Destra di Popolo.net

I VESCOVI SCARICANO PDL E LEGA AI BALLOTTAGGI: “NESSUN RISCHIO ISLAMIZZAZIONE”

Maggio 25th, 2011 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DELL’AVVENIRE RESPINGE LE ACCUSE DI SALLUSTI E LA CEI SI DICHIARA A FAVORE DEI LUOGHI DI CULTO ISLAMICI… COME AL SOLITO IL GOVERNO DEGLI ACCATTONI HA PERSO UN’OCCASIONE PER TACERE

Dalla Chiesa “nessuna riserva verso i luoghi di culto”.
Così i vertici della conferenza episcopale rispondono agli allarmi lanciati da Berlusconi e Bossi nei confronti delle posizioni del candidato di centrosinistra, Giuliano Pisapia.
Mentre il direttore di ‘Avvenire’ risponde al ‘Giornale’: “Attaccare Tettamanzi per appoggiare la Moratti è una cantonata gigantesca”
“Le divinità  accecano o rendono folli ‘coloro che vogliono perdere’”.
E’ con un proverbio — pagano — che la Cei scarica il centrodestra milanese, a pochi giorni dai ballottaggi. E per due volte.
La prima con una risposta del direttore del quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’, Marco Tarquinio, al direttore del ‘Giornale’, Alessandro Sallusti, che ieri aveva attaccato il cardinale Tettamanazi e arringato i cattolici a riaffidarsi al sindaco Letizia Moratti.
La seconda volta con le dichiarazioni dei vertici della comunità  episcopale che smentiscono il pericolo di ‘islamizzazione’ a Milano.
Uno dei temi principali su cui Pdl e Lega stanno basando la campagna elettorale, accusando il candidato di centrosinistra Giuliano Pisapia di volere una ‘zingaropoli islamica’.
Ma se gli elettori cattolici appaiono confusi sulla scelta di voto da fare al ballottaggio, molto meno lo sembrano i vertici della Chiesa.
“Non credo che ci sia affatto il pericolo di una islamizzazione”.
Così monsignore Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, rimanda al mittente gli allarmi lanciati dal premier Silvio Berlusconi e dal leader della Lega Umberto Bossi.
“Pisapia vuole costruire una moschea a Milano”, urlano dal centrodestra?
“Noi non abbiamo nessuna riserva nei confronti dei luoghi di culto, chiunque ha la libertà  di professare la propria fede e ha il diritto di professarla nei luoghi che gli sono consoni” risponde Mogavero.
Un “diritto fondamentale della libertà  religiosa” anche secondo il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata.
Nessun problema per la Chiesa a patto che, specifica, il progetto risponda “alle esigenze di vita sociale e comunitaria secondo la nostra comunità  civile, la nostra Costituzione e le leggi che in Italia regolano la convivenza”.
Proprio il richiamo contenuto nel programma dell’avvocato milanese
Ma i vescovi, per la maggioranza, sono scomodi anche quando non parlano.
E’ di ieri l’attacco del direttore del ‘Giornale’ Sallusti al cardinale Luigi Tettamanzi, vescovo di Milano, per non aver “dato indicazioni chiare al suo gregge”.
“La chiesa non si schiera nè con uno nè con l’altro”, ribadisce oggi monsignore Crociata. Non solo, secondo il ‘Giornale’, le “mezze frasi” e l’ambiguità  di Tettamanzi, un po’ come oggi quelle della Cei forse, “sono certamente un aiuto ai mangiapreti alla Pisapia”.
Ma a Sallusti risponde il direttore di ‘Avvenire’, Marco Tarquinio, che parla di “cantonata gigantesca” da parte della maggioranza e “autogol evidente”.
“Se c’è — e infatti è emerso — un problema di rapporto” tra il centrodestra milanese e gli elettori cattolici, spiega Tarquinio, “qualcuno si illude davvero di risolverlo attaccando a testa bassa l’arcivescovo” e “il governatore lombardo di centrodestra Roberto Formigoni?”.
A quest’ultimo, proveniente da Comunione e Liberazione, Sallusti ha rinfacciato di aver dichiarato di poter lavorare bene “in fondo anche con Pisapia”.
La valutazione del direttore del quotidiano cattolico — che non nasconde i dubbi su alcune posizioni del candidato di centrosinistra — è morale ma soprattutto politica: il centrodestra sta fallendo la strategia di richiamo al voto di moderati e cattolici.
Una inutile campagna non solo politica, ma anche mediatica, per Tarquinio. Secondo cui, riferendosi a Sallusti e al ‘Giornale’, “accecati e insensati sono anche i polemisti incendiari che ‘vogliono far perdere’ quelli che dichiarano amici…”.

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BAGNASCO A LAMPEDUSA “C’E’ CHI PARLA MOLTO E FA POCO”: E SILVIO E BOBO SONO SERVITI

Maggio 19th, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CEI RINGRAZIA GLI ABITANTI DELL’ISOLA… SULL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE OSSERVA: “LA STORIA CHIAMA L’EUROPA A MISURARE SE STESSA”

”Sono venuto a Lampedusa per incrociare il vostro sguardo e per dirvi grazie: la vostra accoglienza fatta di gesti semplici è un esempio per quanti parlano molto e fanno poco”.
Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in quella che sembra essere anche una critica dell’operato del governo e di Silvio Berlusconi. Visto che a fronte delle promesse fatte, l’emergenza non è mai stata risolta.
Nella sua omelia ai lampedusani, Bagnasco ha più volte ringraziato la comunità  di Lampedusa esortandola a continuare a essere un esempio per tutto il Paese. “Accompagnati nelle vostre legittime necessità  personali e sociali”, ha sottolineato però il porporato con riferimento alle richieste di sostegno e di attenzione che arrivano da Lampedusa, dove le attività  economiche rischiano di subire il contraccolpo dell’ondata di sbarchi avvenuta nelle scorse settimane.
Le situazioni gravi come l’emergenza immigrazione rappresentano, secondo Bagnasco, “un appuntamento al quale la storia chiama l’Europa, per misurare se stessa, per verificare le proprie intenzioni, per costruire il suo volto nel mondo. L’Europa ha una grande opportunità  di essere sulla via della vera unità , che è più profonda della via dell’unificazione: quella tocca le giuste procedure, questa plasma l’anima dei popoli”.
Poi l’appello: ”L’Italia e l’Europa non dimentichino Lampedusa”.
”Preghiamo per chi giunge da lontano”, ha detto il presidente della Cei, facendo riferimento anche alle parole del Papa sulla necessità  di fermare il conflitto in Libia.
La speranza è “che tacciano le armi e si riprenda la via della riconciliazione e della pace”.

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WOJTYLA, LA CHIESA DEL PAPA POPSTAR: “HA DISTRUTTO IL SENSO DEL SACRO IN OCCIDENTE”

Maggio 4th, 2011 Riccardo Fucile

L’ANALISI CONTROCORRENTE DI MASSIMO FINI: “NON HA SAPUTO INTERCETTARE LE NASCENTI ESIGENZE SPIRITUALI CHE PREMEVANO CONTRO L’ORGIA DI RAZIONALIZZAZIONE”…”HA PRIVILEGIATO UNA CHIESA MONDANIZZATA CON UN USO SPREGIUDICATO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE DELLA MODERNITA'”…”HA AVUTO UNA ENORME POPOLARITA’, MA SCARSA PRESA SPIRITUALE”

Papa Wojtyla è stato beatificato a soli sei anni dalla morte, caso unico nella storia della Chiesa che in queste faccende è sempre stata cauta.
Il popolo lo voleva “Santo subito”.
Ma trascorso lo spirito dell’epoca, avido di fretta e di “eventi”, io credo che Giovanni Paolo II passerà  alla storia come il Papa che ha rischiato di distruggere ciò che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente.
E questo è, in apparenza, doppiamente paradossale.
Perchè nessun Pontefice è stato così popolare come Papa Wojtyla.
Non lo è stato il problematico Paolo VI, non lo fu l’ascetico e ieratico Pio XII. Non ebbe il tempo di esserlo Papa Luciani.
Solo Giovanni XXIII gli si può forse avvicinare, ma regnò cinque anni mentre Wojtyla in un quarto di secolo ha avuto più tempo per affermare la propria potente personalità .
È inoltre paradossale perchè il Papa polacco, nelle sue strutture più intime era portatore di valori spirituali forti, tradizionali, premoderni, addirittura pretridentini e quindi particolarmente adatto a rilanciare la Chiesa in un’epoca in cui, proprio in reazione ad una Modernità  trionfante e dilagante che ha fatto terra bruciata del sacro, si fa sentire il bisogno di un ritorno a quei valori religiosi o comunque a dei valori che la società  laica non ha saputo dare. Eppure mentre la popolarità  di Wojtyla è andata sempre crescendo, fino all’apoteosi della sua esibita agonia e della sua morte, nello stesso tempo, sono crollate le vocazioni (crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) e la fede, almeno in Occidente, si è intiepidita fino a ridursi a vuota forma.
Come si spiega questo duplice paradosso?
Con una situazione strutturale della società  contemporanea estremamente negativa per il magistero spirituale della Chiesa, che però Wojtyla ha contribuito, in modo notevole, ad aggravare proprio con i modi e i mezzi con cui ha raggiunto la sua straordinaria popolarità .
In linea generale la crisi della Chiesa in Occidente deriva dal fatto che il mondo industrializzato si è da tempo desacralizzato.
Quando Nietzsche a metà  dell’Ottocento proclama “la morte di Dio” non fa che constatare che il senso del sacro è morto nella coscienza dell’uomo occidentale.
Un mondo che si organizza intorno alla produzione, al consumo, al mercato di oggetti materiali o commercializza anche ciò che è spirituale, che fa dell’economia e della tecnica i suoi punti di riferimento, togliendo all’uomo quella centralità  che aveva invece nel Medioevo europeo e cristiano, non può partorire valori, tanto meno religiosi.
La Chiesa però non è stata capace di intercettare le contro spinte che nascevano da questa situazione, le esigenze spirituali che si rifacevano vive dopo l’orgia della razionalizzazione.
Perchè proprio nel momento in cui era necessario fare il contrario la Chiesa ha preferito seguire l’onda e si è a sua volta mondanizzata nella speranza di non perdere del tutto il contatto coi propri fedeli.
Questo calcolo si è rivelato sbagliato.
Una Chiesa che si mondanizza, che partecipa al dibattito pubblico, sociale e politico vi ha forse qualche influenza e un indubbio ritorno mediatico ma quanto guadagna in pubblicità  perde in presa spirituale.
Del mondo ne abbiamo fin sopra i capelli e non sentiamo certo il bisogno che a esso si aggiunga e si sovrapponga un Ente che ha come compito istituzionale quello di curare le anime, per chi crede alla loro esistenza.
Ecco perchè sempre più spesso in Occidente molti si rivolgono verso le religioni orientali o si lasciano attrarre dai fenomeni “New Age”, l’esoterismo, la magia, l’occultismo, il satanismo o addirittura dall’astrologia, per cercare di soddisfare in qualche modo, un modo povero, confuso, lontanissimo dalla sapienza e dalla raffinatezza psicologica della Chiesa di Paolo, i bisogni spirituali cui la Chiesa, oggi, modernizzandosi e mondanizzandosi, dà  sempre meno risposta.
Il pontificato di Giovanni Paolo II ha esasperato questa mondanizzazione della Chiesa.
Wojtyla si è occupato troppo di politica e del sociale.
È nato come Papa “politico” con la sua lotta al comunismo.
E sono infinite le occasioni in cui Wojtyla è entrato a piedi uniti in questioni interne dello Stato italiano.
Per cui in molti lo hanno percepito più come un leader politico che come un padre spirituale.
Bazzicando troppo il mondo Papa Wojtyla ha finito per sposarne anche le convinzioni in campo economico, appiattendosi sul concetto industrialista e modernista di Sviluppo.
Già  nell’enciclica Sollicitudo rei socialis scriveva: “Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, dà  il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello Sviluppo”.
E, a guardar bene , anche il suo ecumenismo è in linea con la globalizzazione economica e col tentativo di “reductio ad unum” dell’intero esistente al modello di sviluppo occidentale.
È vero che l’idea di progresso appartiene al pensiero giudaico-cristiano, ma per lunghi secoli la Chiesa non aveva mai identificato il Progresso con lo Sviluppo.
Ma ciò che ha definitivamente offuscato il messaggio spirituale di Wojtyla è stato l’uso a tappeto, spregiudicato e anche abbondantemente narcisistico, dei mezzi di comunicazione della Modernità  (Tv, jet, viaggi spettacolari, creazione di “eventi”, concerti, gesti pubblicitari, “papamobile”, “papaboys”), per cui, se è vero che “il mezzo è il messaggio”, ha finito per confondersi con essa.
Quando un Papa partecipa, seppure per telefono, alle trasmissioni di Bruno Vespa si mette inevitabilmente al livello degli ospiti di quel salotto mediatico. Ecco perchè la popolarità  personale di Papa Wojtyla ha raggiunto le stelle ma ha lasciato la Chiesa con le gomme a terra, nel deserto del sacro.
Ai suoi funerali c’era una folla immensa (come c’era domenica), soprattutto di giovani attratti dall’ “evento”, dallo spettacolo, dalle riprese televisive, dalla smania di protagonismo, ma se si entra in una chiesa italiana, ma anche francese, ma anche spagnola, in un giorno che non sia la canonica mattina di domenica quando i sepolcri imbiancati del ceto medio vanno a rendere un omaggio formale al culto e alla loro superstizione, si trovano solo quattro vecchiette strapenate, terrorizzate dalla vicinanza della morte, ma di quella folla di giovani non c’è traccia.
Una conferma clamorosa che Giovanni Paolo II avesse una scarsa presa spirituale, in contrasto con la sua enorme popolarità , la si ebbe con la guerra in Iraq contro la quale Wojtyla tuonò più volte, senza per altro riuscire a impedire al cattolicissimo Aznar di parteciparvi .
Papa Wojtyla è stato popolare come può esserlo oggi una grande popstar, ma dal punto di vista spirituale la sua parola ha avuto il peso di quella di una popstar, o poco più.

Massimo Fini

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KAROL, IL BEATO DELLA GENTE DEL POPOLO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

UN UOMO CHE HA SAPUTO IMPERSONIFICARE LA COERENZA, LA DIGNITA’, IL CORAGGIO, LA FEDE, LA SOFFERENZA, L’AMORE PER I GIOVANI, LA SPERANZA NEL FUTURO, LA VICINANZA AI PIU’ POVERI E AI PIU’ UMILI…UN ESEMPIO DA NON DIMENTICARE

Karol Wojtyla è beato.
Ad appena sei anni dalla morte è già  sugli altari, per volontà  del successore, che lo ha conosciuto da vicino, ha collaborato con lui e ha voluto prendere sul serio quel movimento popolare così evidente al momento delle morte, quella fama di santità  diffusa che da sempre la Chiesa cattolica considera elemento fondamentale per l’avvio di una causa di beatificazione.
Quello di Giovanni Paolo II è stato un pontificato straordinario, sotto tutti i punti di vista, a partire dalla durata.
Nei ventisette anni di regno di Wojtyla — il primo Papa slavo, il Papa che veniva «da un Paese lontano» al di là  della Cortina di ferro — il mondo è cambiato: il comunismo sovietico è imploso, il Muro di Berlino è caduto.
Ma l’umanità  ha continuato a conoscere guerre, violazioni dei diritti umani, terrorismo.
Giovanni Paolo II ha difeso la libertà  religiosa, la dignità  dell’uomo, la pace. Ha tuonato contro i regimi totalitari dell’Est ma non ha fatto sconti al capitalismo selvaggio nell’era della globalizzazione.
Si è speso fino in fondo per far capire che non si può strumentalizzare il nome di Dio per giustificare l’odio.
Negli anni di pontificato wojtyliano è cambiata anche la Chiesa, che ha ricevuto dal Papa cresciuto nel granitico cattolicesimo polacco un’iniezione di speranza e la consapevolezza che i cristiani devono riscoprire il loro compito nella società  secolarizzata.
Ma a essere beatificato oggi non è il pontificato di Giovanni Paolo II, non è il suo magistero, non sono le sue scelte di governo nè le sue strategie geopolitiche.
A essere beatificato oggi è il cristiano Karol Wojtyla, un uomo che viveva immerso in Dio e per questo sapeva essere pienamente immerso nel mondo.
Un uomo che ha saputo impersonificare la coerenza, la dignità , il coraggio, la fede, la sofferenza, l’amore per i giovani, la speranza nel futuro, la vicinanza ai più poveri e ai più umili.
Un esempio da non dimenticare.

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L’URLO DELLA FOLLA PER WOJTYLA BEATO: UNA MAREA UMANA IN PIAZZA SAN PIETRO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

ALLA CERIMONIA DI BEATIFICAZIONE SI ALZA IL GRIDO “SANTO SUBITO”… RATZINGER: “NON ABBIATE PAURA, SPALANCATE LE PORTE AL SIGNORE”… VISSUTO UN INTENSO MOMENTO DI SPIRITUALITA’, COMUNQUE LA SI PENSI: MILIONI DI PERSONE RENDONO OMAGGIO A UN UOMO CHE HA INCISO SULLA STORIA “CON LA FORZA DI UN GIGANTE”

Il Beato della gente ha abbattuto il Muro di Berlino con la forza della fede.
E il suo successore gliene rende merito in una cerimonia di grande suggestione che rende perfettamente la straordinaria ricchezza di significati dell’universo Wojtyla.
Giovanni Paolo II ha invertito «con la forza di un gigante» il corso della storia, dice il Papa in un passaggio dell’omelia pronunciata nella messa di beatificazione del suo predecessore.
Benedetto XVI ha ricordato il celebre invito rivolto dal Papa polacco nella sua prima messa solenne in Piazza San Pietro: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Ratzinger, tra gli applausi della folla, ha poi proseguito: «Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile».
Benedetto XVI ha poi continuato in polacco: «Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità , perchè la verità  è garanzia di libertà “.
Piazza San Pietro è stracolma di fedeli mentre continuano gli afflussi nelle strade limitrofe per la beatificazione di papa Wojtyla.
I pellegrini vengono dirottati verso i maxischermi presenti in molte piazze romane davanti a chiese e basiliche: sono 14 in tutta la città .
Per la beatificazione, dice la Questura in una nota, si registra un “afflusso straordinario».
Oltre a Piazza San Pietro che ha già  raggiunto il limite massimo di presenza si registra un imponente presenza di persone in via della Conciliazione, Piazza Pio XII, Piazza del Risorgimento, Largo Giovanni XXIII e in tutte le aree che si estendono lungo un raggio di circa 500 metri da piazza San Pietro.
Una vera e propria “marea umana” anche nei punti di raccolta dei fedeli dove sono stati installati 14 maxi schermi nei punti della città  tra cui Circo Massimo, piazza Adriana, la stessa piazza del Risorgimento oltre che presso le Basiliche di San Giovanni, Santa Maria Maggiore e di San Paolo.
Il personale delle Forze dell’Ordine, i volontari e gli addetti al servizio di assistenza stanno lavorando per garantire le migliori condizioni alle persone radunatisi per seguire l’evento.
Tutte le operazioni vengono costantemente coordinate e monitorate attraverso il Centro per la gestione dell’evento attivato presso la Sala Operativa della Questura di Roma.
«Karol WojtyÅ‚a, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità  per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre- evidenzia papa Ratzinger-. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol WojtyÅ‚a».
Una croce d’oro, una “emme” in basso a destra, e il motto “Totus tuus”, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol WojtyÅ‚a ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: «Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria — Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria».
Aggiunge Benedetto XVI: «Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: “Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan WyszyÅ„ski mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà  di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio”».
E aggiungeva: «Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa — e soprattutto con l’intero episcopato — mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà  dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito».
E puntualizza il Pontefice: «Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».
E qual è questa “causa”?
E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società , la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante — forza che gli veniva da Dio — una tendenza che poteva sembrare irreversibile»

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FATTI CONCRETI PER L’EMERGENZA PROFUGHI: LE STRUTTURE RELIGIOSE ACCOLGANO GLI IMMIGRATI E IL GOVERNO RISPARMI I 400 MILIONI DEI REFERENDUM

Marzo 29th, 2011 Riccardo Fucile

INVECE CHE LAMENTARSI SEMPRE DELL’EUROPA, SI DIA IL BUON ESEMPIO: SE SI AGGIUNGESSE ANCHE LA DISPONIBILITA’ DELLE CASERME E DEGLI EDIFICI PUBBLICI DISMESSI, A LAMPEDUSA NON CI SAREBBE PIU’ NESSUN PROFUGO

Sarebbe bello che le istituzioni religiose aprissero almeno una parte delle proprie strutture per dare un’ospitalità  decente alle migliaia di immigrati, in primis ai minori non accompagnati, che arrivano a Lampedusa in fuga dall’incertezza e dai pericoli dei loro paesi in conflitto.
Sarebbe non solo una doverosa compartecipazione all’azione di solidarietà  collettiva cui tutti siamo chiamati a fronte di questa emergenza umanitaria, ma un atto di restituzione di un mancato introito per il bilancio pubblico (stimato in 70-80 milioni di euro) in un periodo di tagli alla spesa sociale che colpiscono soprattutto i cittadini più vulnerabili.
Soprattutto sarebbe una, sia pure temporanea, dimostrazione che effettivamente quelle strutture hanno finalità  religiose e assistenziali e non commerciali e quindi la giustificazione formale del sostanzioso sconto Ici di cui beneficiano gli immobili destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività  assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive o per uso culturale” ha un effettivo fondamento.
Ricordo che, nonostante il parere contrario della Corte di giustizia Europea che giustamente ha parlato di trattamento di favore lesivo della concorrenza, il governo lo ha mantenuto e introdotto anche nel decreto sulla fiscalità  municipale, anche se, specie per le “strutture ricettive”, è spesso davvero difficile non definirle commerciali.
Non basta la pur benemerita opera della Caritas, oggi in prima linea anche a Lampedusa, a giustificare perchè i vari conventi trasformati in strutture alberghiere a Roma come a Venezia e in altre città  debbano pagare meno Ici di qualsiasi altro albergo, pensione o bed and breakfast, facendo anche concorrenza sleale.
Questo è il momento di dimostrare che sono innanzitutto dedicate allo svolgimento di attività  assistenziali ed anche ricettive non commerciali.
Sarebbe anche opportuno che il governo ripensasse alla sua decisione di non avere un unico election day, buttando al vento centinaia di migliaia di euro.
E’ stata una scelta sconsiderata in sè, appunto in un periodo di tagli dolorosi, ma lo è tanto più ora, quando le immagini dei profughi ridotti in condizioni disumane non possono non lasciarci pieni di vergogna.
Lo scarto tra spreco e bisogno è letteralmente intollerabile.
Sarebbe infine bello che quest’anno lo Stato, a fronte di tagli alla spesa sociale e viceversa crescenti domande di sostegno in una situazione in cui una emergenza sociale non ne cancella un’altra, indicasse due-tre priorità  sociali su cui si impegna a spendere l’8 per mille che gli verrà  destinato nelle dichiarazioni dei redditi.
Offrirebbe ai cittadini una alternativa effettiva, invogliando una quota maggiore di contribuenti ad indicare il proprio destinatario di elezione: tra le diverse chiese e confessioni religiose e, appunto, lo Stato.
E’ bene ricordare, infatti, che solo una minoranza dei contribuenti indica un destinatario dell’8 per mille.
Chi non sceglie, è convinto che i soldi rimangano nel bilancio pubblico.
Ma non è così.
L’intero ammontare dell’8 per mille delle entrate è ripartito sulla base delle scelte effettuate.
Chi conquista la maggioranza della minoranza che sceglie, conquista perciò anche la maggioranza dell’intero ammontare.
Come nelle elezioni, chi si astiene di fatto è come se votasse con la maggioranza.
In una situazione di risorse scarse e bisogni gravi crescenti, mi sembra davvero non solo poco democratico, ma uno spreco non mettere i cittadini di fronte a possibilità  di scelta effettiva sugli obiettivi concreti, in campo sociale, su cui distribuire l’8 per mille.
Sempre a proposito dell’emergenza profughi sarebbe opportuno che le tante caserme dismessi e gli edifici pubblici in disuso venissero messi a disposizione degli immigrati per il periodo necessario allo svolgimento delle loro pratiche eprima del rimpatrio di tanti di loro.
Un elenco di queste strutture di emergenza dovrebbe essere sempre a disposizione per queste evenienze, non che ogni volta si brancola nel buio, rimediando figure da cioccolatai.

Chiara Saraceno

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SUI GIORNALI DIOCESANI LA RIVOLTA DEI CATTOLICI: “BERTONE NON VADA DAL PREMIER”

Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

DURO ATTO D’ACCUSA SULLO SCANDALO CHE HA COINVOLTO BERLUSCONI E SULLA MACCHINA DEL FANGO OPERATA DAI SUOI GIORNALI… SOSTEGNO ALLE DONNE IN PIAZZA A DIFESA DELLA DIGNITA’

“Mubarak e sua nipote”; “Fermiamo la macchina del fango”; “Cardinale, non incontri il premier”; “Se non ora, quando? Migliaia in piazza”…
Sono solo alcuni dei titoli degli editoriali dei settimanali diocesani questi giorni in edicola dedicati a Berlusconi.
Che testimoniano la “rivolta” morale sul caso Ruby e sui festini di Arcore scoppiata nella base cattolica col placet dei vescovi.
Sono gli editoriali dopo la manifestazione delle donne e il rinvio a giudizio del premier.
Un severo atto d’accusa che arriva dalle Chiese locali attraverso i periodici della Fisc (la Federazione italiana settimanali cattolici): 188 giornali che distribuiscono oltre un milione di copie nelle diocesi, nelle parrocchie, nei conventi e nelle comunità  monastiche.
Tra i più indignati La Voce del Popolo (Brescia), che pubblica una lettera-appello al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone (“Cardinale, non incontri il premier”) per chiedergli di non partecipare con Berlusconi alla celebrazione dei Patti Lateranensi, perchè “la situazione morale e politica, i dubbi (poco dubbi per la verità ) sulla moralità  e il rispetto della legge della nostra classe politica impongono scelte coraggiose da parte di chi dovrebbe guidare i fedeli…”.
Bertone – come si sa – poi ha visto il premier il 18 febbraio (un incontro freddo e senza faccia a faccia), ma è significativo che una delle diocesi italiane più importanti, Brescia, non abbia censurato una voce contraria.
Grande attenzione alla manifestazione delle donne del 13 febbraio.
“Dignità  al femminile per risalire”, titola l’Unione Monregalese (Mondovì) che racconta l’appello “Se non ora, quando?” lanciato domenica scorsa “anche a Mondovì, per vedere restituita la dignità  piena all’universo femminile deturpato da messaggi insistiti sulla bellezza esibita in modo sfacciato, sulla sessualità  irresponsabile, sulla compravendita del corpo”.
Anche il Corriere di Saluzzo titola “Se non ora quando, migliaia in piazza” e parla di una “manifestazione rigorosamente apartitica e senza bandiere, ma inevitabilmente caratterizzata da slogan e battute con espliciti riferimenti alla vicenda Berlusconi-Ruby e al bunga-bunga”, col premier “additato più come cattivo esempio da non imitare che come avversario politico da sconfiggere”.
Tra i più severi i due settimanali di Torino: Il Nostro Tempo elogia l’intervento di suor Eugenia Bonetti al palco di piazza del Popolo (“Nelle parole di una suora il senso di un grande basta!”); e La Voce del Popolo, che dedica al premier due articoli: su Ruby, parlando di “Mubarak, e sua nipote”, e sul rinvio a giudizio (“Verso il rinvio…”).
Il Cittadino (Lodi) lancia un appello a reagire all’ondata di “fango e vergogna” invitando a “toglierci le pantofole” e a gridare forte il disagio a causa “della crisi economica e culturale del paese che ha raggiunto il suo culmine a causa dei fatti legati alle vicende del premier”.
Non meno emblematica La Cittadella (Mantova) che fin dal titolo (“Fermiamo la macchina del fango”) critica i giornali del gruppo Berlusconi per le inchieste denigratorie contro gli avversari del premier col vituperato “metodo”Boffo: “Nei giorni in cui nel nord Africa e in Medio oriente esplodeva una rivolta popolare di proporzioni epocali, noi ci trastullavamo, in politica estera, con i fax provenienti dall’isola di Santa Lucia”.
Con chiaro riferimento alla vicenda della casa di Montecarlo.
Il Popolo (Pordenone) si chiede nell’editoriale “Doppia morale pubblica e privata”, se si può “scindere la politica dalla morale” o “se è separabile la vita privata di un politico dalla sfera pubblica”, partendo proprio da Berlusconi.
E la risposta che dà  il giornale è “no”, evocando l’insegnamento di Aristotele. L’Avvenire di Calabria sollecita una “necessaria” rivolta morale di fronte “all’indecente panorama politico italiano” nell’editoriale “Il coraggio di tentare”, in sintonia con Luce e Vita di Molfetta, che chiede ai politici “misura, decoro, rispetto”.
In linea con l’Araldo Abruzzese (Teramo) che nell’editoriale “Libere, non leggère”, parla della manifestazione del 13 febbraio sottolineando che “vogliamo un paese che rispetti le donne tutte” perchè “l’Italia non è una Repubblica fondata sul favore sessuale…”.

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L’AQUILA DIMENTICATA, IL PARROCO DI TEMPERA: “NON CI DICONO LA VERITA'”

Ottobre 25th, 2010 Riccardo Fucile

SUL “CORRIERE DELLA SERA” ON LINE UN VIDEO E UN REPORTAGE SU L’AQUILA PER CAPIRE A CHE PUNTO SIAMO…MACERIE MAI RIMOSSE, RICOSTRUZIONE FERMA, EFFETTI DEVASTANTI SULLA PSICHE, UN DRAMMA UMANO CHE SI VUOLE NASCONDERE PER INTERESSI POLITICI

Domenico ti fulmina con lo sguardo mentre cammina sul cumulo di macerie in cui un tempo c’era Tempera, il suo paese.
Non si è ancora rassegnato, ma l’esperienza di questi ultimi diciotto mesi gli ha fatto perdere ogni fiducia nello stato italiano.
Don Giovanni Gatto, parroco di Tempera, mentre racconta come sia riuscito a salvarsi per miracolo, indica con tristezza la montagna di pietre ed erbacce che ha presso il posto della sua chiesa.
Lungo le statali che avvolgono l’Aquila, i cartelli con i nomi di paesi e borghi fantasmi sono tanti.
Basta abbandonare l’asfalto e inoltrarsi lungo strade sterrate per assistere ad uno spettacolo agghiacciante, diventato ormai normale.
Poltrone, televisori, resti di bagni e cucine, spuntano tra i detriti per raccontare come un tempo in questi luoghi c’era la vita.
Il signor Maurizi, orgoglioso proprietario del albergo ristorante “La cabina” di Castelnuovo, si è dovuto costruire a spese sue una baracca di legno sul bordo della strada.
Il nuovo e precario bar si chiama «La cabina 2» e dista pochi passi dai resti della struttura precedente. Ora Maurizi tira a campare immerso nei debiti: il sisma ha raso al suolo i sacrifici di tre generazioni d’emigranti in America e in Germania.
Benvenuti ad un Aquila di cui tanto si è parlato e poco si è visto, diventata drammatico bottino della politica.
Nel centro storico della città  abruzzese, ci si aspetta di vedere o sentire l’assordante rumore di ruspe o il movimento di camion e gru.
Invece niente, un silenzio innaturale ti accompagna mentre cammini nei vicoli di quello che rimane del bellissimo centro storico.
Le new town, piccoli quartieri di case nuove, costruite a peso d’oro, stonano con il paesaggio circostante.
Chi ha avuto la fortuna di finire in questi quartieri inizia a intuire che ci dovrà  rimanere, se tutto va bene, almeno 30 anni.
Le case consegnate personalmente dal premier Berlusconi, appena ci si entra, appaiono molto diverse da come le abbiamo viste in televisione.
Sono piccole e di mura sottili.
Come spiega un terremotato «dopo mesi in tenda pure una baracca ti sarebbe sembrata una regia».
L’Aquila appare molto diversa da quella mostrata fin ora.
Le macerie non sono state rimosse, la gente vive in un clima d’angoscia crescente.
Il numero dei morti, dei suicidi, dei divorzi e dell’uso di psicofarmaci è aumentato nel silenzio generale.
Il dottor Alessandro Sirolli, direttore del centro psichiatrico diurno dell’Asl 1 dell’Aquila non ha dubbi: «Ci nascondono le cifre del disastro umano» racconta.
Gli effetti distruttivi sulla psiche umana, dopo il sisma e lo stato di crisi, sono stati devastanti.
Di ricostruzione non se ne parla più nè in consiglio regionale nè tra la gente. La speranza è ridotta al lumicino mentre un secondo inverno è alle porte.
Un dramma umano che si svolge lontano anni luce dalle aule parlamentari e dalle sedi dei partiti.
La sensazione è che l’Aquila, questo pezzo d’Italia, sia stata rimossa dall’immaginario collettivo e che il cartello posto all’ingresso di una delle centinaia di baracche di legno in cui trascorrere quel poco di vita sociale che ancora rimane – dove si legge «questa è l’Italia del si salvi chi può» – non sia frutto del qualunquismo quanto piuttosto la fotografia di una realtà  con cui dovremmo fare i conti per molti decenni.

(da “il Corriere della Sera“)

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IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI DON ANIELLO A SCAMPIA: “IO SCOMODO? USO IL VANGELO CONTRO LA CAMORRA”

Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA DI DON ANIELLO A FAREFUTUROWEB…”LA GENTE CERCA SACERDOTI CHE VIVANO IN STRADA”…”NON POSSO DIRE AL POVERO ‘DIO TI AMA’ E POI NON FARE NULLA PER LUI”….”LE DIFFICOLTA’ MAGGIORI LE HO AVUTE DALLA POLITICA, NON DALLA CAMORRA”

Don Aniello Manganiello è un uomo di Dio. Davvero.
Ama la sua gente e per la sua gente ha fatto tanto. In un territorio difficile, molto difficile: Scampia, Miano, Secondigliano.
Sedici anni durante i quali la sua comunità  ha avuto modo di apprezzarlo. Anche per la sua lotta contro la camorra. Oggi verrà  trasferito. Con rammarico, per dire rabbia, della sua gente, di quel territorio.
E nel silenzio generale. «Dopo la fiaccolata organizzata a luglio a Napoli contro il mio trasferimento e la conseguente risonanza nazionale è calato il silenzio. A mio avviso penso che questo silenzio possa essere stato imposto. Da chi non lo saprei dire…»
Don Aniello, che succede oggi?
«Saluto la mia gente, la mia comunità  al “Don Guanella” con la quale   ho camminato per sedici anni. Ho condiviso le loro sofferenze, le loro ansie, le loro difficoltà  e i loro stenti».
Tecnicamente perchè viene trasferito?
«Una delle regole della vita religiosa — io sono un sacerdote dell’Opera Don Guanella, che ha diverse case a Roma a favore dei disabili — è l’avvicendamento. Non è possibile che un sacerdote rimanga per molto tempo nello stesso posto. Secondo i miei superiori, e sicuramente c’è una percentuale di verità , il cambiamento fa bene a chi va via e a chi rimane, perchè garantisce un ricambio, una impostazione nuova e proposte nuove. L’ambiente non può che riceverne giovamento. Il problema è come vengono effettuati questi avvicendamenti: un conto è un avvicendamento di un parroco di Posillipo o del Vomero, un conto è l’avvicendamento di un parroco di Secondigliano e Scampia. Questi ultimi sono avvicendamenti che vanno fatti con intelligenza e con una certa calma, prevedendo anche dei tempi lunghi – almeno un anno — durante i quali il parroco che è trasferito possa affiancare il nuovo permettendogli una accoglienza serena da parte della comunità . In soldoni la mia comunità  parrocchiale chiedeva questo. Io ero disposto a fare da tutor al nuovo parroco. Siamo riusciti ad ottenere che questo tutoraggio duri fino a gennaio, anche se devo partire per Roma e tutto si limiterà  a una decina di giorni al mese, cioè una cosa non continuativa».
Così non si rischia di far allontanare la gente dalla Chiesa che, come lei ha dimostrato, tanto può fare contro le mafie?
«Sì. Certo, dipende sempre pure dal parroco e forse io per origini e per carattere ha favorito un legame con la comunità . Perchè è questo che la gente cerca: sacerdoti che vivano in strada, che si interessino a loro. Sacerdoti che magari non riusciranno a risolvere i loro problemi ma che danno la certezza sia lì, accanto a loro annunciando il Vangelo in modo umano, con umanità . E non sempre questo avviene. Quello che lamentano molte comunità  parrocchiali è avere un sacerdote più preoccupato dei riti, delle celebrazioni e della struttura e poco preoccupati dell’uomo. Io ho cercato di mettere al centro l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, e questo ha portato la comunità  ad avere un grande affetto per me e a lottare e battersi perchè non venissi trasferito a Roma».
Ha provato a parlare coi tuoi superiori?
«Ci sono stati alcuni incontri con loro e anche alcuni membri della mia comunità  – soprattutto i giovani con responsabilità  all’interno dell’oratorio – hanno chiesto incontri con i miei superiori. Gli incontri sono stati concessi e posso affermare che questi giovani hanno fatto presente le loro preoccupazioni e le loro perplessità , come ho fatto pure io. Però niente, non c’è stato verso. In effetti nella Chiesa quando si decide una cosa, un trasferimento, difficilmente i superiori o un vescovo tornano sui loro passi. Forse c’è quella preoccupazione di non dimostrarsi deboli, di non fare brutta figura e di non creare precedenti rispetto a sacerdoti che ricevono l’obbedienza. E l’obbedienza nella vita religiosa è uno dei pilastri portanti. La loro preoccupazione è che se cade questo pilastro cade tutta la vita religiosa. Don Milani diceva che l’obbedienza non è una virtù. In questo caso ho obbedito con la ragione ma non con il cuore. Certi avvicendamenti vanno gestiti diversamente e la gente — il popolo di Dio va ascoltato. La Chiesa cattolica non ascolta il suo popolo quasi mai. Sembra che il carisma del comando, il carisma del discernimento,   la certezza della verità  ce l’abbiano solo le gerarchie: il papa, i vescovi e i sacerdoti. E questa è una offesa nei confronti del popolo di Dio, anch’esso battezzato, con un ruolo e una vocazione».
È stato definito un prete scomodo.
«La mia pastorale predilige la strada, sto poco in ufficio. Questo mi diversifica da tanti altri preti che vivono ore e ore in ufficio. Non mi sono mai sentito ostaggio della canonica, mi sono buttato nel sociale e questo mi ha provocato il rimprovero di essere troppo sbilanciato sul sociale e poco sugli aspetti peculiari del mio sacerdozio, cosa non vera. Certo è che mi sono sbilanciato dalla parte dell’uomo più povero. Non posso dire al povero “Dio ti ama” e poi non fare nulla per migliorare la sua condizione. Oggi nella Chiesa mi pare si facciano dei bei discorsi ma poi siano pochi i fatti. Per questo mio modo di impormi come martello sulla camorra e i camorristi, il denunciare, questo attaccare le loro prepotenze e dirlo in tv, ai giornalisti e indicare dove si spaccia, dove si chiede il pizzo, ho avuto rimproveri e grosse critiche all’interno della chiesa stessa. Io ho rifiutato il matrimonio ai camorristi e il battesimo ai loro figli quando non accettavano un percorso di conversione mentre tanti parroci, per non avere noie, i sacramenti continuano a darli anche a questa gente. Per questo sono un prete scomodo non in linea con gli altri parroci, ma io rifarei tutto».
Pensa di aver dato più fastidio alla camorra o a certa politica?
«Ho avuto minacce di morte da parte della camorra. Però devo dire, anche se sembra un controsenso, che i camorristi in carcere dicono al nostro cappellano: “Tenete i nostri ragazzi in oratorio al Don Guanella perchè non vogliamo che facciano la nostra stessa fine”. I camorristi hanno sempre apprezzato il mio impegno nel sociale, per i poveri. Ho acquistato autorevolezza. Anche se è ovvio, davo fastidio per le mie denunce perchè provocava una maggiore presenza di forza dell’ordine. Le difficoltà  maggiori le ho trovate dalla politica. Quando ho denunciato la collusione della politica con la camorra il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invece di interrogarsi su queste parole e di chiamarmi ha minacciato di querelarmi alla Procura della Repubblica. A Bassolino, nel ’96, durante una riunione con noi parroci da lui convocata, dissi di chiedere scusa per i ritardi e la condizione delle periferie. Rispose che non si sentiva responsabile di nulla e gli diedi del “pidocchio” su Repubblica. Il giorno dopo mi chiamò dandomi del mascalzone.
Le “cainate” e gli atteggiamenti più squallidi, più negativi li ho avuti dai politici. Anche per avere un marciapiede più largo! In loro ho trovato le difficoltà  maggiori. Mi hanno tacciato di essere un prete di destra. Ma quale destra e quale sinistra?! Io nelle mie denunce non sono stato condotto da motivi ideologici o scelte partitiche: le mie denunce le ho fatto perchè vedevo il degrado, il malgoverno, i ritardi, la gestione scandalosa dei soldi della collettività ! Il menefreghismo di certa politica e la collusione provocava in me una ribellione per dare voce alla gente che per paura o per clientelismo non parlava».
Cosa ricorda del suo arrivo al Don Guanella?
«Quando arrivai fui colpito da un ragazzo diciottenne, ex pusher dei Di Lauro, che aveva iniziato il cammino in carcere. Lo presi come figlio. Oggi è completamente rinato, allora era morto. È sposato, ha due bambini e ha scritto un bellissimo libro, Ali bruciate. Si chiama Davide Cerullo e oggi, in giro per l’Italia, parla di legalità  per dire che è possibile liberarsi della mafia, della camorra. L’altra cosa che mi colpì quando arrivai fu un muro con inferriata alto più di due metri e che separava il centro Don Guanella dalla strada. Lo feci abbattere e la gente apprezzò tantissimo, perchè fu come aprire “i cancelli” della Chiesa, senza paura dei ladri, degli spacciatori, dei delinquenti. Tutti potevano entrare nella nostra casa. Quando dissi la prima messa la chiesa era piena di romani e pochissimi napoletani, oggi le cose sono cambiate.   Oggi la chiesa sarà  stracolma. Con questa gente abbiamo fatto un cammino lungo. Speriamo che continui».

di Giovanni Marinetti
(da Farefuturoweb)

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