».
Tipo?
«È un altro passaggio del piano per infangare Umberto. In realtà , a Renzo andrebbe consentito di vivere la sua età , senza fingere di star lì a scandalizzarsi…».
Comunque qui ancora nessuno ha capito perchè lei, pur di non lasciare la vicepresidenza del Senato, si è fatta espellere dalla Lega.
«Non mi sono dimessa per principio. Perchè contro di me, a parte qualche vaga intercettazione, non c’è niente».
L’accusano di aver preso soldi attraverso il sindacato, il Sin.Pa.
«Si tratta di donazioni che il partito fa al sindacato, sul conto corrente del sindacato. Un anno 70 mila euro, un altro anno 80 mila, l’anno dopo magari 20 mila. Tutto in regola».
Poi c’è la storia della villa in Sardegna, sede fittizia del sindacato.
«Primo, non è una villa. Secondo, la casa è di mia proprietà da tre, quattro anni».
È lei o no la «nera» che, nelle intercettazioni, deve prendere 29 mila franchi?
«Non sono io, ho già detto che credo sia l’infermiera svizzera di Bossi».
L’assessore regionale alla Sanità Luciano Bresciani, medico di Bossi, sostiene però di non conoscere questa infermiera.
«Io parlo delle cose che so».
La segretaria di Bossi, Nadia Dagrada, afferma che 130 mila euro della Lega sono stati spesi per far ottenere una laurea a lei e al suo caposcorta, l’agente Pierangelo Moscagiuro, in arte Pier Mosca, cantante specializzato nelle imitazioni di Elvis Presley.
«Capitooo? M’hanno accusato di essermi comprata una laurea, ma io non sono laureata, accidenti!».
L’agente Moscagiuro è il suo fidanzato?
«Se anche fosse, non ci sarebbe niente di male. Comunque, no: è il mio caposcorta. Punto».
In alcune intercettazioni lei sembra in grande confidenza con il tesoriere Belsito, nei giorni in cui si seppe del losco affare in Tanzania.
«Io non so se quella roba della Tanzania fosse giusta o sbagliata. Su Belsito, visti i tanti punti oscuri di questa vicenda, aspetterei a esprimere giudizi».
Senatrice, ora cosa farà : davvero ha intenzione di non lasciare l’incarico di vicepresidente del Senato?
«Dovessi seguire la mia coscienza, non avrei dubbi: resterei al mio posto. Ma non nego di aver preso in esame anche la possibilità di abbandonare la politica».
Fabrizio Roncone
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 14th, 2012 Riccardo Fucile
NELLE INTERCETTAZIONI RIFERIMENTI A FIRME FALSE E VERSIONI TAROCCATE: LO STATO MAGGIORE DELLA LEGA MOBILITATO PER EVITARE CHE LA MAGISTRATURA SCOPRISSE LA VERITA’ SULL’USO DEI FONDI
Firme false e versioni concordate per cercare di «coprire» Francesco Belsito e le sue operazioni finanziarie illecite.
Sono le intercettazioni telefoniche a svelare come lo «stato maggiore» della Lega fosse mobilitato per evitare che la magistratura avviasse indagini sull’attività del tesoriere e scoprire l’uso privato dei fondi provenienti dai rimborsi elettorali.
In prima linea, in quelli che a volte appaiono veri e propri «depistaggi», ci sono l’onorevole Roberto Calderoli – «reggente» del partito insieme a Roberto Maroni e Manuela Dal Lago – e Piergiorgio Stiffoni membro del comitato amministrativo insieme a Roberto Castelli.
Ma anche Giancarlo Giorgetti.
Uno si fa dettare dall’avvocato di Belsito la linea pubblica da tenere, l’altro accetta di siglare un documento retrodatato per dimostrare la regolarità degli investimenti. I
l terzo è indicato tra i partecipanti agli incontri con l’imprenditore Stefano Bonet, ora indagato per riciclaggio, che ha messo a disposizione i propri conti esteri.
Quello delle «coperture» è un capitolo che i magistrati di Milano, Napoli e Reggio Calabria stanno adesso esplorando per valutare le ulteriori responsabilità penali.
Anche perchè era stato proprio Belsito, parlando di soldi con Rosi Mauro, a chiedere: «Come li giustifico quelli di Calderoli?».
Calderoli e l’intervista
È il 24 febbraio, lo scandalo dei soldi investiti in Tanzania, a Cipro e in Norvegia è ormai esploso.
All’interno del Carroccio si cerca una soluzione. Annotano gli investigatori della Dia nella loro informativa: «Si registra una conversazione tra l’avvocato Scovazzi e l’onorevole Calderoli, il quale dovendo rilasciare una intervista al Secolo XIX concorda con il legale di Belsito gli argomenti da utilizzare per difendere lo stesso Belsito dagli articoli di stampa che lo attaccano».
Il brogliaccio dà conto del colloquio: «Calderoli dice che questa mattina il giornalista ha preteso un’intervista sulla questione, in un primo momento il suo addetto stampa aveva cercato di mediare, dicendo che sono due mesi che non rilascia dichiarazioni a nessun quotidiano nazionale, ma poi sempre Calderoli dice di aver riflettuto perchè non usare l’intervista cercando di vendere le nostre buone ragioni. Scovazzi dice che secondo lui questa intervista che gli vogliono fare non la vogliono realizzare per sentire le loro buone ragioni, ma lo fanno solo per attaccarli, anzi gli chiederanno come mai la Lega non prende delle posizioni forti contro questo tale (Belsito).
L’avvocato aggiunge che l’unica cosa che lui gli può dire e che in buona sostanza su tutte le vicende che riguardano Francesco (Belsito) hanno fatto dei processi dopo che i processi erano già stati fatti, perchè relativamente ai fatti dei giorni scorsi, si tratta di due indagini archiviate».
Calderoli propone possibili titoli da sottoporre al giornalista: «Fallimento, e non c’è mai stato un fallimento; per il titolo di studio è stato assolto in primo grado e successivamente è intervenuta comunque una prescrizione su una assoluzione; sul discorso della Tanzania l’operazione è già rientrata, i consulenti erano persone completamente a titolo gratuito».
In realtà Calderoli sa perfettamente che Stefano Bonet, l’imprenditore che ha gestito il trasferimento dei fondi, sta chiedendo una percentuale proprio alla Lega.
Quali potessero essere i suoi timori, li aveva spiegati poco prima Belsito parlando con un’amica, come si legge nella trascrizione della conversazione: «Belsito dice che prima lo ha chiamato il segretario di Calderoli dicendogli che hanno appena mandato a fare in culo Mari (giornalista del Secolo XIX ), in quanto lo stesso Mari aveva detto che voleva parlare urgentemente con Calderoli e che se non fosse riuscito a parlargli, lo avrebbe sputtanato».
In quei giorni i contatti tra l’onorevole e il tesoriere sono frequenti.
È proprio Calderoli a cercarlo quando Umberto Bossi vuole vederlo.
Il 6 febbraio viene intercettata una telefonata tra Belsito e Romolo Girardelli, il procacciatore d’affari legato alla «cosca De Stefano» della ‘ndrangheta. «Belsito dice che sono 9 giorni, anche il capo voleva incontrarlo oggi e lo ha cercato anche Calderoli per dirglielo ma che lui non ci è andato perchè non sa cosa deve dire. Calderoli gli ha detto che il capo vuol sapere quando è tutto a posto. Castelli gli ha scritto una raccomandata nella quale ha scritto che di tutto quello che gli chiede ogni volta non gli dà mai niente, Belsito dice che Castelli vuol fare il Giustiziere. Belsito dice che domani dovrà andare a Roma a parlare col Capo e che gli dirà che è ancora tutto fermo».
Rosi e l’atto falsificato
Tra gennaio e febbraio gli uomini di vertice della Lega si attivano per cercare una soluzione che salvi Belsito e dunque l’intero partito.
Il 7 febbraio il tesoriere chiama Rosi Mauro. È scritto nell’informativa: «Belsito le riferiva che la sera precedente si era visto a cena con l’onorevole Piergiorgio Stiffoni, con il quale commentava la vicenda relativa al trasferimento dei soldi della Lega all’estero. In particolare Stiffoni esternava il timore che la vicenda in questione, qualora non gestita con le dovute cautele, avrebbe potuto scatenare un terremoto all’interno del Movimento pregiudizievole alla leadership di Bossi.
Il timore appalesato dallo Stiffoni, a dire di Belsito, poteva essere evitato qualora i membri del comitato amministrativo (Stiffoni e Castelli) avessero firmato il documento mandatogli da Belsito inerente l’istituzione dei fondi.
È evidente che il documento a cui faceva riferimento Belsito era l’autorizzazione affinchè Belsito avesse potuto disporre l’operazione in essere. Rosi Mauro, riscontrando le difficoltà appalesate da Belsito lo consigliava di parlare del comportamento tenuto dai suddetti parlamentari, direttamente con Bossi».
L’8 febbraio i due affrontano nuovamente la questione e «Belsito comunicava che era sua intenzione scrivere una lettera ai due parlamentari invitandoli a sottoscrivere “l’autentica delle firme”».
E poi, riferendosi a un’altra vicenda, evidentemente sempre economica aggiungeva che «”la tua operazione” riferita alla Mauro, l’avrebbe fatta dal Banco di Napoli poichè in tale istituto non si correva alcun rischio di controllo essendo di fatto sotto i riflettori la Banca Aletti ove, peraltro, a dire del Belsito non avrebbero trovato nulla».
Due giorni Rosi Mauro «contattava nuovamente Belsito per avere informazioni circa l’avvenuta firma di Stiffoni e Castelli di un atto verosimilmente da identificare nell’autentica delle firme. Belsito affermava che ciò era stato fatto da Stiffoni mentre non aveva riscontro dell’operato di Castelli».
Il Vaticano, i dossier e le banche
La vicenda sembra aver creato numerosi problemi e contrasti all’interno del Carroccio tanto che, secondo Belsito, «il “capo” si vuole dimettere, vuole fare un altro partito».
Ma anche gli altri personaggi coinvolti nella vicenda raccontano di avere problemi.
Il 25 gennaio l’imprenditore Bonet si lamenta con un amico per le conseguenze che può avere sui propri affari.
E cita in particolare la Santa Sede spiegando che «gli sta facendo recapitare il dossier che stanno preparando per il Vaticano, nel quale, tra l’altro, inseriranno delle controdeduzioni alle accuse “infamanti” di questi ultimi giorni, in modo che gli dia uno sguardo ed esprima un suo parere, soprattutto su “una posizione politica” che deve decidere come metterla.
Bonet spiega il motivo di tale memoriale dicendo che lo sta preparando per evitare problemi in futuro (con il Vaticano) considerato l’incarico che gli stanno per dare e per il quale è possibile che gli venga richiesta qualche spiegazione circa il coinvolgimento di Bonet nella vicenda con Belsito e i fondi della Lega».
Un ruolo chiave in questa partita lo riveste, secondo gli inquirenti, l’avvocato calabrese con studio a Milano Bruno Mafrici.
Secondo alcuni atti pubblicati dal Corriere della Calabria il professionista – indagato per riciclaggio in questa inchiesta – «ha rapporti con i big della politica calabrese come il governatore Giuseppe Scopelliti e l’assessore regionale Mario Caligiuri.
Nel suo studio nel capoluogo lombardo, nella centralissima via Durini a pochi passi dal Duomo, gli inquirenti identificano la base operativa dove la politica incontrava gli ambasciatori finanziari della ‘ndrangheta e con loro stendeva accordi e faceva affari».
Sarebbe stato proprio Mafrici, in un’intercettazione con Belsito e Bonet, a valutare la possibilità di spostare i soldi già trasferiti a Cipro e in Tanzania, su un conto della banca Arner, l’istituto di credito diventato famoso perchè il conto numero 1 è intestato a Silvio Berlusconi.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 12th, 2012 Riccardo Fucile
OGGI RESA DEI CONTI AL CONSIGLIO FEDERALE…IPOTESI SOSPENSIONE PER NOVE MESI CHE IMPEDIREBBE LA CANDIDATURA DELLA ROSY MAURO ALLE PROSSIME ELEZIONI…L’ART 15 DELLO STATUTO VIETA CHE PRESIDENTE E SEGRETARIO SIANO DELLA STESSA REGIONE
Belsito sì, la Rosy chissà . L’unica cosa certa, in questo consiglio federale della Lega che si
riunisce oggi in via Bellerio è l’espulsione dell’ex tesoriere, che tra l’altro è già stato costretto alle dimissioni dall’incarico di partito.
Rosy Mauro, invece, non vuole lasciare la poltrona di vicepresidente del Senato, nonostante glielo abbia chiesto Bossi con una telefonata.
E nonostante la terra bruciata che le stanno facendo intorno nell’aula del Senato.
A cominciare dal presidente Renato Schifani, che ieri presiedeva la seduta al posto della Mauro, rimasta nel suo ufficio.
E continuerà a farlo, come ha spiegato alla capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, «fino a quando ci sarà l’opportunità di salvaguardare il decoro dello Stato».
Sul fronte interno alla Lega, le cose sono un po’ più complicate.
«Rosy Mauro ha disobbedito a un ordine del presidente federale», è l’accusa dei rinnovatori raccolti attorno a Maroni.
L’ex ministro ne parla anche ospite di Vespa a Porta a Porta dove discute di Bossi, che «si è reso conto di aver sbagliato con me»; di « unità padana: basta gufare: inizia la fase nuova. Ci sono le condizioni per ripartire con l’unità interna. Ho visto un sondaggio, possiamo arrivare al 15%».
Poi liquida la teoria di Bossi sul complotto: «Non credo che ci sia un complotto dei servizi segreti nè della magistratura. L’errore è nostro che non abbiamo controllato. Lo so bene perchè sono stato ministro dell’Interno».
E infine torna su Rosy Mauro rispondendo così a Vespa che gli chiede se la Mauro oggi sarà espulsa: «Al consiglio federale si capirà se la permanenza di alcuni dirigenti è ancora possibile; la mia posizione è che si debba fare pulizia dei traditori e dei comportamenti non da leghisti».
E ancora: «Il partito le chiede di dimettersi e lei si deve sentire obbligata».
Sta di fatto che alla vigilia del federale, sono in pochi a scommettere che per “la badante”, come da anni la chiamano i suoi nemici interni, oggi sarà davvero il giorno dell’addio forzato al Carroccio.
Il fatto è che Bossi, nonostante quella telefonata, appare molto più prudente di Maroni.
Tanto che sulla cacciata della Mauro tra i due sembra profilarsi un braccio di ferro che confermerebbe le riserve dell’ex segretario sulla marcia trionfale di Bobo verso la conquista del partito al congresso federale anticipato a fine giugno.
«La Rosy è brava, non è come la dipingono, vediamo», ha ragionato a voce alta il Senatùr alla fine del suo intervento alla «serata delle scope».
Ma non solo quelle parole a seminare più di un dubbio sullo scenario che ancora ieri Maroni immaginava: il “federale” chiederà formalmente alla Mauro di lasciare la poltronissima del Senato, e se lei dovesse opporre un nuovo rifiuto scatterebbe l’espulsione.
Riserve di Bossi a parte, di sicuro – considerata la composizione del parlamentino leghista – ci sarà qualcuno pronto a frenare sulla proposta della cacciata ignominiosa. Tuttavia qualcosa bisognerà pur fare, ed ecco allora profilarsi una seconda ipotesi: una sospensione di nove mesi, che per statuto è la massima sanzione dopo l’espulsione.
Se così fosse, la Mauro verrebbe pure degradata,in modo automatico, da “militante” a “sostenitore”.
E non sarebbe più ricandidabile alle elezioni politiche dell’anno prossimo.
È solo un’ipotesi, oggi tutto è possibile.
Ma il solo fatto che venga affacciata la dice lunga sulle tensioni che si registrano ai piani alti della Lega.
Intanto, a spulciare lo Statuto, non sembra immaginabile che a giugno il congresso possa confermare il Senatùr nella carica di presidente con Bobo leader.
L’articolo 15, infatti dice in modo chiaro che presidente e segretario non possono appartenere alla stessa “nazione” (vuole dire regione, nel complicato linguaggio dei leghisti).
Un bel problema, anche se Maroni, sempre da Vespa, dice che lo statuto della Lega «si può anche cambiare».
Sarà , ma Bossi ieri è tornato a marcare qualche distanza da Bobo.
Nell’intervista alla Padania oggi in edicola, il vecchio capo così commenta la “visita” dei leghisti ai pm milanesi che indagano sui conti del partito: «Hanno fatto bene ad andare con Maroni per dirsi disponibili ai chiarimenti, manon dimentichiamoci che i tempi della politica non li decide la magistratura ».
Poi la messa in guardia da «eventi esterni che aspettano solo il momento opportuno per cavalcare divisioni e sperare di rompere l’unità della Lega».
Rodolfo Sala
(da “la Repubblica”)
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