Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
È SCONTRO, ECCO PERCHà‰: I NODI DA SCIOGLIERE… OGGI SI PREVEDE IL RITIRO DEL PROVVEDIMENTO CHE ANNULLA GLI ANNI DI SERVIZIO MILITARE E DI UNIVERSITA’… ENNESIMA FIGURACCIA DEL GOVERNO
Gli interventi sul sistema previdenziale ipotizzati ieri nel vertice di maggioranza saranno
con tutta probabilità modificati se non addirittura eliminati: è quanto emerge in ambienti Pdl dopo il polverone che sui è alzato sull’impatto sociale della manovra e sui rischi di una valanga di cause in particolare per quanto riguarda le norme sul riscatto degli anni di laurea e sull’anno di servizio militare.
Ieri sera il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi ha incontrato i vertici degli entri previdenziali e per oggi è previsto un incontro con il ministro della semplificazione Roberto Calderoli proprio sull’impatto «sociale» degli interventi in materia previdenziale.
L’esclusione dei periodi di laurea e di servizio militare riscattati dal calcolo dei 40 anni di anzianità contributiva per uscire dal lavoro senza limiti di età annunciata ieri, infatti, potrebbe riguardare circa 100.000 lavoratori l’anno (secondo i calcoli più prudenti, 130.000 secondo stime sindacali) persone che a fronte di aspettative «tradite» potrebbero decidere di avviare un contenzioso con buone possibilità di vincere la causa.
I nodi sul tappeto sono diversi e renderanno difficile mantenere in campo l’intervento aprendo la via a modifiche.
In particolare le ipotesi avanzate dalla maggioranza danneggiano chi ha riscattato gli anni di laurea.
Chi va in pensione con il metodo retributivo e 40 anni di anzianità , infatti, può ricevere al massimo l’80% della media delle retribuzioni degli ultimi anni.
In questo caso l’esclusione degli anni di laurea dal conteggio dei 40 anni varrebbe non solo per i tempi di pensionamento (con un rinvio di 4 anni) ma anche per il calcolo dell’assegno dato che il rendimento massimo non può superare l’80%.
Chi ha riscattato gli anni di laurea sarebbe quindi doppiamente beffato perchè avrebbe pagato per non ottenere nulla in cambio.
L’accordo inoltre non chiarisce quale sarà la sorte dei lavoratori che avevano più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, fino ad ora rassicurati dal calcolo della loro pensione su base retributiva (chi ne aveva meno ricadeva nel misto mentre gli assunti dal 1996 hanno il metodo contributivo).
Non è chiaro se lo scorporo degli anni di servizio militare e di laurea andrà a decurtare quel «pacchetto» facendo rientrare una parte di loro tra coloro che avevano meno di 18 anni di contributi e quindi inseriti nel gruppo del calcolo «misto», retributivo-contributivo.
Appare infine a rischio anche il fronte della differenziazione tra chi va in pensione con le quote (60 anni di età e 36 di contributi nel 2011, dei quali nel caso 32 di effettivo lavoro oltre agli anni di laurea), che mantiene il diritto a fare valere gli anni riscattati, rispetto a chi va con 40 che si troverebbe invece a lavorare 40 anni effettivi (non valendo ai fini dell’uscita gli anni riscattati).
Ecco i nodi sul tappeto
CHI VA IN PENSIONE CON IL METODO RETRIBUTIVO A 40 ANNI DI ANZIANITà€ PUà’ AL MASSIMO RICEVERE L’80% DELLA MEDIA RETRIBUZIONE DEGLI ULTIMI ANNI: di fatto quindi non solo queste persone dovranno restare un anno in più (o cinque nel caso del riscatto anche della laurea), ma perderanno quanto versato come riscatto di questi periodi, poichè nel calcolo della pensione con questo metodo il rendimento massimo è l’80%.
NODO RIFORMA DINI: cosa succederà di coloro che a fine 1995 avevano più di 18 anni di contributi e quindi mantenevano il metodo di calcolo retributivo (chi ne aveva meno ricadeva nel misto mentre gli assunti dal 1996 hanno il metodo contributivo)? L’anno di servizio militare e gli anni di laurea verranno considerati al di fuori di quegli anni?
STATALI: C’è una norma nel decreto 78/2010 che prevede la possibilità per le amministrazioni pubbliche di interrompere il rapporto con i lavoratori che hanno 40 anni di anzianità . Gli anni adesso esclusi saranno considerati o no nel calcolo per arrivare a 40?
40 ANNI E QUOTE, RISCHIO INIQUITà€: appare a rischio anche il fronte della differenziazione tra chi va in pensione con le quote (60 anni di età e 36 di contributi nel 2010, dei quali nel caso 32 di effettivo lavoro oltre agli anni di laurea), che mantiene il diritto a fare valere gli anni riscattati, rispetto a chi va con 40 che si troverebbe invece a lavorare 40 anni effettivi (non valendo ai fini dell’uscita gli anni riscattati).
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
ITALIANI INDIGNATI SU BLOG E NETWORK DOPO LA NOTIZIA CHE GLI ANNI DEL SERVIZIO MILITARE E QUELLI UNIVERSITARI NON POTRANNO PIU’ ESSERE CONTEGGIATI PER CALCOLARE L’ETA PENSIONABILE… “IL GOVERNO SCARICA IL COSTO DELLA MANOVRA SUI PIU’ DEBOLI”…”CHE FINE FARANNO QUEI 18 MILIONI SPESI PER RISCATTARE LA LAUREA?”
Un anno di vita militare “buttato al vento”. 
Abbiamo servito la patria e “adesso ci ripagano così”. Per il nostro governo “lo studio e l’università sono solo tempo sprecato”.
E’ un gioco di specchi.
Non appena si diffonde la notizia che gli anni dell’università e del servizio militare non potranno più essere conteggiati per calcolare l’età pensionabile, in rete scatta l’indignazione dei cittadini.
In migliaia criticano con durezza l’ultima scelta dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
“Mi state rubando quattro anni di riscatto di studi universitari e un anno di servizio militare mentre i vostri privilegi restano gli stessi”.
La rabbia è diffusa.
Per un governo “che protegge sempre e comunque gli interessi dei più ricchi”.
Che scarica il “costo della manovra finanziaria sui più deboli, su chi ha fatto enormi sacrifici per studiare e assolvere ai doveri nei confronti del Paese”.
Facebook e i social network diventano veicolo di una protesta che mette insieme migliaia di cittadini.
Nel mirino, finiscono tutti i privilegi non scalfiti dalle misure della manovra di Ferragosto.
L’amarezza emerge da numerosi commenti. Tra gli altri: “Vivevo in Inghilterra, dovetti abbandonare tutto per fare il militare e adesso non me lo conteranno nemmeno”.
E ancora: “Che fine faranno quei diciotto milioni spesi per riscattare la mia laurea?”.
Sotto accusa la scarsa lungimiranza del governo, che “compie scelte incredibili solo perchè ha negato per tre anni l’esistenza della crisi”.
C’è chi scrive: “Attaccarsi al riscatto della laurea e del servizio militare, non mi sembrano proprio grandi pensieri… Ma perchè non intervenire sui grandi patrimoni?”.
Non manca chi scatena la polemica politica, puntando il dito contro gli elettori del centrodestra: “Chi devo ringraziare per aver dato il voto a chi oggi vuole togliermi l’anno di servizio militare – oltretutto obbligatorio – ai fini pensionistici?”.
E la classe politica diventa destinataria della maggior parte delle critiche.
“Perchè io devo aspettare sempre di più per andare in pensione e a un parlamentare bastano cinque anni, e anche meno, per poter percepire un vitalizio d’oro?”.
E poi: “Come al solito loro non pagano: non hanno nemmeno la forza di fare quello che avevano promesso: le province non saranno più abolite”.
C’è chi entra nel merito della questione, portando alla luce iniquità e ingiustizie: “Faccio presente che il servizio militare fino agli anni 80, durava 18 mesi. Io andrò in pensione un anno e mezzo più tardi dei miei colleghi che non hanno fatto il militare”.
C’è chi approfitta per sottolineare l’importanza dello sciopero generale dichiarato dalla Cgil per il 6 settembre.
“Tra una settimana tutti in piazza, per difendere tutto quello che ci stanno rubando, giorno dopo giorno”.
E un duro attacco arriva da Cgil-Medici, che denuncia come l’esclusione degli anni di università dal conteggio dell’anzianità per la pensione “determinerà proprio nei confronti dei medici il maggior taglio che oscilla tra i dieci e i dodici anni, considerando che ai sei anni per la laurea vanno aggiunti dai quattro ai sei anni per la specializzazione”.
E si annunciano pesanti ripercussioni anche sugli insegnanti: la riforma, infatti, costringerà 350 mila docenti di scuola media e superiore ad andare in pensione a 65 anni, anzichè prima.
Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
LO STOP AL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ RIPRISTINA LE NORME IN VIGORE PER IL PUBBLICO IMPIEGO CHE NON PREVEDEVANO LA DEDUCIBILITA’… RIMANGONO LO SLITTAMENTO DELLE TREDICESIME E IL POSTICIPO DELLA LIQUIDAZIONE
Cancellato il contributo di solidarietà . Sì, ma per chi?
Lavoratori del privato e autonomi, sicuramente.
Almeno quelli che presentano regolare dichiarazione dei redditi.
Perchè la supertassa ora sparita dalla manovra bis, dopo mille polemiche e proteste (una “follia”, la definizione della presidente di Confindustria, Marcegaglia), in realtà risparmia solo alcuni dei 511 mila contribuenti dall’obbligo alla solidarietà di Stato, che ora festeggiano lo scampato obolo.
Rimangono fuori, difatti, dipendenti pubblici e pensionati “d’oro”, per i quali il prelievo straordinario era già scattato.
Dal primo gennaio di quest’anno per i primi (in base alla manovra 2010).
Dal primo agosto per i secondi (in base alla manovra di luglio).
La solidarietà , quantificata in 3,8 miliardi di euro in tre anni, dunque non evapora del tutto e, ironia o beffa, si addensa sulle buste paga dei soliti noti.
Lo diceva anche la manovra di Ferragosto.
Estendiamo a tutti il contributo, perchè sia più giusto ed equo, e in più lo rendiamo deducibile.
Ora, dopo il colpo di spugna, il cerino scotta nelle mani di chi invece attendeva uno storno di quanto già versato, da mesi, sperando poi di recuperare qualcosa dalla deducibilità .
Ed è un cerino che riporta tutti al punto di partenza.
I malumori riprendono a correre. Molti dipendenti pubblici avevano presentato, o erano in procinto di farlo, una serie di ricorsi alla Corte Costituzionale.
Ricorsi contro una misura giudicata irrazionale e discriminatoria che ora ripartiranno.
Il prelievo, dunque, rimane, identico per dipendenti pubblici e pensionati: il 5% da applicare sulla parte che eccede i 90 mila euro e il 10% su quella sopra i 150 mila euro. Senza deduzioni e senza carichi familiari.
E senza più nessuno che si stracci le vesti contro la tassa che colpisce gli onesti.
Alla fine, la manovra bis, rinnovata dal vertice di Arcore, sembra abbattersi con decisione sul comparto pubblico.
Rimangono in piedi lo slittamento delle tredicesime, se il dicastero non centra gli obiettivi di risparmio, il posticipo di due anni della liquidazione per chi anticipa il pensionamento, i tagli ai ministeri (6 miliardi nel 2012 e 2,5 miliardi nel 2013), l’inefficacia delle promozioni sul calcolo del Tfr se maturate da meno di tre anni, i trasferimenti facili di dirigenti e prefetti.
A queste misure si aggiungono gli effetti della manovra 2010 come il blocco di salari, contratti, carriere.
Blocco allungato di un anno dalla prima manovra di luglio.
A preoccupare, c’è pure la stretta sulle pensioni, decisa ieri: 700 mila docenti, 200 mila medici, e poi prefetti, magistrati, poliziotti, dirigenti pubblici hanno già pagato per riscattare la laurea.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
TOLGONO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ MA ATTACCANO LE PENSIONI E I DIRITTI ACQUISITI, MENTRE GLI ONOREVOLI SI PRIVANO SOLO DI SPICCIOLI… IL GIOCO DELLE TRE CARTE E DEI TRE FALSARI
Tagli di carta, più che di casta.
Il governo ha usato le forbici contro la sua stessa manovra, la versione ferragostana varata il 13: niente abolizione per le Province con meno di 300mila residenti, niente accorpamento per i Comuni sotto i mille abitanti (solo servizi condivisi).
Salve 50mila poltrone dorate, molte di potere e tanto, tanto leghiste.
Il pranzo di Arcore vale soltanto due buoni propositi, pura fantasia per una legislatura al tramonto e un governo a brandelli: un disegno di legge costituzionale per cancellare le Province (107 enti) e per dimezzare il numero dei parlamentari (945 in totale).
La rinascita dei presidenti di Provincia ha del miracoloso.
A ferragosto 37 di loro erano praticamente disoccupati, ovviamente al prossimo turno elettorale.
Una settimana fa, conteggiando la scomparsa dei gonfaloni provinciali con l’estensione del territorio, i mal capitati erano 26.
Adesso sono zero.
Il sacrificio di casta rinforzava la manovra con 1,5 miliardi di euro di tagli, subito.
Non c’è una cifra definitiva.
Perchè il testo del governo più che una riforma era un proclama, dunque la relazione dei tecnici del Senato si è fermata all’evidenza: “Non è possibile quantificare i benefici”.
Il ministro Roberto Calderoli ha provocato la resurrezione dei politici locali da quel di Rimini, tra le tavole rotonde di Comunione e Liberazione: “Castronerie. Comuni e Province hanno già dato tanto”.
Stavolta la mira di Tremonti-Berlusconi, la coppia scoppiata per eccellenza, punta altissimo: via le Province, tutte.
Quando? Chissà .
Un Parlamento virtuoso può modificare la Costituzione in un paio di anni — dicono il Pd e l’Idv — qui la situazione è un po’ diversa e i tempi sono lunghi, ma davvero lunghi.
In teoria, il governo promette risparmi per 4 o 5 miliardi: in pratica, la speranza è già troppa.
Anche i paesini sono risorti, capitanati dal combattivo Osvaldo Napoli (Pdl), presidente facente funzione Anci e primo cittadino di Valgioie, paesino di 700 abitanti in provincia di Torino.
L’unificazione coatta di mille e cinquecento campanili era possente come un soffio: decine di milioni di euro, non di più.
Con il volontariato per quei consiglieri e assessori che guadagnano un gettone di presenza di 20 euro.
Senza toccare la burocrazia amministrativa con un dipendente comunale ogni cento abitanti.
L’Italia dei Valori propone di concentrare la macchina di spesa dei centri inferiori ai 20mila abitanti, allora il saldo — per dirla con Calderoli — sarebbe evidente: 3 miliardi di euro.
Il comunicato stampa di Arcore crea un po’ di panico tra deputati e senatori: confermato il contributo di solidarietà .
Che può diventare, secondo preferenze, un obolo per sedare i cittadini o una presa in giro di un paio di giorni.
Tolta la tassa per i redditi oltre i 90mila euro, resta il prelievo con aliquota doppia ai parlamentari con un’indennità che supera i 90mila euro (10%) o i 140mila (20%).
Escluse diaria e rimborsi, veri e propri stipendi, la spuntatina all’indennità su base mensile pesa dai 2mila ai 5mila euro l’anno per una volta sola.
Un buffetto addolcito con la promessa impossibile di ridurre gli scranni di Montecitorio e palazzo Madama per via costituzionale.
Le intenzione erano chiare già con la tassa per i parlamentari con doppio lavoro: chi ha uno stipendio superiore al 15% dell’indennità , comprese le altre entrate parlamentari, intasca metà indennità .
L’ipotetica rinuncia, che non colpisce nessuno, sarebbe intorno ai 2mila euro.
La manovra ha prodotto abbondanza di cavilli e articoli per intimorire i politici, peccato che nei fatti sia innocua.
C’è un comma tra i tanti che obbliga i parlamentari a volare in classe economica.
Sarà così.
Anche perchè i voli nazionali non prevedono posti di pregio. Solo privilegi.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
PRESSIONE FISCALE RECORD NEL 2014: IL 44,5%…. NECESSITA’ DI ABOLIRE LE PROVINCE…”EVENTUALI CAMBIAMENTI DOVREBBERO ANDARE VERSO LA RIDUZIONE DEL PESO DEGLI AUMENTI DELLE ENTRATE”
Bankitalia è critica sulla manovra. 
«Eventuali cambiamenti nella struttura della manovra dovrebbero andare nella direzione di ridurre il peso degli aumenti delle entrate, accrescere il ruolo delle misure strutturali, minimizzare gli effetti negativi sul prodotto, contenere l’incertezza circa l’attuazione di alcune misure (quali la delega fiscale e assistenziale e le modalità con cui verrà esercitata la relativa clausola di salvaguardia.
L’entità della manovra non può essere ridotta, anche alla luce della sfavorevole evoluzione del quadro macroeconomico internazionale».
Lo ha detto il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel corso dell’audizione sulla manovra in Commissione Bilancio del Senato.
«L’attuazione delle misure correttive – ha aggiunto – andrà attentamente monitorata». «L’aggiustamento dei conti, necessario per evitare uno scenario ben più grave, avrà inevitabilmente effetti restrittivi sull’economia» ha aggiunto Visco.
Per Bankitalia, visto anche il rallentamento del commercio mondiale, si rischia «una fase di stagnazione che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito sul pil». Per questo «il riequilibrio dei conti deve associarsi a una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita della nostra economia».
Il risanamento dei conti pubblici per il pareggio di bilancio nel 2013 «rallenterà la crescita ma non ha alternative» ha spiegato Visco.
«Ogni altro scenario – ha aggiunto – condurrebbe a risultati più traumatici per il nostro paese».
«In un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto – ha spiegato ancora Visco – , potrebbe prefigurarsi una crescita del Pil inferiore al punto percentuale nell’anno in corso e e ancora più debole nel 2012. Ciò si rifletterebbe inevitabilmente sui conti pubblici, rendendo più difficile il pareggio di bilancio e rallentando la flessione del peso del debito pubblico».
A seguito della manovra la pressione fiscale, sempre secondo Visco, arriverà a livelli record nel 2014.
Il vicedirettore generale della Banca d’Italia ha avvertito: «la pressione fiscale salirà soprattutto nel 2012 e nel 2013 (rispettivamente di 1,1 e 0,7 punti); nel 2014 si attesterà al massimo storico del 44,5%».
E «tale livello potrebbe essere ancora maggiore – ha aggiunto – se gli enti decentrati compensassero, anche solo in parte, la riduzione dei trasferimenti statali con un aumento dell’imposizione a livello locale. Di contro, l’impatto sul prelievo potrebbe venir mitigato qualora, come indicato dal governo, almeno una parte dell’aggiustamento connesso con l’esercizio della delega fosse realizzato sul lato della spesa».
Per Visco inoltre c’è da fare qualcosa di più anche sul fronte della riduzione del peso degli apparati istituzionali.
«Un più deciso intervento sugli apparati istituzionali darebbe risparmi significativi nel medio termine, oltre a sottolineare l’urgenza del riequilibrio dei conti pubblici» afferma il vicedirettore generale della Banca d’Italia.
«La razionalizzazione dei diversi livelli di governo- spiega Visco – dovrebbe mirare a semplificare i processi decisionali e a evitare duplicazioni di funzioni e sovrapposizioni di competenze».
Una parte delle funzioni delle Province, propone Bankitalia, «potrebbe essere riallocata ai Comuni, che già hanno responsabilità in materia di istruzione, cultura e beni culturali e politiche sociali. Funzioni riferibili ad ambiti territoriali più ampi (trasporti, gestione del territorio, tutela dell’ambiente, sviluppo economico) potrebbero invece passare alle Regioni.
Ciò favorirebbe una razionalizzazione degli interventi in tali ambiti.
Una sostanziale riduzione delle competenze delle Province consentirebbe un significativo snellimento dei relativi apparati burocratici e degli organi rappresentativi e non trascurabili risparmi».
Sul fronte della previdenza per Visco è necessario portare a 65 anni, già nel 2012, l’età di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato.
«Si potrebbe altresì anticipare – ha detto Visco – l’incremento dell’età di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato da 60 a 65 anni (l’avvio del processo potrebbe essere già a gennaio del 2012 quando alle lavoratrici del pubblico impiego si applicherà il requisito dei 65 anni)».
Anche perchè «l’intervento assicurerebbe risparmi non trascurabili dal 2013 e crescenti negli anni successivi».
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?
Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
MANOVRA RISCRITTA, BOSSI E TREMONTI SBUGIARDATI… BUCO NERO SUI NUMERI: MANCHEREBBERO 20 MILIARDI PER FAR QUADRARE I CONTI
È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. 
Quasi di soppiatto, da sconfitto.
Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà , che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì.
Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi.
È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità .
Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente.
E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop.
La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto.
Con un’unica eccezione, quella di Maroni.
Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali.
Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.
Ma soprattutto, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia.
“Per la prima volta — ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto — non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”.
Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla.
Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”.
Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.
Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà , ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà ”.
Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.
Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti — che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio — ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi.
Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima.
Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta.
È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato.
Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula.
Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto.
Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”:
“Non vedo come possano quadrare questi conti”.
Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20.
Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.
Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”.
Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini.
Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.
“Berlusconi — commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria — ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”.
Forse.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
GLI ANNI NON LAVORATI NON VALGONO PIÙ PER L’ANZIANITà€… SCOPPIA LA RIVOLTA DEI MEDICI, A RIPOSO ANCHE CON UN DECENNIO DI RITARDO
Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani.
Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà “l’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.
Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.
Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università : qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici perchè si deve tener conto degli anni di specializzazione.
Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”.
In sostanza, si tratta di un nuovo — ma più subdolo — scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già al sistema delle cosiddette “finestre.
Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali.
Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo.
Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già 40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia.
“Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata.
In realtà non è ancora chiaro come sarà congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare – surrettiziamente – alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015.
Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio.
In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero — a regime, cioè dal 2016 — altri due l’anno all’incirca.
Ma sono tutti calcoli da verificare.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
“POSSONO CAMBIARE I FATTORI, MA NON IL PRODOTTO”… IL RISCHIO CHE LA MANOVRA INIZIALE DI TREMONTI VENGA STRAVOLTA… BRUXELLES E’ CON LUI
L’esame della manovra di ferragosto non è finito.
Anzi, quasi non è cominciato, e ora è certamente sospeso.
«In effetti, l’analisi è ferma da giorni», ammette una fonte europea tirando le somme d’un agosto intenso per i servizi della Commissione Ue, settimane che hanno visto l’Eurozona alla prova della speculazione impazzita, costretta a gestire manovre correttive nazionali spesso confuse e tentativi anche maldestri di calmare i mercati. Sulle polemiche romane le voci ufficiali tacciono, è consolidata l’abitudine di «non intervenire nei dibattiti politici interni agli stati membri».
Nei corridoi le facce sono però preoccupate. «Se saltano gli obiettivi del decreto – si commenta a voce bassa -, è ovvio che bisognerà rinegoziare tutto il pacchetto».
Giulio Tremonti ne è consapevole.
Dal Tesoro l’apprensione per l’equilibrio fragile dei rapporti con Bruxelles è cominciata a filtrare venerdì, ventiquattro ore prima che l’uomo di via XX Settembre l’esprimesse al Meeting di Rimini.
Dicono le fonti europee che i contatti fra gli uomini del commissario Olli Rehn e i tecnici del ministero dell’Economia sono costanti.
C’è persino un tono comprensivo quando nella capitale europea chiedono «e allora?» e in riva al Tevere non riescono ad opporre altro se non «un ci stiamo lavorando» che trasuda incertezza.
Gli uni vorrebbero sapere, gli altri vorrebbero dire.
Chiaro che la battaglia, in queste ore, è altrove ed è pura politica.
Il 14 agosto una dichiarazione del portavoce della Commissione Ue aveva permesso di dire che la manovra bis varata due giorni prima aveva il consenso dell’Europa. Sintesi politica ad uso interno, certamente, perchè Bruxelles «accoglieva con favore» il provvedimento, chiedendo al contempo «di cercare un ampio consenso sulle riforme anche per assicurarne la rapida approvazione del Parlamento».
Una promozione? Non proprio.
La fonte ufficiale sottolineava di essere «in attesa di conoscere i dettagli del pacchetto approvato e maggiori informazioni sulle singole misure».
Senza questi, impossibile dare una valutazione appropriata.
Nel mezzo del freddo agosto bruxellese, gli uomini di Rehn hanno cominciato a studiare il profilo della strategia varata dal Consiglio dei ministri del 12, sfruttando le informazioni che Roma si è premurata di far loro avere.
Poi, si racconta adesso, «abbiamo molto semplicemente smesso».
Troppo difficile orientarsi, circostanza giustificabile del resto, visto che a poche ore dalla chiusura dei termini per gli emendamenti, a Palazzo Chigi sa prevedere come andrà a finire.
Figuriamoci a Palazzo Berlaymont.
«Riguardate la dichiarazione del 14», è l’invito di un alto funzionario dell’Ue: «E’ un naturale e giusto segnale di incoraggiamento, certo non una promozione che non poteva esserci».
I numeri annunciati in conferenza stampa da Berlusconi, si tiene comunque a precisare, erano più che buoni, a partire dall’obiettivo del pareggio già nel 2013. Segnali che potevano togliere l’Italia dal mirino dei mercati e alleggerire l’euro.
Per questo «l’abbiamo accolta con favore».
Un buon punto per il governo. Anche l’ultimo, per il momento.
Correggere la manovra, è il mantra di Tremonti, «non significa stravolgerla, perchè questo la rispedirebbe in Europa per una nuova valutazione».
A Bruxelles annuiscono, glissando anche sul concetto di «nuova valutazione» di cui comprendono la natura politica.
«L’Italia non è commissariata – assicura una fonte a conoscenza del dossier -. Deve solo rispettare delle regole che lei stessa ha contribuito a definire. Può farlo come ritiene: può cambiare i fattori, ma non il prodotto».
Inevitabili sarebbero le conseguenze di uno sforamento.
Bisognerebbe rifare tutto e non conviene a nessuno.
Così Rehn è i suoi aspettano pronti ad un giudizio rapido.
Sperando, pure loro, che possa anche essere positivo.
L’effetto sui mercati di un rinvio o di una bocciatura potrebbe essere devastante.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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