Destra di Popolo.net

TAGLI ALLA SANITA’: NELLE REGIONI E’ CAOS SUI TICKET

Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile

LA MANOVRA DEL GOVERNO COSTRINGE GLI ENTI A RECUPERARE 400 MILIONI DI EURO ENTRO LA FINE DELL’ANNO… I GOVERNATORI PROTESTANO E I CITTADINI PAGANO

Ticket sanitari. Un pasticcio “epocale”.
Una truffa del governo a danno delle Regioni, che sono costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine dell’anno.
Ma andiamo con ordine.
Nel 2009, governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero dell’Economia stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali.
A giugno del 2011 arriva la ferale notizia da via XX Settembre: non ci sono i soldi, arrangiatevi.
Anzi, le Regioni sono obbligate ad applicare tre nuovi ticket: 10 euro per le visite specialistiche, altrettanti per gli esami diagnostici e 25 per chi è andato al pronto soccorso ed è stato classificato “codice bianco”.
I primi due si sommano ai costi già  previsti dal tariffario regionale.
A parte le categorie esenti, fra cui i malati cronici, tutti gli altri pazienti devono pagare e non c’è reddito che tenga.
Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni, come un sol uomo, salgono sulle barricate.
“In Veneto Roma non comanda, a casa nostra facciamo noi, quindi nessun ticket”, afferma il presidente leghista Luca Zaia.
Anche Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, dichiara la sua opposizione, ma poi ricorda che una legge dello Stato va applicata, altrimenti si può essere accusati di “danno erariale”.
Ma il giudizio complessivo dei presidenti è concorde.
Si va dalla manovra “iniqua” al provvedimento “inapplicabile”.
Il 29 luglio alla festa della Lega a Concorezzo, in quel di Monza, Umberto Bossi lancia l’idea dell’aumento delle accise su sigari e sigarette.
L’idea piace a molti: dai presidenti delle Regioni a molti parlamentari di maggioranza e opposizione.
E il governo? Nicchia, prende tempo, rinvia. E dopo tre incontri finiti nel nulla, ai primi d’agosto, partono comunque i ticket. Il governo rimanda il confronto a settembre.
Dopo la truffa anche la beffa.
E i governatori che avevano minacciato di alzare le barricate?
In molti si adeguano e mandano giù il rospo.
“In Veneto comando io”, aveva tuonato Luca Zaia, ma ora si accontenta di firmare il ricorso al Tar.
In Campania, che ha un deficit sanitario abissale, si stanno studiando nuove formule, mentre viene confermato il ticket di 50 euro per i codici bianchi al pronto soccorso.
La Sardegna, dove per le prestazioni specialistiche si arriva a pagare un massimo di 46.15 euro, confermato il ticket di 25 euro per i codici bianchi e di 15 per quelli verdi.
Toscana, Emilia Romagna e Umbria hanno imboccato un’altra strada: rivedere il livello minimo di reddito oltre il quale si paga e far gravare gli aumenti sui quelli “alti”.
Ma chi non pagherà  in maniera assoluta l’aggravio dei ticket?
Di sicuro le persone affette da patologie invalidanti: cardiopatici, asmatici, diabetici, malati cronici, pazienti affetti da tumore e invalidi al 100 per cento.
E poi i bimbi sotto i 6 anni e gli over 65, ma solo se il reddito familiare non supera i 36 mila euro.
ovranno invece mettere mano al portafoglio, se ce l’hanno, i componenti delle famiglie monoreddito, i precari e i disoccupati.
Per capire meglio come stanno le cose è però opportuno farsi un giro negli ospedali della Capitale.
Sandro Pertini, zona est di Roma. Viali alberati, aiuole curate, padiglioni ordinati e puliti.
E poi l’aria condizionata, mentre fuori il termometro sfiora i quaranta gradi.
Nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso una ventina di persone attendono di sapere le condizioni delle persone che hanno accompagnato.
“Mia madre, 85 anni, si è sentita male stanotte, non respirava più, forse sarà  colpa del caldo”, dice una signora sulla cinquantina.
Lei sa che per i casi non gravi, i codici bianchi, c’è da pagare un ticket di 25 euro?
“Sì, l’ho sentito dire, ma mia madre è una malata cronica, quindi non credo che dovrà  spendere soldi”.
Il reparto cassa ticket dista 300 metri dal Pronto soccorso.
L’impiegata allo sportello spiega a una paziente: “La visita specialistica costa 24 euro e 66 più 10 per l’aumento recente, la Tac 51.15 sempre più 10”.
La signora gira sui tacchi e se ne va.
Sono in molti quelli che vengono a pagare i 25 euro per i codici bianchi?
La signorina abbassa la voce: “Quasi nessuno, perchè al paziente, al termine della visita, gli viene consegnato un conto corrente e, secondo lei, la maggioranza che fa? Non mi faccia dire altro”.
Stessa musica all’ospedale San Giovanni.
L’impiegata allo sportello attende che il paziente si sia allontanato poi sussurra: “Io non posso parlare ma qui di gente che paga in codice bianco se ne vede proprio poca”.
Lo spartito non cambia all’ospedale Umberto I, dove però hanno installato un congegno futuribile: una macchina luminosa dove s’infila la tessera sanitaria.
Poi si accendono una serie di tasti sui quali il paziente deve appoggiare il dito.
Solo che otto volte su dieci è un’impiegata che deve uscire dal box per insegnare all’ignara anziana disperata come funziona quel maledetto aggeggio.
“Ecco, sullo scontrino lei ha il suo nuovo codice d’accesso, ora lo schermo luminoso le indicherà  a quale sportello rivolgersi”.
E dallo schermo esce una voce che proviene dallo spazio sillabando il codice.
L’anziana signora non capisce, s’alza e se ne va.
Nel frattempo un giovane si avvicina al “mostro”, infila la tessera, digita e riceve lo scontrino. “Devo fare una gastroscopia. Quanto devo pagare?”. “Trentadue euro più dieci”, risponde l’impiegata. “E che sono questi dieci?”. La risposta è secca. “Non lo sa che da luglio c’è stato l’aumento?”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL TRAMONTO DI UN LEADER: “SE BOSSI CADE, IL CARROCCIO VA IN MILLE PEZZI”

Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile

L’ OPINIONE DI GAD LERNER

Il giornalista Gad Lerner è solidale con Umberto Bossi che sta male e non solo per essersi fratturato il gomito.
“Ora che non conviene più a Berlusconi lo trattano come lo scemo del villaggio, l’idiota della politica. Vigliaccamente si dissociano dalle sue affermazioni (quelle di sempre sulla secessione). Libero e Il Giornale scrivono delle preoccupazioni tra i padani per le sorti del partito. Detto questo la Lega ha fallito e rischia una fine ingloriosa”.
Il Senatùr non può o non vuole lasciare la guida del partito?
Non può. Venendo meno la mitologia di Bossi si materializzerebbe una devastante frantumazione. Il trionfo dei localismi e dei potentati municipali. Umberto Bossi sente di dover combattere l’ultima battaglia per la sopravvivenza della Lega, a cui mancano i fondamentali della democrazia e dunque nessuno può succedere al capo.
È in crisi il progetto Lega?
Il movimento non può essere governato se non con la parodia, l’aggressività  e la volgarità  di Bossi e di quelli che lo scimmiottano. Ma il punto centrale è che se quando si parla di Veneto “bianco” (riferito al sistema cattolico ndr.) o di Emilia “rossa” (quella delle Coop ) le persone sanno a cosa ci si riferisce. Non mi risulta che a Varese o a Treviso esista un sistema o un imprinting tale da identificare il “sistema Lega”. A eccezione della presunta invasione islamica. I leghisti hanno cavalcato l’11 settembre 2001 con quali risultati?
Finirà , come ha scritto lo studioso Gilberto Oneto, che “il capo cadrà  con il suo drappello di figuranti e tutto si risolverà  come una grande flatulenza”?
A Oneto riconosco la grande coerenza e libertà  intellettuale di uomo della Lega che non ha accettato poltrone. Diciamo che Umberto Bossi è un uomo abbandonato a se stesso.

…E QUELLA DI BOBO CRAXI : “QUELLI DEL PD CHE LISCIANO IL PELO ALLA LEGA”

Roberto Maroni che ai giornalisti si affretta a dire come Umberto Bossi si sia fratturato il gomito cascando dal letto nel tentativo di prendere la scatola dei sigari. Il figlio Renzo (detto Trota) afferma di aver obbligato al riposo il padre intenzionato, al contrario, a non perdersi i comizi previsti a Genova.
Ieri la Lega altro non ha fatto che dare un’immagine salda del Senatùr mentre la Padania accusava Bobo Craxi di aver intinto la penna nel veleno scrivendo che “c’è qualcosa di crudele e cinico nel voler perseverare a mantenere in una funzione pubblica una persona in evidente difficoltà ”.
Si riferisce alla guida del partito oppure all’incarico ministeriale di Umberto Bossi?
All’incarico ministeriale nelle mani di un uomo che manifesta un’irresponsabilità  patologica. Un Paese che resta attaccato ai suoi starnuti e grugniti. C’è compiacenza nel clan del potere nell’occultare e sottovalutare il veleno che uno come Bossi ha iniettato nella democrazia italiana.
Clan di potere, chi?
Non solo Pdl. Penso anche a quelli del Partito democratico che hanno e continuano a lisciare il pelo alla Lega tenendo in vita una forza politica tanto irresponsabile che tiene in ostaggio l’Italia.
Ha anche scritto che “con la salute non si scherza e che il declino personale coincide con il destino della sua forza politica decadente”. La storia insegna…
Non è una visione nostalgica del figlio di un politico. Io non ricordo sia mai accaduta una cosa simile. La vicenda di Bossi per me è satrapia medioevale paragonabile solo a certi clan dei rais mediorientali che vengono mantenuti in vita a dispetto di tutto.
Nel suo post ha anche definito Bossi “ostaggio di un clan familiare”.
Nessun partito è mai stato familistico come la Lega e Berlusconi.
Nessuno?
No, neppure il nostro. Oggi il socialismo è un grande gregge politico in cerca di un pastore.

Elisabetta Reguitti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LEGA IN CONFUSIONE MENTALE: PRIMA LA BATTAGLIA CONTRO EQUITALIA E LE GANASCE FISCALI, ORA VUOLE PREMIARE I DELATORI

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

DALLA LOTTA CONTRO IL 117 DI VISCO, LA LEGA ORA E’ PASSATA A DIFENDERE GLI SPIONI E PARLA DI VALORE CIVICO DELLA DELAZIONE

A Pontida, dal palco e dal pratone, si erano sentite espressioni poco tenere nei confronti degli esattori di Equitalia.
Il no della Lega alle ganasce fiscali era risuonato forte e chiaro, anche a costo di creare uno screzio con l’amico ministro Giulio Tremonti.
Ora con un’inversione a U, di quelle che rischiano di mandare le vetture fuori strada, la Padania di ieri è arrivata a sostenere il valore civico della «delazione fiscale». Ovvero i cittadini mobilitati al fianco dell’agenzia delle entrate nella veste di ausiliari del Fisco.
Secondo il quotidiano del Carroccio l’evasione fiscale è uno dei malanni dell’economia del Paese e, siccome la Guardia di Finanza indirizza giocoforza le sue attenzioni ai grandi truffatori, i piccoli evasori se la spassano.
Da qui la proposta della Padania : «Retribuire i cittadini che segnaleranno casi di evasione con una percentuale sulle sanzioni incassate».
La ricompensa agli ausiliari del Fisco dovrebbe essere però pagata «garantendo l’anonimato».
Secondo i leghisti «far temere all’evasore che ogni suo cliente può far emergere l’irregolarità  fiscale» è un deterrente psicologico che può funzionare.
Chissà  se l’ex ministro Vincenzo Visco ha avuto l’occasione ieri di leggere la Padania , nel caso gli saranno tornate alla memoria le virulente polemiche sull’istituzione del 117, il numero telefonico della Guardia di Finanza nato nel ’96 per denunciare i furbetti del Fisco.
L’attivazione del numero verde fu duramente contestata dal centrodestra con un’interrogazione parlamentare di 40 deputati.
Margherita Boniver parlò di «una decisione moralmente rivoltante, che adotta metodi alla Di Pietro» e il leghista Cesare Rizzi tuonò contro «il famigerato 117».
Persino la Chiesa si mobilitò contro Visco e la delazione.
Risultato: dopo un iniziale boom i cittadini persero la voglia di usare il numero verde che oggi si presenta come un quindicenne precocemente invecchiato e con poche ambizioni.
Il tema dell’intensificazione dei controlli antievasione, viste le dimensioni della manovra, è tornato all’ordine del giorno e ancora ieri il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, Enzo Letizia, si è spinto a proporre l’istituzione della «figura dell’agente fiscale sotto copertura» che manca nel nostro ordinamento.
Ora, che i poliziotti chiedano di creare gli 007 dell’erario ci sta, la sorpresa è quando la richiesta di spionaggio fiscale matura in casa della Lega.
E le domande fioccano.
L’ homo bossianus è veramente disposto a collaborare attivamente con lo Stato centralista e a denunciare quanti all’interno della sua comunità  locale si arricchiscono con l’evasione?
Basta l’incentivo finanziario della ricompensa più la rigorosa garanzia dell’anonimato a spingere l’artigiano, il piccolo commerciante, la partita Iva a operare una delazione nei confronti di un suo simile?
La Lega di farsa e di governo ogni giorno se ne inventa una, possibilmente l’opposto di quanto da essa stessa sostenuto fino e ieri.

Dario Di Vico
(da “La Repubblica”)

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LA RIVOLTA DEI COMUNI CANCELLATI DALLA MANOVRA: COSTANO, TUTTI INSIEME, COME UNDICI DEPUTATI

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

UN QUARTO DEGLI OTTOMILA CENTRI ITALIANI, QUELLI CON MENO DI MILLE ABITANTI, RISCHIA DI ESSERE SOPPRESSO, INSIEME AL PATRIMONIO DI STORIA LOCALE… I SINDACI MARCIANO SU ROMA CON UNA CAROVANA DI 600 BUS

Forse il borgo farà  la fine di un grappolo d’uva, lo vendemmieranno e addio, un colpo di forbice e zac.
Il numero magico, che invece magari è malefico, è 728: rappresenta gli abitanti di Barolo, il paese col nome del vino, anche se poi è il vino ad avere preso il nome dal paese per poi portarlo a spasso nel mondo.
Chiedete a un ghiottone giapponese, domandate a un mangione svizzero, interrogate un santo bevitore tedesco.
Barolo? Tutti avranno le pupille accese, come quando si guarda il bicchiere nel controluce di una candela, dentro il bel fresco di una cantinotta.
La scure dell’articolo 16 della manovra sta per abbattersi su un comune piemontese su due: tu sì, tu no, è una tremenda roulette.
In Piemonte, i piccoli borghi sono 597 su 1.206, così i sindaci hanno deciso di portare simbolicamente le chiavi del municipio in prefettura.
Tenetele voi, qui non servono più.
Oppure, hanno pensato di noleggiare un torpedone, uno per cittadina, e così raggiungere Roma per dare voce ai villaggi di Asterix, in una colonna di quasi seicento bus.
Li ascolteranno? Chissà .
Ma la lezione “no Tav” della Val Susa dovrebbe insegnare che non si scherza con la gente di collina e montagna, con gli abitanti dei paesaggi d’uva e di pietra.
“Il nostro paese è un nome che significa storia, geografia, turismo, cultura, ottimo cibo e grandi vini, mica si può cancellare per decreto”.
Walter Mazzocchi, come si dice ancora da queste parti, è il primo cittadino di Barolo. Con la sua larga e rassicurante cadenza piemontese, racconta perchè a Roma stanno prendendo “ciò per bròca”, cioè lucciole per lanterne.
“Il numero degli abitanti non può essere l’unico criterio per accorpare o meno i comuni. A Barolo arrivano persone da ogni angolo del pianeta, abbiamo il Museo del vino nel castello acquistato nel 1970 con una sottoscrizione popolare. Il municipio rappresenta un punto di riferimento, riflette una partecipazione che è civica, non politica, non partitica”. E che alla collettività  non costa nulla: “Perchè tutti abbiamo rinunciato a indennità  e gettoni di presenza: sindaco, assessori e consiglieri. Siamo un comune a costo zero, e come noi quasi tutti i borghi della provincia di Cuneo. Istituire una specie di sindaco podestà  sarebbe un grave colpo per l’intero sistema democratico”.
La via d’uscita non è l’accorpamento, ma l’unità  d’intenti.
“Da dieci anni ci siamo consorziati in 14 paesi, creando l’Unione dei comuni della collina di Langa. Questa forma associata ci permette di gestire servizi come il trasporto degli scolari, le mense, la polizia locale, i tributi e la difesa del suolo, senza che nessuno abbia perso la propria identità , nè le prerogative amministrative”.
Ci sono comuni che rischiano di essere tagliati per poche decine di abitanti, altri che si sentono più tranquilli ma fino a un certo punto, perchè in collina si fa in fretta a perdere gente e certezze.
A Roddi, 1.500 abitanti, c’è la sede dell’Università  dei cani da tartufo: un centro di addestramento che è una miniera d’oro per la gastronomia nazionale.
E il Comune ha stabilito, con delibera ufficiale, che Roddi ora diventa “il paese della poesia”.
Versi in bacheca di grandi autori, da Leopardi ad Alcmane, accompagnano il turista lungo le mura che salgono al castello.
L’iniziativa verrà  inaugurata domenica prossima, all’interno di un giorno dedicato interamente alla poesia. “Idee simili sono possibili nei borghi più piccoli”, spiega il sindaco Roberto Giacosa.
“Perchè il turismo è fatto di tante cose, non è solo stare a tavola. La cultura è un tassello fondamentale della nostra proposta. Chi vuole tagliare i piccoli comuni, non si rende conto che così elimina un tessuto sociale fatto di operosità , volontariato e passione”.
Ed è bello salire nel borgo, leggendo sui mattoni l’attacco dell’Infinito, con gli occhi che si perdono oltre il parapetto, e il venticello che fa vibrare ogni lettera stampata sui fogli trasparenti. “Pensiamo che dare valore alla poesia, in questi tempi di prevalenza economica, sia un segno importante”, dice il professor Giovanni Tesio, presidente del Premio Roddi.
La strada che taglia le colline di Pavese e Fenoglio, in un saliscendi da vertigine, lambisce vigne dove tra poco si comincerà  a vendemmiare.
Prima i moscati, poi gli altri bianchi. È stata una primavera caldissima, quindi le piogge inattese e di nuovo l’aria che bolle e il sole che cuoce: sarà  una grande annata anche per i rossi, per i Nebbioli che rappresentano il petrolio di Langa.
La realtà  della provincia di Cuneo, chiamata Granda (è la terza più estesa d’Italia dopo Bolzano e Foggia, ha quasi 600 mila abitanti, però frazionati in decine e decine di sparuti borghi), racconta un paesaggio di enorme bellezza, ma anche di solitudine.
Da qualche anno, grazie al vino è arrivata la ricchezza, ma sempre al prezzo di un lavoro durissimo, “perchè la terra è bassa e la schiena si deve piegare”, come dicono i contadini di qui.
Non è più la Langa dei disperati, niente più malora ma Slow Food, eppure il segno della precarietà  non è poi molto diverso dai tempi di Beppe Fenoglio e dei suoi giorni di fuoco.
“Perchè camminiamo sulle uova, e il governo non ci aiuta”.
Gianni Galli, giornalista, è il sindaco di Murazzano, Alta Langa, 873 abitanti, dove alle viti si sostituiscono i noccioleti e il frutto più prelibato si chiama, appunto, “nocciola tonda e gentile”: finisce anche dentro la Nutella, ed è detto tutto.
Murazzano è inoltre il paese della robiola, da cui il famoso Murazzano Dop, uno dei nove a denominazione di origine protetta del Piemonte.
Sono tesori grandi e fragili, succulenti e delicatissimi: basterà  un decreto per farli soffrire?
“Ha ragione chi dice che Tremonti dovrebbe fare l’assessore in un piccolo comune per qualche settimana, così capirebbe.
Qui non facciamo politica, ma cerchiamo di risolvere i problemi. Qui il sindaco si occupa anche di rifiuti e dei buchi nelle strade, fa promozione turistica e organizza gli scuolabus, senza trascurare i lampioni rotti. La gente mi ferma per la via e mi parla di cose pratiche, di questioni che possono sembrare minime e invece sono lo scheletro, l’ossatura di ogni comunità . Perdere il municipio, per un comune come Murazzano, significherebbe sentirsi isolati, senza punti di riferimento. Anche l’accorpamento è un’operazione azzardata, perchè ci sono frazioni con poco o niente da spartire, esclusi, magari, i confini. Noi non siamo le zavorre d’Italia, e nessun amministratore pubblico percepisce un soldo. Io, come sindaco ho rinunciato a circa 1.300 euro lordi al mese, e nessun consigliere incassa il gettone di presenza”.
A parte che non si tratterebbe di un gettone d’oro da antico telequiz, semmai di un minuscolo rimborso pari all’inaudita cifra di 17 euro a seduta.
Sono questi i numeri che rischiano di affossare l’Italia?
“Abbiamo calcolato che il costo delle amministrazioni dei piccoli comuni valga meno di 5 milioni di euro all’anno, cioè quanto undici deputati”.
Franca Biglio, sindaco di Marsaglia e presidente dell’Associazione piccoli comuni d’Italia, è colei che vuole organizzare il viaggio dei 597 pullman a Roma.
E, si badi, non c’è neppure una spinta localista, questo non è il becero leghismo dei “padroni a casa nostra”.
Qui, semmai, si chiede che la casa non venga chiusa, e che il paese non faccia la fine di un grappolo a fine estate, dopo i giorni di fuoco che certamente verranno.

Maurizio Crosetto
(da “La Repubblica“)

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DA UN PUNTO DI IVA SI RICAVANO 6 MILIARDI DI EURO: COSI’ IL RITOCCO DELLE ALIQUOTE PUO’ SOSTITUIRE L’EUROTASSA

Agosto 23rd, 2011 Riccardo Fucile

PIACE A DESTRA E A SINISTRA: GARANTISCE UN GETTITO SICURO E IMMEDIATO, TUTTE LE STRADE PORTANO ALL’AUMENTO DELL’IVA…MA I CONSUMATORI SARANNO AGGREDITI DAI PREZZI AL RIALZO

Tutte le strade portano all`Iva.
L`imposta sui consumi più evasa d`Italia – 60 dei 120 miliardi annui di mancato gettito fiscale vengono da lì – torna di prepotenza nel cantiere delle proposte per cambiare la manovra d`agosto.
Il fronte a sostegno di un ritocco delle tre aliquote del 4, del 10 e del 20% – un punto in più su ciascuna, per un ritorno stimato di circa sei milìardi l`anno – raccoglie consensi bipartisan.
Per due motivi: dà  gettito immediato e sicuro, dunque strutturale.
Piace a destra perchè consentirebbe di eliminare il contributo di solidarietà , ovvero l`eurotassa sui redditi sopra i 90 mila euro (entrate previste: 3,8 miliardi entro il 2013).
Piace alla Confindustria che chiede di cancellare, assieme alla super- tassa, anche la Robin Hood tax, l`aumento Ires sulle società  energetiche.
Non a caso ll Sole 24 ore di ieri faceva notare che l`aumento di un punto ha «una ragion d`essere anche europea».
Solo in sette paesi Ue esiste un`aliquota inferiore al 20% standard italiano.
Nella maggioranza è superiore, rivista in questi ultimi anni di crisi.
Grecia e Portogallo sono passati al 23%, il Regno Unito al 20% (dal 17,5%), la Germania al 19% (dal 16%).
Piace a Cà­sl e Uil: renderebbe la manovra più equa.
Piace, per gli stessi motivi, all`Udc.
Non dispiace ai Comuni (Anci). L`Idv la vuole solo sui beni di lusso.
E, in fondo, convince anche Berlusconi (Alfano conferma che l`ipotesi è sul tavolo). Ma deve fare i conti con Bossi.
L`Iva è uno dei tre no della Lega, assieme a pensioni ed entilocali.
Non piace invece a Confcommercio per la contrazione dei consumi: un punto in meno di Pil, stimano.
I1 Codacons traduce l`aggravio Iva in 290 euro di maggiori costi all`anno a famiglia. E poi c`è chi storce il naso sulla presunta equità  dell`imposta, visto che solo il 12,5% degli autonomi la versa, contro il 50,3% dei lavoratori dipendenti.
Non proprio un modo dì far pagare tutti.
Sia come sia, il ritocco dell`Iva sembra invece probabile.
Nell`immediato, per decreto (prima via).
Oppure, se la politica fa muro, nella delega fiscale o con l`esercizio della clausola di salvaguardia “rafforzata” (seconda via), inserita nel decreto 138, la manovra di Ferragosto.
Se, dice il testo, entro il 30 settembre del 2012 la riforma fiscale – ovvero il riordino dei bonus assistenziali e fiscali (accompagno, reversibilità , detrazioni varie) – non sarà  operativa, le risorse (20 miliardi a regime: 4 nel 2012 e 16 nel 2013) saranno reperite con tagli lineari del 5 e 20% ai bonus oppure (ecco il rafforzamento) con «una rimodulazione delle aliquote sulle   imposte indirette, inclusa l`accisa».
Dunque Iva, ma anche imposte di registro, ipotecarie, catastali, accise sulla benzina e sulle sigarette.
Delle 483 agevolazioni fiscali individuate dal tavolo tecnico che lavora per il ministero dell`Economia e che valgono 164,6 miliardi l`anno (72 sono blindati, intoccabili), il 25% è costituito proprio dal capitolo Iva, imposte di registro e catastali. Capitolo succoso.
Mal`Iva ridotta, al 4 e 10% (ecco la terza via), che si applica ad esempio su generi alimentari, acquisto prima casa, libri, giornali, potrebbe comunque essere innalzata dalle rasoiate “lineari” che colpiscono le agevolazioni.
Secondo i calcoli fatti da Fisco Equo, passerebbe a 7,2% e 12%.
Tutte le strade portano all`Iva.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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TRIPOLI LIBERATA, IL COMPAGNO DI MERENDE DI BERLUSCONI E MARONI ABBANDONATO ANCHE DAI SUOI PRETORIANI

Agosto 22nd, 2011 Riccardo Fucile

CATTURATI TRE FIGLI DI GHEDDAFI… I SOLDATI DEL CTN SONO ENTRATI NELLA CAPITALE SENZA TROVARE GRANDE RESISTENZA… LA POPOLAZIONE IN PIAZZA A FESTEGGIARE

Tripoli è insorta, è quasi tutta in mano ai ribelli, ai quali si sono arresi la Guardia repubblicana di Muammar Gheddafi e   tre dei suoi figli, fra i quali Seif al Islam, mentre del rais non ci sono notizie, tranne un messaggio diffuso in tv intorno alla mezzanotte.
Nella frammentarietà  delle notizie che in nottata hanno cominciato ad accavallarsi a ritmo vertiginoso, emerge il quadro di una capitale che ha smesso di combattere, che non offre resistenza agli insorti, che hanno cominciato a entrare a ondate in città  al tramonto, con la fine del digiuno giornaliero del Ramadan.
Appostati da giorni a pochi chilometri attorno alla capitale, sono entrati da est dopo aver preso la base aerea di Mitiga, nel sobborgo di Tajoura, dove si combatteva duramente da ieri.
Sono entrati in città  anche da ovest e da sud, dai monti Nafusa, dove a notte fonda l’ANSA ha constato l’afflusso continuo di mezzi carichi di ribelli.
Sono penetrati anche via mare, arrivando da Misurata, per unirsi ai loro fratelli di Tripoli.
Sulla strada dei combattenti, dopo la violenza e le centinaia di morti di ieri sera, non sembrava esserci nessuno ad opporsi.
A tarda sera qualche fonte dei ribelli ha dichiarato, “siamo nella Piazza Verde”, la piazza scelta da Gheddafi come simbolo della sua “rivoluzione” e teatro di tante sue uscite pubbliche, anche in piena guerra.
Ovunque le folle festanti sono scese ad accoglierli.
Poco dopo, annunciata dal tam-tam dei blogger prima, e poi confermata dallo stesso Cnt, il governo provvisorio degli insorti a Bengasi, la notizia che la famigerata Guardia repubblicana del Colonnello, i suoi pretoriani, si sono arresi, deponendo le armi.
Le notizie sono in crescendo e subito dopo, come le tessere di un domino, gli annunci clamorosi, tutti fatti dal Cnt, degli arresti di tre dei figli del rais: Mohammad, che non aveva cariche ufficiali nel regime, e soprattutto Saif al Islam, imprenditore televisivo ed ex “voce moderata del regime”, divenuto poi, con l’inizio della rivolta, uno delle voci più forti a sostegno della dittatura: la notizia della cattura di quest’ultimo è stata data di persona dal presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, che ha citato “notizie certe” parlando in diretta al canale satellitare Al Jazeera.
Poi la conferma della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, che ha incriminato lui, come il padre, di crimini contro l’umanità  e contro di lui ha emesso un mandato di cattura internazionale.
Mentre non ci sono per ora conferme sulla cattura – la notizia è apparsa brevemente su Al Jazeera – di Saadi, famoso per aver militato come calciatore nel campionato di serie A in Italia.
Mentre per le strade di Tripoli cominciava la festa e per le strade di Bengasi esplodeva di nuovo il giubilo, il portavoce del regime, Mussa Ibrahim, andato in onda sulla tv di regime, ha lanciato un ultimo appello ai ribelli: “Siamo pronti a negoziare direttamente con il Cnt”, ha detto in una conferenza stampa, chiedendo ai ribelli e alla Nato di sospendere le loro operazioni su Tripoli e parlando di 1.300 morti e 5.000 nella capitale solo nelle ultime 11 ore.
Immediata la risposta del “governo” ribelle da Bengasi: pronti a cessare subito le ostilità , a patto che Gheddafi annunci la sua partenza.
Un concetto, questo ribadito anche dal ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, secondo cui Gheddafi si deve “arrendere e abbandonare il potere, non ci sono assolutamente alternative”: questa è “l’unica possibilità ” per evitare una situazione che “può trasformarsi in un bagno di sangue”.
Ma quella che appare a tutti gli effetti la caduta di Tripoli è in realtà  carica di incognite: a notte fonda, nel marasma di informazioni e di immagini, si apprende che scontro violenti, forse combattimenti armati, sono in corso nel centro di Tripoli, nella Piazza Verde.
Non si sa se nella città  le forze fedeli a Gheddafi abbiano disseminato trappole, appostato cecchini o preparino improvvise controffensive.
E risuona ancora sinistra la “preoccupazione-minaccia” lanciata nel pomeriggio dallo steso Gheddafi, “Ho paura che Tripoli brucerà “.
Per ora del rais, che in serata che si presume sia rintanato nel bunker di Bab al-Azizia, nessuna traccia, se non un breve messaggio audio andato in onda sulla tv di regime lancia un appello ai suoi partigiani perchè “ripuliscano” la capitale dai ribelli, ieri da lui definiti “traditori” e “ratti”.
E in piena notte, a infittire il mistero che circonda il rais assediato, l’atterraggio di due non meglio precisati “aerei sudafricani”. Il Sudafrica ha fatto per mesi da mediatore fra i ribelli e il regime senza ottenere risultati concreti.

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RICOVERATELO! LA LEGA PERDE VOTI, BOSSI PERDE LA TESTA: MINACCE A GIORNALISTI, INSULTI A CASINI E MONTEZEMOLO

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

UN GOVERNO RICATTATO DA TRE ANNI DA UN CASO CLINICO, UNA VERGOGNA PER OGNI PAESE CIVILE… ALTRO CHE “CERCARE I FASCISTI CASA PER CASA”, CON LORO BISOGNEREBBE CERCARLI PER CASE DI CURA… PER SALVARSI DAI PROCESSI, BERLUSCONI HA CONSEGNATO IL PAESE A QUESTI PATETICI RICATTATORI DELLA BECERODESTRA

Non solo un nuovo stop sulle pensioni (“ho detto al premier di non toccarle”), ma più di metà  del comizio serale ad Alzano Lombardo Bossi l’ha dedicata ad attacchi e insulti.
Contro Casini (“uno stronzo”), colpevole di essersi dichiarato favorevole a una revisione del sistema pensionistico.
E contro i giornalisti, “delinquenti da legnare”.
Quello a Berlusconi suona come un ultimatum: “L’ho detto al premier: non toccare le pensioni, troveremo un’altra via”.
Ma più della politica, della crisi economica e delle questioni di partito, nelle parole del ministro delle Riforme ha preso forma un problema di rapporti con i cronisti.
E questo, come lui stesso ha spiegato dal palco, è dovuto principalmente al modo in cui sono state raccontate le sue vacanze in Cadore.
Ma forse hanno pesato le ricostruzioni dei media su divisioni interne alla Lega moltiplicatesi nelle ultime settimane.
Il leader leghista ha ripetutamente attaccato lanciando anche insulti ai cronisti, in particolare della carta stampata.
“Ai giornalisti — ha affermato Bossi — bisognerebbe dare quattro legnate, hanno inventato una grande manifestazione dei centri sociali a Calalzo, ma in verità  non c’è stato niente”.
A quel punto ha confessato di aver lasciato il Cadore dopo la cena di compleanno di Giulio Tremonti per evitare di stare in mezzo ai giornalisti “che rompono le palle in continuazione”, che sono dei “delinquenti”, e che questa sera ad Alzano Lombardo, a suo giudizio, sono “venuti sperando che qualcuno ci contesti”.
Bossi non si è fermato qui anche perchè questi passaggi hanno suscitato calorosi applausi della folla di militanti e simpatizzanti.
“Bisogna che impariamo come un tempo a dare dei grandi passamano a quei delinquenti — ha infatti aggiunto -. I giornalisti vanno riportati sulla giusta strada, altrimenti vadano a fare i muratori”.
Per poi definire “brutti stronzi” quei cronisti dei principali quotidiani nazionali e che hanno scritto delle vacanze in Cadore.
Quelli contro i giornalisti e contro Casini non sono stati per la verità  i soli insulti della serata.
Dallo stesso palco infatti il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli se l’è presa con quelli come “i Montezemolo che sono scoregge di umanità  e che non hanno mai lavorato in vita loro”.
Detto da illustri professionisti della politica, la frase fa davvero sghignazzare.
Più la Lega perde consensi (ormai è data sotto il 9%), più aumenta il delirio del senatur e dei suoi compagni di merende.

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C’ERA UNA VOLTA IL SENATUR

Agosto 21st, 2011 Riccardo Fucile

LA NORMALIZZAZIONE DELLA LEGA SI E’ COMPLETATA E IL DECLINO DEL PDL HA COLPITO ANCHE IL CARROCCIO…MA BOSSI POTRA’ ESSERE MESSO DA PARTE SENZA CHE LA LEGA IMPLODA?

Il passsaggio di Bossi in Cadore, per festeggiare il compleanno dell’amico Tremonti, insieme a Calderoli, è durato poco.
Qualche giorno appena.
Per l’incalzare della crisi, ma soprattutto, per paura dei fischi, delle proteste e dei contestatori. Così, niente interviste e niente conferenze stampa.
Una nemesi: il contestatore contestato. Il portavoce della Protesta protestato.
A casa propria (visto che il bellunese è culla del leghismo).
Un tempo, invece, Bossi era costantemente (in) seguito da una comunità  di giornalisti “specializzati”. Soprattutto d’estate, in attesa di una provocazione quotidiana, che desse un po’ di colore politico a una stagione altrimenti incolore.
E Bossi non deludeva mai.
Sparava (verbalmente) contro l’Italia, i “vescovoni” e il Papa polacco.
Contro Berlusconi, le destre e le sinistre – romane.
Da qualche anno, però, nessuna sorpresa e meno giornalisti, a Ponte di Legno come in Cadore.
La Lega non riserva più sorprese. Si è normalizzata.
Tutti i politici, d’altronde, si sono un po’ “leghizzati”. Le sparano grosse per ottenere spazio sui media. Sul modello del Senatur.
Poi, soprattutto, il declino del berlusconismo ha “colpito” anche la Lega.
Che, come il Pdl e Forza Italia, è un “partito personale”. Quantomeno: altamente “personalizzato”.
“Impersonato” dalla “persona” di Umberto Bossi, fin dai primi anni Novanta. Quando il Senatùr, dopo aver riunito le diverse leghe regionaliste intorno al nucleo lombardo e dopo aver “epurato” tutti gli altri leader concorrenti, è divenuto il solo, indiscusso Capo della Lega. Unico riferimento strategico e simbolico. Unica bandiera.
Più della stessa Padania (che egli, d’altronde, incarna).
Oggi, quella parabola pare essersi consumata.
Nonostante che la Lega, negli ultimi anni, abbia riconquistato il peso elettorale di un tempo. Nonostante che, da dieci anni stia al governo, quasi ininterrottamente.
E sia divenuta il “partito forte” della maggioranza. Eppure, da qualche tempo, pare finita in un cono d’ombra. Insieme al Capo. Per diverse ragioni.
a) La crisi di consenso della maggioranza, messa in luce dalle amministrative e dal referendum degli scorsi mesi, alimentata dalla bufera dei mercati.
b) Le difficoltà  provocate dalle manovre finanziarie del governo, ultima quella discussa in queste settimane.
Hanno alimentato l’insoddisfazione popolare, ma, soprattutto, hanno costretto la Lega a giocare un ruolo sgradito e innaturale. A indossare una sola maschera.
Quella del “partito di governo”. Che chiede sacrifici. Impone tasse.
Senza contropartite, perchè parlare di federalismo mentre si tagliano le risorse agli enti locali, anzi: mentre si tagliano migliaia di enti locali, è quantomeno ardito.
c) E poi c’è il problema di Bossi, la Persona intorno a cui ruota il partito Personale leghista. Non è più quello di un tempo.
La malattia l’ha segnato profondamente.
Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo.
Non solo tra i suoi “fedeli”. Oggi, però, la debolezza del corpo appare sempre più un limite. All’esterno, perchè Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d’antan. E poi gli sfottò, le pernacchie, il dito levato.
Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e Novanta. Ma non lo è più.
Così, però, rischia di apparire patetico.
Il peggio che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui.
d) Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell’omologazione ai vizi della politica politicante.
L’impressione di essere sensibile ai (e condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e di parenti). Per non parlare del “familismo”, visto che il suo portavoce pare essere divenuto il figlio Renzo.
e) La sua debolezza “personale”, però, sembra riflettersi anche all’interno del partito. Attraversato da tensioni centrifughe.
Fra territori e leader, che corrono e si rincorrono, ciascuno per proprio conto.
Talora, contro gli altri. Mentre cresce l’insoddisfazione degli elettori e degli stessi militanti, espressa in modo aperto all’adunata di Pontida dello scorso giugno.
Eppure è difficile, quasi impossibile, che Bossi possa venir messo da parte.
Nessuno ne ha la forza, nel partito.
E se lo stesso Bossi decidesse di uscire di scena, per propria decisione, difficilmente la Lega gli potrebbe sopravvivere, così com’è ora.
Perchè l’unica bandiera, l’unico mito fondativo, l’unico legame biografico: resta lui.
Senza di lui, tutte le mille differenze locali e personali che oggi, faticosamente, coabitano nella Lega, rischiano di esplodere.
Ostaggio di se stesso e del proprio passato, il Capo non è mai sembrato tanto solo.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)

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E TASSARE I LADRI?

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI PAGANO OGNI ANNO UNA TASSA OCCULTA DI 400 MILIARDI PER COLPA DI VARIE CATEGORIE DI LADRI: 120 DI EVASIONE FISCALE, 60 DI CORRUZIONE, 52 DI LAVORO NERO, 43 IN INFORTUNI SUL LAVORO, 18 IN MERCI CONTRAFFATTE, 20 IN ABUSI EDILIZI, 135 NEL FATTURATO DELLA MAFIA, ALTRI IN TRUFFE ALLA UE…. RECUPERANDO SOLO IL 10% DI QUESTA SOMMA AVREMMO COPERTO LA MANOVRA DEL GOVERNO

Sulla proposta Idv-Pd, che riprendeva quella del Fatto per ritassare seriamente i capitali scudati due anni fa al 5% va in scena il solito copione: qualche peone del Pdl si dice possibilista, poi B. propone un altro scudo fiscale, poi ritira l’idea, così tutti respirano per lo scampato pericolo e dimenticano il resto.
Morta lì, come se l’opposizione non avesse null’altro da proporre in alternativa alla rapina di governo.
Alcune ricette sacrosante le conosciamo, ma sono al momento pure chimere per mancanza di una maggioranza che le approvi: abolire tutte le province; ripristinare l’Ici (unica imposta federale) e la tassa di successione (imposta liberale quant’altre mai, che spezza la rendita e rimette in circolo i capitali); allungare l’età  pensionabile secondo gli standard europei; disboscare la Casta col machete.
Molto più utile sarebbe sfidare Pdl e Lega dinanzi ai loro elettori inferociti con alcune proposte a costo zero, che porterebbero nelle casse dello Stato decine di miliardi senza sfiorare le tasche degli onesti, ma saccheggiando quelle dei ladri.
Il punto di partenza sono i dati raccolti da Nunzia Penelope in Soldi rubati (Ponte alle Grazie) sui 400 miliardi di “tassa occulta” che ogni anno paghiamo per colpa di varie categorie di ladri: 120 se ne vanno in evasione fiscale, 60-70 in corruzione, 52 in lavoro nero (l’evasione contributiva coinvolge almeno 3 milioni di lavoratori sommersi), 43 in infortuni sul lavoro, 18 in merci contraffatte, 5 in crac finanziari, 20 in abusi edilizi, 135 nel “fatturato” delle mafie che però sventuratamente non fatturano; infine le truffe all’Ue che ingoiano il 40% dei contributi per le zone depresse.
Basterebbe ridurre queste voci del 10% e avremmo ogni anno 40 miliardi in più.
Pareggio di bilancio assicurato a spese dei ladri, anzichè degli onesti.
Qualche idea, in ordine sparso.
1) La corruzione si combatte, oltrechè riformando la Pubblica amministrazione e ritirando la mano pubblica dall’economia, con la repressione. Il 1° marzo 2010, in pieno scandalo Cricca, il Consiglio dei ministri licenziò un ddl anticorruzione-brodino che poi si perse nei meandri del Senato.
Perchè non fare una battaglia per riesumarlo ed emendarlo con la proposta organica lanciata dal Fatto un anno fa e sposata da Pd, Idv, Fli e Sel?
Si tratta di recepire la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo nel ’99 e mai ratificata dall’Italia, allo scopo di: accorpare corruzione e concussione in un unico reato che vieta al pubblico ufficiale e all’incaricato di pubblico servizio di prender soldi da chicchessia; introdurre nuovi reati puniti in tutto il resto dell’Occidente: autoriciclaggio, corruzione fra privati e traffico di influenze illecite.
2) Ripristinare il reato di falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2002.
3) Riformare la prescrizione, arrestandola al momento della richiesta di rinvio a giudizio e cancellando la legge ex Cirielli (oggi la corruzione si prescrive 7 anni e mezzo dopo che è stata commessa, mentre prima scattava dopo 15).
4) Rilanciare le proposte della commissione Mastella del 2006 (comprendeva i magistrati Davigo, Greco, Ielo) per una Giustizia che si autofinanzi recuperando il maltolto della criminalità  economica e fissando una cauzione sulle impugnazioni.
5) Riformare i reati fiscali all’americana: triplicando le pene, ora talmente irrisorie (3 anni per la dichiarazione infedele e 6 per la frode) da garantire all’evasore che non farà  un giorno di galera e si terrà  il bottino; e abolendo le soglie di non punibilità  introdotte dall’Ulivo, che consentono di evadere ogni anno fino a 50mila euro (frode) e 100mila (dichiarazione infedele) senza finire in tribunale. Lo slogan berlusconiano contro il “mettere le mani nelle tasche degli italiani” si sta rivelando per quello che era: una truffa.
Si attende qualcuno che se ne intesti un altro, più etico e realistico ma altrettanto popolare: “mettere le mani nelle tasche e le manette ai polsi dei ladri”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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