Destra di Popolo.net

IL PATTO SEGRETO TRA BERSANI E ALFANO: “IL SOSTEGNO A MONTI CI COSTA, AIUTIAMOCI”

Dicembre 21st, 2011 Riccardo Fucile

UN ASSE CHE SI BASA SULL’ASSUNTO CHE “NESSUNO DEVE PAGARE TROPPO IL SI’ A QUESTO GOVERNO”… OGGI PRANZO DELLA PACE TRA MONTI E IL CAVALIERE

«Ministro Fornero, mi raccomando, sulla riforma del mercato del lavoro è meglio procedere con cautela». Il consiglio deve aver lasciato di stucco ieri Elsa Fornero, anche perchè a dispensarglielo, sotto le volte affrescate del Quirinale, non è stato un esponente del Pd o dei sindacati, ma il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Un episodio sorprendente se solo si pensa alla furia ideologica anti-Cgil del passato ministro Sacconi.
Il fatto è che Alfano è ora preoccupato per la tenuta del Pd e per la concorrenza dell’Italia dei Valori.
Così come Bersani guarda con apprensione alle crescenti lacerazioni interne nel Pdl e alla deriva separatista del Carroccio.
Entrambi poi fanno i conti con la crescita del terzo polo e la concorrenza di Casini.
Un intero quadro sta smottando e i segretari dei due maggiori partiti hanno quindi stretto un patto di mutuo sostegno per non farsi travolgere.
Ora si parlano, molto più spesso di quanto non si pensi, e anche ieri–complice il ricevimento da Napoletano – un colloquio c’è stato.
L’asse segreto si base sulla reciproca convenienza sull’assunto che «nessuno deve pagare troppo il sostegno a Monti».
Anche perchè, questo lo temono sia i vertici del Pd sia a via dell’Umiltà , i prossimi mesi saranno ancora più difficili   e nessuno potrà  sfilarsi facilmente dalla maggioranza.
«Tra febbraio e marzo forse sarà  necessaria un’altra manovra–sospira Paolo Bonaiuti – e non vedo tutta questa fretta di andare a elezioni anticipate e raccogliere l’eredità  del governo tecnico. Così, anche se ci sono inevitabili maldipancia, sia noi che il Pd continueremo ad appoggiare Monti».
Frutto di questo “appeasement” è anche il pranzo della pace che vedrà  oggi a palazzo Chigi Mario Monti seduto accanto a Berlusconi e Gianni Letta.
Un invito arrivato dal premier ma preparato da una telefonata tra Napolitano e Letta. Il capo dello Stato era infatti preoccupato per l’escalation di toni del Cavaliere contro il governo.
L’atteggiamento di Berlusconi preoccupa Napolitano: un esecutivo descritto come un esproprio della democrazia, guidato da un premier «disperato».
Troppo per non far scattare l’allarme rosso del Quirinale. Così, grazie anche alla diplomazia felpata del Colle, si è arrivati al pranzo di oggi.
Facilitato da quel bigliettino che Monti inviò a Berlusconi venerdì scorso in aula, un invito a «collaborare» e a lasciarsi alle spalle i diverbi.
Il ruolo “pacificatore” di Napolitano è del resto sollecitato anche da Alfano e Bersani per abbassare la temperatura politica e offrire una sponda ai partiti che stanno pagando il prezzo più alto nell’appoggio a Monti.
Non è un caso che ieri il capo dello Stato abbia elogiato quelle forze politiche che hanno votato la fiducia a Monti, « un titolo di merito,non un motivo di imbarazzo». Ora tuttavia c’è un enorme scoglio che può mettere a rischio la maggioranza: la riforma del mercato del lavoro.
Una materia incandescente per il Pd, considerato il veto posto dalla Cgil. Che infatti porta un falco come Daniela Santanchè a ipotizzare che «Monti cadrà  a gennaio, da sinistra, sull’articolo 18».
È per sventare questa trappola che Napolitano ieri ha iniziato la sua moral suasion sulle riforme da fare «senza rigide pregiudiziali», aprendo così una rete di protezione sotto al governo.
E per lo stesso motivo Alfano ha consigliato «cautela» al ministro Fornero, colpevole di aver evocato il tabù dell’articolo 18.
L’uscita del ministro del Welfare ha mandare fuori dai gangheri anche un fan di Monti come il Pd Beppe Fioroni: «Il governo su una materia come il lavoro dovrebbe comunicare di meno e condividere di più».
Anche perchè, in fondo, lasciando da parte l’articolo 18 sui licenziamenti, il Pdl e il Pd sono convinti di poter reggere la riforma in arrivo. «L’intesa è possibile–spiega a sera Dario Franceschini in un Transatlantico ormai deserto – ma non si può partire dall’articolo 18, che oltretutto riguarda ormai una minoranza di lavoratori. Se non si parte da lì un accordo è a portata di mano».
Anche Monti sembra sia consapevole del rischio di procedere a spallate su questo tema.
A Walter Veltroni, davanti al buffet al Quirinale, il premier ha assicurato che sulle pensioni «siamo dovuti intervenire rapidamente, ma il lavoro è un’altra cosa». L’articolo 18, ha ripetuto il Professore a più di un interlocutore, è «un falso problema», sul quale sarebbe sbagliato andare al «muro contro muro».
Ma la riforma del lavoro si farà , su questo il premier non è disposto a subire veti.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, GLI ITALIANI COMINCIANO A GIOCARE: PIU’ FIDUCIA NELLLE NOSTRE RISORSE

Dicembre 21st, 2011 Riccardo Fucile

L’ITALIA NON CAMBIERA’ SE NON LO VOGLIAMO, SE NON CI CONVINCIAMO DI ESSERE ATTORI DI UN NUOVO PATTO NAZIONALE

Se l’Europa avanza per spaventi, l’Italia procede per ansie e furori.
Stavolta appaiono più gravi e giustificati del solito. La recessione potrebbe trasformarsi in una nuova, grande depressione, uno spettro evocato da Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale.
E accadrà , se accettiamo che la delusione diventi rassegnazione.
L’ultimo furore collettivo risale all’inizio degli anni Novanta: le indagini di Mani Pulite rivelarono meccanismi nauseanti, destinati a finanziare i partiti e non solo.
Noi italiani mostrammo in molti modi la voglia di cambiare: il tifo calcistico per i magistrati, i referendum di Mario Segni, l’appoggio alla Lega nascente, l’entusiasmo per Forza Italia.
È andata male.
Tutto quello che abbiamo saputo creare è una Seconda Repubblica velleitaria e costosa, oggi defunta e non rimpianta.
L’incolpevole pontiere verso il mondo nuovo, allora, fu Carlo Azeglio Ciampi. Oggi–alla guida di un’Italia confusa ma non (ancora) rassegnata – ci sono Mario Monti e Giorgio Napolitano. Ma, oggi come allora, il mondo nuovo non dipende da loro. Dipende da noi.
I pontieri costruiscono i ponti, ma sono i popoli che devono attraversarli.
Il primo passo è un’ammissione: siamo reduci da anni di pigrizia e illusioni.
Silvio Berlusconi è stato il prestigiatore più solerte, ma non l’unico.
Il pubblico gli ha chiesto–tre volte – di presentare il numero.
Un modo per assistere, applaudire o fischiare (dipende): senza prendersi responsabilità .
Ora quello spettacolo è finito: non ce lo potevamo più permettere. Non l’abbiamo capito da soli, hanno dovuto gridarcelo da lontano.
Mario Monti ha fatto più in un mese che i predecessori in diciassette anni; il suo limite non è aver osato troppo, ma troppo poco sui costi della politica, le liberalizzazioni e la crescita.
Ma neppure lui potrà  avere successo, senza di noi.
L’Italia non cambierà , se non vogliamo che cambi. Se non ci convinciamo di essere attori, non spettatori.
Se lo faremo, la ricompensa sarà  rapida e robusta.
Non è una leggenda auto-consolatoria: abbiamo davvero le risorse caratteriali per tirarci fuori da questa trincea, e batterci in un mondo difficile.
La nostra capacità  di invenzione e di reazione è indiscutibile. La nostra facilità  di intuizione e adattamento è dimostrata quotidianamente da centinaia di migliaia di connazionali sparsi per il mondo.
Perfino il reticolo sociale e familiare che ben conosciamo può aiutarci a costruire il futuro, dopo averci complicato il presente.
Vorrei che presto, all’estero, scrivessero di noi: When the going gets tough, the Italians get going.
Quando il gioco si fa duro, gli italiani cominciano a giocare.
Tutto questo però non serve – anzi, diventa un alibi – senza un nuovo patto nazionale. L’esistenza che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, se non cambiamo, non possiamo più permettercela.
Se vogliamo l’istruzione, la sanità , le pensioni e la qualità  di vita cui siamo abituati, dobbiamo lavorare meglio, lavorare più a lungo e smettere di ingannarci a vicenda.
Diciamolo: 235 miliardi di evasione annuale–otto volte la manovra appena votata–è una somma sconvolgente. Per coloro che non intendono sconvolgersi, aggiungiamo: insostenibile.
Un Paese dove ristoratori e gioiellieri dichiarano mediamente 38 e 44 euro di entrate al giorno; dove chiedere la fattura a un artigiano è un atto di eroismo fiscale (e dove fare l’artigiano insidiato da norme folli e pagamenti incerti è un eroismo professionale); dove un terzo delle famiglie controllate si finge povera per ottenere sconti e benefici; dove solo 9.870 persone dichiarano spontaneamente più di 200.000 euro l’anno – be’, un Paese così non può andare avanti.
Ne occorre un altro.
Un Paese dove tutti paghiamo (meno) imposte; dove vengano assicurati pagamenti veloci e giustizia rapida; dove siano chiuse le falle che rischiano di affondare le nave (dalle municipalizzate a certe aziende sanitarie); dove la politica, se non riesce a dare il buon esempio, almeno eviti di provocare disgusto.
Un Paese così non è impossibile, ed è alla nostra portata.
Basta rispettarci e incoraggiarci a vicenda, invece di compatirci e deprimerci.
Siamo su un piano inclinato: o si sale o si scende.
Voi, dove volete andare?

Beppe Severgnini
(da “Il Corriere della Sera“)

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“UNA FREGATURA PER PANAMA I RADAR DI FINMECCANICA: NON SERVIVANO”: LA PATACCA DI LAVITOLA

Dicembre 21st, 2011 Riccardo Fucile

PARLA IL VICEPRESIDENTE: “LAVITOLA ETA IL TRAMITE TRA BERLUSCONI E IL PRESIDENTE MARTINELLI: L’APPALTO E’ STATO SPINTO”… L’OPPOSIZIONE PANAMENSE SPARA CANNONATE SUI RAPPORTI TRA LAVITOLA E IL PRESIDENTE MARTINELLI

Era in tutte le foto. Accanto a Martinelli e Lavitola c’era sempre la sua faccia sorridente. Eppure oggi per il vicepresidente, ex ministro degli esteri panamense, Juan Carlos Varela le cose devono essere cambiate.
Quando Finmeccanica chiuse l’accordo con Panama per la commessa di radar, elicotteri e cartografia — grazie all’intermediazione di Valter Lavitola — Varela era alleato del presidente Ricardo Martinelli. Era presente alla firma del memorandum d’intesa tra Italia e Panama.
Ora Varela — che ha mantenuto la carica di vice presidente della Repubblica — è passato all’opposizione e critica duramente sia il contratto chiuso con il colosso dell’industria italiana, sia il ruolo di Lavitola, che pure ha incontrato in più di un’occasione.
Segno che il caso Lavitola, a Panama, sta diventando sempre più ingombrante: nel decreto di perquisizione a due inviati panamensi del quotidiano La Prensa — disposta a Roma, pochi giorni fa, dai pm napoletani Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli — si parla espressamente di corruzione internazionale a carico di funzionari pubblici panamensi da identificare.
Vice presidente Varela, Panama aveva realmente bisogno di una commessa per radar, cartografia ed elicotteri?
Avevamo bisogno soltanto di elicotteri. Sulla sicurezza del nostro mare avevamo già  abbastanza informazioni dalla base di Key West in Florida che controlla, per il narcotraffico, anche l’area navale di Panama. Io non ho firmato il contratto, lo firmarono i ministri e il presidente Martinelli.
Perchè è stata scelta proprio Finmeccanica per queste opere pubbliche?
Per le relazioni tra Martinelli e Berlusconi. Quando Berlusconi venne a Panama per il memorandum sulla sicurezza, Lavitola spinse molto per questo progetto e il governo accettò quella proposta. Comunque non mi risulta che furono valutate altre offerte.
Come mai non furono valutate altre offerte, altre società ?
L’Italia aveva un interesse particolare e il presidente Martinelli ha sempre detto di essere a favore. Nonostante io avessi detto a Lavitola che era molto difficile che Panama chiudesse un affidamento diretto, senza gara, per un importo così elevato, lui mi rispose che se avessi insistito su questa posizione sarebbe stata a rischio l’immagine del presidente e che era fiducioso che avrebbe chiuso il contratto.
Come mai era così sicuro?
Mi disse che anche se non era obbligatorio fare il contratto con Finmeccanica dopo il memorandum, lui avrebbe spinto per questo, forte anche della sua relazione diretta con Martinelli.
Le risulta che Lavitola a Panama si sia attivato anche per altre commesse?
So che voleva vendere alcuni aerei, per una cifra di svariati milioni di dollari, ma non so di quale società .
A quale titolo parlava, Lavitola, con voi rappresentanti del governo panamense?
Lavitola era il legame tra Berlusconi e Martinelli. Alla fine del 2010, quando il vostro ministro Giulio Tremonti non intendeva avallare il trattato di doppia imposizione fiscale tra Panama e Italia (di cui Il Fatto Quotidiano ha già  dato conto ndr), Lavitola difese la posizione di Martinelli e disse che il trattato sarebbe andato in porto (in realtà  il trattato è rimasto fermo in un cassetto del ministero degli Esteri, ndr).
Nella visita di Martinelli in Italia, nel 2009, il suo primo viaggio ufficiale, Lavitola era con Berlusconi e in quell’occasione si conobbero. Quando poi ci furono dei problemi con Enel, Lavitola si presentò come un emissario del Governo Berlusconi, e questo fu primo incontro ufficiale di Lavitola a Panama.
Che problemi aveva Enel a Panama?
Il governo panamense aveva deciso di far pagare l’uso dell’acqua alle centrali idroelettriche, che ha anche l’Enel. E in quell’occasione alcune imprese italiane, tra cui Enel, manifestarono il loro risentimento per quella decisione. Alla fine il governo panamense desistè anche per l’intervento delle società  statunitensi.
Perchè fa riferimento proprio a Enel?
Perchè di Enel si parlò in quella riunione con Lavitola.
Vicepresidente, pensa che Lavitola ormai sia diventato un personaggio scomodo per Panama?
Credo che anche il governo stia cercando ormai di prendere le distanze da lui.
E pensa che si trovi ancora a Panama?
Questa settimana per la prima volta il direttore del Sistema nazionale per l’immigrazione ha detto che Lavitola non può più entrare a Panama.
E se fosse ancora lì?
Non so dirlo. Ci sono state mille versioni diverse la parte del governo panamense sul tema Lavitola e Finmeccanica. Quello che posso dire è che sta aumentando la pressione della società  civile e della pubblica opinione affinchè la giustizia italiana faccia il suo corso.
È preoccupato che la giustizia italiana stia investigando anche su funzionari del governo panamense?
Voglio solo che il contratto con Finmeccanica venga sospeso e che si difenda l’interesse del mio paese. Quello che è successo non è giusto per Panama.
Lavitola l’ha conosciuto personalmente: cosa pensa di lui?
Penso che gli sia partita la mano… insomma che Lavitola abbia abusato dell’amicizia con il presidente Martinelli…
Pensa che anche Martinelli abbia abusato dell’amicizia con Lavitola?
(Ride). Beh, quello che è successo è che Martinelli ha molto spinto l’accordo sulla sicurezza, e poi il contratto con Finmeccanica è stato chiuso… il resto è storia.

Francesca Biagiotti e Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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A FUROR DI PASSERA: “OCCUPARSI DEL BENE COMUNE E’ IL PIU’ BELLO DEI MESTIERI”

Dicembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

L’ATTUALE MINISTRO DELLO SVILUPPO E DELLE INFRASTRUTTURE GIA’ STUDIA DA CANDIDATO: GLI ELOGI DI ENRICO LETTA, IL RAPPORTO CON DI PIETRO, LA SIMPATIA VERSO IL TERZO POLO

La stella di Mario Monti ha già  smesso di brillare nel chiacchiericcio della politica: il professore di Varese è stato già  archiviato come tecnico puro senza futuro.
Adesso è il momento del ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture Corrado Passera. Ha undici anni meno del premier e non fa mistero di considerare l’incarico nel governo di emergenza come trampolino per una vera carriera da leader.
Domenica sera, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai3), ha detto: “Non so se sono capace, non so se imparerò in tempi rapidi. Occuparsi del bene comune, però, è il più bello dei lavori”.
Antonio Di Pietro, che lo conosce bene, non ha dubbi. In contemporanea alla quasi esplicita discesa in campo dell’ex banchiere, ha spiegato a In onda (La7): “Sarà  lui il soggetto che dovremo tenere in conto per la politica dei prossimi anni. In queste ore stanno facendo a gara a chi può accaparrarselo tra centrosinistra, centrodestra e Terzo Polo”.
Di Pietro parla con cognizione di causa: nel 1995, quando preparava la sua entrata in politica, non si capiva se da destra, da sinistra o dal centro, aveva come consigliere proprio l’allora quarantenne amministratore delegato dell’Olivetti. Il quale adesso replica quello stesso copione, proponendosi come leader buono per il centro ma anche per il centro-sinistra, attraverso il sapiente dosaggio di messaggi mai casuali.
Mentre alcuni suoi colleghi di governospingono sull’acceleratore delle scelte “dolorose ma necessarie”, nell’intervista a Fazio Passera ha sfoderato alcune eleganti veroniche sempre con lo sguardo rivolto a sinistra. Anche a costo di distinguersi dal presidente del Consiglio.
Prima mossa: dopo settimane di tentennamenti governativi, che hanno attirato sull’esecutivo tecnico l’accusa di essere prono agli interessi di Berlusconi, è stato lui a intestarsi la svolta sulle frequenze televisive: “Non è tollerabile darle gratis”, ha detto, annunciando lo stop al cosiddetto beauty contest e rinviando però prudentemente la vendita dei canali tv di un anno.
Seconda mossa: smentendo Monti – che aveva fatto dire in Parlamento al ministro Giarda che l’accordo con la Svizzera per tassare i capitali italiani esportati oltre confine era giuridicamente improponibile – ha annunciato che la cosa va fatta al più presto per dare una stangata ai 150 miliardi di euro nascosti nelle banche elvetiche. Non a caso ieri il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha salutato con soddisfazione la svolta di Passera sulle frequenze e rivolto un appello al governo per “riconsiderare la questione della Svizzera”: tradotto, un appello a Monti perchè dia retta a Passera.Passera dispone di una serie di requisiti considerati decisivi per una leadership riformista moderata.
È cattolicissimo, è lombardo, cioè uomo del nord, non è un politico di professione (finora).
Viene dalla scuola di Carlo De Benedetti, icona imprenditoriale del riformismo di centro-sinistra, è stato chiamato da Romano Prodi a risanare (con successo) le Poste, è stato chiamato dal banchiere Giovanni Bazoli, padre nobile del centro-sinistra, alla guida della Banca Intesa Sanpaolo.
Ha votato alle primarie del Pd, ma solo fino a un certo punto, perchè quando il potere di Berlusconi è apparso definitivamente inscalfibile (elezioni del 2008) il manager di Como si è avvicinato al centro destra, flirtando con B. soprattutto come regista del salvataggio Alitalia a spese dello Stato.
Ma adesso, mentre il governo Monti diventa anti-popolare agli occhi dei critici, Passera sta bene attento a non confondersi nella foto di gruppo dei nemici del popolo. Castiga Berlusconi sulle frequenze, dichiara guerra ai grandi evasori, annuncia che si batterà  per le liberalizzazioni, che sono il vero totem del suo schieramento di riferimento: il Terzo Polo, in primis, ma anche la sinistra del Pdl e la destra del Pd.
La sua scommessa è di conquistare la leadership dimostrando la capacità  di attrarre verso il centro pezzi della destra e della sinistra.
Come vuole convincere la sinistra moderata l’abbiamo visto.
Per la destra che guarda al centro appare per ora sufficiente la giusta dose di continuismo di Passera, simboleggiata dalla determinazione ad andare avanti con i miliardi spesi (spesso inutilmente) nei cantieri delle grandi opere.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COME COMPRARE GIOIELLI IN NERO: VIAGGIO NELL’ITALIA CHE NON FA SCONTRINI

Dicembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

DAL 6 DICEMBRE E’ VIETATO OGNI TRASFERIMENTO IN CONTANTI SUPERIORE A 999,99 EURO…MA SONO TANTI AD ACCETTARE ESCAMOTAGE

L’anello che voglio regalare alla mia fidanzata costa 8200 euro.
Il gioielliere strabuzza gli occhi quando glielo indico. Non gli pare vero. Da quasi un anno è lì in vetrina a prendere polvere. Nessuno fino ad allora gli aveva chiesto nemmeno di vederlo.
La crisi! Anzi, per invogliarmi a comprarlo mi fa uno sconto del 10%, si vuole proprio rovinare.
E se non dovesse andare bene? «Veniamo fino a casa e lo cambiamo».
E per il pagamento? Si può fare in contanti? Sa, per ragioni fiscali… «Ma certo, per noi non c’è nessunissimo problema, è proprio l’ultimo dei pensieri. Se vuole può anche dividerli in due tranche… Ma anche tre, quattro, cinque… Insomma, come le fa più comodo, per noi è indifferente».
Tanto indifferente non dovrebbe essere viste le nuove norme antievasione fiscale varate dal governo Monti.
Dal 6 dicembre 2011è vietato qualsiasi trasferimento in contanti superiore a 999,99 euro. Tutto, sopra questa cifra, deve essere tracciabile. Dovrebbe.
Trovare gioiellieri che applicano la regola è davvero dura. Si deve entrare negli store delle grandi griffe del lusso per sentirsi dire un «No, non possiamo accettare contanti».
Nonostante una sanzione pecuniaria che può arrivare fino al 40% dell’importo pagato, sono in tanti ad accettare gli escamotage.
E chi pensa al solito furbetto si sbaglia. Da Nord a Sud l’Italia è unita. Napoli, Milano, Roma. La storia è sempre la stessa.
Abbiamo simulato l’acquisto di un anello. Costo: dai 1300 agli 8200 euro.
Possiamo pagare in contanti? «Certo, nessun problema» ci hanno risposto nella maggioranza dei negozi.
A Roma entriamo in una gioielleria che si trova proprio di fronte palazzo Chigi. Più che un gioielliere sembra un consulente dell’evasione. «Può pagare in contanti e se non vuole figurare possiamo dividere l’importo in più parti così risulta un prezzo inferiore ai mille euro. Faremo in modo che non dovrà  spiegare come ha speso questi soldi».
Ci spostiamo nel cuore dello shopping capitolino: via Condotti. Qui l’attenzione dovrebbe essere altissima. Invece accettano il pagamento in contanti di 5800 euro. Non fa eccezione il centro di Milano: corso Buenos Aires. «Vanno bene i contanti ma lo scontrino fiscale non posso farglielo. Se per lei non è un problema…».
La proposta è chiara: l’acquisto in nero di un anello da 5200 euro.
Niente carta di credito, niente scontrino e per il Fisco non esistiamo, nè lui nè noi. Poco più avanti entriamo in un’altra gioielleria che accetta contanti per il pagamento di un solitario da 8200 euro.
Eppure le nuove disposizioni le conoscono tutti. «Ah si, si… Questo è il discorso dei mille euro… lo scontrino… come l’hai comprato… etc… – ci dice un gioielliere napoletano -. Ne parlavo poco fa con un mio amico finanziere e pure lui mi diceva che hanno rotto con tutti questi controlli. Vogliono sapere tutto. Non si lavora più».
Che l’Italia sia il Paese dell’evasione fiscale lo sanno anche i turisti, come ci spiega una vecchia negoziante romana.
Da due anni a questa parte nel suo negozio entrano solo cinesi e russi. «Si presentano in negozio con le valigie piene di soldi, pagano sempre in contanti, tutto in nero… Ha capito che voglio dire?».

Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera“)

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MORETTI HA TRASFORMATO LE FERROVIE IN UN SERVIZIO D’ELITE

Dicembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

BUSINESS, BUONA STAMPA E POLITICA: IL MODUS OPERANDI DI UN MANAGER SOPRAVVISSUTO A TUTTE LE STAGIONI POLITICHE….TAGLI DEL 10%, ABBANDONO DEI TRENI REGIONALI, INVESTIMENTI SULLE FRECCE ROSSE: TRENITALIA USO UOMINI D’AFFARI

C’è un Truman show alle Ferrovie come c’era nel-l’Italia di Berlusconi.
Con un mattatore indiscusso: Mauro Moretti, amministratore delegato, 58 anni.
Da quando nell’autunno del 2006 è diventato il dominus dei binari ha cambiato tutto. Non in meglio.
Le vecchie e polverose Fs che macinavano soldi, ma che almeno tentavano di portare dignitosamente la gente da una parte all’altra della Penisola senza dimenticare la loro funzione pubblica, sono state sostituite da un’altra Cosa.
Un’entità  che grazie a una propaganda tenace, asfissiante e aggressiva è stata spacciata come il Mulino bianco dei binari.
Cosa d’èlite
Ma dietro i tagli dei nastri a ripetizione, le interviste a briglia sciolta e le pubblicità  a pagine intere con i convogli rosso fuoco che sfrecciano in campagne rigogliose sullo sfondo di cieli azzurrini, la realtà  resta pedestre e le attuali Fs non sono belle a vedersi. Sono una Cosa pubblica dal punto di vista della proprietà , ma nemmeno per un istante pensata ancora per tutti i cittadini.
Sono diventate una Cosa d’èlite.
Di statale conservano parte dei finanziamenti e a malapena la ‘ s ‘ dell’acronimo, di recente cambiato pure quello (ora ufficialmente si chiamano Ferrovie dello Stato italiane). Come se sui 16.701 chilometri di binari viaggiassero solo i Frecciarossa e fossero figli di nessuno i 9 mila normali treni al giorno, quelli dei pendolari maltrattati come cittadini di serie zeta, i treni regionali e quelli della gente comune che in maniera possibilmente decente dal nord vorrebbe spostarsi al sud e viceversa, i frequentatori dei notturni, i viaggiatori dei convogli sulle lunghe distanze.
A tutti questi è come se lo Stato ad un certo momento avesse fatto dire da Moretti: arrangiatevi.
La cosa più stupefacente è che tutto ciò è avvenuto con la politica in stato di abulia. Governo e Parlamento si sono voltati dall’altra affidando in pratica una delega in bianco a Moretti che è diventato così come il prototipo di quella logica che poi ha partorito i tecnici al governo.
Anche lui la delega l’ha assunta in pieno, concentrando ogni attenzione sui servizi definiti “a mercato”, i treni Roma-Milano soprattutto, su cui viaggiano manager, businessmen e direttori di giornali e che garantiscono quattrini, immagine e buona stampa.
Secondo un recente studio del Politecnico di Milano questi collegamenti sono cresciuti quasi del 3 % dal 2009.
E aumenteranno ancora quando sulle stesse tratte tra qualche mese correranno i convogli privati della montezemoliana Ntv.
Nello stesso periodo, però, sono arretrati tutti gli altri collegamenti delle Fs pubbliche: di oltre il 18 % il servizio universale senza contribuzione e più del 10 il servizio non a mercato e non contribuito. Mentre i treni merci statali sono diventati Cenerentole. L’unico freno imposto a Moretti dalla politica è che le Ferrovie non aprissero nuove voragini nei conti pubblici.
Moretti ha eseguito infierendo anche sull’organico ridotto sotto il suo regno da circa 87 mila a 77 mila ferrovieri.
Nessuno nel frattempo ha fatto il conto di quanto costa agli italiani la progressiva erosione delle ferrovie come bene di tutti.
Quella di Moretti è stata, in pratica, una gigantesca manovra di classe, sostenuta da un apparato propagandistico all’erta 24 ore su 24 a sostegno delle ragioni del Capo identificate con quelle dell’azienda e dell’Italia.
Alle Ferrovie e in qualche misura anche fuori di esse non c’è posto per chi si oppone, ma neanche per chi osa solo dire ma.
Come i familiari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, per esempio, venuti a Roma il giorno dell’inaugurazione della stazione Tiburtina e neanche degnati di uno sguardo da Moretti.
Finchè è possibile, giornali e giornalisti sono blanditi, altrimenti redarguiti con letterine a cui l’ufficio stampa si dedica con diuturno e pedagogico zelo.
Fino a negare l’evidenza, come è successo proprio di recente al Fatto, accusato di propalare “palesi falsità ” per avere raccontato la storia degli 800 licenziati dei treni notte. Non di rado scatta pure la querela a scopo intimidatorio.
Per ironia della sorte tutto ciò è opera di un uomo che in passato aveva impugnato un’altra bandiera, quella rossa dei comunisti e della Cgil.
Moretti è stato a lungo un dirigente di quel sindacato e non uno tra i tanti, ma proprio il capo dei ferrovieri (Filt).
Un sindacalista competente, sorretto da una preparazione specifica non comune, maturata all’università  di Bologna dove si era laureato con la lode in ingegneria ferroviaria.
Alle Ferrovie fu assunto per concorso 33 anni fa, allora prendeva meno di 1 milione di lire al mese, ora riscuote almeno 100 volte di più. I binari li ha sempre visti da lontano. Da sindacalista già  frequentava villa Patrizi, sede romana Fs, quando presidente era Lodovico Ligato, poi ucciso dalla ‘ ndrangheta il 27 agosto 1989.
Dopo la parentesi di Mario Schimberni fu Lorenzo Necci a trasformarlo da sindacalista a manager.
E quando Necci fu travolto dagli scandali, Moretti fu l’unico di quel gruppo a sfangarla.
Il nuovo arrivato, Giancarlo Cimoli, lo nominò amministratore di Rfi.
E passato anche Cimoli, il dalemiano ex sindacalista Moretti con Elio Catania amministratore cominciò a carezzare il sogno di diventare lui il numero uno, coltivando allo scopo relazioni a destra e a manca, da Gianni Letta a Ercole Incalza, dirigente craxiano finito nei guai ai tempi di Necci, poi consigliere dei ministri Pietro Lunardi e Altero Matteoli.
Nessuno più di Moretti incarna la continuità  ferroviaria.
Nessuno più di lui ha stravolto le ferrovie.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PENSIONI D’ORO, SECONDE CASE, TITOLI: QUANTO PAGANO I REDDITI PIU’ ALTI

Dicembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

LE MISURE SONO DISPERSE IN VARI CAPITOLI: UNA UNICA TASSA SUI PATRIMONI SAREBBE STATA DIFFICILE DA INTRODURRE SUBITO

Se proprio non piangono, certo non ridono.
Anche i “ricchi” pagheranno “lo sforzo dell’emergenza”, precisa il premier Monti, illustrando la manovra in commissione Bilancio alla Camera.
Lusso, capitali scudati, pensioni d’oro, super-liquidazioni, seconde case e attività  finanziarie (in Italia e all’estero): su questi capitoli si abbatterrà  un prelievo.
Piccolo o medio, una tantum o strutturale.
Comunque sia, “un intervento sul patrimonio – dice Monti – equo e razionale”. Così, avversata da destra, evocata da sinistra, alla fine la patrimoniale nella manovra Salva-Italia – benchè non “ufficiale” e dispersa nei vari capitoli del decreto – c’è.
Contribuirà  a salvare l’80% delle pensioni, le più basse, dal mancato adeguamento all’inflazione.
E a introdurre il quoziente familiare nell’Ici-Imu. Quanto richiesto anche dai sindacati.
Ne va fiero il presidente Monti. Che ha sfidato critiche agguerrite sulla scarsa equità  del provvedimento. “Riteniamo di aver introdotto, senza drammi, l’imposta patrimoniale fattibile per il nostro Paese in questo momento”, rivendica Monti.
Il presidente del Consiglio spiega di aver “chiesto ai tecnici” se una patrimoniale secca sulle grandi ricchezze fosse praticabile da subito.
“Mi hanno risposto che servivano due anni di lavoro”.
Inutile farla ora, in fretta e male: “Avremmo abbaiato e non morso”. In più, il rischio di fuga di capitali. Invece ora “non pagheranno i soliti noti, abbiamo cercato i “nuovi noti””.
I “nuovi noti”, in attesa di un intervento organico, sono dunque individuati.
Chi ha barche, auto molto potenti, aerei personali o elicotteri, immobili anche all’estero, cospicue ricchezze finanziarie in Italia e fuori.
E chi riceve pensioni e liquidazioni notevoli. La tassa sul lusso, innanzitutto.
Un emendamento dell’ultima ora riesce in realtà  a mitigarla (con sconti che scattano dopo 5, 10 e 15 anni dalla data di costruzione dell’auto e della barca, dopo 20 anni non è più dovuta). Ma rimane.
Per le auto sopra i 185 chilowatt, c’è l’addizionale erariale: 20 euro per ogni chilowatt in più dal 2012.
Per le barche, arriva la tassa di stazionamento (dal primo maggio 2012): da 5 a 703 euro al giorno, a seconda della lunghezza degli scafi.
Per gli aeromobili privati, in base al peso massimo al decollo: da 1,50 a 7,55 euro al chilo (il doppio per gli elicotteri).
Il capitolo immobili è severo e pesa per 10 miliardi (ma solo 2,4 dalla prima casa). Rendite catastali rivalutate del 60 per cento, aliquota del 4 per mille sulle prime abitazioni e del 7,6 per mille su seconde e terze. Stesso prelievo (7,6 per mille) anche per gli immobili all’estero, ma calcolato sul valore d’acquisto o di mercato.
I capitali scudati alla fine verseranno il 10 per mille nel 2012 e il 13,5 per mille nel 2013. Ma, altra novità , il 4 per mille ordinario, strutturale, dal 2014 in poi: il bollo per l’anonimato, è stato soprannominato.
L’imposta di bollo sul deposito titoli, introdotta da Tremonti qualche mese fa, viene estesa a tutte le tipologie di attività  finanziarie: non più fissa per scaglioni (da 34,2 a 680 euro), ma proporzionale sul valore (1 per mille nel 2012 e 1,5 per mille dal 2013). Non solo.
Dal 2013 salterà  il tetto fissato in 1.200 euro.
L’imposta dunque colpirà  anche i capitali oltre 1,2 milioni di euro. In modo proporzionale: più hai, più paghi. Bollo anche sulle attività  finanziarie all’estero: 1 per mille per il 2011 (retroattivo) e il 2012, sale all’1,5 per mille dal 2013.
Le pensioni d’oro verseranno ancora: 15% sulla parte che eccede i 200 mila euro (si aggiunge al contributo di solidarietà  in vigore: 5% oltre i 90 mila euro, 10% oltre i 150 mila).
Le liquidazioni sopra il milione di euro, infine, formeranno il reddito tassato ai fini Irpef con l’aliquota massima del 43%.
“Con le ultime modifiche la manovra è diventata più equa – ammette il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – ma il peso delle nuove tasse è eccessivo e aumenterà  in modo drammatico per gli italiani. Mentre i tagli alla spesa risulteranno insufficienti”.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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TRENI: POCHI, SPORCHI, LENTI E IN RITARDO, IL PENDOLARE VIAGGIA A PASSO D’UOMO

Dicembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

FERROVIE A DUE VELOCITA’: VELOCI, FUNZIONALI E COSTOSI I CONVOGLI A LUNGA PERCORRENZA SULLE TRATTE PIU’ REDDITIZIE… QUALITA’ E TEMPISTICA DA TERZO MONDO SULLE TRATTE REGIONALI

Per andare in treno da Matera a Potenza, 102 chilometri, un’ora e ventinove minuti in auto, servono sette ore e due cambi.
Bisogna transitare in Puglia, cambiare a Bari, quindi a Foggia e rientrare in Basilicata. Si sale e scende tra regionali e nazionali.
La velocità  media del trasferimento è di 14,5 chilometri orari.
Un fondista con tempi da Olimpiade, correndo tra i due capoluoghi, impiegherebbe un’ora in meno.
L’alternativa per il Matera-Potenza è un regionale su binario unico con cambio ad Altamura: impiega dalle tre ore alle quattro e quaranta, ma in “orario da pendolare” ne passa soltanto uno al giorno.
Da Cosenza a Crotone (110 chilometri tutti in Calabria e un cambio) si impiegano tre ore.
Per coprire Ragusa-Palermo (250 chilometri tutti in Sicilia, tre cambi) i convogli regionali di Trenitalia hanno bisogno di sei ore e dieci minuti.
L’orario invernale prevede due treni, tutti e due a ridosso dell’ ora di pranzo.
O a Ragusa becchi questi o cerchi un pullman o fai l’autostop.
La littorina è così lenta, poi, perchè non è stata progettata per affrontare le curve del percorso: se aumenta la velocità , deraglia.
Ma lo “slow train” non è solo un problema da profondo Sud.
Per coprire la distanza da Acqui Terme a Genova (74 chilometri) ci vuole un’ora e mezza e si viaggia a 50 l’ora.
Mauro Moretti, l’amministratore delegato del risanamento e rilancio delle Ferrovie di Stato, in questi giorni sta presentando i vagoni del silenzio sui nuovi Frecciarossa, annuncia un “Roma-Parigi” tutto coperto con la luce del giorno.
Lo scorso maggio, a Piacenza, sul treno pendolare destinato a Fiorenzuola un impiegato bancario di 55 anni è dovuto uscire dal finestrino.
Le porte del treno erano bloccate, quasi tutte.
Treni lenti, sporchi, in ritardo. E sempre di meno.
Della Ferrovia Porrettana – il primo collegamento attraverso l’Appennino tosco-emiliano, dal 1864 scavalca la dorsale collegando Bologna a Pistoia – sono rimaste sei coppie di treni.
Carrozze eliminate, la Rete ferroviaria italiana (ancora Fs) ha rimesso su strada 24 pullman.
E in Calabria è dato in via d’ estinzione un altro storico treno per pendolari, il “Tamburello” che collega Melito di Porto Salvo a Reggio Calabria quindi a Rosarno. Le politiche ferroviarie di questi tempi si possono osservare in maniera chiara nel Tigullio ligure: sono saltate diverse fermate per i treni a servizio universale, i rivieraschi devono prendere altrove freccerosse più care a cui poi mancano le coincidenze per tornare a casa.
Su questo tratto di costa a forte richiamo turistico due Intercity non si fermano più, altri due non si fermeranno nel 2012.
È per questo che i pendolari occupano i binari? È per questo che dal Veneto alla Puglia si assiste alla rivolta degli abbonati?

(da “La Repubblica“)

argomento: Costume, denuncia, economia, Politica | Commenta »

PAGAMENTI: LE IMPRESE CHIEDONO A MONTI “SUBITO LA DIRETTIVA ANTI-RITARDI”

Dicembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

ADOTTARE   L’APPLICAZIONE SUI “TEMPI CERTI NEI PAGAMENTI” DA PARTE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

In Veneto si paga (di media) a 140 giorni, che salgono addirittura a 400 – oltre un anno, se fosse sfuggito – per alcuni fornitori della sanità  pubblica.
Un ritardo ormai fisiologico, al quale l’intero sistema economico si è andato giocoforza adeguando perchè così fan tutti, ma è un ritardo che può uccidere.
Lo ha dimostrato, in tutta la sua drammaticità , il suicidio dell’imprenditore edile di Vigonza (Padova) Giovanni Schiavon, che si è tolto la vita con un colpo di pistola per l’impossibilità  di riscuotere i suoi crediti di lavoro – 250mila euro, una cifra molto importante – e fare fronte così all’esposizione verso le banche e verso i fornitori.
Per non morire di asfissia da mancanza di liquidità , un rimedio esiste.
E dell’urgenza di quel rimedio – che è stato previsto dalle normative europee ma non ancora recepito dal governo italiano – il Corriere del Veneto ha deciso di farsi portavoce, ospitando l’appello al presidente del Consiglio, Mario Monti, sottoscritto dalla moglie e dalla figlia dell’imprenditore padovano suicida e dai rappresentanti delle principali categorie economiche del Veneto, ancora una volta regione di frontiera e avanguardia del sistema-Paese.
Se il governo Monti, per sua stessa definizione, sta lavorando a un pacchetto di misure «salva-Italia», parte necessaria e indifferibile di questi provvedimenti è il recepimento – come chiede l’appello a Monti – della Direttiva europea che impone, come norma di civiltà  e sopravvivenza economica, tempi certi di pagamento per le imprese, sia dalla Pubblica amministrazione verso i privati, sia tra soggetti privati.
Tempi certi e non biblici: 30 giorni nella normalità  e 60 solo per i casi eccezionali, dice l’Europa, pena il pagamento di interessi di mora progressivi che scattano già  dal trentesimo giorno e partono dall’8% per salire insieme al protrarsi del ritardo.
Una sollecitazione in questo senso è arrivata al governo proprio ieri mattina, nella sede più ufficiale che si possa dare – l’aula della Camera dei deputati – per iniziativa della parlamentare trevigiana Simonetta Rubinato: «Il suicidio dell’impresario edile padovano Giovanni Schiavon, ultimo di una triste serie – ha citato testualmente Rubinato, rivolgendosi al ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda – è il gesto estremo di chi, costretto ad attendere anche più di 400 giorni per il pagamento dei lavori da parte di privati ma anche dell’amministrazione pubblica e degli Enti locali alle prese con il patto di stabilità , finisce vittima di una stortura tutta italiana. Occorre che il governo e il Parlamento – ha aggiunto – mettano all’ordine del giorno con urgenza il recepimento della Direttiva europea sul ritardo dei pagamenti, rinviato dal precedente governo alla fine di ottobre ».
A quell’epoca, infatti, la commissione Bilancio della Camera stralciò dal testo della legge comunitaria il provvedimento sul ritardo dei pagamenti, considerandolo troppo oneroso per i bilanci della Pubblica amministrazione.

Alessandro Zuin
(da “la Repubblica”)

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