Novembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI MILANO INDAGA PER FALSE COMUNICAZIONI E REATI FALLIMENTARI
ArcelorMittal sospende la procedura di chiusura degli impianti e riapre gli uffici commerciali
venendo incontro alle richieste dei commissari.
Intanto la Procura di Milano che indaga sulla gestione di ArcelorMittal dell’ex Ilva si sta orientando ad iscrivere il fascicolo per diversi reati in ambito fallimentare e per false comunicazioni.
Nel registro, da quanto trapela finora, non sarebbe ancora stato iscritto alcun indagato. La Procura di Milano, nel fascicolo esplorativo aperto alcuni giorni fa, indaga anche sul mancato pagamento dei creditori dell’indotto Filoni questi che si aggiungono a verifiche su presunte appropriazioni indebite di materiale relativo al magazzino di materie prime, su false comunicazioni societarie e al mercato.
Il Tribunale di Milano ha fissato per il prossimo 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari, invitando ArcelorMittal – si legge in una nota frmata dal presidente Roberto Bichi – “a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti” dello stabilimento siderurgico.
“Voglio ringraziare la magistratura per il lavoro che sta svolgendo e per aver acceso un faro sulla gestione dell’ex ilva”, ha commentato il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli.
A Taranto l’azienda ha invece comunicato ai sindacati la sospensione del programma di spegnimento e fermata degli impianti, annunciato lo scorso 15 novembre, in attesa della decisione del Tribunale di Milano sul ricorso d’urgenza presentato dai Commissari.
La notizia è arrivata mentre era da poco iniziato al Quirinale l’incontro tra il presidente Mattarella e i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, per affrontare la questione dello stabilimento siderurgico dopo l’addio di ArcelorMittal e in generale il nodo delle crisi industriali. A Landini, Barbagallo e Furlan, il Capo dello Stato ha ribadito l’impegno e la determinazione per trovare una soluzione.
Sempre i sindacati hanno chiesto in una lettera l’intervento diretto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Le chiediamo di poter intercedere nei confronti della multinazionale, come già avvenuto in occasione della vertenza Whirlpool, affinchè venga sospesa la contestata procedura di recesso” , si legge in una missiva. Conte vedrà i vertici di ArcelorMittal il prossimo venerdì pomeriggio
Il ricorso dei commissari: “Inadempimento plateale, da azienda forzatura per propri interessi”
Nel ricorso depositato venerdì, il cui contenuto è rivelato oggi, i commissari parlano di inadempimento “plateale e conclamato”. Secondo il documento, il gruppo è obbligato a “salvaguardare con diligenza la integrità e il valore dei rami d’azienda”. Inoltre, scrivono i commissari, “la controparte ha accettato senza alcuna obiezione un testo contrattuale che prevede esplicitamente che (… ) le concedenti non prestano alcuna garanzia (…)” nemmeno “sullo stato di fatto e di diritto dei beni costituenti i rami” d’azienda.
I commissari usano parole durissime per descrivere il comportamento dell’azienda. L’iniziativa di ArcelorMittal di sciogliere il contratto di affitto – scrivono – “nulla c’entra con le giustificazioni avanzate che non pervengono neppure ad un livello di dignitosa sostenibilità : essa è invece semplicemente strumentale alla dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce un riassetto” dell’obbligo contrattuale “precedentemente negoziato (…) che il gruppo (…) evidentemente non ritiene più rispondente ai propri interessi”.
Ex Ilva, il ministro Boccia: “Se azienda italiana avesse fatto come Mittal, proprietari sarebbero stati arrestati”
“Mittal – ha aggiunto Boccia – ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto. E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana”. Se non lo facesse “c’è l’amministrazione straordinaria che ha salvato l’Ilva dal crack dei Riva, con un prestito ponte e con l’obiettivo di riportare entro uno-due anni, come previsto dalla legge, l’azienda sul mercato”.
Se fosse necessario lo rifaremo senza alcun problema. Alternativa non c’è”. Solo una volta stabilita l’amministrazione straordinaria “si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io – ha concluso Boccia – penso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari”.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
SECONDO GLI STUDI DEGLI ESPERTI HA PIU’ UN VALORE SIMBOLICO CHE REALE UTILITA’
In questi giorni stiamo assistendo ad un acceso dibattito circa l’abbassamento a 1.000 euro del
limite per i pagamenti in contanti.
Il dibattito vede sostanzialmente due correnti contrapposte: coloro che sostengono l’efficacia di queste limitazioni, sulla base del fatto che tali misure, incentivando i pagamenti tracciabili, ridurrebbero l’area dell’evasione e del sommerso; e coloro che invece negano qualsiasi tipo di efficacia anti-evasione a simili provvedimenti.
Come sempre, nelle questioni di politica fiscale è difficile dire in modo netto chi ha ragione e chi ha torto. Ciò che si può affermare è che effettivamente in sede internazionale vi sono forti dubbi sul fatto che i limiti ai pagamenti in contanti siano efficaci nel contrastare l’evasione fiscale, nonchè sul fatto che provvedimenti del genere siano proporzionati alla luce del fine che si prefiggono.
Sembra utile partire da quanto affermato dalla Commissione Europea nel 2018 (Relazione al Parlamento Europeo e al Consiglio sulle restrizioni ai pagamenti in contanti), che ha esaminato il tema anche per mezzo di uno studio molto dettagliato (Study on an EU initiative for a restriction on payments in cash, di Centre for European Policy Studies – Ecorys).
Anticipiamone le conclusioni sin d’ora: la Commissione ha deciso di non intraprendere alcuna iniziativa legislativa, anche perchè le restrizioni ai pagamenti in contanti presentano significative problematiche e la loro efficacia è tutta da dimostrare.
Nel febbraio 2018, infatti, lo studio sopra citato ha evidenziato che le restrizioni ai pagamenti in contanti, pur utili in ambito antiriciclaggio, darebbero uno scarso contributo al contrasto del finanziamento del terrorismo o della frode fiscale, sostanzialmente per due motivi.
Il primo motivo riguarda i costi degli attentati terroristici, i quali attualmente (al contrario degli attentati del tutto eccezionali dell’11 settembre 2001) sono molto spesso di costo inferiore ai 10.000 euro, e le singole operazioni sono spesso di importo addirittura inferiore.
Di conseguenza, i limiti al trasferimento di contante inciderebbero poco sulla capacità di preparare tali attentati.
Del resto, la Commissione, in maniera piuttosto lapalissiana, giudica improbabile “che i criminali, che già intenzionalmente violano la legge, saranno dissuasi da un ulteriore divieto concernente il pagamento dell’operazione, soprattutto se le sanzioni associate a tale ulteriore divieto sono irrilevanti rispetto alle sanzioni associate all’attività criminale principale”.
Il secondo motivo, più significativo ai nostri fini, riguarda il fatto che le frodi fiscali davvero rilevanti non sono perpetrate tramite l’uso di contanti, ma mediante operazioni e strutture giuridiche complesse, che spesso coinvolgono più Stati.
Tant’è vero che in Austria, ad esempio, il livello di frode fiscale è basso, ma vi è un elevato utilizzo di contante.
Laddove invece frode ed evasione fiscale sono basate sui contanti, esse riguardano generalmente operazioni in contanti di importo contenuto (ad esempio, le fatture di ristoranti), e quindi non sarebbero interessate ai limiti, che, anche laddove contenuti, sono comunque più alti – a meno che, ovviamente, la soglia sia fissata a un livello molto basso.
Rimane tuttavia il fatto che i limiti ai pagamenti in contanti potrebbero comunque rivelarsi utili contro il riciclaggio di denaro; ciò nonostante, lo studio sopra citato fa presente che il riciclaggio tramite l’utilizzo del contante avviene spesso attraverso l’acquisto di beni di valore elevato, per cui secondo la stessa Commissione potrebbe essere utile esaminare anche alcune misure alternative, quale la previsione di un obbligo di raccolta di dati e di dichiarazione in capo a rivenditori (misura sulla cui efficacia, rileva la Commissione, si potrebbe comunque discutere).
Un aspetto molto rilevante da considerare è inoltre che, come evidenzia chiaramente la Commissione Europea, l’esistenza di restrizioni divergenti a livello nazionale ha un considerevole impatto negativo sul mercato interno, distorcendo la concorrenza e creando condizioni di disparità tra alcune imprese.
Sembra infatti che la presenza di limiti nazionali ai pagamenti in contanti, diversi da Stato a Stato, incida sullo spostamento del fatturato da un Paese ad un altro, il che ha conseguenze negative sia sull’integrità del mercato interno, sia “sull’efficienza della misura nazionale nel raggiungere gli obiettivi di politica pubblica”. In altri termini, quindi, si rischiano di favorire i sistemi economici dei Paesi limitrofi a discapito di quello nazionale, senza grandi benefici in termini di recupero di gettito.
A quanto affermato dalla Commissione Europea si aggiungono inoltre i (non molto favorevoli) pareri della Banca Centrale Europea sulle restrizioni ai pagamenti in contanti.
La BCE negli ultimi anni si è infatti espressa sulle proposte presentate da alcuni Stati (tra cui Spagna nel 2018, Bulgaria e Portogallo nel 2017) di inserire un limite quantitativo per i pagamenti in contanti, o di ridurne significativamente l’importo. Particolarmente significativo è il caso della Spagna, perchè la proposta spagnola fissava proprio a 1.000 euro il limite per i pagamenti cash, seppur solo per alcune tipologie di contribuenti.
La Banca Centrale afferma che il contrasto all’evasione fiscale può effettivamente essere una ragione per inserire limitazioni all’uso del contante, ma anche che queste limitazioni devono essere proporzionate e non andare oltre quello che è necessario per raggiungere tali obiettivi, perchè esse devono comunque essere compatibili con il corso legale di monete e banconote in Euro.
Ebbene, la BCE sottolinea due elementi, tra gli altri, che sembrano particolarmente importanti: il fatto che vi sono larghe fasce di popolazione per le quali la possibilità di pagare in contanti rimane importante, per diverse (e del tutto lecite) ragioni, e il fatto che i pagamenti cash favoriscono l’accesso al sistema economico dell’intera popolazione.
Proprio per tali ragioni, la Banca Centrale ha ritenuto “sproporzionato” (disproportionate) il limite di 1.000 euro proposto dalla Spagna, perchè da un lato rischiava di compromettere il corso legale delle banconote e delle monete in Euro (e l’intero sistema dei pagamenti), e dall’altro lato perchè i pagamenti mediante mezzi elettronici dipendono da infrastrutture tecniche che possono guastarsi o essere momentaneamente non disponibili.
Insomma, si può affermare che, sia in base a quanto evidenziato dalla Commissione Europea, sia alla luce dei pareri della BCE, i limiti ai pagamenti in contanti rischiano di essere la risposta sbagliata ad un problema reale (l’evasione fiscale), e del resto diversi autorevoli commentatori italiani ne hanno già da tempo evidenziato la loro funzione “simbolica” nonchè la scarsa attitudine a contrastare l’evasione.
Se si intende incidere sul sistema dei pagamenti per combattere l’evasione fiscale, sembra più efficace introdurre incentivi all’utilizzo dei pagamenti elettronici, anche perchè “demonizzare” il contante rischia di non portare apprezzabili benefici in termini di gettito e di deprimere i consumi, e francamente un ulteriore calo dei consumi non sembra una cosa che il sistema economico italiano si possa permettere.
Alberto Franco
Professore di Diritto Tributario presso l’Università di Torino
(da “La Repubblica”)
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Settembre 30th, 2019 Riccardo Fucile
COSA RISCHIA IL MADE IN ITALY… LA POLITICA SOVRANISTA E PROTEZIONISTA DI TRUMP PUO’ CAUSARE GRAVI DANNI ALLA PRODUZIONE ITALIANA
Le tasse Usa sulle importazioni mettono a rischio uno dei settori più floridi del mercato italiano extraeuropeo. Ecco quali potrebbero essere le conseguenze
La data è vicina: oggi, 30 settembre, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) potrebbe autorizzare gli Stati Uniti ad applicare dazi (tariffe per i prodotti di importazione) da 7 a 10 miliardi di dollari ai prodotti europei — tra i quali aerei e parti di aerei prodotte in Europa, e prodotti dell’agroalimentare.
L’ombra della svolta — che sarebbe un vero e proprio terremoto per il commercio internazionale — si proietta a tinte fosche anche sul settore agricolo e dell’alimentazione di qualità , come si capisce subito, leggendo l’analisi di Coldiretti sul Made in Italy diffusa dall’ente il 26 settembre. Nei primi 8 mesi del 2019, il mercato italiano negli Stati Uniti ha raggiunto il record storico, balzando del +8,9% , in un contesto che già vedeva gli Usa come il principale mercato di sbocco per l’Italia fuori dai confini europei.
Il 28 settembre, durante il “Parmigiano Day” della Coldiretti a Bologna, migliaia di allevatori, casari, stagionatori, gastronomi e consumatori — il cosiddetto “popolo del Parmigiano” — sono scesi in piazza con mucche, caldaia e zangole al seguito per protestare contro i pericoli legati al divampare delle guerre commerciali.
Se i dazi dovessero essere ufficializzati, la tassa sull’import passerebbe da 2,15 dollari a 15 dollari al kg, facendo alzare il prezzo al consumo fino a 60 dollari al kg. Secondo il Consorzio del Parmigiano Reggiano, a un simile aumento corrisponderà un crollo dei consumi stimato nell’80-90% del totale.
Da dove nasce la questione dei Dazi: lo scontro con la Cina
La strategia protezionista di Donald Trump, già colonna della sua campagna elettorale, ha fatto il suo ingresso sulle scene dell’economia globale durante il periodo del World Economic Forum del 2018, l’evento a cui partecipa ogni anno l’èlite della finanza mondiale.
Sulla base della sezione 201 del Trade Act americano (norma molto elastica che serve soprattutto a tutelare il mercato Usa), Trump aveva annunciato l’introduzione di «tariffe globali di salvaguardia» per frenare l’import di lavatrici e pannelli solari cinesi e coreani.
Lo scontro con la Cina era nei cantieri dell’amministrazione Trump già dall’agosto 2017, quando, ricorrendo alla sezione 301 del Trade Act, il presidente Usa aveva avviato un’indagine sulle politiche commerciali e industriali cinesi per «tutelare la sicurezza nazionale».
Pochi giorni dopo, la Casa Bianca pubblica un report con cui stabilisce che circa 1300 tipi di prodotti cinesi, per un valore che oscilla tra i 50 e 60 miliardi di dollari, «sono dannosi per il commercio statunitense», e che «la Cina conduce e supporta intrusioni informatiche per accedere alle informazioni sensibili delle società statunitensi» (da qui la controversia su Huawei).
Il ricorso alla strategia della «sicurezza internazionale» permette al Presidente americano di ricorrere alla sezione 232 del Trade Expansion Act, che allarga la «difesa» anche al settore di alluminio e acciaio — considerati materiali chiave nella produzione di armi e armamenti.
Il passaggio in Europa
Nel 2019, però, l’accordo con la Cina è ancora lontano (Pechino ha annunciato ritorsioni su 60 miliardi di dollari di prodotti americani). A giugno di quest’anno, Trump è passato all’attacco del multilateralismo con Messico e in Europa.
Stando a fonti di Bruxelles degli ultimi giorni, Washington potrebbe imporre tariffe sui prodotti europei per circa 7 miliardi di euro, colpendo aerei e parti di aerei prodotte in Europa ma anche altri settori, in primis l’agroalimentare.
Il documento del Wto stabilirà l’entità delle compensazioni che gli Usa potranno chiedere all’Ue.
Chi rischia di più in Italia
«Una decisione del genere ci farebbe molto molto male», ha detto il premier Giuseppe Conte durante l’evento Coldiretti di questo ultimo weekend, assicurando che «ce la metterà tutta» per evitare i dazi. «Non è facile. Siamo in un quadro di negoziato in cui gli Stati Uniti difendono i loro interessi nazionali e, come sempre, anche noi lo facciamo».
I 10 settori italiani più attivi nell’export statunitense e che potrebbero subire un brusco arresto sono:
macchinari e apparecchiature: 7.878,5 miliardi di dollari;
autoveicoli e rimorchi: 5.111,7 miliardi di dollari
navi, locomotive, aerei e mezzi militari: 3.840,9 miliardi di dollari;
farmaceutica: 3.722,5 miliardi di dollari;
prodotti di altre industrie manifatturiere: 2.239,5 miliardi di dollari;
alimentari: 2.160,4 miliardi di dollari;
bevande: 1.953,0 miliardi di dollari
prodotti chimici: 1.893,9 miliardi di dollari;
prodotti in pelle (no abbigliamento): 1.724,9 miliardi di dollari;
abbigliamento: 1.611,1 miliardi di dollari.
«La produzione di falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano nel mondo ha superato quella degli originali con il diffondersi di imitazioni in tutti i Continenti che toglie spazi di mercato ai simboli del made in Italy», ha denunciato Coldiretti, sottolineando il rischio di un’incremento di questo genere di fake a seguito dell’introduzione dei dazi.
Il Parmigiano potrebbe costare in America fino a 20 euro in più al chilo, mentre l’olio, il vino e lo spumante potrebbero costare fino a 28 centesimi in più a bottiglia. Le esportazioni manifatturiere e di autoveicoli vedrebbero un rallentamento della crescita dello -0,2% nel 2019 e -0,6% nel 2020.
(da Open)
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Settembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
SARA’ UNA MANOVRA DA 30 MILIARDI CON IL DEFICIT AL 2,2%
Quella che Roberto Gualtieri si trova a tirare su in queste ore è una manovra in mezzo al guado. Per un governo appena nato, il provvedimento simbolo della programmazione economica è occasione irripetibile per imprimere un marchio, una svolta. Non è così per quello giallorosso.
Alla prima apparizione in tv dopo la nomina, intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai3, il ministro dell’Economia lo mette in chiaro da subito: “Dobbiamo pagare il conto del Papeete”.
Al luogo simbolo dell’arrembaggio estivo di Salvini vengono dati i connotati della zavorra che condiziona gli impegni odierni: l’Italia deve saldare il conto della perdita di credibilità e delle risorse bruciate sui mercati.
Però c’è anche la volontà di uno slancio in avanti, facendo sponda con la benevolenza dell’Europa. La vulnerabilità della manovra è frutto dell’incrocio di queste due dimensioni. Nel guado maturano disegni ambiziosi, come sul green, ma anche rotture di tabù, come quello sull’aumento dell’Iva.
Alla presentazione della Nota di aggiornamento al Def – la cornice della manovra – mancano poco più di 24 ore e per la prima volta Gualtieri dà volto e significato alle operazioni che si stanno conducendo nel gran cantiere del Tesoro.
La manovra si aggirerà intorno ai 30 miliardi. Considerando che servono 23,1 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e un altro paio di miliardi per le spese indifferibili, si capisce già come il menù sia avaro di sogni di gloria. Il conto del Papeete va collocato proprio qui.
Dove trovare 30 miliardi? Risposta: il grande serbatoio è Bruxelles. E qui Gualtieri, senza citare direttamente il numero, dà un’indicazione precisa del valore su cui il governo intende collocare il deficit.
È questo numeretto che misura la flessibilità che sarà concessa all’Italia. “Forse – dice il ministro – è meglio non dichiarare il 2,4% e poi fare il 2,04% e nel frattempo avere un’impennata dello spread. È preferibile collocarsi meglio dall’inizio per non avere turbative, è una saggia via di mezzo che noi percorreremo”.
Eccolo Gualtieri il mediatore, uno degli uomini chiave che Bruxelles ha messo a blindatura dei nuovi rapporti con Roma. Il deficit si collocherà al 2,2%: sono 11 miliardi.
La caccia alle coperture del conto del Papeete si incrocia con quelle che servono per finanziare le nuove misure. Irrompe qui la rottura del tabù sull’Iva.
La viva voce di Gualtieri apre lo spazio all’ipotesi di un aumento dell’aliquota per i beni a più alta evasione e un contestuale abbassamento di quella che grava sui beni di maggior consumo.
Certo ci saranno meccanismi di compensazione, come la possibilità di pagare di meno se si usa il bancomat invece del contante, ma il dato è che l’Iva non è più intoccabile.
Il paradosso rischia di essere questo: un governo nato con la mission di scongiurare l’aumento dell’Iva rischia di essere costretto a fare rimodulazioni o aumenti selettivi della stessa imposta per trovare le risorse necessarie.
Se ne parlerà più avanti perchè il cantiere non è giunto al termine dei lavori, ma queste dinamiche caratterizzano appieno il guado in cui si trova la manovra.
Fin qui quello che questo governo è obbligato a fare per mettere una pezza a un vaso che gli è stato consegnato rotto. Contemporaneamente, però, si lavora al tentativo di dare una discontinuità .
Insomma, un segnale bisogna pur darlo. Di elementi di continuità , tra l’altro, ce ne sono parecchi: il reddito di cittadinanza e la quota 100, così come la mini flat tax per le partite Iva restano in piedi così come ideate da Lega e 5 stelle. “Non è un governo serio quello che cambia subito le carte in tavola”, spiega il ministro dell’Economia.
Non ci saranno tagli a scuola, università e sanità . L’abolizione del superticket, battaglia cara a Leu, ci sarà ma non subito.
Gualtieri punta tutto sul taglio del cuneo fiscale e, in un’ottica più lunga, sul green. Angela Merkel ha messo 100 miliardi per il clima fino al 2030. Gualtieri posiziona l’Italia sulla scia della Germania: “Istituiremo un grande fondo alla tedesca, nell’ottica della transizione ecologica dell’economia”.
In un arco temporale più ristretto si punta a incassare una partita che vale tanto e cioè fare scorporare le spese per l’ambiente dal deficit. Gualtieri si dice ottimista.
Da buon mediatore ha annusato il nuovo clima che si respira in Europa. Passa anche da qui quella benevolenza europea che si vuole sfruttare a vantaggio dell’economia italiana.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
IN FINLANDIA E UNGHERIA HA RIDOTTO IL CONSUMO DI CIBI E BEVANDE POCO SANE, IN FRANCIA I BENEFICI SONO STATI TEMPORANEI
La recente ipotesi di alcuni membri del governo di introdurre una “tassa sulle merendine”, con
la quale reperire risorse per scuola e università , ha sostanzialmente diviso l’opinione pubblica in due: da un lato, coloro che la considerano negativamente giudicandola poco più di una boutade, e dall’altro lato coloro che sono favorevoli, soprattutto perchè incentiverebbe stili di vita più sani.
E’ fuor di dubbio che tra i principali fattori di rischio di numerose patologie vi siano lo stile di vita e l’alimentazione, e che quindi sia anche interesse dello Stato (e del sistema sanitario nazionale) promuovere corrette abitudini alimentari. Ma una nuova imposta può essere la soluzione?
In realtà , il dibattito sulla cosiddetta sugar tax, e cioè su una imposta che colpisce bevande zuccherate, merendine e così via (e sulla cosiddetta fat tax, che colpisce invece i cibi ricchi di grassi saturi) si sviluppa da almeno un decennio, ed anzi è proprio attorno al 2010-2011 che tali imposte sono state introdotte in diversi Stati.
Nondimeno, nel 2014 e nel 2015 si sono occupate del tema anche l’Unione Europea e l’Organizzazione Mondiale della Sanità , attraverso due report che hanno evidenziato chiaramente luci ed ombre delle “tasse sul cibo”. Pertanto, a distanza di qualche anno si possono certamente già ottenere alcune indicazioni sull’efficacia di tali misure.
Le esperienze dei Paesi che hanno introdotto queste imposte ci forniscono risultati contrastanti.
Ad esempio, Finlandia ed Ungheria hanno avuto buoni risultati in termini di diminuzione del consumo degli alimenti tassati (principalmente, bevande zuccherate e junk food) e anche di riformulazione di tali alimenti secondo standard più “sani” da parte dei produttori, che hanno ridotto o sostituito gli ingredienti tassati.
D’altra parte, nel 2011 la Francia ha introdotto un’imposta sulle bevande zuccherate, che ha comportato un decremento solo temporaneo del consumo degli alimenti tassati, tant’è vero che dopo poco tempo i livelli di consumo sono tornati a quelli precedenti.
Inoltre, questa imposta è stata traslata quasi interamente sul consumatore finale, che quindi ha subito interamente, quale ultimo “anello” della catena produttiva, il rincaro di tali beni.
Più complessa invece l’esperienza della Danimarca, che ha introdotto e poi abrogato nel 2012 un’imposta sui grassi saturi, imposta che aveva sì comportato una riduzione dei consumi di grassi saturi ma che allo stesso tempo aveva contribuito ad una significativa perdita di posti di lavoro e alimentato l’acquisto transfrontaliero di tali beni, con i Danesi che “eludevano” l’imposta facendo spese nella vicina Germania.
Alla luce di questi risultati, che cosa potremmo aspettarci in Italia dall’introduzione di forme di tassazione simili?
E’ difficile dire a priori se un tale sistema di tassazione sia effettivamente in grado di raggiungere lo scopo, sia esso meramente di gettito fiscale o di incremento della salute della popolazione.
L’impressione è che le criticità tecniche nella introduzione di una “tassa sulle merendine” siano maggiori dei risultati previsti.
Ciò perchè la strutturazione di una simile imposta deve tenere in considerazione il principio fondamentale della progressività del sistema tributario, e una “tassa sulle merendine” rischierebbe di essere non solo non progressiva, ma persino regressiva, cioè i contribuenti più poveri sosterrebbero il “peso” dell’imposta in misura maggiore rispetto ai contribuenti con un reddito più elevato.
Alcuni studi hanno infatti evidenziato che le fasce più povere della popolazione da un lato spendono in cibo una percentuale maggiore del proprio reddito rispetto ai soggetti con redditi più alti, e dall’altro lato consumano decisamente più junk food (e in particolare il cibo ad alto contenuto di grassi saturi) rispetto alle fasce di popolazione più abbienti.
In altri termini, l’effetto combinato di queste due circostanze finirebbe per penalizzare quasi solamente le fasce più povere della popolazione, lasciando un quadro sostanzialmente immutato per le fasce a più alto reddito.
Questo di per sè non vorrebbe dire che una imposta del genere sarebbe “automaticamente” incostituzionale: nel nostro sistema tributario non è necessario che tutte le imposte siano progressive per rispettare il dettato costituzionale, ma è necessario che lo sia il sistema nel suo complesso (e nel nostro sistema fiscale, com’è noto, la progressività è assicurata dalle aliquote Irpef).
Tuttavia, innestare una imposta tendenzialmente regressiva nel nostro Paese, che ha già una tassazione nel complesso poco progressiva (stante la presenza, tra l’altro, di numerose imposte sostitutive proporzionali e di un’elevata tassazione indiretta) pone sicuramente qualche problema in termini di ragionevolezza del sistema fiscale e di equità .
Il caso della Danimarca mette inoltre in evidenza il rischio di causare penalizzazioni e distorsioni nell’industria alimentare e nel commercio.
In Danimarca si è avuto un netto aumento dei costi amministrativi delle imprese per la gestione di tali imposte (in particolare per le piccole e medie imprese) e una riduzione dei posti di lavoro: sindacati e associazioni di categoria danesi avevano lamentato una perdita di oltre mille posti di lavoro nell’industria alimentare a seguito dell’introduzione del tributo.
E’ pur vero che ogni Paese (e ogni imposta) fa storia a sè, ma l’esperienza danese ci mostra due rischi che, visto l’attuale contesto economico, sarebbe imprudente correre.
In conclusione, quindi, è probabile che l’introduzione di una “tassa sulle merendine” non sia il modo migliore nè per soddisfare esigenze di gettito, nè per incentivare stili di vita sani e corretta alimentazione nel contesto italiano.
Le difficoltà tecniche di strutturare una tassa equa, non distorsiva e compatibile con il tessuto economico italiano sono molte, e sembrano comportare più rischi che benefici. Delegare l’educazione ad una corretta alimentazione alle imposte e al sistema fiscale, già piuttosto pervasivo nel nostro Paese, invece che a programmi di informazione e di educazione, tutto sommato non sembra essere la strada più efficiente.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2019 Riccardo Fucile
UNICO PAESE EUROPEO IN CUI SI E’ REGISTRATO UN FORTE CALO
L’Italia, fra il 6 giugno e l’11 settembre 2019, è stato l’unico Paese dell’euro a registrare un forte
calo dello spread, coinciso con il cambio di governo.
Lo rileva la Bce, secondo cui “i differenziali sulle obbligazioni sovrane (rispetto al tasso OIS privo di rischio, ndr) sono rimasti ampiamente stabili durante il periodo in esame, con l’eccezione del mercato italiano, dove i differenziali di rendimento a dieci anni sono scesi di 1,1 punti percentuali, in seguito alle attese e alla successiva formazione di un nuovo governo” scrive la Bce, la quale prende in esame il periodo che va dal 6 giugno all’11 settembre.
In questo periodo, i “rendimenti a lungo termine sono diminuiti in misura significativa sia nell’area dell’euro sia negli Stati Uniti” ma gli spread, che sono differenziali di rischio, “sono rimasti sostanzialmente invariati nella maggior parte dei paesi dell’area dell’euro”.
Detto questo, la Bce assicura che intende “fornire un considerevole stimolo monetario per assicurare il perdurare di condizioni finanziarie molto favorevoli che sostengano l’espansione dell’area dell’euro, l’accumularsi di pressioni interne sui prezzi attualmente in corso e quindi la stabile convergenza dell’inflazione sul valore perseguito nel medio termine”.
Queste decisioni sono state assunte per rispondere a un livello di inflazione che continua a essere inferiore a quello perseguito dal Consiglio direttivo. Quest’ultimo, spiega il bollettino, “ha ribadito la necessita’ di un orientamento di politica monetaria fortemente accomodante per un prolungato periodo di tempo”. In prospettiva, quindi, è pronto “ad adeguare tutti i suoi strumenti, nella maniera che riterrà opportuna, per assicurare che l’inflazione si diriga stabilmente verso il livello previsto, in linea con l’impegno ad adottare un approccio simmetrico nel perseguimento del proprio obiettivo”.
La Bce fa notare anche che “i rischi al ribasso per l’attività economica a livello mondiale ultimamente si sono intensificati” e che un ulteriore “inasprimento delle tensioni commerciali potrebbe rappresentare un rischio per la crescita e per il commercio mondiali”.
Inoltre, “lo scenario di una Brexit senza accordo potrebbe avere ulteriori ripercussioni negative, soprattutto in Europa”. Per quanto riguarda invece l’interscambio mondiale, quest’ultimo si è notevolmente indebolito nella prima meta’ dell’anno e pesano soprattutto le dispute commerciali fra Stati Uniti e Cina. Allo stesso tempo, anche altre questioni commerciali restano insolute.
La Bce poi consiglia ai paesi con un debito elevato di perseguire politiche prudenti. “Alla luce dell’indebolimento delle prospettive economiche e di rischi al ribasso ancora pronunciati — osserva — i governi interessati da un rallentamento economico che dispongono di margini per interventi di bilancio dovrebbero agire in maniera efficace e tempestiva. Contemporaneamente, i governi dei paesi con un debito pubblico elevato devono perseguire politiche prudenti e adoperarsi per il conseguimento degli obiettivi in termini di saldo strutturale”.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2019 Riccardo Fucile
E’ LA MISURA CARDINE DELLA MANOVRA ECONOMICA
Il taglio del cuneo fiscale è una delle misure principali che il nuovo governo vuole realizzare con la Legge di Bilancio 2020.
Secondo le due forze di maggioranza, Pd e M5S, questo intervento potrebbe far bene all’economia italiana, favorendo i consumi.
Ma qual è il significato di cuneo fiscale? Di seguito lo spieghiamo con parole semplici e comprensibili anche per chi non ha dimestichezza con il vocabolario economico.
Il cuneo fiscale è un indicatore che misura il peso delle imposte e dei contributi sul costo del lavoro. In altre parole, è la differenza tra quanto un lavoratore costa al datore di lavoro e la somma di denaro netta che quello stesso lavoratore effettivamente percepisce.
In teoria, il significato di cuneo fiscale è più ampio. Nelle scienze economiche questo indicatore studia le distorsioni della domanda di un bene in seguito dell’introduzione di una tassa sulla produzione e/o sul consumo di quello stesso bene. Nel dibattito politico, tuttavia, ci si riferisce comunemente all’indicatore descritto sopra, limitandosi cioè al suo significato nel quadro del mercato del lavoro.
Con cuneo fiscale, per concludere, si intende sostanzialmente la somma delle imposte tributarie e dei contributi che gravano sul costo del lavoro. Esso può essere determinato sia per i lavoratori dipendenti sia per gli autonomi o i liberi professionisti.
Taglio cuneo fiscale: perchè
Il taglio del cuneo fiscale è un’operazione di cui si dibatte da anni. Come è facilmente intuibile, significa ridurre il peso delle imposte e dei contributi sul costo del lavoro. A seconda di come venga attuato, questo alleggerimento può produrre benefici economici per il lavoratore, per il datore di lavoro oppure per entrambi.
Se vengono alleggeriti solo i contributi a carico del lavoratore, ad esempio, il datore di lavoro non ne ricaverà alcun beneficio.
Allo stesso modo, se vengono ridotte solo le tasse in busta paga a carico delle imprese, il lavoratore rischierà di non averne alcun vantaggio.
Se invece vengono tagliati sia gli oneri a carico delle aziende sia quelli a carico del lavoratore, entrambi ne trarranno giovamento.
Il taglio del cuneo fiscale generalmente viene operato perchè può essere una buona leva di stimolo all’economia. Gli obiettivi possono essere: snellire il mercato del lavoro, favorire le assunzioni, ridurre la pressione fiscale a carico delle imprese, favorire i consumi
Il taglio nel 2020
Come detto più volte dal premier Giuseppe Conte, il taglio del cuneo fiscale è tra le misure principali da attuare con la Legge di Bilancio 2020 (insieme ad altre come il salario minimo). Il Governo Conte Bis, come si legge nelle linee guida dell’accordo tra M5S e Pd, vuole tagliarlo “a vantaggio dei lavoratori”, ossia vuole ridurre le tasse sul lavoro allo scopo di aumentare le entrate economiche per il lavoratore, in modo da stimolarne i consumi.
Secondo i dati dell’Istat, al 2017 il costo del lavoro dipendente in Italia risulta in media pari a 32.154 euro annui, sostanzialmente stabile rispetto al 2015. Il cuneo fiscale e contributivo, dice l’Istat, è pari al 45,7 per cento del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,0 per cento nel 2015, 46,2 per cento nel 2014).
Per la manovra economica 2020 sono due le ipotesi sul tavolo.
La prima consiste nell’introdurre un credito di imposta che si traduca per il lavoratore in una sorta di stipendio aggiuntivo da circa 1.500 euro, che potrebbe essere liquidato nel mese di luglio. Questo pagamento assorbirebbe il bonus Renzi da 80 euro.
La seconda ipotesi è quella di un taglio secco dei contributi a carico del lavoratore (che attualmente, per un lavoratore dipendente a tempi indeterminato, sono pari al 9 per cento).
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2019 Riccardo Fucile
IL BENEFICIO POTREBBE ESTENDERSI FINO ALLA SOGLIA DI 36.000 EURO DI REDDITO
La promessa è allettante ma la sua realizzazione pare molto difficile.
Il governo mira ad ottenere un extra-deficit che porti il rapporto con il Prodotto Interno Lordo al 2,6% per finanziare la riduzione del cuneo fiscale.
Spiega oggi Il Messaggero in un articolo a firma di Luca Cifoni che il Conte bis gode di una credibilità che in precedenza non c’era e la carta della fiducia potrebbe essere giocata fino in fondo al momento della trattativa con Bruxelles.
Così non è impossibile che la nuova Commissione conceda all’attuale esecutivo qualcosa che non sarebbe mai stato accordato al precedente.
Il rapporto deficit/Pil tendenziale per il 2020, che nelle stime del Mef viaggia intorno all’1,6 per cento dovrebbe scivolare verso l’alto, anche sopra la soglia psicologica del 2 per cento.
Di quanto? Si parla di un possibile 2,1-2,2 per cento, che consentirebbe di ricavare un minimo spazio finanziario per le misure di politica economica a partire dalla riduzione del cuneo fiscale.
Ma l’obiettivo del ministro Gualtieri potrebbe essere più ambizioso: il sogno proibito sarebbe un disavanzo al 2,6% del prodotto lordo.
Ovvero a distanza di sicurezza dalla soglia del 3, ma abbastanza in alto da liberare qualcosa come 18-19 miliardi e limitare la faticosa ricerca di coperture.
Resta da vedere se la Commissione e poi il Consiglio europeo (del quale fanno parte anche i Paesi più rigoristi del Nord) potranno accettare di spingersi così in avanti.
Una maggiore disponibilità di risorse permetterebbe di disegnare un intervento molto ampio a favore dei redditi da lavoro dipendente.
La nuova super-detrazione Irpef, destinata ad assorbire anche il bonus 80 euro, potrebbe andare a beneficio anche degli“incapienti”, in misura crescente in modo da non scoraggiare la ricerca del lavoro; mentre allo stesso tempo il beneficio si estenderebbe almeno parzialmente ai contribuenti con un reddito fino a 36 mila euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 12th, 2019 Riccardo Fucile
E ORA PROMETTE DI TAGLIARLO CON UNA RICETTA CHE NON HA MAI FUNZIONATO
La posizione di Carlo Cottarelli è chiara: “Se nessun Paese in 75 anni ha tagliato il debito
aumentando il Pil, anche in deficit, vuol probabilmente dire che non funziona”.
Per il premier Giuseppe Conte, però, non pare essere un problema: “Vogliamo ridurre il debito attraverso la crescita economica, il nostro obiettivo è la riduzione del debito e l’ho detto chiaramente, abbiamo bisogno di fare investimenti che ci consentano di orientare il paese verso lo sviluppo sostenibile e per una maggiore occupazione”.
Tradotto: più spesa pubblica.
D’altra parte suona quasi provocatoria l’affermazione di voler ridurre il debito da parte di un presidente del Consiglio dei ministri che negli ultimi 14 mesi ha firmato (o contro firmato) tutti i provvedimenti che hanno contribuito ad aumentare la spesa pubblica.
Anche quando era evidente che non sarebbero serviti a rilanciare l’economia come dimostra la crescita vicina a quota zero.
E’ il caso, per esempio, di quota 100: in tre anni — al netto degli eventuali risparmi ancora da quantificare — costerà 21 miliardi di euro e come si legge nel Def ha un “lieve effetto negativo quest’anno“.
Come a dire: più spesa e meno Pil che si traducono in un aumento del debito. Conte, però, non ha mai avuto dubbi nel difendere il provvedimento.
Così come non ha intenzione di toccare il reddito di cittadinanza che nelle simulazioni dello stesso Def dovrebbe portare alla crescita una manciata di punti decimali a fronte di un costo pari a 17 miliardi nel triennio.
Il risultato è chiaro: durante il governo Conte, da giugno 2018 a giugno 2019, il debito pubblico italiano è aumentato — in termini assoluti — di 63 miliardi di euro.
A questo, poi, va aggiunto il costo per la corsa dello spread nei quattordici mesi di governo gialloverde: l’Osservatorio conti pubblici di Cottarelli ha calcolato che le emissioni dell’ultimo anno faranno salire la spesa per interessi di 20 miliardi in 20 anni.
Un mattoncino da un miliardo di euro in più ogni dodici mesi sul debito pubblico italiano. Non molto in valore assoluto, ma un altro piccolo problema da sommare a quasi 2.400 miliardi di euro che gravano sulle teste degli italiani.
Conte, che nell’ultimo anno ha contribuito ad aumentarne il peso, non sembra preoccuparsene e — confidando nella benevolenza della Commissione Ue — probabilmente proverà a calciare la palla in avanti lasciando che sia qualcun altro ad affrontare il problema. Addirittura, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici, il governo potrebbe aver sottostimato l’aumento del debito.
Il premier però, davanti alla Commissione europea, non si scompone.
Dopo aver archiviato — per l’ennesima volta — il riordino delle agevolazioni fiscali (una giungla da decine di miliardi di euro l’anno nella quale spiccano diversi regali alle lobby) pare aver dimenticato in un cassetto anche la web tax.
L’imposta per la quale non è mai stato scritto il decreto attuativo che avrebbe dovuto garantire 150 milioni di gettito per il 2019 e 600 milioni l’anno prossimo: due gocce nel mare, ma anche queste andranno coperte. A meno di non voler far salire ancora il debito.
“Non è possibile abbassare le tasse, far crescere la spesa e tenere l’Iva ferma” diceva l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ma Conte non sembra essere d’accordo.
Eppure mancano tre mesi alla fine dell’anno e le privatizzazioni sono ancora ferma al palo: il governo si è impegnato con l’Ue a cedere asset pubblici per 18 miliardi di euro. Soldi che sarebbero dovuti finire nel fondo per la riduzione del debito e senza i quali sarà necessario trovare un’altra soluzione.
L’ex capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, sostiene che il debito pubblico non sia un problema se la spesa per interessi è inferiore alla crescita e suggerisce di guardare il trend nel lungo periodo.
Nel breve, la situazione è preoccupante: l’Italia è in stagnazione, ma spende quasi il 4% del Pil in interessi. Senza aumentare l’avanzo primario come suggerisce Cottarelli (cosa che M5s e Conte non vogliono fare), per ridurre il debito serve una crescita da Paese emergente. L’Italia non cresce del 2% dal 2006.
(da “Business Insider”)
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