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LE MAFIE SONO LA PRIMA INDUSTRIA ITALIANA: MUOVONO 150 MILIARDI

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

ESCE IL VOLUME “SOLDI SPORCHI”: COME IL RICICLAGGIO INQUINA L’ECONOMIA LEGALE…UN FIUME   DI DENARO PROVENIENTE DAI TRAFFICI DI DROGA E DI ARMI

Non ha odore e non riposa mai. È il denaro delle mafie, corre veloce, cambia posto di continuo e quando si materializza è irriconoscibile.
Profuma di fresco e di pulito, candeggiato dopo decine di transazioni, ricompare in circolo come linfa buona per nuovi affari.
Rintracciarlo nei forzieri dove sta in ammollo prima di finire nella centrifuga degli scambi e degli acquisti, delle cessioni e delle vendite, è la sfida del nuovo millennio.
Governi, non tutti, e analisti si ingegnano a trovare soluzioni, ma dall’altra parte un sistema vive di quei soldi e sa di non poterne fare a meno.
È il sistema dell’economia parallela, che si muove nell’ombra per difendere quella fetta di fortuna alla quale deve la propria esistenza e sopravvivenza.
Ma il denaro delle mafie non alimenta un circuito chiuso, non genera soltanto nuovi e redditizi traffici criminali.
Il riciclaggio non è un accessorio dei reati, non è la parte terminale di un traffico, è il pilastro sul quale sempre di più le organizzazioni criminali edificano le loro opere.
I grandi gruppi avviano un’attività  solo nella consapevolezza di potere ripulire i proventi.
Con i soldi della droga, senza altre mediazioni, si può comprare soltanto altra droga. Gli utili, però, sono alti, i rischi di impresa calcolati e per ogni organizzazione c’è la necessità  di immettere quei liquidi nell’economia sana.
Così quel denaro entra nel circuito legale. Si annida dietro formidabili scalate, ascese di tycoon rampanti, sta a difesa dei patrimoni di manager in grisaglia, fa sempre più spesso capolino in Borsa.
Rappresenta una holding con migliaia di partecipate e collegate, ha diramazioni in tutto il mondo e schiere di professionisti e consulenti che lavorano per cancellare le tracce della provenienza di quei soldi e per individuare nuove opportunità  di investimento.
L’economia criminale, lo ha ricordato l’ex magistrato Giuliano Turone, è protesa verso la conquista illegale di spazi di potere economico e inquina il tessuto produttivo e gli assetti istituzionali dei Paesi in cui opera.
In un sistema corrotto non c’è più spazio per la libera concorrenza, saltano le regole, i valori sono falsati, si creano posizioni dominanti, le istituzioni subiscono effetti che non governano.
Il denaro delle mafie, semmai, si apposta comodo nei settori più moderni del mercato, dall’energia al riciclo dei rifiuti, e sconvolge anche lì le regole.
Dal riciclaggio spicciolo, dal reinvestimento nel mattone, fino alla creazione di fiduciarie estere, la movimentazione delle fortune dei boss è una parte rilevante dell’economia planetaria.
Secondo il Fondo monetario internazionale il denaro sporco muove tra il 3 e il 5% del Pil del pianeta, pari a una cifra che oscilla tra 600 e 1500 miliardi di dollari solo negli Usa, come dire: l’intera economia italiana.
Lo studioso americano Dale Scott, ex diplomatico ed ex insegnante a Berkeley, nel suo American War Machine, citando fonti del Senato Usa, sostiene che il riciclaggio bancario muoverebbe tra 500 miliardi e 1000 miliardi di dollari, con la metà  incanalati verso il circuito bancario americano.
La gran parte proverrebbe proprio dal traffico di droga che è appena dopo il petrolio e prima del commercio di armi per volume di traffici.
In Italia, ogni giorno, l’industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni l’ora, 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo.
Bankitalia stima che rappresenti da sola il 10% del Pil.
Con un fatturato di 150 miliardi di euro, dunque, la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese, davanti a un colosso come Eni, che con i suoi 120 miliardi è in cima alle classifiche della produzione italiana e tra le venti maggiori imprese internazionali.
La massa dei capitali sporchi stacca di quasi un terzo il primo polo bancario nazionale, Unicredit, fermo a 92 miliardi, ed è tre volte più grande di un’azienda di credito come Intesa San Paolo.

(stralcio tratto l’introduzione del volume “Soldi sporchi”, di Pietro Grasso con Enrico Bellavia)

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GABRIELLA CARLUCCI: “UN PASSO INDIETRO DEL PREMIER, SOLO COSI’ SI RADDRIZZERANNO LE COSE”

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

HA LASCIATO IL PDL PER ENTRARE NELL’UDC: “AL   POSTO DI BERLUSCONI, LETTA O MONTI”

Come ha reagito il presidente Berlusconi quando gli ha detto che anche lei, la fedelissima Gabriella Carlucci iscritta a Forza Italia fin dal 1994, aveva deciso di passare armi e bagagli al gruppo dell’Udc?
«Guardi, non so se Berlusconi abbia saputo in anticipo di questa mia scelta ma io a lui non ho detto niente. Non vado a Palazzo Grazioli dall’estate scorsa… In queste settimane ho parlato con Casini e con Cesa ai quali mi lega un antico rapporto di stima e amicizia».
Sì, va bene. Ma come è possibile che la Carlucci non abbia mandato neanche un ambasciatore per avvertire il Cavaliere?
«No, nessuno sapeva di questa mia decisione. Nel partito ho parlato solo con la Bertolini e Antonione perchè sono una persona seria e mi sono decisa ad andare fino in fondo, con coerenza, perchè di questo passo l’Italia non può farcela a rispettare gli impegni presi con l’Europa. Ormai il nostro governo non ha i numeri in Parlamento».
Sicura che nel Pdl questo suo abbandono sia stato visto come un fulmine a ciel sereno?
«Certo, anche se ora desidero ringraziare il ministro Fitto che è il mio mentore e mi ha sempre aiutata…».
E dunque, ieri sera, Berlusconi ha fatto sapere che lui non ne sapeva nulla: «Mi dispiace per la Carlucci che lavorava con noi da tanto tempo».
Ma ora Gabriella Carlucci è disposta ad «andare fino in fondo» anche sostenendo un governo di emergenza nazionale affidato a un tecnico?
«La mia scelta è chiara: Berlusconi fa solo un passo indietro e permette così a un’altra personalità  del centro destra di formare un governo capace di raccogliere uno schieramento più ampio e di unire quelle forze, come l’Udc, che hanno a cuore le sorti del Paese. Anche Napolitano ha detto che non permetterà  ribaltoni mentre un altro discorso è permettere l’ingresso in maggioranza di altre forze di centro destra. E poi l’Udc fa già  parte del Ppe».
Ma se non ce la fanno Letta o Schifani, lei sosterrebbe con la stessa convinzione un governo tecnico guidato da Mario Monti?
«Certo, se trova un largo consenso in Parlamento io sostengo anche un governo Monti. È una personalità  talmente importante che ha già  dimostrato di valere in Europa. Proprio lui potrebbe fare quello che ci viene richiesto dall’Unione anche se, per me, l’ideale sarebbe un governo a guida Letta o Schifani».
Poco prima della 20, il deputato dell’Udc Roberto Rao si diverte su twitter: «Giornata fruttuosa, guardate i tg, ci saranno novità ».
Ed eccola l’anticipazione sul filo dei secondi del Tg di Enrico Mentana che mette a soqquadro i palazzi della politica deserti ma presidiati a distanza: dopo Bonciani e D’Ippolito, il Pdl cede all’Udc anche la deputata di terza legislatura Gabriella Carlucci che già  nell’83, a 24 anni, entrò nei tinelli degli italiani dagli schermi di Portobello accanto ad Enzo Tortora.
Da allora, la sorella Carlucci di mezzo — la più grande e famosa è Milly che da poco ha un grosso contenzioso con Mediaset per il presunto plagio della trasmissione Baila, mentre la più piccola si chiama Anna – si è divisa tra Rai e Mediaset conducendo Buona Domenica, le serate per il David di Donatello, il programma Melaverde e altro ancora.
Insomma, la Carlucci di mezzo è il classico volto televisivo che piace tanto a Silvio Berlusconi: a lui e solo a lui si deve il suo ingresso in Parlamento nel 2001 (quando però lei si conquistò i voti nel collegio uninominale di Trani) e le successive conferme nel 2006 e nel 2008.
Oggi quell’infatuazione sembra svanita.
Gabriella Carlucci però sfuma i toni, forse perchè sogna ad occhi aperti un governo a guida Letta e Schifani col sostegno di un’Udc imbottita di transfughi del Pdl: «Io a Berlusconi gli voglio bene, lo stimo moltissimo e continuerò a volergli bene e a stimarlo. Purtroppo le cose sono andate così e ora si possono raddrizzare solo se lui fa un passo indietro e permette a una personalità  del centro destra di guidare un governo che sappia rispondere alle richieste dell’Europa. Io sono seriamente preoccupata per quello che è successo nelle ultime settimane».
Crede a questo punto la neo-centrista Carlucci – «A proposito, sul rendiconto, con l’Udc ci asterremo …» – che altri fedelissimi di Forza Italia seguiranno il suo passo?
«Non lo so e non mi pongo il problema. Io sono sindaco a Margherita di Savoia, in Puglia, quindi vedo tutti i giorni problemi devastanti cui non so dare una risposta. Io non ci dormo la notte… Così non si va da nessuna parte».

Dino Martirano

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ALFANO E LETTA: “SILVIO DIMETTITI PRIMA DEL RENDICONTO”

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

L’ULTIMO PRESSING DEI VERTICI PDL IN UN DRAMMATICO VERTICE NOTTURNO A PALAZZO GRAZIOLI…IL PREMIER: “BISOGNA RESISTERE E POI VOTARE CON NOI A PALAZZO CHIGI”… E BERLUSCONI PENSA DI OFFRIRE A NAPOLITANO LA RIELEZIONE

“Silvio è finita”. Dopo un pomeriggio passato a Palazzo Grazioli con Alfano, Letta e i capigruppo del Pdl, il Cavaliere è sul punto di mollare.
Se il pressing del gruppo dirigente del Pdl sortirà  il suo effetto, oggi stesso Berlusconi salirà  al Colle per rassegnare le dimissioni.
i conclude così, in maniera drammatica, una lunghissima giornata, che ha visto le residue certezze del premier cadere una ad una.
Fino al colpo annunciato alle 20.22 dall’agenzia TmNews – l’uscita dal Pdl di Gabriella Carlucci 1 – che investe in pieno il capo del governo lasciandolo “incredulo”.
Da quel momento tutto precipita, finchè anche Bobo Maroni, da Fabio Fazio,   non certifica la crisi in atto: “La maggioranza non c’è più ed è inutile accanirsi”.
L’epilogo tuttavia non è scritto, e potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.
Perchè il Cavaliere ancora a tarda notte puntava i piedi, minacciando persino una grande manifestazione a Roma contro i “ribaltonisti”.
Pronto a chiedere il voto anticipato a Napolitano nel caso a Montecitorio la maggioranza, come sembra, dovesse venir meno.
“Io non mi vado a dimettere – ha ripetuto fino all’ultimo nella riunione a via del Plebiscito – perchè ci conviene andare a votare a gennaio restando noi a palazzo Chigi”.
Berlusconi è pronto a tutto, persino ad avanzare un’offerta spericolata al capo dello Stato. “Se ci dà  le elezioni noi possiamo garantirgli un secondo mandato al Quirinale nel 2013”.
Gli ultimi calcoli fatti durante il vertice non consentono più margini di manovra.
Nella migliore delle ipotesi discusse davanti al premier – migliore ma irrealistica – maggioranza e opposizione sono pari a 314 voti (a cui aggiungere Alfonso Papa agli arresti e Gianfranco Fini che non vota).
Trecentoquattordici voti, ma in realtà  nel Pdl c’è un’intera area di forzisti della prima ora in subbuglio.
Non solo Bertolini, Stracquadanio e i firmatari della lettera dell’Hassler. C’è una zona grigia di malessere che sfugge a ogni certezza.
Persino Denis Verdini, che da un anno ha saputo garantire al capo del governo una precisione chirurgica sui numeri, stavolta sembra abbia alzato le mani. Non ci sono certezze.
“Rischiamo la slavina”, gli hanno ripetuto in coro capigruppo e ministri.
“Non puoi fare la fine di Prodi – gli dicono – e cadere per un voto in Aula.
Sarebbe un suicidio politico. In questo modo non avresti più titolo di parlare, l’iniziativa ci sfuggirebbe completamente di mano”. Il premier, messo alle strette, ancora non ha deciso cosa fare.
L’hanno sentito parlare di tre fantomatici deputati dell’Udc e di uno del Pd in arrivo nel Pdl.
Ma i presenti si sono guardati negli occhi senza crederci. Dice di temere per le sue aziende. Racconta che anche i figli sono preoccupati per le ripercussioni su Mediaset, gli chiedono di non mollare.
Ma la realtà  è senza scampo.
Verdini calcola in 23 deputati l’area del malcontento. Gente che magari domani pomeriggio potrà  anche votare a favore del Rendiconto, ma che non garantirà  di proseguire l’esperienza di governo.
È dunque finita per Berlusconi, ma a questo punto gli uomini al vertice del Pdl stanno facendo di tutto per convincerlo a non trascinare a fondo tutto il centrodestra.
Per farlo c’è un unico modo: “Devi anticipare la crisi di governo andando a dimetterti e negoziando le condizioni per il nuovo governo”.
Un’impresa resa più difficile dopo la chiusura fatta da Pier Luigi Bersani a un esecutivo guidato da Gianni Letta.
Una chiusura a cui è sembrato accodarsi anche Pier Ferdinando Casini che ha detto chiaro e tondo che un nuovo governo non può nascere senza l’apporto del Pd.
“Se Casini va dietro Bersani e dice di no a Letta – ragiona preoccupato un ministro del Pdl – è davvero finita. Vuole dire che ha stretto un patto con il Pd per farsi eleggere al Quirinale. Allora ci sono soltanto le elezioni”.
Quanto a Mario Monti, Berlusconi dicono che non potrebbe mai accettarlo.
A tarda notte nel corso del vertice viene elaborata un’ultima offerta da portare a Casini.
Quella di un governo Alfano-Maroni, un ticket che aprirebbe una nuova fase con un’offerta di collaborazione al terzo polo. Al terzo polo, non al Pd.
In questo modo, sperano i dirigenti del Pdl, si ricompatterebbe intanto il centrodestra esistente, sedando la ribellione dei deputati. Inoltre si metterebbe in difficoltà  Casini, che avrebbe difficoltà  a rifiutare quel nuovo esecutivo senza il Cavaliere che proprio l’Udc chiede da un anno a questa parte.
Ma questi sono scenari spericolati visto che, al momento, l’ipotesi elettorale sembra quella più accreditata.
Il ministro Romano, uscito dall’Udc, spinge per il voto anticipato.
E con lui tutti i falchi del Pdl. Persino Gianfranco Rotondi ha minacciato Berlusconi di non dare il via libera a un nuovo governo con l’Udc.
Ha raccolto 27 firme di parlamentari su una lettera in cui si accusa Berlusconi di aver tradito il berlusconismo.
Sono i paradossi delle ore di crisi.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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I RIBELLI PDL SALGONO A VENTI, GOVERNO SENZA PIU’ MAGGIORANZA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

SAREBBE GIA’ PRONTO IL GRUPPO AUTONOMO ALLA CAMERA… SE SI REALIZZA PER BERLUSCONI E’ LA FINE…IL TERZO POLO PER UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE CHE AFFRONTI L’EMERGENZA

I ribelli, finora, hanno viaggiato in ordine sparso.
Adesso vogliono offrire la prova di forza finale contro Berlusconi: un gruppo parlamentare da costituire tra domani e dopodomani.
Venti deputati che si uniscono sotto la stessa sigla per chiedere al premier di lasciare mandando in frantumi la maggioranza.
Si potrebbe chiamare, fantasticando, “PI”: il gruppo del “passo indietro”. Giustina Destro, che si è sfilata dal Pdl qualche giorno fa, lo annuncia senza esitazioni: “Siamo pronti”.
Nomi e cognomi sono nel taccuino di chi sta organizzando il dissenso.
Alcuni già  noti, ma non sufficienti per avere un proprio spazio autonomo alla Camera.
Quelli tenuti coperti però fanno schizzare all’insù le adesioni e gettano nel panico Denis Verdini e gli altri reclutatori del Pdl.
I firmatari della lettera che ha messo in mora il premier mercoledì scorso costituiscono il nucleo chiave del gruppo.
Sono Roberto Antonione, Fabio Gava, la Destro, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio e Giancarlo Pittelli.
Nessuno di loro si è mosso, nessuno ha ceduto ai ripensamenti.
A questa pattuglia bisogna aggiungere Giuliano Cazzola e Giancarlo Mazzuca. Bolognesi, il primo ex sindacalista il secondo ex direttore del Resto del Carlino. Sono in sofferenza e non lo nascondono.
Credono a un nuovo governo Pdl-Lega ma senza Berlusconi.
Sponsorizzano l’ipotesi Letta. Aspettano, trepidano.
Potrebbero votare il Rendiconto e poi salutare la baracca governativa.
Vacilla un fedelissimo della maggioranza come Pippo Gianni. Il suo partito, il Pid, è stato il più premiato dopo il 14 dicembre con l’assegnazione di un ministero a Saverio Romano nonostante i guai giudiziari.
Eppure Gianni non si nasconde e mette nero su bianco il suo disagio.
Siamo a quota 9, lontani dalla meta.
I riflettori adesso sono puntati sulla improvvisa defezione di tre responsabili. Giovedì hanno lasciato Popolo e Territorio, il gruppo di Silvano Moffa, Arturo Iannacone, Elio Belcastro e Americo Porfidia.
Sono passati al gruppo Misto garantendo la fiducia all’esecutivo.
Ma la loro può essere solo una tappa di avvicinamento alla sfiducia.
Si era parlato di dissidi con il capogruppo, cosucce personali da risolvere con una bella chiacchierata. Non è così.
Giustina Destro conteggia anche i tre. Ieri i ribelli consideravano conquistata alla causa anche l’ex olimpionica Manuela Di Centa.
Lei smentisce con decisione: “Farò quello che mi dice di fare Berlusconi”. Eppure il nome compare nel taccuino di Antonione, friulano come lei.
Manca lo sprint decisivo.
Michele Pisacane e Antonio Milo hanno già  tenuto Berlusconi con il fiato sospeso durante il voto di fiducia del 14 ottobre.
Pisacane creò ad arte un po’ di suspence entrando per ultimo nell’aula di Montecitorio. Il loro disagio però è sempre presente.
E può portare il gruppo del dissenso a 15 deputati.
Ma Cicchitto, Verdini e Alfano sanno che sono molti di più i parlamentari pronti alla fuga.
E l’approdo in un gruppo autonomo è sicuramente più appetibile di una frammentazione nei gruppuscoli del maldipancia che si sono formati in queste ultime settimane.
Questi movimenti nella maggioranza vengono seguiti e spinti dai sostenitori dell’esecutivo di emergenza.
Gianfranco Fini manda un messaggio al premier: “Se lascia può scegliere lui il successore”.
E Pier Ferdinando Casini garantisce un futuro a chi pensa al dopo Silvio: “In questo momento serve un armistizio tra tutte le forze politiche, non le elezioni anticipate”.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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CRISI FINANZIARIA: “NON MERITIAMO DI ESSERE SALVATI”

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

LA PROVOCAZIONE DI MASSIMO FINI: “TANGENTOPOLI CI COSTO’ 630 MILIARDI DI VECCHIE LIRE, UN QUARTO DEL DEBITO PUBBLICO, MA LA POLITICA HA CONTINUATO A RUBARE, NELL’INDIFFERENZA DEL PAESE”…”I GIUDICI SONO STATI FATTI DIVENTARE I COLPEVOLI E I LADRI LE VITTIME”

I“grandi comunicatori”, i professionisti delle promesse e dell’ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perchè di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai “visto”.
In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perchè, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile.
Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per 17 anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole.
E per 17 anni gli è andata bene.
Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola “lettera di intenti”, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro.
Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto, ma non è stata capace di fermarlo.
Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia.
Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità  delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico.
Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Ottanta, gli anni della “Milano da bere” (per la verità  bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità  false, pensioni baby, pensioni d’oro.
Inoltre dalla metà  degli anni Settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord.
Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività .
Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”.
In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino.
Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro.
E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti.
Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti “barotti”, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica.
Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse.
Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico.
E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi.
Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici.
E tutto è continuato peggio di prima.
Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi.
Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DISSESTI ITALIANI: NEL FANGO DI GENOVA SI NASCONDONO I MALI DELLA POLITICA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

DALL’ALLUVIONE DEL 1970, QUARANT’ANNI TRASCORSI INVANO: TROPPE SPECULAZIONI IMMOBILIARI FAVORITE SIA DAI PARTITI DI CENTROSINISTRA CHE DI CENTRODESTRA…NON SI INVESTE IN PREVENZIONE E SICUREZZA, SI PENSA SOLO A CEMENTIFICARE

I salvati non si contano. I fiumi ripuliti non si inaugurano con il taglio di un nastro.
Le alluvioni hanno ucciso venti persone e ricoperto di fango la Liguria, ma mettono a nudo mali dell’Italia.
La tragedia che si compie sotto i nostri occhi è il paradigma della crisi morale e politica del Paese.
Certo, sono caduti 300 millimetri d’acqua. Il clima è cambiato.
Ma non è cambiato il clima umano.
Basta sovrapporre le fotografie di Genova ieri e nel 1970, quando il Bisagno uccise più di venti persone: in mezzo ci sono 40 anni passati invano e tante vite perse.
Vero, ci sono mali tipicamente liguri.
Con responsabili — morali e politici, se non penali — precisi.
C’è stata la dissennata corsa al mattone sulle alture.
L’acqua sul cemento corre veloce, raggiunge in pochi minuti i fiumi. Uccide.
Di questo è responsabile parte della classe politica ligure, di centrosinistra e di centrodestra, che ha dato via libera alla speculazione immobiliare, che ha costruito porticcioli alle foci.
Parliamo del passato, come del presente, con outlet pronti a sorgere a Brugnato, nella zona alluvionata (operazione voluta dalla Lega e sponsorizzata da amici nel Pd).
Con porticcioli da mille posti barca che stanno per nascere alle foci del Magra, per la gioia di società  e politici di centrosinistra.
Intanto, denuncia il Wwf, la Regione Liguria riduce la distanza dai fiumi per le nuove costruzioni.
Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche gli imprenditori, le attivissime cooperative, pronti a costruire senza curarsi delle conseguenze.
I mali di Genova, però, toccano corde non solo locali.
La politica, quella vera, dovrebbe valutare il bene collettivo, prendere decisioni anche impopolari, non favorire i costruttori amici.
Guardare al futuro.
La politica deve salvaguardare l’ambiente, la terra, nostra identità  anche culturale e pegno per le generazioni future.
Fonte di ricchezza, ma soprattutto garanzia di vita.
In Italia non è così.
Ci tocca ascoltare la lezione di Berlusconi contro il cemento. Soltanto in un Paese senza memoria, senza rigore, un cementificatore padre di condoni può pontificare sulla pelle dei morti.
Accade, perchè pochi possono scagliare la prima pietra.
Si costruisce e non si investe nella prevenzione. Con fiumi puliti e bonificati, non ci sarebbero milioni di tonnellate di fango, detriti e alberi a bloccare i corsi d’acqua.
No, la morte delle donne e dei bambini a Genova non viene solo dalla tremenda pioggia, ma anche da decenni di speculazioni, di sprechi che portano consenso sottraendo risorse all’essenziale cura del territorio.
La politica è altro.
È investire nella prevenzione i 10 miliardi per la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, invece di spendere molto di più per rimediare ai danni.
E le vite non si recuperano: in cinquant’anni le frane hanno ucciso 4.000 persone.
Due volte gli attentati dell’11 settembre.
Non vogliamo il solito spettacolo: gli amministratori che con la stessa mano abbracciano i parenti delle vittime e firmano nuovi progetti.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL FANTASMA DI CANNES: BERLUSCONI AL G20 TRATTATO COME UN SORVEGLIATO SPECIALE

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

ARRIVANO GLI ISPETTORI DA WASHINGTON A SEGUIRE L’AZIONE DEL GOVERNO: OGNI TRE MESI LA PAGELLA DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE SULL’ATTUAZIONE DELLA LETTERA ALLA UE…E SE CI BOCCIANO SCATTA IL SALVATAGGIO

“Il fantasma di Cannes”. Non è un musical, è il soprannome che si è guadagnato Silvio Berlusconi al G20.
Una battuta che passa di bocca in bocca, si declina in diverse lingue (ci si mettono perfino i cinesi, che non sembrerebbero dei buontemponi: “Cannes Youling”, loro dicono così). “Questo è stato il G19 più Berlusconi”, sorride un membro della delegazione inglese. “Dovevate vederlo con la Merkel e Sarkozy, guardava in basso come un bambino sgridato”, raccontano gli sherpa spagnoli.
E via con aneddoti che raccontano di Obama che manco se lo fila di striscio.
Pettegolezzi che poi, per la proprietà  transitiva, da Berlusconi passano all’Italia.
Ma le dichiarazioni ufficiali bastano e avanzano per raccontare Berlusconi a Cannes. “Un’ombra che ha suscitato imbarazzi. E a voi italiani tanti danni”, racconta un reporter tedesco vicino ad Angela Merkel.
Prendete Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale: “Non abbiamo mai offerto finanziamenti all’Italia”.
Il contrario di quello che Berlusconi aveva detto mezzora prima.
In un mondo politico normale sarebbe un incidente diplomatico, ma nell’universo virtuale del Cavaliere neanche ce ne si accorge.
Bisognava esserci ieri alla conferenza stampa di fine vertice.
Eccoli comparire, il Cavaliere e Tremonti, che non si sopportano più, ma siedono uno accanto all’altro. Anzi, Berlusconi invita il ministro a stargli vicino.
Poi attacca con un discorso che i cronisti stranieri stentano a comprendere: “L’Italia non sembra un Paese in crisi. I ristoranti sono pieni, gli aerei per le vacanze prenotati”.
Il cronista inglese strabuzza gli occhi: “What is he talking about? Pizza?”.
Già , Berlusconi a Cannes sembra essersi inventato un nuovo parametro di crescita economica: il pizzometro.
Pancia piena, niente crisi.
Chissà  che cosa ne penserà  Angela Merkel.
“Parole agghiaccianti”, il premier è “stellarmente lontano dalla realtà “, ha commentato Pier Luigi Bersani.
Ma la coppia Berlusconi-Tremonti non si è fermata qui.
Terreo, gli occhi ridotti a un punto, la voce spenta, il Cavaliere era lontano anni luce dalle sue più fulminanti apparizioni. Ma anche il super-ministro era spettinato, leggermente stazzonato, pronto ad arrabbiarsi con il cronista del Secolo XIX che ha osato fargli una domanda .
Fino alla questione chiave: “Ministro Tremonti, crede che con un altro premier la situazione italiana migliorerebbe?”.
E qui Berlusconi mette sotto tutela Tremonti con una mossa di stile sovietico: “Sono domande con risposta certa”.
Parola a Tremonti: “Dopo quello che ha detto il presidente del Consiglio non credo ci sia altro da aggiungere”.
I cronisti ci riprovano: “Ministro Tremonti, da giorni sui quotidiani compaiono frasi in cui lei invita il Cavaliere ad andarsene. Mai smentite. Allora è vero?
Qui Tremonti pare ricorrere al teatro dell’assurdo di Ionesco. “Non ho letto i giornali”.
Letto, magari no, ma detto? “Se non l’ho letto, forse non posso neanche smentirlo”.
A questo punto i giornalisti stranieri alzano bandiera bianca, impossibile tradurre.
Ma il Cavaliere ieri ha conquistato il record delle smentite. Non c’è solo Lagarde.
Prima di mandare l’ormai famosa lettera all’Europa, ha detto, l’ho condivisa con l’opposizione. Immediata la smentita del centrosinistra.
E a proposito di smentite il Financial Times scrive che Tremonti avrebbe detto al premier: “Lunedì ci sarà  un disastro sui mercati se tu, Silvio, resti. A torto o a ragione, il problema sei tu”.
Frase poi smentita dal ministro.
Eccola la strana coppia cui a Cannes erano appese le sorti d’Italia.
Nei corridoi del Palais des Festivals si racconta di colloqui drammatici nella notte di ieri tra Sarkozy, Merkel, Obama e Berlusconi, tutti al capezzale dell’Italia agonizzante.
Finita la cena ufficiale, allontanate le telecamere, le luci del Palazzo sono rimaste accese fino alle tre per un faccia a faccia.
Con la Merkel che si è fatta sotto al Cavaliere.
E Obama che l’avrebbe trattenuta: con tagli troppo severi rischiamo di uccidere la crescita.
E lui, Berlusconi, come un attore a ripetere la parte: “Non ho aumentato il debito, l’ho ereditato”, come dire: è colpa di Prodi.
Ancora: “Avevo delle riforme in mente, sono stato bloccato da comunisti e socialisti”.
Almeno ha risparmiato i giudici, ma il siparietto sui bolscevichi in Europa non è apprezzato. Qualcuno ha tagliato corto: “Basta Silvio, adesso è il momento che tu ti dia da fare”.
Silvio, il fantasma di Cannes. Con lui, l’Italia.
La conferenza stampa del nostro primo ministro è confinata all’ultimo piano, lontano da quella dei big.
Poi ecco le bandiere che sventolano davanti al Palazzo dei Festival. Germania e Francia vicine.
Gli Stati Uniti dominano. Noi siamo vicini ai paesi poveri.
Dettagli, magari distrazione.
Ma forse è anche peggio.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FINANCIAL TIMES: “IN NOME DI DIO E DELL’ITALIA, BERLUSCONI VATTENE”

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

“IL PREMIER ITALIANO NON HA PIU’ CREDIBILITA E HA RINNEGATO TUTTE LE SUE PROMESSE”

Il Financial Times ha rivolto al presidente del Consiglio italiano un invito inequivocabile: “In nome di Dio, dell’Italia e dell’Europa, vai”.
Il quotidiano inglese dedica alle vicende italiane tutta la prima pagina per affermare quello che nel Belpaese è noto a sempre più persone: “solo un cambio di leadership potrà  ridare credibilità  all’Italia”.
Se il cambio della guardia a Palazzo Chigi è un “imperativo”, il Ft mette però in guardia anche quelli che pensano che la cacciata di   possa essere la panacea di tutti i mali per uscire dalle secche della crisi economica e del debito.
“Sarebbe ingenuo credere che quando Berlusconi se ne andrà , l’Italia possa reclamare subito piena fiducia dei mercati”, scrive il foglio britannico.
Negli articoli di cronaca si sottolinea poi che al G20 di Cannes, l’Italia ha accettato un monitoraggio del Fondo monetario internazionale “altamente intrusivo”.
E, secondo i cronisti inglesi, è una “concessione senza precedenti” perchè l’Italia, per il momento, è un paese che non è ancora fallito.
Ma le parole più brucianti sono nell’editoriale in cui il Cavaliere viene paragonato a   George Papandreou, primo ministro greco. “Tutti e due si reggono su una sottile e risicata maggioranza parlamentare, e tutti e due stanno litigando con il loro ministro delle Finanze. Ma, la cosa più importante di tutte, hanno entrambe la tendenza a rinnegare le loro promesse in un periodo nel quale i mercati sono preoccupati sulle finanze pubbliche dei loro paesi”.
E poi la stoccata finale: “Il rischio che potrebbe minare il Paese riguarda il leader attuale: avendo fallito l’obiettivo di realizzare riforme nelle due decadi passate in politica, Berlusconi manca della credibilità  per portare avanti questi significativi cambiamenti”.
Così, anche se non sarebbe una soluzione a tutti i problemi, “il cambio di leadership è imperativo” e “un nuovo primo ministro impegnato nell’agenda della riforma potrebbe rassicurare il mercato, che è alla ricerca disperato di un piano credibile per bloccare la corsa del quarto debito più grande del mondo”.
Tuttavia il fatto che il Cavaliere sia arroccato alla sua poltrona, è cosa nota anche in riva al Tamigi.
Tant’è che il pezzo dedicato alla politica di casa nostra viene titolato così: “il sopravvissuto dell’Italia determinato a durare”.

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LETTA, ALFANO E VERDINI UNITI: “SILVIO, LA MAGGIORANZA NON C’E’ PIU'”

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

DRAMMATICO VERTICE A PALAZZO GRAZIOLI: “MEGLIO FARE SUBITO UN PASSO INDIETRO”… MA IL PREMIER NON MOLLA LA POLTRONA, MARTEDI’ IL GIORNO DECISIVO…SPUNTA UN NUOVO ESECUTIVO

Alle otto di sera, nel salotto di palazzo Grazioli, la bandiera bianca viene alzata dall’ultimo uomo da cui il Cavaliere si aspetterebbe il colpo: Gianni Letta.
“Silvio, i numeri sono questi, forse è arrivato il momento di farsene una ragione”. Berlusconi è stanco, fissa i suoi interlocutori.
Ha davanti a sè Denis Verdini, Letta, Angelino Alfano e Paolo Bonaiuti.
Li guarda senza davvero capire quello che gli stanno dicendo. È finita.
Ha passato la notte precedente a trattare con Obama e Sarkozy, ora gli stanno dicendo che la fine della sua stagione politica è stata decisa da Stracquadanio e Bertolini.
Ma è così.
Denis Verdini, l’uomo che ha garantito nell’ombra tutte le trattative con i parlamentari, stavolta ammette che i numeri non ci sono più.
Se si votasse domani sul rendiconto dello Stato i numeri si fermerebbero a 306 deputati.
Ma il coordinatore stavolta è anche più pessimista: oltre a quelli che sono già  andati via c’è anche un’altra area di dissenso, un’area grigia di una quindicina di deputati pronti a staccarsi dalla maggioranza, portando così la conta finale a 300. Sarebbe la fine.
Sono ore drammatiche, il premier incassa questi numeri ma non ci sta. Si ribella, alza la voce. E prova a resistere.
“Non ci credo. Li chiamerò uno ad uno personalmente. È tutta gente mia, mi devono guardare negli occhi e dirmi che mi vogliono tradire. Io lo so che sono arrabbiati, è gente frustrata, si rompono le palle a pigiare tutti i giorni un pulsante, ma non hanno un disegno politico. Ci parlerò”.
Verdini e Alfano non condividono l’ottimismo del Cavaliere e stavolta non hanno paura a dirlo: “Ci abbiamo già  parlato noi, è stato inutile”.
Berlusconi li ascolta, a volte sospira e sembra rendersi conto della gravità  della situazione.
Per la prima volta le sue certezze traballano, inizia a prendere in considerazione l’impensabile.
“Io potrei anche lasciare il posto a qualcun altro, come dite voi. Se vedessi un nuovo governo potrei fare un passo indietro, il problema è che non lo vedo”. E tuttavia i suoi uomini insistono.
La pressione per allargare la maggioranza all’Udc è sempre più forte.
Nel governo, nella componente dei forzisti, ormai è un coro. E non resta molto tempo, le lancette corrono veloci.
Martedì si voterà  il Rendiconto dello Stato, poi probabilmente partirà  una mozione di sfiducia.
A quel punto sarà  troppo tardi.
Così, nella lunga notte di palazzo Grazioli, viene elaborata una strategia per affrontare i prossimi passaggi.
Prendendo in considerazione i numeri ma anche l’insistenza del Cavaliere nel provare a resistere. Viene studiato un possibile atterraggio morbido.
Da oggi a lunedì Berlusconi farà  le sue telefonate ai ribelli e le sue convocazioni.
Prima del voto alla Camera verrà  fatto un ultimo controllo, un check nome per nome, tracciando il bilancio definitivo.
Sarà  in quel momento che verrà  presa la decisione finale perchè, se i numeri saranno ancora negativi, al Cavaliere hanno consigliato di andarsi a dimettere senza passare per un voto di sfiducia.
“Possiamo anche andare allo scontro – gli hanno spiegato Alfano e Letta – ma se perdiamo, e stavolta è probabile che perdiamo, la palla passa agli altri. A quel punto possiamo solo subire”.
Al contrario, se Berlusconi si decidesse a pilotare il passaggio con delle dimissioni volontarie, continuerebbe a essere il regista dell’operazione. Spianando così la strada a un nuovo governo, a maggioranza Pdl, a cui il Terzo polo non potrebbe dire di no.
Un governo guidato da Gianni Letta o Mario Monti.
A quel punto la vera incognita sarebbe la Lega. Anche di questo si è discusso a via del Plebiscito, ipotizzando che Roberto Maroni possa restare al Viminale.
La strada del voto anticipato, il mantra ripetuto fino a ieri da Berlusconi e dallo stato maggiore del Pdl fin dentro lo studio del capo dello Stato, non viene nemmeno preso in considerazione.
Serve alla propaganda, ma i sondaggi sono impietosi.
Per il Pdl andare alle urne in questa situazione sarebbe un naufragio rovinoso.
Al contrario, nel caso il Cavaliere accettasse di favorire il passaggio a un governo diverso, per il centrodestra si aprirebbero opportunità  vantaggiose. “Con Gianni Letta a palazzo Chigi – hanno spiegato al premier – allarghiamo l’alleanza a Casini e possiamo decidere noi se andare al voto tra sei mesi o tra un anno. Quando ci conviene di più”.
Ma anche se Napolitano incaricasse Mario Monti per un governo di “salvezza nazionale”, con una dura agenda di sacrifici – quella tracciata ieri a Cannes con l’Ue e il Fondo monetario – per il Pdl e Berlusconi ci sarebbero vantaggi. “Avremmo tutto il tempo di riorganizzarci e preparare la candidatura di Alfano nel 2013”.
Inoltre si alleggerirebbe la responsabilità  per il micidiali tagli che dovranno essere approvati.
E resterebbe solo Mario Monti come artefice della purga.
Altre strade, nonostante Berlusconi resista, non ci sono.
“Oggi siamo a 306, ma potremmo finire a 300”, gli hanno ripetuto in coro. L’unica incognita a questo punto resta la data dell’attacco che sarà  scelta dall’opposizione.
C’è chi pensa martedì, chi punta alla settimana successiva.
Tra il Pd e l’Udc su questo punto non c’è identità  di vedute. Bersani vorrebbe assestare subito il colpo, sul Rendiconto dello Stato (lasciando che ad approvarlo sia un nuovo governo).
Al contrario Pier Ferdinando Casini ormai è convinto che la partita sia già  vinta.
E tanto vale far passare il Rendiconto con un’astensione, portando l’assalto finale qualche giorno più tardi.
Sempre che Berlusconi, come lo imploravano ieri i suoi, non decida di anticiparli e gettare la spugna da solo.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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