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FATTA LA MANOVRA ORA TOCCA AL WELFARE

Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO VUOLE RIFORMARE IL LAVORO…MA PER IL PROGETTO ICHINO MANCANO   VOTI E SOLDI

Chiusa la manovra, tocca al mercato del lavoro.
Fallite le liberalizzazioni, sperando di evitare il trauma di un altro flop, il governo Monti passa al prossimo punto in agenda.
Che sia il lavoro il punto più delicato del mandato dei tecnici lo ha chiarito Pier Luigi Bersani, segretario del Pd: “Sono sicuro che quando si parla di riformare il mercato del lavoro non si parla tanto di articolo 18, ma di chi perde il lavoro in età  avanzata. L’articolo 18 non è la questione”.
Non sarà  la questione, ma di certo è il tabù: se si tocca quello, il tentativo di Bersani di compattare il Pd su posizioni da sempre minoritarie nel partito, quelle “riformiste”, potrebbe sfociare in un disastro.
Magari con scissioni e forse la fine dell’esperienza Monti. “Il nostro orizzonte è l’appuntamento elettorale”, ha detto Bersani: contano più gli elettori dei tecnici. I colloqui informali, preliminari, con il governo sono in corso da giorni.
Il dossier che ha in mano il ministro del Welfare Elsa Fornero è più complesso ancora del beauty contest sulle frequenze affidato a Corrado Passera.
Qualcosa bisogna fare, per due ragioni: la recessione, se sono giuste le stime della Confindustria, nel 2012 sarà  molto più grave del previsto: -1,6 per cento del Pil contro il -0,5 stimato dal governo Berlusconi .
Quindi serve un segnale per la crescita, e una riforma del mercato del lavoro è quello che chiedono i mercati e l’Unione europea.
La seconda ragione l’ha spiegata il ministro Fornero, in audizione alla Camera: finora le imprese cercavano di liberarsi perfino dei 50enni perchè troppo costosi, dopo la riforma delle pensioni bisogna convincerle a tenerli fino a 67 anni.
Quindi serve un necessario intervento sulla “curva retributiva”, ha detto la Fornero.
Tradotto: si studieranno dei contratti per i lavoratori a fine carriera più simili a quelli dei giovani, flessibili e a salario ridotto.
Ma non è questa la parte più traumatica.
Fin dai primi giorni, è stato chiaro che il governo voleva seguire la linea di riforma indicata dal senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino, che finora si è tradotta in disegni di legge arenati in Parlamento.
Il “modello Ichino” è questo: tutti i lavoratori vengono assunti a tempo indeterminato, con un periodo di prova di sei mesi in cui non si applica l’articolo 18 che obbliga le imprese a riassumere i lavoratori licenziati senza giusta causa, pagando loro pesanti indennizzi.
Dopo il periodo di 6 mesi, scattano le vecchie tutele, con una differenza: l’impresa può licenziare anche per motivi economici e organizzativi, pagando un’indennità  che cresce con l’anzianità  di servizio.
Più tempo hai lavorato, più costoso sarà  per l’impresa allontanarti. Niente cambia per gli attuali lavoratori a tempo indeterminato tutelati dall’articolo 18 (che vale solo nelle imprese con più di 15 dipendenti).
Monti ha già  annunciato una “riforma del mercato del lavoro per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani e donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese”.
Ma, per quanto bene possa fare alla crescita, ci sono dei costi iniziali non indifferenti.
Nel progetto di Ichino i lavoratori licenziati possono contare su un’assicurazione che, in caso di perdita del lavoro, garantisce fino a tre anni di retribuzione, il primo anno al 90 per cento dello stipendio e poi al 70.
Questa assicurazione dovrebbe essere a carico delle imprese, ma al ministero stanno facendo due conti: alzare adesso il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo di un lavoratore all’azienda e il suo salario netto in busta paga, sarebbe un disastro, scoraggerebbe le poche assunzioni previste.
Ma introdurre incentivi pubblici per ridurre questo extra costo è poco proponibile, visto che i soldi da spendere sono pochissimi.
Bersani e il Pd già  temono il bis del 1996: la riforma senza gli ammortizzatori, cioè più precarietà  ma niente garanzie.
E quindi stanno facendo pressione sulla Fornero perchè qualunque discorso sul mercato del lavoro parta da una riforma degli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione. Interventi che valgono 7-8 miliardi.
Oltre che con i partiti, il governo Monti ha qualche problema al suo interno.
Il ministro Fornero è esperta di pensioni, meno di mercato del lavoro. Quello è il campo di Michel Martone, giuslavorista nominato viceministro, ma che ancora non ha ricevuto le deleghe.
Che sono una questione delicata, sia per i rapporti di forza dentro l’esecutivo che per la relazione con i sindacati .
La Fornero non può appaltare completamente una riforma così delicata al suo vice che è visto soprattutto dalla Cgil come troppo riformista per essere un interlocutore.
Ma chi frequenta i corridoi del ministero del Welfare sostiene che, comunque finisca la spartizione delle deleghe, sia la Fornero sia Martone non hanno alcun interesse ad andare allo scontro frontale con Susanna Camusso e l’ala sinistra del Pd, si procederà  con passi molto graduali.
Ma, prima o poi, nelle prossime settimane si dovrà  toccare anche il tabù dell’articolo 18, almeno per i nuovi assunti.
E non sarà  indolore.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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ISTAT: GLI STIPENDI CON L’AUMENTO PIU’ ALTO SONO QUELLI DI PALAZZO CHIGI, I PIU’ BASSI QUELLI DI INSEGNANTI, FORZE DELL’ORDINE E VIGILI DEL FUOCO

Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

SPETTA AI DIPENDENTI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO LA PALMA D’ORO DEI TRAVET CON L’AUMENTO DI STIPENDIO PIU’ ALTO NEL 2010

Il dato emerge dalle tabelle dell’Istat sulle retribuzioni contenute nell’annuario statistico pubblicato oggi.
Dai dati risulta che i dipendenti di Palazzo Chigi, tra il 2009 e il 2010, hanno visto aumentare la loro retribuzioni contrattuali del 15,2% (+9,9% se si tiene conto delle retribuzioni orarie), staccando di gran lunga tutte le altre categorie, sia pubbliche che private.
Al secondo posto i servizi a terra negli aeroporti (+5,2%), seguiti dai giornalisti, per i quali l’incremento è stato del 4,7%.
Sotto il 4% gli aumenti delle retribuzioni di categorie come i portuali, gli impiegati nel settore delle tlc e nella ricerca (+3,7% per tutti).
Non si suona la stessa musica in altri settori del pubblico impiego: ad esempio, nei ministeri, l’aumento tra il 2009 e il 2010 rilevato dall’Istat è stato solamente dello 0,7%, come anche nelle agenzie fiscali e nei monopoli.
Per le Forze dell’ordine l’aumento è stato dello 0,9%, nella Pubblica Istruzione dello 0,6% mentre per i Vigili del fuoco l’aumento delle retribuzioni non è andato oltre lo 0,4%.

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BANKITALIA: NEL 2010 FAMIGLIE PIU’ POVERE, CON LA MANOVRA STANGATA DA 1.129 EURO

Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

LA CRISI ECONOMICA HA COLPITO DURAMENTE LE FAMIGLIE ITALIANE… LE STIME DEI CONSUMATORI SULL’IMPATTO DELLA FINANZIARIA

La crisi si fa sentire per le famiglie italiane.
Secondo quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia dalla fine del 2007 – quando aveva raggiunto i suoi livelli massimi – alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie italiane (somma di attività  reali e finanziarie) è diminuita del 3,2% a 8.640 miliardi di euro.
Sempre in termini reali la ricchezza complessiva è scesa dell’1,5% tra il 2009 e il 2010. Di più, gli italiani stanno anche ricomponendo i loro portafogli finanziari: più liquidità , meno azioni e meno titoli di stato.
E con la manovra del governo Monti, secondo Adusbef e Federconsumatori, è in arrivo una stangata da 1.129 euro l’anno a famiglia, che, sommando anche le misure 2011 del governo Berlusconi, salgono a 3.160 euro.
Con un impatto sulla capacità  di consumo è del 7,6% annuo.
Secondo i calcoli delle due associazioni, a regime le ricadute della manovra in via di approvazione saranno pari a 197 euro di tagli e 932 euro di imposte.
I tagli riguardano il mancato adeguamento dell’indicizzazione delle pensioni oltre 1.000 euro (34 euro l’anno) e quelli agli enti locali (163 euro l’anno).
Per quanto riguarda invece le imposte la tabella evidenzia 270 euro da aumenti dell’Iva, 405 euro per l’Imu prima casa, 120 euro per le accise sulla benzina, 47 euro per il bollo sui depositi, 90 euro per l’addizionale regionale allo 0,3%.
Per quanto riguarda il rapporto Bankitalia, nel dettaglio, alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie (al netto, cioè, delle passività  finanziarie) è stata pari a 8.640 miliardi di euro.
La ricchezza lorda era invece pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400 mila euro in media per famiglia.
Le attività  reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda, le attività  finanziarie il 37,8%. Le passività  finanziarie, pari a 887 miliardi di euro, rappresentavano il 9,3% delle attività  complessive.
Secondo stime preliminari, nel primo semestre 2011 la ricchezza netta delle famiglie sarebbe leggermente aumentata in termini nominali (0,4%) per effetto di un aumento delle attività  sia reali (1,2%) sia finanziarie (0,4%), nonostante le passività  abbiano fatto registrare un incremento del 5,4%.
Il numero di famiglie con una ricchezza netta negativa, alla fine del 2008 pari al 3,2%, risulta invece in lieve ma graduale crescita dal 2000 in poi.
A fine 2010 le abitazioni rappresentavano quasi l’84% del totale delle attività  reali.
Alla fine del 2010 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a oltre 4.950 miliardi di euro, corrispondenti in media a poco più di 200.000 euro per famiglia.
La ricchezza in abitazioni, a prezzi correnti, è cresciuta tra la fine del 2009 e la fine del 2010 dell’1% (circa 48 miliardi di euro).
La crescita è stata molto inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2009 (circa il 5,9%), a causa del rallentamento delle quotazioni sul mercato immobiliare.
In termini reali, la diminuzione della ricchezza in abitazioni rispetto al 2009 è risultata pari a circa lo 0,5%.
Per quanto riguarda le attività  finanziarie, invece, il 43,2% era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni e altre partecipazioni e quote di fondi comuni di investimento.
Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano, invece, “il 30% del complesso delle attività  finanziarie” mentre “la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari al 5%”.
L’aumento di circa “8 punti percentuali della quota di attività  finanziarie in obbligazioni private italiane (dal 2,4 al 10,2 per cento) di quella in riserve tecniche di assicurazione (dal 10 al 18,6 per cento) sono state compensate dalla forte contrazione delle quote di attività  finanziarie in depositi bancari e in titoli pubblici italiani (rispettivamente dal 30,2 al 18,3 e dal 18,9 al 5 per cento)”.
Sul versante delle passività , a fine 2010 quelle finanziarie erano costituite “per circa il 41% da mutui per l’acquisto dell’abitazione” mentre “la quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 13,6 per cento”.
Negli ultimi due anni, secondo Bankitalia, è “fortemente rallentata la dinamica del valore dei mutui per l’acquisto dell’abitazione: l’incremento si è stabilizzato sul 2% annuo contro un valore di circa il 16% annuo del periodo 1995-2009”.
Ancora più forte la decelerazione accusata dal credito al consumo, che è passato dal 20,5% in media nel periodo 1995-2009 al 4,8% fra il 2009 e il 2010.

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IL PARLAMENTARE PDL DA 10.000 EURO AL MESE: “CON LE SPESE CHE HO, SONO UNO SFIGATO”

Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

LE DICHIARAZIONI DI TOMMASO FOTI DA PIACENZA LASCIANO A BOCCA APERTA…. MA TUTTI I DEPUTATI DELL’EMILIA ROMAGNA SI LAMENTANO ALL’IDEA DI VEDER TAGLIATO IL PROPRIO STIPENDIO: DA RAISI A BERSELLI, DA ALESSANDRI A CAZZOLA E A QUELLI DEL PD

Il Comune di Piacenza ha appena rinnovato un accordo con la Caritas diocesana per andare in aiuto alle famiglie falciate dalla crisi.
I Vigili del fuoco protestano perchè non hanno più i soldi per fare benzina.
Mentre la città  ha il record di sfratti in Emilia Romagna.
In questo contesto, tra i nuovi “indigenti” ci sono anche insospettabili personaggi del mondo politico, come il deputato del Pdl Tommaso Foti che lancia il suo personale grido di allarme: “Se mi tagliano lo stipendio da parlamentare ho le pezze al culo”.
Il povero di Montecitorio
Una storia singolare, quella di Foti, che interrogato sul come la pensasse a proposito della necessità  di dimezzare i compensi di deputati e senatori- in linea con il regime di austerity imposto dal periodo di crisi- prima è andato su tutte le furie (“è una polemica vergognosa”) per poi ammettere il proprio status di “sfigato”, visto che dopo anni di aspettativa dal suo precedente lavoro, non riuscirebbe a mettere insieme il pranzo con la cena se proprio ora la mannaia dei tagli del Governo colpisse anche i parlamentari. Foti percepisce uno stipendio di 113.394 euro l’anno che, su per giù, fanno 9.449 euro al mese, rientrando nella classifica dei più “poveri” di Montecitorio.
“Non mi sento per niente un beneficiato” replica il deputato piacentino “perchè io devo sempre girare, telefonare, ho anche una prima moglie a cui devo dare gli alimenti”.
“Non sono mica Paniz” —
Insomma, a Foti quei nove mila euro e mezzo al mese servono tutti e, anzi, forse non bastano nemmeno.
“Per telefonare spenderò 500 euro al mese e alla Camera ti rimborsano solo per 350 euro”. E uno.
“Poi io invece di andare in vacanza, faccio 70.000 chilometri l’anno con una 166 sfigata, e ce l’ho solo io quella macchina lì”. E due.
Poi, le bollette di luce, gas e telefono della sede del Pdl di piazzale Torino che il deputato usa anche come ufficio. E tre.
Infine, è chiaro, la famiglia. “Io alla mia prima moglie devo dare gli alimenti. Glielo dite voi al giudice che non posso più darle 2.000 euro al mese?”.
La proposta del Governo non trova quindi il favore del deputato visto che “non sono mica Paniz, che lui ha lo studio legale più grande d’Italia e 3.000 o 5.000 euro al mese non gli fanno la differenza”.
Lui, Foti, era un semplice rappresentate della Martini “e dopo 17 anni di aspettativa, visto che sono stato eletto in parlamento, mi spetterà  di pensione 1.500 euro”.
Spicci, insomma.
Potessi tornare indietro —
Dopo la rabbia iniziale, per Foti inizia lo sconforto. Gira per il suo ufficio con la dichiarazione dei redditi, i contributi versati all’Inps gli ultimi salari percepiti durante gli anni da lavoratore dipendente.
Perchè se da gennaio entrasse in vigore il nuovo sistema contributivo per tutti i comuni mortali “io sono rovinato, con le pezze al culo, e poi mi si costringe a brandire una pistola, sparare in giro e costituirmi” dovendo dire addio al vitalizio.
E a 51 anni Foti dovrebbe andare a ribussare alla porta della Martini per chiedere indietro il suo vecchio posto da rappresentante “e magari, che so, non mi mandano a lavorare vicino a casa, ma a Reggio Calabria”.
Una vera sciagura. Ma il pidiellino, una soluzione ce l’ha: “L’indennità  parlamentare dovrebbe essere adeguata all’ultimo stipendio percepito”.
Sì, perchè “sarebbe giusto che le regole del gioco si stabilissero all’inizio e non durante- chiosa sconsolato il parlamentare- perchè se lo sapevo mica mi mettevo in aspettativa”.
Spostandosi verso il centro, il ragionamento non è molto diverso. Anche Enzo Raisi, ex consigliere del Comune di Bologna e oggi deputato di Futuro e libertà , si potesse tornare indietro ci penserebbe due volte prima di candidarsi per Montecitorio. “Proseguendo la carriera imprenditoriale avrei guadagnato di più e sarei stato più rispettato. Mentre in Italia appeni esci dal palazzo ti prendono a pesci in faccia”.
Il finiano si dice disposto a fare la sua parte, ma avverte: “Se andiamo avanti di questo passo avremo un Parlamento composto solo da ricchi o da pensionati”.
Le reazioni degli onorevoli —
Insomma per alcuni parlamentari emiliano-romagnoli non è facile digerire la prospettiva (in verità  tutt’altro che vicina) di una busta paga più leggera.
Sia a destra sia a sinistra sono diversi gli onorevoli schierati sulla difensiva.
C’è chi si sente vittima di campagne mediatiche mirate, chi bersaglio di “un accanimento ingiustificato”.
E chi non accetta di essere il solo a pagare: “Sono altri a dover fare sacrifici”.
Berselli: “Paghino anche gli altri” —
Con queste premesse sembra proprio che il provvedimento, una volta approdato in Parlamento, non avrà  vita facile. “Troppo semplice prendersela con noi — sbotta il senatore bolognese del Pdl Filippo Berselli —. Perchè non si vanno a toccare i compensi dei membri del Csm, o quelli dei dirigenti di Finmeccanica ed Eni?”
Il rischio, secondo il senatore, è che si scivoli nella demagogia senza ottenere risultati concreti: “Non sono contrario ridurmi lo stipendio, ma se lo fanno solo le camere non servirà  a nulla. Occorrerebbe pianificare una serie di tagli, estendendoli ad altre figure”.
Gli attacchi ai media —
La ricetta di Giuliano Cazzola, altro bolognese di centrodestra seduto a Montecitorio, è andare a toccare tutte le “indennità  accessorie” e i vitalizi.
“Sono tante le voci che vanno riviste — spiega — ma nell’elenco non includerei gli stipendi che mi sembrano arrivati a un livello sostenibile”.
Cazzola si smarca da alcuni suoi colleghi di partito, in particolare da chi ha già  sfoderato le armi promettendo battaglia.
“Si sentono vittime di chissà  quale ritorsione. È avvilente vedere come si siano messi a fare i conti in tasca agli altri”.
Da ex-direttore del Resto del Carlino, il deputato Pdl Giancarlo Mazzuca sposta l’attenzione sul comportamento dei media.
“Molti giornali stanno portando avanti una campagna populista che strizza l’occhio all’antipolitica — commenta —. Va bene, ridimensioneremo i nostri stipendi. Ma è sbagliato continuare e demonizzare il Parlamento”.
Anche deputati Pd contro i tagli –
Da Bologna a Reggio Emilia, anche a sinistra qualcuno è contrariato. Il deputato del Pd Maino Marchi, intervistato dalla Gazzetta di Reggio, tira fuori cifre e dati a sua discolpa.
“Abbiamo già  fatti quattro tagli soltanto quest’anno. Il primo, di 500 euro, sulla diaria. Il secondo, di altri 500 euro, sulle spese per il rapporto col territorio. Il terzo, di 300 euro, è stato il taglio del 10% sul compenso lordo. Sarà  l’Istat a dirci se e come dovremo ridurre ancora. Non il Governo”.
E poi lancia la stoccata all’Italia dei valori, secondo cui si potrebbe agire subito senza aspettare i risultati delle comparazioni con i colleghi europei.
“Sono populisti e cavalcano tutto”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Angelo Alessandri, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, che sempre interpellato dalla Gazzetta di Reggio definisce la questione “demagogica”.
Per l’esponente del Carroccio, infatti, la priorità  è ridurre il numero di deputati e senatori e non le loro paghe.,
Il centrosinistra bolognese –
Fuori dal coro alcuni parlamentari bolognesi del Pd, tra cui Sandra Zampa, l’ex sindaco di Bologna Walter Vitali e Donata Lenzi, che sembrano non avere obiezioni alla riduzione dei compensi.
Anzi, si dicono pronti ad accelerare i tempi. “Le ragioni di equità  e di solidarietà  sociale richiedono un ulteriore intervento sul nostro trattamento economico, oltre a quelli che sono già  stati fatti, e ci impegneremo perchè le due camere diano pronta esecuzione alle deliberazioni, senza indulgere in tecnicismi”.

Massimo Paradiso e Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MONTI ROMPE IL TABU’: “FAVOREVOLE ALLA TOBIN TAX”

Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

PER BERLUSCONI ERA UNA “PROPOSTA RIDICOLA” TASSARE LE TRANSAZIONI FINANZIARIE

“Dopo una attenta valutazione abbiamo segnalato che l’Italia è pronta a unirsi a quelli che vorrebbero la Tobin tax”.
Non mancano di sorprendere le parole pronunciate dal premier Mario Monti che, illustrando i contenuti e le modifiche alla manovra, ha deciso di puntare l’attenzione su una questione già  ampiamente dibattuta in sede Ue ma, al tempo stesso, molto spesso trascurata sul fronte istituzionale italiano.
In antitesi con la posizione del precedente governo — Berlusconi aveva definito la proposta “ridicola” — l’esecutivo di Monti sarebbe ora pronto ad allinearsi con il fronte franco-tedesco, sostenitore non solo in Europa ma anche al G20 dell’ipotesi di introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf).
Sostenuta una prima volta da John Maynard Keynes, e successivamente rielaborata da James Tobin — di cui lo stesso Monti è stato allievo a Yale — la tassa si tradurrebbe nell’applicazione di un’imposta molto piccola (si pensa allo 0,05%) su tutte le operazioni finanziarie (valute, azioni, obbligazioni, derivati e altri strumenti) con l’obiettivo di frenare la speculazione e di ridistribuire il ricavato tra le casse pubbliche e i progetti di sviluppo.
L’aliquota ridotta avrebbe impatti trascurabili sugli investimenti di lungo periodo penalizzando, al contrario, gli speculatori che, realizzando migliaia di operazioni quotidiane, dovrebbero pagare la tassa su ogni transazione.
Ad opporsi alla proposta, ovviamente, sono soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, sedi delle due maggiori piazze finanziarie del mondo.
Proprio il No espresso da Washington e Londra costituisce oggi il principale problema sulla strada dell’introduzione della tassa.
Il timore generale, infatti, è che l’assenza di un accordo globale comporti la fuga degli investitori dai mercati tassati e il loro approdo alle piazze finanziarie dove l’imposta non si applica.
Come a dire che l’imposizione di un’aliquota a Parigi e Francoforte finirebbe solo per determinare maggiori guadagni (tax free) per gli operatori di Londra e New York.
Non tutti però sembrano convinti del rischio esodo.
In passato, Stephan Schulmeister, docente e ricercatore presso l’Istituto di Studi Economici (Wifo) di Vienna, l’ipotesi dell’applicabilità  della tassa in un numero ristretto di Paesi — come i 27 dell’Ue o i 16 di Eurolandia — grazie al cosiddetto “approccio decentralizzato”, ovvero quel sistema fiscale che consente di tassare le transazioni alla fonte, cioè su chi effettua l’operazione. In sostanza, secondo questa visione, ogni volta che effettuano una transazione, nel proprio Paese o all’estero, tutti i residenti delle nazioni che applicano la Ttf sarebbero legalmente debitori della tassa. Un’ipotesi che deve aver convinto la cancelliera tedesca Merkel che in passato, per prima, ha ipotizzato la futura introduzione della Ttf in Eurolandia trovando il sostegno, tra gli altri, dei governi di Francia, Spagna, Austria e Portogallo.
Lo scorso anno, la Commissione Ue ha rilanciato uno studio di fattibilità  ipotizzando l’applicazione di un’aliquota dello 0,1% sugli scambi di valute, titoli, obbligazioni e derivati.
Il gettito fiscale stimato per l’Unione Europea ammontava a 400 miliardi di euro.

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LIBERALIZZAZIONI: QUEL CARNIERE QUASI VUOTO

Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

DIFFICILE DARE TORTO AI DELUSI DELLE LIBERALIZZAZIONI: CON MARIO MONTI, COMMISSARIO EUROPEO ANTITRUST E ANTONIO CATRICALA’, EX PRESIDENTE DELL’AUTORITHY PER LA CONCORRENZA, ERA LECITO ASPETTARSI QUALCOSA DI PIU’

Le liberalizzazioni, dicono i sacri testi, sono importanti per un doppio ordine di motivi, creano un ambiente imprenditoriale propedeutico alla crescita e Dio sa quanto in questa congiuntura ne abbiamo bisogno.
In qualche caso poi l’apertura dei mercati produce in tempi brevi nuovi posti di lavoro. Non è automatico ma è sicuramente una condizione necessaria.
In Italia il campo delle deregolazioni da attuare è vasto, proviamo a vedere come si è mosso il governo, dove ha trovato resistenza e dove forse non ha affondato il colpo per oggettiva debolezza.
Se prendiamo in esame gli interessi dei grandi monopoli è facile individuare almeno tre dossier di grande interesse: il gas, le concentrazioni televisive e le autostrade.
Nei primi due casi un difensore d’ufficio della coppia Monti-Catricalà  sosterrebbe che sono mancati i tempi tecnici.
Una scelta di liberalizzazione in quei due campi richiede una preparazione accurata e in trenta giorni nessun governo sarebbe stato capace di concludere alcunchè.
Però sulle autostrade l’esecutivo dei tecnici ha sicuramente segnato il passo, dando oggettivamente spazio alle dietrologie interessate.
La materia autostradale in un primo tempo rientrava tra le competenze della nuova authority dei trasporti, nel secondo tempo invece ne è rimasta fuori? Cosa è successo nell’intervallo? Ci sono state pressioni sull’arbitro? E chi sono stati i Moggi della situazione?
In una seconda tipologia di deregolazioni possiamo comprendere quelle che riguardano poteri categoriali diffusi: libere professioni, farmacie e taxi.
Liberalizzazioni che non sono mai andate avanti in Italia non tanto per l’esplosività  del contenzioso politico ad esse legato quanto per la capacità  delle categorie di intessere rapporti di scambio elettorale con quote significative di parlamentari.
Questa condizione ostativa con un governo di tecnici non dovrebbe esistere, eppure la gestazione delle misure di deregulation è stata un entra-ed-esci.
Risultato: i taxisti cantano vittoria, i farmacisti pure e gli Ordini hanno perlomeno allontanato l’amaro calice.
Sia chiaro, la tesi tremontiana (e non montiana) secondo la quale la liberalizzazione dei taxi riguarda solo tre città  risponde al vero, ciò non toglie però che nell’immaginario liberal la sconfitta della lobby del 3570 o del 4040 valga quanto una sanzione a Microsoft.
E allora se il governo ha dovuto, almeno per ora, ritirarsi il motivo è sempre lo stesso, i modernizzatori non hanno un «popolo» da mobilitare mentre le lobby fanno presto a minacciare la paralisi del traffico o dell’aspirina.
I consumatori si lamentano ogni giorno del servizio taxi, li vedete però andare in piazza per la liberalizzazione?
E a loro volta le associazioni delle parafarmacie sono troppo deboli per reggere l’urto dei farmacisti.
Idem per i giovani architetti e avvocati che sostengono la meritocrazia e non gli Ordini ma purtroppo non hanno sufficiente voce per far valere le loro istanze.
Morale: un governo tecnico non deve far politica ma può spiegare all’opinione pubblica i vantaggi sistemici delle deregolazioni, senza un’operazione di questo tipo anche le piccole lobby ce la fanno a frenare.
Se questa è la lista dei rimpianti dei liberalizzatori sarebbe sbagliato omettere ciò che di innovativo il governo ha fatto.
Liberalizzare gli orari del commercio e, soprattutto, dare all’autorità  antitrust il potere di impugnare le delibere degli enti locali nell’affidamento dei servizi pubblici non è una novità  da poco.
È una picconata al nostro socialismo municipale.
Per un governo classicamente incardinato sui partiti sarebbe stato molto più difficile assestarla.

Dario di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)

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VIGILI DEL FUOCO AL VERDE: “PER COLPA DEL GOVERNO FACCIAMO ACCATTONAGGIO”

Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

A PIACENZA NON RIESCONO PIU’ A PAGARE GAS, ENEL E GASOLIO PER I MEZZI DI SOCCORSO…COSTRETTI A SCIOPERARE IN ATTESA DI UN PREVISTO TRASFERIMENTO DELLA SEDE CHE FORSE NON AVVERRA’ MAI..”SE NON POSSIAMO EFFETTUARE UN SOCCORSO NON SIAMO NOI I COLPEVOLI, RIVOLGETEVI A ROMA CHE CONTINUA A TAGLIARCI I FONDI”

Senza benzina, gas e luce. E con un debito che sfiora i 180.000 euro.
Non si sta parlando di un’altra delle storie simbolo della crisi economica che attraversa l’Europa, ma della condizione sempre più precaria e al limite del paradossale dei Vigili del fuoco di Piacenza, rimasti ormai al “verde” e con possibilità  limitate nelle azioni di soccorso.
Una paralisi, quella che sta vivendo il comando di viale Dante, che rischia addirittura di aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi quando i pompieri verranno trasferiti in un’altra caserma alle porte della città  dove ancora non esistono mobili e fondi disponibili dal Governo per il trasloco.
Un’emergenza nell’emergenza, quindi.
E seppure i Vigili del fuoco cerchino di risparmiare sulle utenze, la cosa non è sempre possibile e di quando in quando “facciamo addirittura opera di accattonaggio per recuperare mobili d’ufficio per lavorare”.
La situazione, al limite del sostenibile per chi cerca quotidianamente di garantire la sicurezza è sfociata oggi in una manifestazione di protesta in centro città  per portare a conoscenza l’opinione pubblica delle condizioni di precarietà  in cui operano i pompieri.
“Non riusciamo a pagare le utenze come gas e luce- riferisce Giovanni Molinari- e la ditta che ci forniva il gasolio ha smesso la fornitura perchè non veniva pagata”.
Un debito che ha tenuto fermi tutti i mezzi di soccorso per quattro giorni perchè la cisterna interna alla caserma era completamente vuota.
All’impossibilità  di saldare i conti più banali come l’utilizzo della corrente elettrica si aggiunge anche una costante carenza del personale qualificato che ruota attorno ad una cifra spaventosa (-60%), automezzi troppo vecchi per risultare effettivamente utili e macchinari per il movimento della terra non ancora tornati dall’Aquila ma indispensabili anche a Piacenza per le situazioni di emergenza.
Come è facile intuire, i Vigili del fuoco non scendono in piazza per reclamare stipendi più alti “ma per dire a tutta la cittadinanza che se non possiamo effettuare un soccorso la colpa non è nostra ma del Governo che continua a togliere fondi” sostiene Roberto Travaini (Conapo), visto che con la finanziaria varata lo scorso anno sono stati tagliati una cosa come 50 milioni di euro al corpo dei Vigili del fuoco facendo salire in maniera esponenziale il debito die pompieri piacentini nei confronti dei creditori di 170- 180.000 euro.
Ma la storica caserma di viale Dante, entro gennaio, verrà  abbandonata per il trasferimento del comando provinciale sulla strada Valnure, alle porte della città .
“Di male in peggio” sembra essere l’opinione comune dei pompieri. Sì, perchè “non abbiamo i soldi per gli arredi della nuova sede e il ministero non ha ancora risposto nemmeno alla richiesta di fondi per il trasloco- testimonia Molinari- Nel frattempo facciamo opera di accattonaggio facendoci regalare i mobili da ufficio”.
E i problemi della nuova sede non saranno solo economici, ma anche logistici: l’autorimessa passerà  da 1.200 a circa 650 metri quadrati, obbligando i Vigili a parcheggiare i mezzi in cortile.

Massimo Paradiso
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“VUOLE LA RICEVUTA?”: UN GIORNO DI ORDINARIA EVASIONE

Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

GIOIELLIERI CHE DICHIARANO IN MEDIA 16 MILA EURO…I FURBI SOTTRAGGONO AL FISCO 250 MILIARDI L’ANNO, IL 16% DEL PI, 8 VOLTE LA MANOVRA MONTI

Uscite di casa e vi trovate davanti il primo esemplare: il professionista con Suv — in leasing e intestato a una società  — da 60mila e fischia euro che sfreccia vomitando 300 grammi di Co2 a chilometro.
Ma non denunciava come un maestro? La vostra guida intanto infierisce, vi ricorda che ogni anno si vendono 206 mila auto di lusso da 100mila euro.
Mentre solo 72mila contribuenti dichiarano oltre 200 mila euro.
Inutile rovinarsi la salute, anzi, facciamo un check-up.
Il cardiologo è abbronzato, tra un elettrocardiogramma e l’altro racconta quanto era farinosa la neve in Svizzera.
Durata cronometrata della visita: 16 minuti. Conto? Qui va in scena un numero da Totò: “Sono cento…”, sospiro, “vuole la ricevuta?”. Sì.
Riprende fiato: “Centosessanta”.
Roba da tachicardia, se non fosse che rischi un’altra parcella.
Esci per strada.
Il centro di Genova è illuminato, la città  cerca di esorcizzare la crisi che strozza i cantieri. Decidi di concederti un regalo per la moglie.
Premi il naso contro la vetrina di una gioielleria: l’anellino per le tue tasche starebbe al dito di Barbie.
Ma il commercialista ti tira per una manica: “I gioiellieri dichiarano mediamente 16mila euro l’anno”.
Provi quasi pena, compreresti un diamante per aiutarli. La guida ti richiama: “Non generalizzare, non puoi dare dell’evasore a tutti i gioiellieri”.
Ma ti è passata la voglia. Puntiamo sul regalo utile.
Qualcosa per la casa, sì, c’è bisogno di lavori. Andiamo da un artigiano, costerà  poco, le dichiarazioni dei redditi navigano intorno ai 20mila euro. Lordi. Poco più di mille al mese.
Invece al primo preventivo cambi programma: una persiana vale un mutuo, il rubinetto è d’oro.
Basta, affoghiamo lo sconforto in un bignè, aiutiamo un’altra categoria che non arriva ai 20mila euro. Eh no, poi ti sale il colesterolo e devi tornare dal cardiologo.
Vabbè, uno spuntino al bar. Il conto? Il cameriere ti passa lo scontrino del cliente precedente: uno basta per cinque tavoli.
Il commercialista continua il rosario: “Prendi certi avvocati penalisti, li pagano con denaro che magari proviene da un reato, truffa e prostituzione. Come fanno a non evadere?”.
Intanto scopri che nell’Italia dell’euro è tornato di moda il baratto: “Ho visto avvocati che si fanno pagare con ricariche telefoniche. Un penalista che difendeva un dentista si è fatto saldare con due otturazioni”.
Ogni bene ha il lato “nero”. La casa? Si evade su tutto: costruzione, vendita, affitto. La colf? In nero.
Perfino i cavalli: “Se dichiari il costo reale ti sgamano”.
Pietà ! Avresti bisogno di uno psicologo.
“Poi dimmi se ti dà  la fattura…”, ti stronca l’esperto.
Denunciarli? “Le pene sono irrisorie e poi nessuno si ribella a chi lo cura”. Ritempriamoci con lo sport: “I centri benessere dichiarano perdite medie di 3.200 euro e gli impianti sportivi 1.300”.
Una discoteca? “Dichiarano 6mila euro l’anno di perdite”.
Andiamo in riva al mare. Il tramonto, almeno, è uguale per tutti.
Eccoci alla Marina dell’aeroporto di Genova: 6 yacht su 10 battono bandiera dei paradisi fiscali. Mostri fino a 60 metri, magari intestati a società  di noleggio: un’evasione da un miliardo l’anno, così non si pagano tasse sul carburante e mille altre cose.
A ogni pieno risparmiano 50mila euro. Più del valore della barca di Attilio, ormeggiata cento metri più in là .
L’ha comprata con i risparmi di una vita: dieci metri e mezzo, è vecchia di 35 anni, costa come una Panda.
Grazie alle nuove tasse contro i “ricchi” pagherà  200 euro al mese. Attilio allarga le braccia: “C’è già  la sberla sulla pensione. Venderò la barca”.
Ultima tappa: il pronto soccorso del San Martino.
I poveri medici affrontano una fila interminabile, mentre la sirena dell’ambulanza annuncia un’emergenza.
Ecco Ifriom, operaio senegalese in regola.
È in coda, ma c’è chi gli lancia occhiatacce: “Dobbiamo curarli con i nostri soldi”.
Eh no, Ifriom paga le tasse. All’evasore invece le cure le pagano gli altri.
Diceva Tommaso Padoa Schioppa: “Non è il Governo che mette le mani nelle tasche dei cittadini. Sono gli evasori ad aver messo le mani nelle tasche dello Stato e dei cittadini onesti”.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INDEGNA GAZZARRA PADAGNA AL SENATO MENTRE PARLA MONTI: HANNO DISTRUTTO IL PAESE E COPERTO OGNI PORCHERIA E ORA FANNO I PURI E DURI (DI CERVELLO)

Dicembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

MONTI GELA LA LEGA: “SCUSATEMI SE VALORIZZO IL PARLAMENTO”… DOPO AVER AUMENTATO LE TASSE AGLI ITALIANI I LEGHISTI ESPONGONO CARTELLI “BASTA TASSE”… MA CHI PENSANO ANCORA DI PRENDERE PER IL CULO?

Poco dopo l’inizio della seduta al Senato – in cui il presidente del Consiglio doveva riferire del vertice Ue dell’8 e 9 dicembre scorsi – il presidente Schifani ha dovuto sospendere i lavori a causa delle ripetute interruzioni partite dai banchi leghisti che hanno esposto cartelli contro la manovra (‘Basta tasse’, ‘Giù le mani dalle pensioni’ e ‘La manovra è una rapina’)
“E’ una sceneggiata mortificante per il Parlamento”, ha detto Schifani prima di interrompere la seduta mentre Monti guardava i banchi dell’opposizione in silenzio marmoreo.
“E’ un pessimo segnale che diamo al Paese”, ha aggiunto Schifani senza tuttavia ottenere l’ordine.
Durante il discorso di Monti, la senatrice leghista Angela Maraventano, esperta in foto, ha cominciato a gridare: “Parlaci piuttosto delle pensioni!”.
Il presidente del Senato, Renato Schifani si è rivolto direttamente al capogruppo leghista, Federico Bricolo: “Proprio lei   – ha sbottato Schifani – che è capogruppo. Mi stupisco che lei faccia così. Senatore Bricolo non si faccia richiamare”.
Ma non c’è stato niente da fare. La Lega ha continuato a disturbare e a nulla sono valse le parole di Schifani.
“Se vi interessa continuo – ha detto Monti – scusatemi se valorizzo il Parlamento”.
Un lungo applauso gli ha permesso di continuare solo per qualche altro minuto.
“Il Parlamento ha un ruolo centrale per l’azione dell’esecutivo e il futuro del nostro Paese”, aveva detto Monti aprendo il suo intervento sul Consiglio Europeo.
“E’ punto di raccordo e di sintesi tra istanze nazionali e prospettive europee, con un ruolo diventa ancor più cruciale”.
Poi un richiamo alla manovra: “Oggi prendo la parola a poco più di una settimana dai provvedimenti urgenti di politica economica adottati dal governo il 4 dicembre. Questa scansione temporale mostra quanto sia stretta in questa fase la dimensione nazionale e europea”.
Il risultato del Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre insomma “non è stato per ora all’altezza delle nostre aspettative ma è stato abbastanza significativo”, in particolare sul tema degli Eurobond che verrà  inserito nel rapporto che Van Rompuy, Barroso e Juncker presenteranno entro il 31 marzo, e sul rafforzamento dell’operatività  del fondo salva-Stati. Il premier ha riassunto così in senato l’esito dell’ultimo consiglio Ue.
In particolare, sugli Eurobond ha spiegato che “nelle conclusioni del Consiglio europeo non troverete la parola Eurobond, neppure nella versione ‘stability bond’ proposta da commissione Ue, ma tuttavia segnalo due finestre aperte verso questo tema che sarà  nostra cura coltivare già  nel breve periodo. Una è la previsione di un meccanismo, la reciproca informazione ex ante sui programmi delle emissioni dei vari Paesi, che è presupposto di una emissione in comune dei titoli del debito pubblico. L’altra è che le conclusioni del Consiglio Ue prevedono la presentazione entro marzo da parte di Van Rompuy, Barroso e Juncker di un rapporto sui modi in cui approfondire l’unione fiscale. Si è deciso di non far figurare il riferimento agli Eurobond ma nel rapporto di marzo sarà  discusso e presentato il tema”.
Quanto al fondo salva-Stati, si va “verso il rafforzamento” della sua operatività , “sia con il potenziamento delle sue risorse sia affidando alla Bce il compito di operare come agente del fondo nella collocazione dei suoi titoli”.
Inoltre “viene accelerata l’entrata in funzione del meccanismo europeo di stabilità ” che sarà  in vigore “con l’adesione di paesi che rappresentano almeno il 90% degli impieghi finanziari”.
Un dettaglio che “può sembrare solo tecnico”, ma che significa che non ci sarà  possibilità  di veto da parte di piccoli paesi e “si potrà  procedere più speditamente”.
Tornata la calma in aula al Senato e ripreso il suo discorso, Monti ha annunciato di voler cogliere il monito dei cartelli esposti dalla Lega (basta tasse) per annunciare l’apertura dell’Italia, in sede europea, alla tassa sulle transazioni finanziarie, dicendo che “non sarà  la strada per arrivare al ‘basta tasse’ del monito rivoltomi, ma a nessuno, o almeno a nessuno tra quanti ascoltano, che questo è uno dei modi per poter realizzare il ‘meno tasse’ su famiglie e imprese”.
“In sede europea – ha infatti spiegato il premier – uno dei modi per arrivare, se non a ‘basta tasse’, perchè sarà  impossibile, a ‘meno tasse’ su chi produce e sulle famiglie è anche quello di avere una fiscalità  estesa anche al mondo della finanza e della grande finanza.
Mi richiamo al monito ‘meno tasse’ – ha quindi aggiunto Monti – dicendo che in sede europea si è sottolineato che un modo per avere meno tasse su imprese e famiglie è anche quello di non considerare al di là  di ogni ipotesi la tassazione sulle grandi operazioni finanziarie. Volevo segnalare – ha detto Monti – che ho notificato in sede europea che l’Italia è disposta a cambiare la propria posizione: l’Italia, e in particolare il passato governo, ha tenuto una posizione contraria all’ipotesi della tassazione sulle transazioni finanziarie, la Tobin tax.
L’Italia – ha quindi annunciato Monti – è pronta a riconsiderare questa posizione e a unirsi a quelli che vorrebbero, sul piano almeno europeo, un’adeguata tassazione sulle transazioni finanziarie”.

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