Dicembre 16th, 2019 Riccardo Fucile
IN 5 ANNI TAGLIATI 30.000 DIPENDENTI… MA NEL 2019 L’UTILE SALIRA’ A 10,5 MILIARDI
Le banche italiane tagliano i lavoratori mentre aumentano gli utili. 
Vittoria Puledda su Repubblica Affari & Finanza racconta come i primi dieci istituti di credito italiani registreranno nel 2019 una forte crescita degli utili netti.
Ma grazie anche a una drastica cura di tagli: in cinque anni sono usciti dall’organico o stanno per farlo circa 30.000 dipendenti
I primi dieci istituti italiani hanno bilanci in crescita ma al tempo stesso stanno pianificando una drastica cura di riduzione del personale: in cinque anni sono usciti o stanno per farlo 30.000 dipendenti.
Secondo le stime di Bloomberg dovrebbero chiudere l’anno sfiorando i 10,5 miliardi di utili, al netto delle poste straordinarie.
Intanto però riducono il personale, anche se senza sanguinosi piani di ristrutturazione aziendale con annessi licenziamenti: si tratta di pensionamenti che non vengono sostituiti ma sono anticipati magari grazie a Quota 100, uscite volontarie o incentivi all’esodo.
Un modo come un altro per ridurre il peso — e quindi il costo — della manodopera in un settore dove l’automazione sta prendendo il posto dell’impiegato allo sportello.
Anche perchè, come è stato ricordato recentemente da Fabio Panetta — appena nominato membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea — l’onda lunga del Fintech non è ancora arrivata in pieno sul mondo del credito.
Si vedrà se avrà davvero la forza di uno tsunami, ma certo non sarà limitata a pochi prodotti com’è adesso.
Così come sono ancora relativamente scarsi gli investimenti in tecnologia fatti dalle banche italiane (che per ora si sono dedicate in modo prevalente al settore della sicurezza). Insomma, le trasformazioni alle porte avranno una potenza difficile da valutare.
E questo spinge sicuramente gli istituti di credito ad azionare la leva più diretta (e più facile), quella dei costi del personale.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 11th, 2019 Riccardo Fucile
SULLA RIVISTA ECONOMICA “OXFORD SCHOOL OF LAW” L’ARTICOLO “THE RIDICULOUS DRAMA IN ROME TO REFORM THE ESM TREATY” CHE STRONCA LE TESI DEI SOVRANISTI ITALICI
L’altro giorno a Bruxelles la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha spiegato che per l’Italia il
fatto di essere dentro al MES potrebbe addirittura spingere gli investitori a non comprare titoli di Stato perchè introdurrebbe l’eventualità che l’Italia sia costretta in futuro a ristrutturare il suo debito pubblico.
Questa è solo una delle tante fregnacce che i politici stanno raccontando in questi giorni sulla “trappola” del Meccanismo Europeo di Stabilità .
A qualcuno potrebbe venire che però quello che dice Giorgia Meloni o quello che balbetta Matteo Salvini quando parlano delle CACs possa avere un fondo di verità . Perchè dopo mesi e mesi di silenzio negli ultimi giorni tutti hanno scoperto l’esistenza delle Collective Action Clauses (CACs) che con la riforma del Trattato diventano single limb, vale a dire che in caso di applicazione delle clausole dal 2022 sarebbe sufficiente un’unica deliberazione dei possessori dei titoli pubblici al fine di modificare i termini e le condizioni di tutte le obbligazioni.
Per i sovranisti e i sovranari questo è un complotto bello e buono, di quelli che addirittura manderanno alla rovina il Paese perchè nessuno vorrà più prestarci i soldi perchè potremmo, in caso di crisi, andare verso una ristrutturazione del debito. Ristrutturazione che non nè automatica nè obbligatoria in base al Trattato sul MES. C’è addirittura chi sostiene che le CACs impedirebbero un ritorno alla lira e una conseguente ridenominazione (leggi: ristrutturazione) del debito pubblico e dei titoli di stato in una nuova valuta diversa dall’euro.
A smentire le balle di Lega e Fratelli d’Italia sulle CACs c’è un articolo di Theresa Arnold, Ugo Panizza e Mitu Gulati pubblicato sul sito della Oxford school of Law dal titolo abbastanza esplicativo: The Ridiculous Drama in Rome Over Proposals to Reform the ESM Treaty.
Sono infatti le CACs la dimostrazione da un lato del presunto tradimento di Conte e dall’altro del complotto da parte degli anonimi burocrati europei che si divertono a cancellare le informazioni dal sito del MES.
Eppure, spiegano gli autori dell’articolo, che il 99% del debito pubblico italiano è sottoposto alle leggi italiane «questo significa che qualsiasi governo italiano che volesse ristrutturare il debito avrebbe a disposizione un’ampia varietà di opzioni per farlo» a prescindere o meno dalle CACs. Questo ovviamente lo sanno anche coloro che comprano i titoli di Stato e che quindi dovrebbero essere quelli spaventati dall’introduzione delle CACs (che in realtà esistono dal 2013) al punto da non comprare più il nostro debito pubblico. Se fosse vero quello che dice Giorgia Meloni semplicemente già oggi (e già prima delle CACs) un ipotetico investitore avrebbe dovuto smettere di comprare Bot e BTP. Già adesso il governo italiano potrebbe decidere di ristrutturare il debito, dicendo ai creditori che da oggi il valore dei titoli in loro possesso viene tagliato del 40% (o un’altra cifra).
In poche parole lo Stato italiano non ha bisogno delle CACs per ristrutturare il debito, e questo lo sanno tutti.
E ancora, gli autori spiegano che ai creditori non rimarrebbe che l’opzione (costosa) di fare causa allo Stato. Il quale per evitare il fastidio di andare in tribunale potrebbe semplicemente dire che chi non accetta la ristrutturazione del debito dovrà pagare una tassa ulteriore.
Tutte queste opzioni (e questo potere) dello Stato a proposito del debito esistono già e non sono una conseguenza delle CACs. Anzi le clausole in cauda venenum di Salvini servono per cercare di ristrutturare il debito in accordo con i creditori, ovvero in modo più favorevole per loro.
Ma indovinate un po’, gli investitori non sono spaventati nè dalle CACs nè da una ristrutturazione del debito.
La prova? Hanno continuato a comprare i titoli di Stato. Quindi, si chiedono ad Oxford i politici italiani, ci sono o ci fanno?
La risposta è molto semplice: fanno terrorismo su una materia oscura ai più. Esattamente come tutta la polemica sul MES.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2019 Riccardo Fucile
NEL CONTROPIANO DEL GOVERNO ANCHE LO SCUDO PENALE E 1.800-2.000 ESUBERI… OPERAI IN PIAZZA A ROMA E TARANTO
Il primo check ci sarà martedì mattina, nel faccia a faccia tra Francesco Caio e Lucia Morselli.
Nelle stesse ore in cui gli operai sciopereranno, arrivando fino a Roma per la manifestazione indetta da Cgil, Cisl e Uil sulle crisi industriali, il super consulente del governo illustrerà all’amministratore delegato di Mittal Italia lo stato dell’arte della controproposta per il futuro dell’ex Ilva di Taranto.
Il piano dell’esecutivo dice che lo Stato è pronto ad entrare con una quota sotto il 20%: lo farà tramite Invitalia, la sua holding per lo sviluppo, che affiancherà i franco-indiani.
E in più il ripristino dello scudo penale e l’impegno a trattare fino a un massimo di 1.800-2.000 esuberi.
La trattativa sull’ex Ilva registra un avanzamento dettato da una necessità , quella del governo, ma anche dei sindacati, di indirizzarla su un binario alternativo a quello tracciato da Mittal con il suo nuovo piano industriale.
Il colosso dell’acciaio ha di fatto ripresentato una fotocopia delle condizioni iniziali, ma il negoziato è lungo e l’esecutivo, spiegano fonti vicine al dossier, ha intenzione di rilanciare con l’obiettivo di arrivare una soluzione più morbida.
I 4.700 esuberi prospettati sono considerati ancora “inaccettabili”. La triangolazione palazzo Chigi, Tesoro e ministero dello Sviluppo economico ha messo a punto una controproposta che va ancora perfezionata e che presenta ancora degli aspetti da verificare, a livello industriale e non solo, ma lo scheletro è pronto.
Si diceva dell’entrata dello Stato.
Il veicolo scelto, Invitalia, avrà una quota di presidio nella newco che nelle intenzioni del governo gestirà lo stabilimento tarantino.
La quota, inferiore al 20%, è considerata di presidio, di garanzia, necessaria però anche a condividere il rischio con Mittal.
In questa nuova società , però, non ci sarà spazio per i 10.700 lavoratori garantiti dall’accordo del settembre 2018. Il perimetro occupazionale sarà più ristretto e questa è una consapevolezza che sta prendendo sempre più piede nel governo.
Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli non si sbilancia sui numeri: “E’ prematuro parlarne”. Un numero, però, circola con insistenza nelle stanze dei ministeri coinvolti dalla partita e si aggira intorno ai 1.800-2.000, a cui vanno aggiunti i circa 1.800 che attualmente sono in cassa integrazione.
Non tutti sarebbero da considerare strutturali. Per quest’ultimi l’idea è quella di utilizzare al massimo strumenti di accompagnamento come la stessa cig o i prepensionamenti, con l’obiettivo di ammorbidire il processo di uscita.
Dove collocare invece i lavoratori che non usciranno in modo definitivo è un interrogativo che è ancora aperto.
Il premier Conte ha parlato di “una partecipazione di aziende pubbliche”. I nomi che trapelano sono quelli di Snam e Fincantieri, ma il progetto è da costruire.
Bisogna ancora capire in che forma le due aziende potranno muoversi per assorbire una parte degli esuberi. Così come è ancora da definire il ruolo di Cassa depositi e prestiti, che sarà della partita solo nel cosiddetto cantiere Taranto, mentre resta esclusa una partecipazione nella newco.
Il supporto della Cassa a Taranto potrebbe seguire il modello adottato a Genova, quindi sostegno alla progettazione di infrastrutture e alle imprese, oltre a interventi di social housing.
La trattativa ha un altro pilastro ed è quello relativo alla produzione dell’impianto pugliese.
Il governo insiste per un forte accento sul fronte ambientale, da realizzare attraverso l’installazione di un forno elettrico a basso impatto. Lo stesso Patuanelli parla di “nuove tecnologie di produzione, fra cui l’uso del preridotto, del gas, di forno elettrico e in prospettiva guarda all’idrogeno”.
È un punto su cui si insisterà molto nella controproposta perchè serve come base d’appoggio per giustificare la necessità di un numero ridotto di esuberi. Ed è una questione che i 5 stelle stanno spingendo tantissimo in queste ore anche perchè il via libera al ripristino dello scudo penale – altro elemento cruciale della trattativa – potrebbe essere concesso proprio in virtù della garanzia che a Taranto si interverrà in modo deciso sulla questione ambientale.
Il governo sonderà la reazione di Mittal. Lo farà con la pressione degli operai che vogliono risposte.
Oltre mille lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, insieme alle sigle sindacali metalmeccaniche di Fim, Fiom e Uilm, partiranno da Taranto, direzione Roma. Martedì è in programma lo sciopero e la manifestazione convocata a piazza Santi Apostoli da Cgil, Cisl e Uil. Il titolo è Futuro al lavoro. Quello dell’Ilva, e non solo, è ancora da scrivere.
(da”Huffingtonpost”)
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Dicembre 1st, 2019 Riccardo Fucile
DOMANDE E RISPOSTE PER CAPIRE IL MECCANISMO CHE TUTELA GLI STATI
La Repubblica pubblica oggi una serie di domande e risposte sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES — European Stability Mechanism) e sul Fondo Salva Stati.
Serve veramente o è una truffa delle tecnocrazie europee?
Serve veramente. Anzi è già stato utilizzato cinque volte da quando è nato, in embrione, nel 2010, con il nome di European Financial Stability Facility: in Grecia (2010), in Irlanda (2011), in Portogallo (2011), in Spagna (2012), a Cipro (2013). Il Mes, si chiama così dal 2012, ha come obiettivo la stabilità finanziaria del club dell’euro: significa che quando uno Stato perde la fiducia dei mercati che mandano deserte le aste, il fondo interviene e compra.
Ma adesso, con il nuovo statuto del Mes, se scatta l’aiuto scatta automaticamente anche la ristrutturazione del debito?
La ristrutturazione automatica non c’è. Anzi è proprio uno dei punti sui quali nel giugno scorso, nella lunga notte di trattative la spuntammo; ed è uno dei punti sul quale la maggioranza M5S e Lega vincolò il governo con la risoluzione votata pochi giorni in Parlamento.
Un varco alla ristrutturazione comunque si apre?
Il varco c’è, all’articolo 12, dove si dice che “in casi eccezionali” può essere presa in considerazione una “forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato”. Tuttavia evitato l’automatismo, l’Italia non poteva evitare anche questo aspetto; senza contare che la ristrutturazione del debito greco è stata fatta anche con il vecchio statuto del Mes.
Stiamo facendo un favore alle banche tedesche?
No. Lo stiamo facendo a noi stessi. Intanto la Germania contribuisce con la quota più elevata, il 26,9 per cento al Mes. Ma la riforma del Mes è stata fatta proprio per autorizzarlo ad intervenire in caso di crisi puramente bancarie. E siccome grandi banche tedesche sono ritenute in difficoltà , il Mes è quanto mai necessario. Non per fare un regalo ai tedeschi, ma per evitare una eventuale crisi di sistema che investirebbe i paesi deboli e molto indebitati come l’Italia.
Lo Statuto si può emendare o si può rinviare la firma?
Il testo di cui si discute oggi è una bozza di articolato approvata dall’Eurogruppo il 14 giugno del 2019 e dovrà essere firmata entro dicembre. La firma si può rinviare e si possono anche fare delle modifiche. Il punto è che noi siamo ritenuti vincenti dall’attuale formulazione, che comunque gli altri sarebbero contrari a rinvii e riaperture e che se si riaprisse la partita già ci sono richieste tedesche per rafforzare alcuni aspetti. Non ci converrebbe.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2019 Riccardo Fucile
DATI CGIA DI MESTRE: BUROCRAZIA, TASSE ELEVATE, ELEVATI TEMPI DI PAGAMENTO DELLA PA TRA I MOTIVI
L’Italia è al penultimo posto nell’Ue per investimenti diretti esteri.
Un dato che, secondo la Cgia, dipende da diversi fattori: le troppe tasse, l’eccesso di burocrazia, la giustizia lenta, i tempi di pagamento della Pa tra i più elevati in Europa. Investimenti che nel 2018 sono stati pari a 361,1 miliardi di euro, il 20,5% del Pil.
Solo la Grecia, tra i paesi dell’Ue monitorati dall’Ocse, registra un risultato peggiore con investimenti per il 16% del Pil.
A guidare la classifica troviamo invece l’Irlanda, con un tasso del 261,5% del Pil. Anche grazie a un sistema di tassazione agevolato, sottolinea ancora la Cgia.
Il 27,8% degli investimenti diretti esteri in Italia nel 2017, pari a 103,4 miliardi di euro, ha interessato il settore manifatturiero, soprattutto alimentari, autoveicoli, metalli e prodotti di metallo.
A seguire troviamo le attività professionali, scientifiche e tecniche, riguardanti soprattutto consulenze aziendali di vario tipo: incidono per il 21,4%.
Ancora, andando avanti troviamo il commercio, al 10,8% del totale degli investimenti esteri. I settori in cui c’è più presenza pubblica sono quelli in cui gli investimenti stranieri sono più bassi, come avviene nel settore artistico o della sanità .
Stando ai dati Istat, le imprese a controllo estero residenti in Italia sono quasi 15mila e danno lavoro a poco più di 1.350.000 addetti, producendo un fatturato da 572 miliardi l’anno.
“Sebbene siano sempre più diffuse nel settore dei servizi e meno nel comparto industriale — spiega il segretario della Cgia, Renato Mason — le multinazionali estere sono comunque una componente importante della nostra economia, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto. Ricordo, inoltre che in termini di lavoro queste realtà occupano direttamente il 6% circa di tutti gli addetti presenti in Italia e concorrono a produrre poco più del 17% del fatturato nazionale”.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
L’EX BARISTA DEL CENTRO SOCIALE LINK STRAPARLA DEL MECCANISMO BACKSTOP (VOTATO DALLA LEGA) E SI INCASINA … QUANDO UNO NON CONOSCE LA MATERIA DI CUI PARLA LA MIGLIORE FIGURA SAREBBE STARE ZITTI PIUTTOSTO CHE SPARARE CAZZATE
Forse Lucia Borgonzoni in questi ultimi mesi è stata troppo impegnata a chiedere di parlare
di Bibbiano invece che informarsi sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità .
Perchè ieri a PiazzaPulita la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia-Romagna ha dato la netta impressione di non sapere — o di non aver capito — in che cosa consista la riforma del MES e in che modo funzioni il Fondo salva stati
Il che è senz’altro curioso, visto che da settimane Salvini e la Lega parlano di un fantomatico complotto ai danni del Paese ordito nientemeno che da Giuseppe Conte per poter mantenere la poltrona di Presidente del Consiglio.
Una narrazione che sfida i fatti e la logica (per usare due concetti tanto cari a qualcuno) perchè presuppone, nell’ordine, che quando fin dal dicembre del 2018 Conte e Tria hanno partecipato ai negoziati europei per la riforma del MES sapessero che il Governo gialloverde sarebbe caduto entro la fine dell’estate del 2019; e soprattutto presuppone che nessuno dei leghisti al governo (il vicepremier, i i viceministri e i sottosegretari, tra cui la stessa Borgonzoni) non sapessero nulla di quello che stava succedendo.
Ma il Governo era perfettamente informato sin dal dicembre del 2018 della volontà di riformare il Fondo salva stati così come il Parlamento era a conoscenza della posizione dell’esecutivo sulla riforma del MES.
In tutto questo poi c’è la senatrice Borgonzoni. Che ieri da Formigli ha detto cose come «noi mettiamo a rischio i nostri titoli di Stato se in ipotetica bisogna rientrare di 120 miliardi in sette giorni si può andare a prenderli da quelli che sono i titoli di stati, indirettamente o direttamente arriva a me sta cosa».
Andiamo con ordine, quali sono questi 120 miliardi di euro? La Borgonzoni la spiega così: «sarebbero i fondi che teoricamente noi abbiamo nel vecchio fondo salva stati e possono essere richiesti allo Stato italiano in sette giorni perchè se noi vogliamo accedere ci sono una serie di clausole che noi ogni anno dobbiamo rientrare del debito del 20%».
Ci avete capito qualcosa? Di fatto la Borgonzoni sta dicendo che qualora l’Italia avesse bisogno di soldi per uscire da una crisi economica dovrebbe dare 120 miliardi di euro in sette giorni.
Il che non ha alcun senso perchè come spiega Carlo Calenda «se hai bisogno di soldi sono gli altri paesi che li versano, e non tu». Per il semplice motivo che non ce li hai. Questa non è alta finanza, è semplice economia domestica. E già adesso si può chiedere una ristrutturazione del debito (che ovviamente comporta un taglio dei titoli di Stato).
«Ti può essere richiesto in sette giorni», scandisce roboticamente la Borgonzoni, manco il MES fosse gestito da Samara di The Ring. È evidente a questo punto che la Lega sta tentando di fare terrorismo sul Fondo Salva Stati, e il bello è che lo fa senza sapere quello che dice. Il tutto senza dire che l’Italia, essendo detentrice del 17% delle quote del Fondo e visto che si decide con la maggioranza dell’85% ha il potere di veto che le consente di bloccare eventuali intervento di salvataggio per altri stati.
C’è poi una linea di credito che aiuta i paesi a rischio di essere “contagiati” dal default di un altro paese. Infine c’è la possibilità di aiutare le banche in difficoltà (come è stato fatto in Spagna proprio dal MES).
Secondo la Borgonzoni «probabilmente, succedesse qualcosa ad una banca tedesca la signora Maria che c’ha dei titoli di Stato probabilmente avrà dei titoli di stato che costa meno perchè con il Fondo Salva Stati si aiuta una banca tedesca, questo è il fatto».
Di nuovo, cosa vuol dire questa affermazione? Assolutamente nulla. Un po’ come quando Salvini dice che il Fondo Salva Stati «è una pistola puntata alla testa dei risparmiatori».
Ma come può funzionare che se una banca tedesca è in difficoltà la signora Maria vede perdere di valore i titoli di Stato (si presume italiani) in suo possesso?
La Borgonzoni ha una spiegazione: «se il fondo salva stati viene utilizzato per salvare una banca tedesca noi abbiamo un problema: chiediamo anche noi il fondo e a noi dicono per avere quel fondo devi rispettare dei parametri che non lo possiamo rispettare».
Non ha alcun senso, perchè se una banca tedesca è in difficoltà l’Italia dovrebbe chiedere di accedere alla linea di credito per gli Stati? E perchè le due cose sono collegate? Borgonzoni non sa, non lo spiega, non risponde.
Senza saperlo però sta parlando (male) di una delle novità del MES, quella che a quanto pare Salvini ritiene essere una “pistola puntata alla testa dei risparmiatori”. Si tratta del meccanismo di backstop.
Oggi, se il MES deve intervenire per salvare un istituto di credito in difficoltà presta i soldi allo Stato il quale li “gira” alla banca. In questo modo però quel denaro entra a far parte del debito pubblico dello Stato mentre in realtà serve unicamente ad aiutare una banca (privata).
Come si legge nella Relazione presentata dall’Allora ministro per gli Affari Europei Paolo Savona (e approvata dalle commissioni di Camera e Senato) «il governo ha sempre sostenuto la necessità del meccanismo di backstop». Il Governo in questione è quello Lega-M5S di cui Borgonzoni faceva parte.
«Ma le nostre banche non potranno mai accedere a quel fondo, perchè non rispettiamo i parametri che ci vengono dati», dice la Borgonzoni. Che evidentemente a questo punto non capisce che sta parlando di due cose diverse.
Uno è il Fondo Salva Stati l’altro è il Single Resolution Fund (SRF) il Fondo di risoluzione unico delle crisi bancarie. §
E come si legge nella bozza di riforma dell’ESM il backstop è stato discusso e approvato nelle riunioni dell’Eurogruppo del 25 giugno 2018 e all’Euro Summit del 14 dicembre 2018.
Il Governo, quello del quale facevano parte (a loro insaputa?) Lega e Lucia Borgonzoni ha detto di essere d’accordo con la necessità del meccanismo del backstopb ovvero esattamente quella cosa che — secondo Lucia Borgonzoni — serve a mettere le mani nelle tasche della signora Maria qualora si dovesse salvare una dell famigerate banche tedesche.
Eppure oggi i leghisti ci raccontano che quella cosa danneggerebbe i risparmiatori italiani. Il tutto dimostrando di non aver capito nulla. Che sia un complotto?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
“MEGLIO CHE CI SIA IL MES PIUTTOSTO CHE NON CI SIA”
Lui nel governo gialloverde era un marziano: ossia una persona competente, seriA e giudiziosa, circondato da due vice-premier improbabili che con le loro sparate e i loro capricci hanno creato grossi problemi al paese.
“Ricordo il giugno scorso, quando si definì l’accordo su una bozza di riforma del Mes da sottoporre al summit dei giorni successivi. Si trattava di tradurre in un testo definito l’accordo che era stato raggiunto nel dicembre precedente”.
Ad affermarlo è l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervistato da “La Repubblica”.
“Le trattative – ricorda – andarono avanti fino all’alba a Bruxelles perchè il mandato era quello di non cedere su una questione non secondaria: alcuni Stati volevano che si prevedesse che le metodologie specifiche per valutare la sostenibilità dei debiti sovrani fossero rese pubbliche”.
“Per noi era inaccettabile perchè significherebbe aprire una corsa a valutazioni prospettiche anche fantasiose su un tema per noi di stretta competenza della Commissione che è un organo politico. Ci opponemmo e la spuntammo. Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto. Immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultato” aggiunge Tria.
Ministro dell’Economia nell’anno difficile del governo gialloverde, Tria, sottolinea ‘La Repubblica’, ha lasciato i conti dell’Italia in ordine e non vuole neppure prendere in considerazione la bagarre sollevata da Salvini e da Giorgia Meloni a colpi di ‘interessi nazionali’ e addirittura di ‘alto tradimento’.
Che effetto le fanno le critiche in Parlamento?
“Si dovrebbe capire in Italia, ma anche negli altri paesi, – risponde Tria – che l’interesse nazionale si difende mostrando che esso coincide con gli interessi dell’Europa e delle altre nazioni”.
“Non è nell’interesse di nessuno -aggiunge ancora- nè creare difficoltà alla gestione del debito in Italia, nè ostacolare la gestione di una crisi bancaria in Germania. Gli effetti devastanti cadrebbero in ogni caso anche sugli altri paesi per le interdipendenze delle economie. La riforma del Mes non ci danneggia. Ed è meglio che ci sia il Mes piuttosto che non ci sia, anche se noi non abbiamo bisogno di essere salvati”.
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2019 Riccardo Fucile
L’ANALISI GALLUP: SOTTO I 39 ANNI IL 49% PREFERISCE UN SISTEMA SOCIALISTA A QUELLO CAPITALISTA … LE CRITICHE SONO RIVOLTE ALLA CONCENTRAZIONE IN GROSSI GRUPPI ECONOMICI
Socialismo o capitalismo? La società di analisi Gallup ha pubblicato i dati di una ricerca sulle preferenze politiche negli Stati Uniti.
I dati sono divisi su tre generazioni: i Millennial e la Generazione Z, quelli che ora hanno tra i 18 e i 39 anni, la Generazione X, tra 40 e 54 anni, e i Baby Boomers e Traditional, dai 55 anni in su.
Le tendenze sono chiare. In tutti i campioni di intervistati si registra un avanzata del socialismo, anche se per Generazione X e Baby Boomer il sistema preferito rimane ancora il capitalismo, scelto rispettivamente dal 61% e dal 68% della popolazione.
Le distanze fra capitalismo e socialismo si riducono in modo sensibile tra i Millennial e Generazione Z. Nelle interviste, la differenza tra i due sistemi economici è davvero ridotta: il 49% dei giovani adulti valuta positivamente il socialismo, il restante 51% il capitalismo.
Conseguenza di queste tendenze è anche il giudizio sul Big Business, una formula che indica un’economia basata su grandi gruppi che puntano su un commercio in vasta scala. Questo modello è valutato positivamente solo dal 46% tra i più giovani, contro 55% della Generazione X e di Baby Boomer.
Gli analisti di Gallup scrivono, al termine del report, che questi dati spiegano che i giovani adulti americani sono ancora favorevoli a un economia basata sul libero mercato ma, allo stesso tempo, sono preoccupati dei grandi gruppi che stanno acquisendo sempre più potere.
E sarebbero più sereni se il loro governo cominciasse ad occuparsi di più di queste realtà .
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2019 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL MES DIVIDE L’ITALIA: GUALTIERI LA DIFENDE, CONTE CONTRO CHI HA DISCUSSO PER MESI E ALZA SOLO ORA POLVERONI
Sentire Giuseppe Conte parlare di “delirio collettivo” e Roberto Gualtieri di “molta confusione”
fa capire quanto tesa sia la partita politica sulla riforma del Fondo Salva-Stati (Mes). Da Palazzo Chigi e dal Ministero dell’Economia arriva il sostegno alla riforma europea, con diverse sensibilità : Gualtieri difende a spada tratta la riforma del Mes, concordata dall’Italia a giugno in sede di Eurogruppo e anche di consiglio europeo; Conte difende sì la riforma, ma considera irrinunciabile il vincolo del Parlamento, serve in altre parole un sostegno politico che solo il vertice di maggioranza di venerdì potrà garantire.
Per fare questo, e per convincere i 5 stelle in primo luogo, si ragiona sulla “logica a pacchetto” in base alla quale l’Italia chiede almeno una road map di impegni all’Europa sulle altre riforme che Roma considera irrinunciabili per una corretta governance economica dell’area euro.
Sentite Giuseppe Conte: “Il Mes è un negoziato in corso da più di un anno. Il delirio collettivo è stato suscitato dal leader dell’opposizione” dice da Arezzo, a margine dell’Assemblea dell’Anci, puntando il dito contro il “sovranismo da operetta” di Matteo Salvini. Questo perchè “da marzo a giugno 2019 abbiamo avuto vertici di maggioranza coi massimi esponenti della Lega” che, evidentemente, ironizza, non se ne sono accorti: “Quando invece si partecipa ai tavoli a propria insaputa, non si capisce quel che si era studiato e lo si scopre dopo, per suscitare scandalo o delirio, quell’atteggiamento non è responsabile”.
Attenzione, però, il riferimento di Conte al delirio collettivo riguarda inevitabilmente coloro che a quel tavolo erano seduti. Se alla sua destra c’era Matteo Salvini, alla sua sinistra c’era Luigi Di Maio. E i 5 stelle ora alzano la guardia su una riforma che è stata lungamente discussa dal Governo, a quel tempo il Conte 1. E sarà nuovamente discussa venerdì dalla maggioranza del Conte 2 in un vertice, da cui Conte punta a uscire a ranghi compatti.
Sentite Roberto Gualtieri: “A proposito della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione”. Serve una nota del ministro dell’Economia per provare a frenare la polemica politica.
Il titolare del Tesoro cerca di mettere fine alle accuse, visto che al consiglio europeo di dicembre il Governo dovrà portare una sua posizione a Bruxelles. Il ministro spinge. E porta le sue argomentazioni in una lunga nota sulla ‘riforma della discordia’, ribadendo tra le altre cose che comunque “l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti Mes: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”.
Dunque il problema della ristrutturazione del debito non si pone, per Gualtieri. È la risposta a chi critica la riforma vedendoci invece forti rischi di ristrutturazione del debito, in caso di richiesta di aiuti al Mes.
Una questione sollevata dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco il 15 novembre scorso e precisata però in una nota diffusa oggi da Via Nazionale: la riforma “non prevede la ristrutturazione del debito”. Nessun giudizio negativo, in altre parole, quanto piuttosto l’intenzione del governatore di mettere in guardia sui rischi inerenti all’assunzione di eventuali ulteriori iniziative future relative all’operatività del Mes in assenza di una riforma complessiva della governance economica dell’area dell’euro.
Chi guarda con grande preoccupazione la riforma del Fondo Salva Stati è il sistema bancario italiano. Il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, non ha nascosto la sua indignazione per il fatto che il Governo “non ci ha informato”, ha detto a margine di un incontro a Bruxelles. “Non so niente, ho letto stamattina i giornali, leggo sull’Huffington post ma sono materie sulle quali il mondo bancario italiano non è stato messo al corrente”.
Patuelli si spinge al punto da prevedere che le banche chiudano i rubinetti dell’acquisto di titoli di Stato in caso di passaggio della riforma, uno scenario apocalittico per il debito pubblico italiano. Poi la frenata, con il presidente dell’Abi che prende atto del “positivo chiarimento” del ministro dell’Economia.
Nella nota Gualtieri spiega che “l’innovazione fondamentale che è stata introdotta” con le modifiche concordate a giugno “riguarda la possibilità che il Mes svolga la funzione di backstop fiscale, cioè di supporto, per il Fondo di Risoluzione Unico, una linea di credito pari a circa 70 miliardi di euro che permetterà una gestione più efficace delle crisi bancarie, e senza condizioni a carico dei paesi interessati”.
Si tratta, sottolinea il ministro, di “un’innovazione positiva, che da tempo come Italia avevamo richiesto, e che costituisce un nuovo tassello verso il completamento dell’Unione bancaria. Per il resto – continua – le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del Mes non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”. “Soprattutto – prosegue ancora Gualtieri – è bene chiarire come la riforma del Mes non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario”.
Il ministro riconosce che “effettivamente, all’inizio del negoziato alcuni paesi avevano chiesto che la ristrutturazione del debito divenisse una condizione per l’accesso all’assistenza finanziaria ma, anche grazie alla ferma posizione assunta dall’Italia, queste posizioni sono state respinte e le regole sono rimaste identiche a quelle già in vigore. La valutazione sulla sostenibilità del debito – prosegue – è infatti sempre esistita sin dalla creazione del Mes e non implica una ristrutturazione automatica del debito. Non ci sono in tal senso cambiamenti sostanziali. Il dibattito di questi giorni su questo argomento è senza senso”.
Per Gualtieri, invece “sarebbe bene che il dibattito si concentrasse su temi più rilevanti al centro della discussione europea”. E nello specifico elenca l’introduzione di una garanzia comune dei depositi a condizioni non penalizzanti per l’Italia, l’introduzione di un safe asset comune europeo, il rilancio degli investimenti nel quadro di un green new deal, la revisione del patto di stabilità e di crescita”.
E qui il riferimento è alle altre ‘gambe’ della riforma che il Governo italiano chiede in quella che definisce “logica a pacchetto” e che si aspetta di trovare sul tavolo del consiglio europeo di dicembre a Bruxelles, almeno con una road map a tempi dilazionati per il completamento del pacchetto di riforme.
Difficile prevedere ora cosa succederà nel caso in cui il Consiglio si trovasse a dover ratificare solo la riforma del Mes. La questione ribolle nella maggioranza, viste le spinte del M5s contrario alla riforma. Venerdì un altro vertice di maggioranza da cui Conte e Gualtieri proveranno a tirar fuori una linea comune
(da “Huffingtonpost“)
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