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LE CASE POPOLARI E QUELL’IMPOSSIBILE AFFARE DI STATO: IL BLUFF DELLA VENDITA DEGLI ALLOGGI POPOLARI

Ottobre 15th, 2011 Riccardo Fucile

IL CARROZZONE DEGLI ISTITUTI CON 4.671 DIPENDENTI CHE DOVREBBERO GESTIRE 768.047 ALLOGGI, LE CLIENTELE POLITICHE E I MISERI INCASSI… UN ALLOGGIO RENDE IN MEDIA 87 EURO AL MESE:… PERCHE’ UNO DOVREBBE COMPRARLO, SE PUO’ STARCI PAGANDO POCO O ANCHE DA ABUSIVO ?

Alla tentazione pochi hanno resistito.
Perfino Walter Veltroni, nel 2008, propose di vendere le case popolari per costruirne di nuove con il ricavato.
Tre anni prima il premier Silvio Berlusconi aveva addirittura annunciato «un grande piano di cessione» (del quale peraltro non si è mai avuta notizia) degli alloggi pubblici «lasciati oggi in un degrado inaccettabile».
E Renato Brunetta assicurava di essere impegnato in una «battaglia sovrumana in casa mia» (evidentemente il suo partito) per far passare l’idea.
Finchè, spossato, si è sfogato con la Stampa un giorno del 2009, accusando gli enti locali di remare contro per «ragioni di puro potere».
Che si potrebbero facilmente tradurre in posti di lavoro, clientele, poltrone..
Posti di lavoro ce ne sono, eccome: gli ex istituti per le case popolari hanno 4.671 dipendenti.
Risvolti clientelari, poi, proprio non sono da escludere, considerando il numero degli inquilini: nei 768.047 alloggi che risultavano censiti come occupati tre anni fa in una indagine Censis-Federcasa-Dexia abitano due milioni di persone.
Tutta gente che vota.
Per quanto riguarda infine le poltrone, basta farsi un giretto nei vari siti internet dei vari Iacp, Aler o Ater, le strutture pubbliche che gestiscono il patrimonio.
Qualche assaggio? Il commissario dell’Ater del Comune di Roma è l’ex vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, il destrorso Bruno Prestagiovanni.
Il suo collega dell’Ater provinciale è Massimo Cacciotti, già  candidato Pdl alla Regione. Alla presidenza dell’Aler, l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale, è stato collocato Loris Zaffra, segretario cittadino del Psi craxiano.
Consigliere delegato dell’Acer Bologna è Forte Clò, dirigente comunista a quattro ruote motrici, sindaco, consigliere provinciale, poi responsabile dei Ds per il terzo settore.
Allo Iacp di Caserta il presidente della Provincia Domenico Zinzi, onorevole del Pdl, ha piazzato Vincenzo Melone, ex consigliere provinciale di An. All’Ater di Frosinone è planato Enzo Di Stefano, ex capogruppo nel Consiglio regionale del Lazio della Lista Polverini…
Ma non sono soltanto «ragioni di puro potere» a frenare la vendita delle case popolari. Una possibilità , ricordiamo, che esiste per legge da vent’anni.
Esattamente dal 30 dicembre 1991.
E di alloggi ne sono stati ceduti già  numerosi, anche se per incassi decisamente modesti. Fra il 1993 e il 2006 gli inquilini degli ex Iacp hanno comprato 154.768 appartamenti, per un incasso di 3 miliardi 665 milioni.
In media, 23.680 euro per ogni unità  immobiliare con una punta, nel 2006, di 27.046 euro.
Assumendo per buono questo valore medio, e ipotizzando che si possano effettivamente vendere agli inquilini tutti gli oltre 768 mila alloggi affittati, l’introito non raggiungerebbe perciò i 21 miliardi di euro.
Un quinto rispetto alla pirotecnica stima di Brunetta, che sei anni fa parlava di un valore catastale di 100 miliardi.
E comunque molto meno di quell’incasso (30 miliardi) favoleggiato ora.
Per giunta, gli immobili sono spesso così malridotti che gran parte delle somme ricavate nel passato dalle cessioni, sostiene la Corte dei conti, sono state spese per manutenzioni straordinarie: in Lombardia il 39,3%, nel Lazio il 46,55%, in Puglia l’80,5%.
Certo il patrimonio è teoricamente immenso.
Il rendimento, tuttavia, è inesistente.
Nel 2006 i ricavi sono ammontati a 471,4 milioni, con una media di 1.041 euro l’anno per ogni appartamento: 87 euro al mese.
Il massimo a Terni, 127 euro. Il minimo a Latina, 39 euro.
Senza considerare le spese per i lavori, gli stipendi del personale, e tutti gli altri costi. Secondo una indagine della Corte dei conti, nel quinquennio 1999-2003 erano stati spesi per la manutenzione straordinaria di ogni alloggio popolare della Campania 4.267 euro, a fronte di un canone medio riscosso pari a 42,12 euro mensili: in cinque anni, 2.527 euro.
Il fatto è che le case popolari sono afflitte anche da due piaghe micidiali.
La prima è quella dell’abusivismo.
Dice l’indagine Censis-Federcasa che gli appartamenti occupati da inquilini senza titolo sono 21.126, dei quali 5.863 nel solo Comune di Roma e 3.409 in quello di Milano.
Le percentuali più alte di abusivismo sono però a Palermo, dove il fenomeno coinvolgerebbe (ma sono dati del 2006) circa 3 mila degli 11 mila alloggi Iacp, cioè oltre il 27%, e a Catania, con il 23,9%.
Sempre secondo quello studio, il capoluogo etneo era nel 2006 il più colpito dalla seconda piaga: la morosità .
La percentuale di affitti «evasi» era al 92,5%.
Un dato astronomico, che faceva impallidire quello di Cosenza, dove superava il 75%. Pur senza avvicinarsi a queste vette inarrivabili, la morosità  toccava livelli assolutamente ragguardevoli a Cagliari (44%), nel Comune di Roma (41,2%), a Palermo (34,7%) e a Torino (32,5%).
Nel solo 2006 sono andati perduti più di 80 milioni di euro.
E il tasso di evasione superava di ben tre punti quello del 2001: dal 12,9% al 15,9%.
La risposta ai propositi di vendita, con la previsione di introiti stratosferici, è tutta in questa sfilza di numeri incredibili.
Ammesso che tutti abbiano i soldi, quanti saranno disposti a comprare casa sapendo di poterci restare a vita spendendo una miseria, o magari senza nemmeno pagare l’affitto?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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CASE TROPPO CARE E LAVORO PRECARIO: I BAMBOCCIONI SALGONO AL 60%

Ottobre 11th, 2011 Riccardo Fucile

BANKITALIA: IL 40% DEI GIOVANI FINO A 34 ANNI CONTINUA A VIVERE CON I GENITORI PER MOTIVI ECONOMICI… IL 30% DI CHI HA UNA CASA L’HA RICEVUTA DA MAMMA E PAPA’

Non sono bamboccioni.
I giovani italiani non vanno via da casa perchè non possono permettersi di pagare l’affitto, e tanto meno di accendere un mutuo.
Negli ultimi 15 anni i salari per i giovani sono calati, le garanzie contrattuali si sono affievolite e il sistema di welfare si è indebolito.
Mentre «i prezzi delle case sono più che raddoppiati nelle maggiori città  italiane»: ecco perchè, si legge nello studio appena pubblicato dalla Banca d’Italia, “Uscita di casa e prezzi degli immobili. Il caso italiano”, se nel 1983 viveva con i genitori il 49% dei giovani di età  compresa tra i 18 e i 34 anni, nel 2009 la percentuale è salita al 59%.
Se si considerano solo gli under 24, sfiora il 90%.
E in ogni caso per la fascia 30-34 anni è al 29% (30% per gli uomini e 20% per le donne).
E se qualcuno ancora pensasse che i giovani italiani rimangono a casa perchè eccessivamente legati ai genitori, la risposta è no: nel 2003 era il 34% a dichiarare (dati Istat) che la scelta dipendeva principalmente da motivi economici, nel 2009 il 40%. Certo, forse gli italiani hanno una tendenza maggiore a rimanere nella casa natale rispetto ai loro coetanei europei: infatti in media passano sei anni tra la prima esperienza lavorativa e la scelta di vivere da soli. In ogni caso i prezzi proibitivi delle case costituiscono un forte impedimento al raggiungimento dell’autonomia per i giovani: un aumento del 10% riduce nella stessa proporzione la propensione a lasciare i genitori secondo alcuni studiosi.
E secondo le autrici della ricerca della Banca d’Italia, Francesca Modena e Concetta Rondinelli, un aumento delle quotazioni immobiliari di circa 700 euro al metro quadro riduce la probabilità  di lasciare la famiglia di origine di circa mezzo punto percentuale per gli uomini (al 3,7% dal 4,1) e di oltre un punto percentuale per le donne (al 4% dal 5,2). Poichè i prezzi delle case sono saliti vertiginosamente soprattutto dalla fine degli anni ’90, «la corte nata tra il 1976 e il 1982 è stata maggiormente penalizzata nella transizione all’età  adulta».
Una simulazione dimostra che se questo gruppo di giovani a 29 anni (età  nella quale si è estremamente propensi ad andarsene da casa) si fosse potuta confrontare con le stesse quotazioni immobiliari con le quali alla loro età  si è rapportato il gruppo nato tra il 1971 e il 1975, la propensione ad andarsene da casa sarebbe salita di sei punti percentuali.
L’esplosione delle quotazioni immobiliari ha accresciuto inoltre la disuguaglianza: il 30% dei giovani che vivono da soli ha ricevuto la casa in dono dai genitori.
Ai giovani che non hanno genitori abbienti non rimane che l’affitto, e infatti un’indagine del Censis attesta che i proprietari di casa in Italia sono nella stragrande maggioranza ultraquarantenni, mentre per il 36,3% dei giovani c’è l’affitto a prezzi di mercato.
Gli affitti sono cresciuti di 80 punti percentuali tra il 1998 e il 2006.
Affitti e prezzi di vendita sono volati alle stelle soprattutto dopo l’introduzione l’euro, ammette la ricerca.
Se si vuole che i giovani se ne vadano da casa, bisogna avviare una seria politica per ridurre i prezzi immobiliari, conclude lo studio.
Avvantaggiando soprattutto i disoccupati e coloro che provengono da famiglie a basso reddito.

Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)

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RECORD DEGLI SFRATTI PER MOROSITA’: UNO OGNI 380 FAMIGLIE, IL DOPPIO DEL 2000

Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile

“NON LASCEREMO NESSUNO INDIETRO” PROMETTEVA BERLUSCONI: INFATTI IL GOVERNO LI LASCIA SOTTO UN PONTE…BRESCIA, VICENZA E MODENA GUIDANO LA CLASSIFICA E IL FONDO SOCIALE E’ RIDOTTO AL LUMICINO

Non solo è difficile arrivare a fine mese, ma per molte famiglie è pesante anche pagare puntualmente il fitto di casa.
I ritardi negli ultimi mesi si sono moltiplicati tanto da far raddoppiare in 10 anni gli sfratti per morosità : erano poco più di 25 mila nel 2000 sono schizzati a oltre 56 mila l’anno scorso. In sostanza si è arrivati a uno sfratto ogni 380 famiglie, rispetto ad uno ogni 539 famiglie nel 2001 e a uno sfratto ogni 401 famiglie nel 2009.
Se nel 1983 gli sfratti per morosità  rappresentavano il 13% dei provvedimenti di rilascio forzoso emessi, nel 2000 sono saliti al 64,5% per attestarsi lo scorso anno a quota 85,7%.
Le cifre evidenziano una situazione allarmante che emerge da uno studio del Sunia, il sindacato degli inquilini che ha fotografato anche le realtà  locali.
A livello provinciale, è Brescia che guida la classifica con un vistoso 94,96%, seguita da Vicenza con il 94,55%, Modena con il 93,87% e da Torino con il 92,09%.
Il peso delle ingiunzioni si sente soprattutto nelle realtà  industriali e nelle aree metropolitano dove hanno influito le crisi industriali e il precariato.
La crescita così forte degli sfratti è stata determinata anche da canoni di locazione mediamente alti: molte famiglie, pur di trovare una soluzione abitativa, hanno firmato contratti di locazione che non sono in grado di onorare.
Così scatta lo sfratto per morosità  che porta, in molti casi, a soluzioni precarie come andare ad abitare presso familiari rafforzando, così, il fenomeno della coabitazione.
Ad aggravare ulteriormente la posizione degli inquilini con redditi bassi si è aggiunto lo “svuotamento” del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione che ha il preciso scopo di agevolare gli inquilini con reddito basso a pagare l’affitto.
L’integrazione poteva essere richiesta quando il reddito complessivo annuo imponibile del nucleo familiare non era superiore a due pensione minime Inps rispetto al quale l’incidenza dell’affitto non doveva essere inferiore al 14%.
Per i nuclei familiari con un reddito non superiore a quello fissato dalle regioni per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, l’incidenza dell’affitto doveva risultare non inferiore al 24%.
Da dati pubblicati sul sito lavoce.info emerge che nel 1999 era previsto uno stanziamento di 388 milioni e 778 mila euro.
Queste risorse si sono lentamente prosciugate: nel 2010 erano scese a 143 milioni e 826 mila euro.
Ma il crollo è avvenuto con il varo della legge di stabilità  che ha drasticamente ridotto gli stanziamenti a oltre 33 milioni di euro per il 2011 e il 2012, per fissarli per il 2013 al lumicino: 14 milioni e 313 mila euro.
«Siamo di fronte alla dismissione da parte governo – spiega Claudio Fantoni, assessore alla casa del comune di Firenze e delegato Anci alle politiche abitative – degli interventi a sostegno della fascia di popolazione più a disagio, quella che non ha risorse per assicurarsi un’abitazione. Di fronte ad una necessità  quantificata in un miliardo e mezzo all’anno non restano che una manciata di milioni di euro».

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RISCOSSIONI EQUITALIA: FAMIGLIE NEI GUAI, SALVI I GRANDI EVASORI

Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile

NEL MIRINO C’E’ DI TUTTO: DALLE MULTE AL BOLLO…NESSUNA GUERRA TOTALE AL NULLATENENTE CON SUV

Uno spettro s’aggira per l’Italia.
à‰ quello delle nuove procedure di riscossione che il governo ha garantito all’Agenzia delle entrate e quest’ultima a Equitalia, il suo braccio armato.
L’obiettivo, spiegano fonti interne, è portare nel 2012 la quota di evasione recuperata a 13 miliardi di euro (quest’anno dovrebbero essere poco più di 11 miliardi).
Già  questo obiettivo, peraltro, è puramente numerico: nei miliardi recuperati di cui si parla — solamente il 10,4 per cento dell’evasione “scoperta” — rientra di tutto, dalle multe al bollo del motorino fino alle procedure conciliative con maxi-sconto.
Insomma, non è proprio la guerra totale al nullatenente in Suv di cui si nutre l’immaginario collettivo.
In ogni caso, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha bisogno di soldi per il pareggio di bilancio e tutto fa brodo per aumentare gli incassi di Equitalia, anche i metodi vessatori: ci sono voluti tre interventi legislativi infatti — dalla manovra estiva del 2010 a quella di luglio scorso — ma alla fine il Tesoro è riuscito a mettere in mano ai suoi agenti riscossori una pistola carica.
E pazienza se ci sarà  qualche vittima.
Fino al 1 ottobre, cioè sabato scorso, la procedura di recupero era la seguente: in caso di mancato pagamento, l’Agenzia delle entrate preparava la cartella esattoriale, poi passava la pratica a Equitalia che notificava l’inizio della fase esecutiva al contribuente, il quale aveva 60 giorni per pagare o fare ricorso.
Tempo medio della procedura: 15-18 mesi al netto dei ricorsi.
Ora si passa al cosiddetto “accertamento esecutivo”, che velocizza tutto l’iter: già  con la cartella dell’Agenzia delle entrate — nota bene: anche se giace in qualche ufficio postale — partono i 60 giorni di tempo per il contribuente e, al 61esimo, la pratica è esecutiva.
A quel punto Equitalia, grazie ad una modifica estiva, dovrà  comunque sospendere tutto per 180 giorni. Il tempo medio dunque s’aggira attorno agli otto mesi.
Si trattasse solo di un iter più rapido, però, sarebbe benvenuto, solo che le novità  non sono finite.
Intanto se il contribuente decide di fare ricorso, dovrà  comunque versare entro i famosi 60 giorni un terzo dell’importo contestato.
E poi esiste una larga possibilità  per Equitalia di agire in via discrezionale e preventiva nel caso esistano “fondati motivi” di ritenere in pericolo “il positivo esito della riscossione”: dall’ipoteca sulla casa del presunto evasore, al pignoramento dei suoi conti correnti fino alla ganasce fiscali per i veicoli.
Curioso per uno Stato che ritarda di anni i pagamenti ai suoi fornitori o la restituzione dei crediti fiscali.
“Se questo fosse il trattamento che si riserva all’evasore totale sarebbe anche giusto, ma vale per tutti, anche per una piccola impresa che non riesce a pagare una rata per via della crisi o per uno che ha sbagliato a fare la dichiarazione dei redditi”, spiega Antonio Iorio, avvocato tributarista, collaboratore del Sole 24 Ore ed ex direttore delle relazioni esterne proprio per l’Agenzia delle Entrate: “La prima cosa da fare, comunque, è migliorare la qualità  degli accertamenti. Bisogna sempre ricordare, infatti, che oggi il 40 per cento circa delle contestazioni vengono poi annullate da un giudice: in questo modo c’è il rischio che l’obbligo di versare un terzo della cartella per avviare il ricorso diventi un onere improprio per le imprese. Pensi ad una piccola azienda accusata di aver evaso o comunque non versato al fisco 2 milioni di euro: deve pagarne in due mesi 700 mila solo per fare ricorso e se non lo fa rischia di vedersi ipotecare gli impianti o pignorare i conti correnti col risultato che le banche le chiudono il credito perchè viene segnalata alla centrale rischi”.
Nel mirino, insomma, finiranno le Pmi, che già  vivono un rapporto difficile con la pubblica amministrazione.
E’ lecito dubitare che la pistola gentilmente fornita da Tremonti verrà  usata con prudenza: è stata data proprio per sparare.
Le pressioni dal Tesoro e dall’Agenzia delle Entrate, confermano fonti di Equitalia, sono tutte dirette al conseguimento degli obiettivi di budget.
Tradotto: gli agenti riscossori dovranno portare a casa l’osso dei 13 miliardi e poco male se nel frattempo un altro pezzo di imprenditoria italiana sarà  desertificato o si finirà  in realtà  per aumentare l’evasione.
“I veri evasori — spiegano — non pagano quasi niente e mettono da parte una sorta di fondo rischi con cui poi chiudere una procedura di conciliazione col fisco: con gli sconti che strappano ci guadagnano lo stesso. E così anche chi paga pensa comincia a pensare che farlo sia da fessi”.
La reazione dei cittadini — per ora sottotraccia — è di esasperazione: il tono dei commenti sul web, per dire, è lo stesso ad ogni latitudine, dal blog di Beppe Grillo ai siti del Sole, del Giornale o della Repubblica.
Per capirci su cosa si rischia, in Sardegna — dove ci fu una sollevazione popolare contro Equitalia già  ad aprile — vanno in esecuzione oltre 80mila cartelle: “C’è aria di rivolta”, titola un giornale dell’isola.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN INGHILTERRA LA BANCA CHIAMA AL TELEFONO: “CONTENETE LE SPESE O PERDERETE LA CASA”

Settembre 11th, 2011 Riccardo Fucile

MIGLIAIA DI RISPARMIATORI STANNO PER RICEVERE UNA CHIAMATA CHE LI ESORTA A CONCENTRARSI SUL MUTUO CASA E A LIMITARE I CONSUMI

Spendaccione avvisato, mezzo salvato.
Con una telefonata molto seria due banche inglesi inviteranno nei prossimi mesi alcuni loro clienti a smetterla di spendere i loro risparmi per avere le partite sul digitale, andare a cena fuori, giocare con il cellulare e frequentare la palestra più costosa del quartiere, e senza giri di parole “consiglieranno” ai loro correntisti di concentrarsi sul pagamento più importante, quello della rata del mutuo di casa, o del prestito in atto con l’istituto.
In barba alla privacy dei dati e dei consumi, l’Inghilterra si difende anche così dallo spauracchio della crisi.
L’operazione telefonica da parte dei funzionari della UKAR, UK Asset Resolution, l’istituto statale che dal 2010 (e dopo la crisi finanziaria del 2008) si occupa della gestione di due istituti di credito immobiliari oggi nazionalizzati come Bradford & Bingley e Northern Rock, partirà  nelle prossime settimane.
Finora l’istituto si è occupato di svolgere controlli diretti sui conti correnti dei debitori, per analizzarne propensione al rischio, eccesso di spesa e di uso della liquidità  a disposizione.
È la prima volta che ai titolari di mutui inglesi (in questo caso sono stati presi di mira quelli a interesse variabile) viene controllato il conto corrente dopo che il finanziamento è già  stato erogato, mentre tali controlli sono di routine in fase di approvazione del prestito.
La Ukar ha giudicato a rischio circa 30mila debitori: per loro, in caso i tassi di interesse aumentassero e superassero lo storico e favorevole livello odierno dello 0,5 per cento, si prospetta la possibilità  di non riuscire a far fronte alla rata mensile, trimestrale o semestrale e per l’istituto statale si delinea una preoccupante fase.
Ecco perchè, a ritmo di duemila a settimana, gli spendaccioni inglesi più spericolati verranno avvertiti telefonicamente, e consigliati sulla revisione delle priorità  di spese familiari.
Una sorta di coscienza finanziaria che, dopo aver controllato debiti e rate a carico dei singoli, aiuterà  i consumatori a rinunciare a qualcosa, rassicurando così le casse statali che devono recuperare i 48 miliardi di sterline versati per la nazionalizzazione dei due istituti falliti.

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SCAJOLA INDAGATO, ADESSO ANCHE LUI SA

Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile

CASA AL COLOSSEO: LA PROCURA DI ROMA ISCRIVE L’EX MINISTRO PDL PER FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI

L’ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ora è davvero nei guai.
Per quell’elegante “mezzanino” con vista sul Colosseo, in via del Fagutale 2, che gli è già  costata la poltrona govermativa, è stato iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati.
L’ipotesi d’accusa “per finanziamento illecito dei partiti” è tutto sommato modesta se si pensa che l’architetto Angelo Zampolini, tecnico di fiducia di Diego Anemone – il costruttore “grandi appalti” al centro dello scandalo che nel 2010 travolse la Protezione civile – poggiò sul tavolo del notaio 80 assegni circolari da 12.500 euro l’uno, per il totale non trascurabile di 900 mila euro, per l’acquisto di quella casa. Come hanno confermato Barbara e Beatrice Papa, le proprietarie che si ostinano a dichiarare di aver ricevuto un milione e 700 mila euro mentre Scajola ammette di averne pagate soltanto 600 mila, come anche attesta il mutuo bancario sottoscritto alla stipula.
Mancano ancora all’appello 200mila euro: forse sapremo chi li ha tirati fuori.
Peccato, tutto sembrava andare per il meglio per l’ex sindaco di Imperia, da quarant’anni in politica, sempre in pole position per incarichi di prestigio.
La bufera sembrava ormai acqua passata e lui a petto in fuori continuava a ripetere: “Non sono indagato, su di me c’è soltanto una furiosa campagna mediatica”.
Tanto che lo scorso marzo era riemerso nell’agone politico e con timing perfetto era riuscito a mettere insieme 23 deputati e 11 senatori, quanto basta per formare una corrente, già  pronto anche il nome “Azzurri per la libertà ”.
Poi si era recato ad Arcore in visita a Berlusconi, cupo per la vicenda delle Olgettine, alle prese con tensioni interne al Pdl e con ipotesi di rimpasto.
L’incontro non era stato una festa, ma Scajola aveva buttato già  la sua candidatura per qualche incarico governativo, pronto a dare una mano al Pdl in difficoltà  perchè “troppo lontano dai problemi della gente”.
La giustizia è lenta ma implacabile e ora, un anno e mezzo dopo le sue dimissioni, la Procura di Roma ha tirato fuori la conclusione dell’indagine affidata alla Guardia di finanza.
Poteva andare peggio considerato che Anemone è imputato del reato di corruzione e Zampolini ha già  patteggiato la condanna a 11 mesi.
Fatto è che la legge sul finanziamento illecito del 1980 consente di condannare un pubblico ufficiale che accetti denaro e prebende anche se non c’è prova che abbia corrisposto favori e così rimane avvolto nel mistero perchè mai Anemone abbia deciso di concorrere con 900 mila euro all’acquisto della casa con vista, che l’ex ministro aveva già  annunciato di voler lasciare e in effetti per qualche tempo nel palazzo non si era più visto, poi placate le acque era tornato.
Alla fine si dimise.
Disse: “Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l’annullamento del contratto”.
In pochi lo avevano incitato a resistere.
Di quella transazione si parlava nella richiesta di arresto, firmata dai pm Sergio Sottani e Alessia Tavernese, per Zampolini, l’ex commissario dei mondiali di nuoto Claudio Rinaldi e Stefano Gazzani, commercialista di Anemone.
Ma la richiesta era stata stoppata dal gip Massimo Ricciarelli per motivi di competenza territoriale e gli atti erano passati alla Procura di Roma.
Nel frattempo Zampolini aveva finito per ammettere di aver agito per conto di Anemone.
Decisiva la testimonianza delle sorelle Papa.
Ma manca la prova del do ut des e così Scajola è l’unico indagato per la compravendita, un reato che non è di competenza del Tribunale dei ministri.
Appresa la notizia ha reagito con mesta sobrietà : “La procura di Roma ha aperto un fascicolo su una vicenda per la quale la procura di Perugia, dopo un anno e mezzo di indagini, non ha ritenuto di dovermi indagare”.
Ancora una volta si dice sereno.
Ma non dice perchè Anemone abbia versato 900 mila euro per quella casa.

Rita di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALLE FAMIGLIE GIOVANI NESSUNO PENSA: il 58,4% SPENDE TUTTO IL REDDITO MENSILE, IL 5% E’ COSTRETTA A FARE DEBITI, SOLO IL 28% RIESCE A RISPARMIARE QUALCOSA

Agosto 22nd, 2011 Riccardo Fucile

I DATI CENSIS FOTOGRAFANO UN FUTURO SEMPRE PIU’ NERO PER LE GIOVANI COPPIE: OLTRE IL 40% VIVE IN AFFITTO, L’8% NON PUO’ CONTARE SU ALCUN GENERE DI PATRIMONIO E IL 42,6% E’ PRIVO DI IMMOBILI

Le famiglie giovani riescono sempre meno a risparmiare.
L’indebolimento economico dei lavoratori più giovani e’ ormai un fenomeno di lungo periodo. E questa tendenza e’ destinata inevitabilmente a mettere a rischio la solidità  patrimoniale delle famiglie italiane, erodendo la tradizionale propensione al risparmio.
Secondo i risultati del primo anno di lavoro del progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Censis e Unipol, sono le famiglie con persona di riferimento più giovane quelle che meno delle altre sono riuscite a risparmiare nel corso dell’ultimo anno. Solo il 28,6% dei capofamiglia fino a 35 anni indica che la sua famiglia e’ riuscita a mettere da parte qualcosa, rispetto a una percentuale più alta (il 38%) riferita ai capofamiglia di 45-54 anni.
Sono infatti le famiglie più giovani quelle che in quota maggiore spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%).
Dall’osservazione dell’assetto patrimoniale delle famiglie italiane emerge in modo netto la debolezza dei nuclei più giovani, particolarmente marcata in oltre la metà  dei casi.
L’8% non può contare su nessun genere di patrimonio, e a queste si aggiunge il 42,6% che non ha nessun patrimonio immobiliare (contro il 16,8% medio).
Circa il 20% delle famiglie giovani (rispetto al 40% circa del totale delle famiglie) può contare esclusivamente sulla prima casa (3,7%) o sulla prima casa e un conto in banca (19,1%).
Il possesso di altri immobili o di investimenti e rendite riguarda circa il 23% di esse, contro il 36% riferito alla totalità  delle famiglie italiane.
Oltre il 40% delle famiglie giovani vive infatti in una casa in affitto.
E una ulteriore testimonianza della loro fragilità  patrimoniale proviene proprio dall’analisi della condizione abitativa.
Considerando l’insieme delle famiglie che non possiedono la casa in cui vivono, di nuovo sono le famiglie più giovani a risultare le più svantaggiate.
L’83% di esse e’ in affitto da un privato (contro il 73,5% del totale delle famiglie non proprietarie), il 15,9% vive in una casa di un parente, e solo l’1% usufruisce di un affitto da un ente, che generalmente prevede canoni agevolati, a fronte del 9,5% del totale delle famiglie non proprietarie (percentuale che sale invece al 15% circa per i nuclei con persona di riferimento con 55 anni e più).
Nel dibattito pubblico le risorse rappresentate dal risparmio e dai patrimoni delle famiglie vengono frequentemente citate come un elemento di solidità  del sistema economico nazionale.
Ma questo discorso e’ destinato a essere sempre meno vero, se i giovani lavoratori, sulle cui spalle ricade prevalentemente il peso dell’incertezza economica, spesso senza alcun genere di ammortizzatori, non sono nelle condizioni di accantonare risorse per il futuro.
E anzi mostrano, diversamente dai loro padri, una maggiore tendenza (e necessità ) a indebitarsi.

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CASA TREMONTI, LAVORI OMAGGIO DA 200MILA EURO

Agosto 2nd, 2011 Riccardo Fucile

IL PROPRIETARIO INCASTRA MILANESE: “COSI’ AVEVANO L’ALLOGGIO GRATIS”

Eccolo il verbale che inchioda Marco Milanese e che imbarazza Giulio Tremonti.
Porta la data del 7 luglio e contiene le dichiarazioni di un cinquantenne nato a Città  di Castello che in molti conoscono nei palazzi romani.
Si chiama Alfredo Lorenzoni ed è il segretario generale del Pio Sodalizio dei Piceni, l’uomo incaricato di gestire le pratiche di affitto dei pregiati immobili romani di questa antica Confraternita di marchigiani.
Lorenzoni ha raccontato tre cose importanti al pm Vincenzo Piscitelli che indaga su Marco Milanese a Napoli.
Innanzitutto ha detto chiaramente che i lavori di ristrutturazione effettuati e mai pagati dal deputato Pdl nella casa di via Campo Marzio 24 a Roma valgono più di 200 mila euro e non 52 mila come sostengono all’unisono Milanese e il costruttore Angelo Proietti, indagati a Roma per corruzione dal pm Paolo Ielo proprio per la ristrutturazione a sbafo.
Inoltre Lorenzoni ha ricordato che il primo preventivo presentato dalla società  di Proietti, la Edil Ars, ammontava addirittura al doppio: 400 mila euro. Questa somma mostruosa anche per il rifacimento di un appartamento d’epoca al centro di Roma, nella logica accusatoria, sarebbe stata utile a prolungare la permanenza gratuita nell’appartamento di Tremonti e Milanese. Se fosse stata accettata da Lorenzoni, Marco Milanese avrebbe potuto offrire gratis al ministro la sua magione romana senza tirare fuori un euro per tre anni e non per i 17 mesi ottenuti.
La terza cosa che ha detto Lorenzoni al pm Piscitelli è che per lui quella casa in cerca di autore era destinata non a Milanese ma a Tremonti.
Una dichiarazione che mette in serio imbarazzo il ministro e rende sempre urgente la sua convocazione come testimone davanti ai pm che indagano su Milanese.
Sono troppi i dubbi e le incongruenze tra le sue dichiarazioni e i verbali di testimoni e indagati.
A partire da quelli di Alfredo Lorenzoni. Il segretario generale dei Piceni viene convocato la prima volta a Napoli da Piscitelli il 28 giugno.
Al pm che gli chiede conto della casa di via Campo Marzio risponde: “Il contratto è stato stipulato il primo febbraio 2009. Il canone di locazione è stato stabilito in 8.500 euro mensili (…) concordammo contrattualmente con il Milanese l’esecuzione a suo carico di lavori per una cifra complessiva di 200 mila euro (conteggiati secondo il nostro prezzario ) dal cui ammontare andava mensilmente scomputato il canone di locazione fino al raggiungi mento di quell’ importo. Mi consta che i lavori siano stati effettivamente eseguiti”.
Peccato che i lavori non siano mai stati pagati da Milanese.
Come scoprono i magistrati che convocano il costruttore Proietti per chiedergli perchè.
Anche perchè la società  Edil Ars ha fatto lavori senza gara per 5 milioni di euro con la Sogei, una società  informatica controllata dal Ministero dell’economia, solo nel 2010.
Proietti ha la risposta pronta: “i lavori sono stati fatti solo per 52 mila euro, come contabilizzato nel mio bilancio”.
E perchè non sono stati pagati?
“Milanese mi diceva che avrebbe pagato tutto alla fine dell’intervento complessivo di 200 mila euro. Quando il responsabile del Pio Sodalizio, Lorenzoni”, precisa Proietti al Fatto, “venne a vedere i lavori eseguiti, io gli feci notare che valevano solo 52 mila euro, ma lui disse che avremmo ultimato l’intervento dopo”.
Evidentemente le due versioni erano dissonanti.
E quella di Proietti puntella perfettamente la difesa di Milanese alla Camera: “i lavori di restauro effettivamente eseguiti ammontano a soli 50.000 euro; l’affitto che io avrei dovuto corrispondere avrebbe dovuto essere scalato dall’ammontare delle spese per il restauro, peraltro effettuato solo in minima parte; il Ministro ha corrisposto, quale partecipazione all’affitto dell’immobile, a partire dalla seconda metà  del 2008, la somma mensile di circa 4 mila euro, corrispostemi settimanalmente”.
Insomma, l’importo dei lavori effettivamente realizzati è determinante.
Ecco perchè il 7 luglio Alfredo Lorenzoni viene riconvocato da Piscitelli.
”In relazione ai lavori di via Campo Marzio 24 confermo che la stima di quelli necessari, da effettuare secondo il nostro prezziario, ammontava a circa 250 /260 mila euro”, spiega ai pm Lorenzoni “in precedenza l’Edil Ars aveva presentato per quell’appartamento, su incarico del nuovo inquilino, un preventivo per circa 400 mila euro che noi non prendemmo neanche in considerazione perchè sproporzionato. Non erano previsti lavori di consolidamento statico ma di manutenzione ordinaria. Questo preventivo di fatto rifiutato fu restituito all’Edil Ars. (…) lo ho verificato che i lavori -per quel che ricordo durati circa quattro mesi -sono stati effettivamente realizzati anche a un livello medio alto (di fattura e di materiali impegnati). l
n sostanza la tipologia di lavori per noi ritenuti necessari e conteggiati secondo quel computo prima descritto è stata integralmente realizzata senza trascurarne o differirne nessuno degli stessi. lo ci sono stato più volte (sei o sette volte) e comunque l’appartamento è venuto molto bene”.
Altro che “romanella” come aveva definito in dialetto romanesco il lavoro fatto alla bell’e meglio Proietti.
Ma chi era il beneficiario di tutti questo giro di lavori, canoni scomputati e contratti?
Anche su questo Lorenzoni parla chiaro: “Confermo che fu Proietti a dirmi per la prima volta che l’appartamento era destinato ad essere abitato dal Ministro Tremonti. Fu lo stesso Milanese a confermarmi la circostanza e poi io stesso in diverse occasione dei miei accessi all’interno dello stabile, ne ho avuto conferma anche perchè la presenza del Ministro non passa inosservata per la presenza della scorta”.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CASA, STANGATA FISCALE DA DUE MILIARDI: LA CEDOLARE SUGLI AFFITTI SALIRA’ AL 25%

Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile

SARANNO RIDOTTI I BONUS SU RISTRUTTURAZIONI E RISPARMIO ENERGETICO… DAI MUTUI, AI LAVORI E ALLE PROVVIGIONI DEGLI INTERMEDIARI: TUTTI GLI AUMENTI DI TASSE DAL 2013-2014

Non c’è solo il ritorno dell’Irpef sulla prima casa.
Quella che si profila sul fronte immobiliare somiglia a una vera e propria stangata fiscale, che taglierà  tutte le agevolazioni e aumenterà  dal 21 al 25,2% la cedolare secca appena introdotta sugli affitti.
Oltre 10 miliardi di euro di sconti fiscali per la casa saranno “alleggeriti” dalla manovra economica.
I tagli arriveranno in due tranches: nel 2013 il 5% in meno, circa 500 milioni di euro; l’anno dopo il 20%: 2 miliardi.
Ce ne sarà  per tutti: per chi possiede la casa in cui abita, per chi dà  in affitto il proprio immobile, per chi fa lavori di ristrutturazione, e infine per gli stessi inquilini.
Ma procediamo con ordine.
I proprietari di prime case.
Oltre al ritorno dell’Irpef sulla prima casa a partire dai redditi 2013 e 2014, i proprietari subiranno tagli alle agevolazioni, a cominciare da quelle fiscali per l’acquisto della prima casa. Ma sarà  ridotta anche la detrazione Irpef per gli interessi passivi sui mutui prima casa (19% su un tetto massimo di spesa di 4 mila euro annui).
Limitata infine la detrazione Irpef per le provvigioni pagate ai mediatori immobiliari per l’acquisto dell’abitazione principale (19% su un importo massimo di mille euro annui).
I proprietari che affittano l’immobile.
Qui è a rischio la novità  fiscale del 2011, ovvero la cedolare secca sugli affitti che, da quest’anno, prevede un’imposta unica del 21% sugli affitti relativi a contratti di locazione di immobili ad uso abitativo (19% per i contratti agevolati che prevedono un affitto inferiore a quello di mercato).
Ebbene, con il taglio alle agevolazioni, la cedolare salirà  a regime dal 21 al 25,2 per cento. Immediata la richiesta di chiarimenti di   Confedilizia, secondo cui a questo punto rischiano di cambiare di nuovo le convenienze fiscali dei proprietari.
A rischio anche la deduzione forfetaria del 15% sui redditi da locazione che viene riconosciuta ai proprietari a fronte dei costi sostenuti per l’immobile (manutenzione, imposte, ecc.) e l’ulteriore deduzione del 30% ai proprietari che affittano con canone concordato.
I proprietari che fanno lavori in casa.
Qui entra in gioco il ricorso agli sconti Irpef sulle ristrutturazioni e sui lavori di risparmio energetico.
Due misure particolarmente amate dagli italiane e che vengono di solito rinnovate di anno in anno.
Ebbene, il bonus del 36% sui lavori di recupero edilizio si ridurrà  al 28,8, mentre quello del 55% su interventi mirati al risparmio energetico calerà  al 44 per cento.
Gli inquilini.
Anche le detrazioni fiscali previste per gli inquilini a sostegno del costo dell’affitto di casa saranno investite dal taglio del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014.
Si va dalla detrazione di 300 e 150 euro per l’affitto dell’abitazione principale, alla detrazione triennale di 991,60 euro per i giovani inquilini tra i 20 e i 30 anni, per passare, poi, ai 495,80 euro e ai 247,90 euro per i contribuenti intestatari di contratti con affitto concordato.
A rischio anche le detrazioni per i lavoratori dipendenti che abbiano trasferito la residenza nel comune di lavoro (991,60 e 495,80 euro per i primi tre anni).

Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)

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