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ASSEDIO AI BTP, INTERVIENE LA BCE, BORSE A PICCO: MILANO PERDE IL 3,82%

Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

MALE I BANCARI… IL DIFFERENZIALE TRA   TITOLI DI STATO ITALIANI E TEDESCHI SALE FINO A 410 PUNTI

Spread ai massimi, tensione su tutti i titoli di Stato e Piazza Affari in picchiata (alla fine l’indice Ftse Mib cederà  il 3,82%).
La settimana finanziaria inizia con l’Italia nel mirino della speculazione.
Il differenziale tra Btp decennale e bund tedesco sfonda di nuovo i 400 punti base volando a 410,01 punti.
E il rendimento del decennale italiano sul mercato secondario balza vicino al 6,18%, avvicinandosi pericolosamente a quella soglia del 6,5% ritenuta da diversi analisti un punto di non ritorno.
La Banca centrale europea nel corso della giornata è intervenuta sul mercato secondario dei titoli di Stato per acquistare debito italiano.
Lo riferisce Bloomberg che cita fonti vicino all’operazione.
In mattinata erano trapelate voci di un intervento della Bce per il riacquisto titoli di Stato spagnoli, mentre non erano emerse notizie riguardo a operazioni su titoli del debito italiano. Nonostante l’intervento di Francoforte lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi rimane ancora sopra i 400 punti base.
Sfiora invece la soglia del 6% il rendimento del Btp a cinque anni sul mercato secondario, segnando un nuovo massimo storico dall’introduzione dell’euro nel 1999.
L’interesse sul quinquennale è infatti schizzato al 5,99% con lo spread con l’equivalente bund tedesco a 476 punti base.
Tutti i titoli del Tesoro sono sotto pressione, colpiti da una pioggia di vendite.
In forte rialzo anche il rendimento del titolo a due anni che sale sul mercato secondario raggiungendo il 5,08%: si tratta del livello più alto da novembre 2000.
È andata inoltre deserta un’asta riservata a specialisti per complessivi 750 milioni di euro per Btp a 3 anni e dieci anni e 100 milioni per il Cct Eu (il Cct Eu si differenzia da un normale Cct perchè non è parametrato al rendimento dei BOT semestrali ma all’euribor semestrale, con uno spread aggiuntivo).
Piazza Affari chiude in profondo rosso.
La Borsa di Milano, che ha aperto col segno meno come tutte le altre piazze principali del Vecchio Continente, amplia le perdite durante la giornata e alla fine chiude con un perdita del 3,82% (Ftse Mib).
Sull’andamento dei listini pesa il dato sulla disoccupazione, oltre all’ennesimo strappo tra Btp e bund.
Sotto pressione i bancari con Intesa San Paolo che cede oltre il 6% e Unicredit quasi il 5% . Male anche le altre principali Borse europee. Il Dax di Francoforte cede il 3,23%, con Deutsche Bank e Commerzbank sotto rispettivamente dell’8,57% e del 7,91%, i peggiori ribassi del listino. Finanziari in difficoltà  anche a Parigi: SocGen (-9,21%), Bnp Paribas (-8,67%) e Credit Agricole (-8,51%) trascinano il Cac 40 giù del 3,16%.
L’Ftse 100 di Londra scivola del 2,73%.
Male anche Wall Street che ha aperto in flessione e poi ha proseguito in terreno negativo: alla fine ha chiuso in calo con il Dow Jones che ha perso il 2,26% ed è sceso sotto 12.000 punti a quota 11955,01 ed il Nasdaq ha ceduto l’1,93% a 2684,41 punti.
Intanto dagli Stati Uniti arriva una vicenda strettamente legata al debito italiano.
La Federal Reserve di New York ha infatti sospeso ogni nuova attività  con MF Global Holdings.
La società  finanziaria guidata dall’ex governatore del New Jersey, John Corzine, ha poi chiesto l’amministrazione controllata.
Nelle scorse ore si era parlato di un possibile interessamento per Mf Global da parte di Goldman Sachs, State Street e Macquarie ma la cessione non è andata in porto.
Secondo quanto riportato dai media americani, Mf Global sarebbe esposto al debito europeo per 6,3 miliardi di dollari, di cui oltre la metà  investiti in titoli del Tesoro italiani e un miliardo in buoni del Tesoro della Spagna.
Il titolo, che la scorsa settimana ha perso il 66% del valore, è sospeso da questa mattina.
Dei libri depositati in tribunale emerge che JPMorgan e Deutsche Bank sono fra i maggiori creditori non garantiti. JPMorgan è creditore verso MF GLobal per 1,2 miliardi di dollari.

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IN EUROPA MENO VINCOLI A LICENZIARE MA FUNZIONANO SUSSIDI E REINSERIMENTO

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

IL MODELLO MIGLIORE E’ LA “FLEXICURITY” ADOTTATA NELLA PENISOLA SCANDINAVA… CORSI DI FORMAZIONE E AIUTI A TROVARE UN NUOVO IMPIEGO ANCHE A PARIGI E BERLINO

Licenziare “facile” non è necessariamente un tabù in Europa. Ancora meno in America e Giappone.
Ma, almeno nel Vecchio Continente, ciò che conta è il dopo.
Laddove il mercato “non tira”, perchè la crescita è bassa, perchè c’è la crisi, perchè la domanda è congelata, arrivano sostegno pubblico e in alcuni casi anche l’obbligo dell’azienda che mette alla porta a favorire il reinserimento del lavoratore.
Tenendo conto dell’età , dell’esperienza, della capacità  a mantenersi con quanto ha in tasca.
Flessibilità  sì. Ma anche sicurezza.
Il modello più avanzato, in questa direzione, è quello scandinavo.
Invocato in questi giorni, anche perchè ripreso dalla proposta Ichino che giace da due anni in Parlamento, la Flexicurity adottata da Danimarca e Svezia interviene appunto “dopo”.
Basso grado di protezione, dunque, sul luogo del lavoro, con l’eccezione dei licenziamenti discriminatori (non esiste una legge sulla “giusta causa”), per i quali a Stoccolma ad esempio è prevista l’indennità  anzichè il reintegro.
Ma altissimo grado di protezione “fuori”.
In Danimarca, il disoccupato riceve un assegno per quattro anni (ma ora si studia di portarli a due) tra il 70 e il 90% della retribuzione.
In Svezia l’80%. Il sussidio vale per tutti.
Per chi non ha versato i contributi – i precari – paga lo Stato (la pressione fiscale è alta: Svezia 46% e Danimarca 48%, ma l’Italia è al 43,5% e senza questi sostegni).
Nel frattempo i job center, che erogano anche le prestazioni, sfornano proposte di impiego, anche via web.
Pochissimi arrivano al termine dei quattro anni senza un nuovo lavoro.
Anche in Francia le imprese, almeno quelle con più di 50 dipendenti, hanno l’obbligo di predisporre un piano sociale per attenuare le conseguenze del licenziamento, attraverso corsi di formazione o altre proposte di riqualificazione.
In Germania, il datore è tenuto a consegnare un “attestato di lavoro” che aiuti chi perde il lavoro nella ricerca di una nuova occupazione.
E non può licenziare senza aver considerato alcuni “criteri sociali” (età , autosufficienza del lavoratore) ed essersi consultato con i sindacati.
La reintegrazione, però, scatta solo se una sentenza riconosce il licenziamento illegittimo o nullo.
A Londra, sul punto, pensano ad una stretta.
Tutti i licenziamenti senza giusta causa sono leciti, tranne quelli che discriminano per sesso o razza. Ma l’ipotesi fa discutere. La procedura attuale è invece molto rigida. E di solito si finisce in tribunale.
Rari i reintegri, ma il datore può essere condannato a pagare fino a 68 mila sterline di indennizzo.
E anche in caso di vittoria, deve coprire le onerose spese legali.
Anche a Madrid, in giugno Zapatero ha approvato un regolamento che per la prima volta fa riferimento all’estensione della giusta causa anche ai casi in cui le aziende prevedono perdite “permanenti, temporanee o congiunturali”.
Nonostante tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa, 45% tra i giovani. Comprensibile lo sconcerto.

Valentina Conte
(da “La Repubblica”)

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MISURE VARATE MA NON APPROVATE? PER RASSICURARE L’EUROPA NON BASTERA’ UNA OPERAZIONE DI FACCIATA

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

IN SETTIMANA CONSIGLIO DEI MINISTRI SU DISMISSIONI E SUD… SULLE LIBERALIZZAZIONI PREVISTE RESISTENZE DEGLI ONOREVOLI AVVOCATI E MEDICI

È già  una road map d’emergenza.
Il premier Berlusconi che sull’economia, e sulla tenuta dei mercati, nelle prossime ore si gioca la sopravvivenza, la detta senza consultazioni e senza alcun coinvolgimento del ministro Tremonti, che considera (e preferisce tenere) fuori dai giochi.
«Dobbiamo lanciare un segnale rassicurante a Bruxelles e a Francoforte subito, questa settimana, voglio partire per il G20 con il varo dei primi provvedimenti promessi» ha scandito al segretario e ai capigruppo Pdl.
Il «varo», questa la parola chiave, non approvazione in Parlamento.
Perchè per la trasformazione in legge il cammino è tutto in salita e colmo di insidie. Dismissioni e un piano di investimenti per il Sud, in cima all’agenda.
Ma la via di fuga individuata è uno o più decreti da portare in Consiglio dei ministri. E «venderli» come misure già  adottate ai vertici Ue.
Non sarà  facile, visto che Bruxelles ha già  chiesto uno scadenzario con tempi parlamentari certi per l’approvazione delle varie misure.
Palazzo Chigi ha allertato informalmente i ministri per giovedì mattina, poche ore prima che il Cavaliere parta alla volta di Cannes, destinazione G20.
In quella sede, i leader europei cercheranno di convincere i paesi emergenti a partecipare al salvataggio della zona euro. Ma perchè questo avvenga è necessario che il programma sia credibile e che le economie più a rischio dimostrino di essere in grado di mantenere gli impegni. Grecia e Italia in testa.
Silvio Berlusconi è rientrato ieri mattina ad Arcore dalla Sardegna, dove si è trattenuto solo mezza giornata.
Domenica in famiglia per festeggiare i quattro anni del nipote Alessandro, figlio di Barbara. Nel pomeriggio le poche telefonate di lavoro hanno preparato il tour de force della settimana.
Che si aprirà  con i riflettori puntati su Piazza Affari e sulla tenuta dei titoli, l’allarme per un nuovo assalto speculativo resta altissimo.
Per mercoledì è stato convocato l’Ufficio di presidenza Pdl per la stesura di una prima bozza delle misure che l’indomani il Consiglio dei ministri farà  proprie.
La fiducia per ora è solo un’ipotesi, anche per non scatenare subito la reazione delle opposizioni.
Quel che è certo che si tratterà  di più provvedimenti, sotto forma di disegni di legge e di decreti che dall’8 novembre il Cavaliere illustrerà  alle Camere.
Lo scadenzario imposto da Barroso e Van Rompuy è perentorio. Liberalizzazioni «entro due mesi» e dismissioni a stretto giro.
A Palazzo Chigi la «cabina di regia» è al lavoro sul piano di investimenti per il Mezzogiorno e, appunto, sulle dismissioni.
La vendita degli immobili ai privati riguarderà  per lo più gli uffici occupati dalla pubblica amministrazione.
Interi edifici e appartamenti che lo Stato dovrebbe vendere a società  o privati con l’obiettivo di mantenervi gli uffici, versando ai nuovi proprietari canoni d’affitto.
Un piano al quale sta lavorando il ministero dell’Economia e che, nelle stime, dovrebbe portare in cassa 5 miliardi l’anno per tre anni.
Il primo scoglio vero saranno invece le resistenze dei 44 avvocati, 13 medici e del notaio che affollano le file del Pdl in Parlamento e che sono tornati sul piede di guerra contro la liberalizzazione delle professioni.
Che rientra nella primissima tranche di scadenze imposta dall’Unione europea all’Italia.
Nelle conclusioni del documento con cui è stato chiuso il Consiglio europeo di mercoledì, l’indicazione è chiara: «Abolizione delle tariffe minime nei servizi professionali».
A dispetto della lettera italiana che si fermava a generiche «altre misure per rafforzare l’apertura degli ordini professionali». Sarà  battaglia.
Quando con la prima manovra di luglio il governo ha provato a mettere mano alla materia, 22 senatori-professionisti pidiellini hanno scritto una lettera: «Non lo votiamo», coperti e difesi dal ministro-avvocato Ignazio La Russa: «Non mi sembra materia da inserire in un decreto».
Nel giro di cinque ore, l’emendamento è stato ritirato.
Ora il governo dovrà  riprovarci. Nonostante i numeri che vacillano a Montecitorio e quelli che si assottigliano al Senato, dove si fanno ancor più critiche le posizioni di alcuni pidiellini, da Pisanu a Saro, dove il sindaco Stancanelli si è dovuto dimettere lasciando il posto al finiano Nino Strano e dove sono incerte le mosse di Carlo Vizzini.
«Il centrodestra resta coeso e adesso si cominciano a realizzare gli impegni presi – dice sicuro il vicecapogruppo Pdl Massimo Corsaro – Vedremo piuttosto che atteggiamento responsabile terranno le opposizioni».
L’eventuale fiducia all’orizzonte non aiuterà  il dialogo.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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TAGLI AI FONDI SOCIALI: UN DISABILE SU TRE PERDERA’ L’INDENNITA’”

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

CON LA “RIFORMA ASSISTENZIALE” IL GOVERNO VUOLE RECUPERARE 40 MILIARDI IN TRE ANNI…CON I TAGLI AGLI ENTI LOCALI SONO A RISCHIO LE QUOTE CORRISPOSTE ALLE FAMIGLIE DEI PORTATORI DI HANDICAP

Il contributo di solidarietà  è sparito dalla manovra economica del governo.
Ma, nonostante le proteste delle associazioni che rappresentano i disabili e le loro famiglie, è rimasta l’intenzione di recuperare 40 miliardi di euro in tre anni attraverso la riforma assistenziale e fiscale: 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014.
Cifre che tradotte nella pratica suonano come “campane a morto” per chi tutti i giorni è costretto a fare i conti con una sedia a rotelle, un bastone bianco, una malattia grave.
Le conseguenze saranno pesantissime per i disabili e i loro familiari:“A causa di questa riforma, confermata poco tempo fa dalla Commissione Bilancio, — ha spiegato Pietro Vittorio Barbieri, presidente nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap (Fish) — una persona su tre perderà  l’indennità  di accompagnamento”.
Ma fin da subito le prospettive per i disabili sono catastrofiche a causa dei tagli agli enti locali operati dal governo.
Un miliardo di euro in meno arriverà  ai Comuni per la gestione dei servizi sociali.
Ciò significa la sospensione o la riduzione di molti servizi quali assistenza domiciliare, supporti all’autonomia personale e assegni di cura.
“Anche in questo caso — ha detto Barbieri — calcoliamo che una persona su tre non potrà  più beneficiare dei servizi sociali”.
Si pensi, per fare un esempio concreto, alle persone con handicap grave certificato.
La legge n. 104 prevede che il Comune corrisponda una quota alle famiglie dei disabili gravi per fare in modo che queste possano pagare un educatore per il loro figlio oppure per permettere il suo inserimento in strutture idonee.
A causa dei tagli questa quota sarà  molto ridotta e la prestazione non potrà  essere garantita a tutti coloro che ne hanno bisogno, con il risultato che l’intera spesa dell’assistenza cadrà  sulle spalle delle famiglie.
Molte di queste, non essendo in grado di reggerla, saranno costrette a mandare i loro figli in istituti.
Un Comune di dimensioni medio-piccole avrà  circa 170mila euro in meno a disposizione per questo tipo di sostegno.
Inoltre, i Comuni avranno molti meno soldi da mettere sul piatto dell’abbattimento delle barriere architettoniche, che in Italia sono ancora tante, troppe.
La Fish calcola che saranno circa 10 milioni le famiglie a essere colpite da questi tagli che riguardano gli enti locali.
Ma il peggio arriverà  con la riforma assistenziale e fiscale varata con l’unico scopo di recuperare soldi (40 miliardi di euro in tre anni, come detto) e senza nessuna intenzione di migliorare o riqualificare i servizi. I primi effetti si faranno sentire l’anno prossimo e “a essere colpite — precisa Barbieri — saranno le pensioni di invalidità , le indennità  di accompagnamento e le pensioni di reversibilità ”.
C’è poi, se non bastasse quanto finora elencato, anche la parte fiscale della riforma che prevede una forte restrizione delle agevolazioni come le detrazioni per i familiari a carico, spese sanitarie e badanti.
Senza dimenticare l’aumento della tassazione per le cooperative che vengono equiparate ad aziende, quando sono fra le poche realtà  lavorative, se non le sole, ad assumere i disabili.
La legge n. 68 del 199 prevede infatti il collocamento obbligatorio delle persone con handicap, ma si tratta di una legge con molte falle poichè non è impositiva per le aziende, che spesso preferiscono pagare una multa piuttosto che assumere un disabile.
Con l’aumentata pressione fiscale le cooperative assumeranno meno, sempre che riescano a rimanere in piedi.
Sono state molte, nelle scorse settimane, le manifestazioni di protesta contro questa riforma dell’assistenza sociale e molte saranno ancora le azioni che la Fish ha in mente di fare in autunno. “In pochi giorni — ha detto il presidente nazionale — l’iniziativa “Fermiamoli con una firma” ha raccolto 23mila adesioni e sta proseguendo con grande successo, a dimostrazione che sono molte le persone che condividono la nostra battaglia”.

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CAMPANIA: LA LUNGA LISTA DEI POLITICI CHE INTASCANO IL DOPPIO VITALIZIO

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

SONO BEN 31 I POLITICI CHE SOMMANO LA PENSIONE REGIONALE A QUELLA OTTENUTA CON CARICHE NAZIONALI, DA BASSOLINO AD ALFREDO VITA A NICOLA MANCINO…INTANTO LA REGIONE AUMENTA IL NUMERO DEGLI ASSESSORI DA 12 A 14

“Meglio avere due ricche pensioni che una sola povera pensione” diceva un dimenticato spot di una assicurazione privata.
Trentuno politici campani annuiscono, in cuor loro.
Sono i fortunati che stanno cumulando la pensione parlamentare con il vitalizio di ex consigliere o assessore regionale.
E continueranno a farlo, perchè il provvedimento di abrogazione dei vitalizi regionali, annunciato qualche giorno fa dal presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, non ha valore retroattivo.
I diritti acquisiti non si toccano.
Chi ha fatto l’ambo, continuerà  a goderselo. Una supercasta di signori e signore che hanno conquistato una serenissima vecchiaia alle spalle dei disastrati conti pubblici, grazie a pochi anni trascorsi tra gli scranni del Parlamento e quelli della Regione Campania.
A cominciare dall’ex Governatore Antonio Bassolino.
Con tre mandati regionali (due da presidente Ds-Pd dal 2000 al 2010 e uno, lontanissimo, da consigliere Pci negli anni ’70) e sei anni nella Camera della Deputati, dal 1987 al 1993, fino alla sua elezione a sindaco di Napoli, l’ex comunista che denunciava gli scandali e le malversazioni della Dc a Napoli è diventato un pluripensionato della politica.
Come il suo acerrimo ‘nemico’ Alfredo Vito, un ex politico Dc spesso nel mirino degli strali di Bassolino, che dopo alcuni mandati in consiglio regionale divenne deputato nel 1987, fece il botto di 105mila preferenze uniche nelle politiche del 1992 e poi finì mani e piedi nella Tangentopoli napoletana.
Vito patteggiò decine di episodi di corruzione, restituì 5 miliardi di tangenti e spergiurò il suo definitivo ritiro dalla politica.
Ma nel 2001 cambiò idea e tornò in Parlamento grazie a Forza Italia.
Antonio Bassolino e Alfredo Vito, i due opposti accumunati dalla stessa sorte previdenziale.
Non sono gli unici.
Nell’elenco dei pluripensionati da diverse migliaia di euro al mese spuntano nomi che hanno fatto la storia della Prima Repubblica.
Ci sono l’ex ministro Dc dell’Interno ed ex vice presidente del Csm, Nicola Mancino, e l’ex ministro Psi delle Aree Urbane Carmelo Conte.
Ci sono l’ex parlamentare Dc Ugo Grippo e l’ex sottosegretario Psi di un governo Amato, Felice Iossa.
Ed ancora: l’ex consulente economico di Bassolino e sottosegretario del primo governo Prodi, Isaia Sales, l’ex parlamentare comunista Giovanni Russo Spena, gli ex parlamentari Pci e Pds Aldo Cennamo ed Abdon Alinovi, l’ex parlamentare socialista Francesco ‘Ciccio’ Barra, l’ex governatore in quota An Antonio Rastrelli, l’ex deputato aennino Sergio Cola.
Grazie a vecchie e generose leggi, gli ex parlamentari eletti prima del 1996 hanno potuto in qualche caso maturare il diritto alla pensione prima dei 60 anni, mentre gli ex consiglieri regionali iniziano a intascarla già  a 55 anni.
A questo aggiungiamo una leggina regionale che ha equiparato gli ex assessori di Bassolino agli ex consiglieri, infoltendo così l’elenco complessivo degli aventi diritto al vitalizio regionale.
Un elenco lievitato fino a 294 nomi, come ha rivelato una documentata inchiesta in più puntate di Gimmo Cuomo del Corriere del Mezzogiorno, che ha preso il là  da un articolo sul Corriere della Sera di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul ‘cumulo’ in Campania dell’indennità  parlamentare con la pensione regionale di cui godono otto politici.
Almeno quest’ultimo privilegio è stato cancellato pochi giorni fa. O meglio, è stato “sospeso”.
Al termine della legislatura, infatti, anche i deputati e senatori campani riotterranno il loro vitalizio regionale e lo sommeranno a quello di parlamentari. Olè.
Accade in Campania, dove a breve la giunta regionale lieviterà  da 12 a 14 assessori.
Si attende solo la ratifica del secondo passaggio in aula di una modifica statutaria già  approvata in prima battuta ad agosto.
Il governatore Stefano Caldoro giura che l’incremento avverrà  a costo zero. Impossibile: tra spese di segreteria, auto blu e funzionamento dei due nuovi assessorati calcola l’incremento dei costi in oltre un milione di euro l’anno. Tanto paghiamo noi.

Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PAURA DI BERLUSCONI: “IMPEGNI CHE FANNO TREMARE I POLSI”

Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile

SI TEME LA RIAPERTURA STAMANE DEI MERCATI, FILO DIRETTO CON DRAGHI….IL RISCHIO DI UNA TEMPESTA SPECULATIVA. PESA ANCHE L’OSTILITA’ DELLA FRANCIA PER LE MANCATE DIMISSIONI DI BINI SMAGHI DAL BOARD DELLA BCE

«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo, abbiamo firmato impegni con l`Europa da far tremare le vene ai polsi», confida il presidente del Consiglio ai suoi, in un misto di determinazione e rassegnazione.
Perchè ora si tratta di trasformare gli intenti in legge e il cammino, in Parlamento e sui mercati, appare subito proibitivo.
Prova a infondere coraggio ai big del partito e del governo, Berlusconi, in questo fine settimana che riesce a ritagliarsi in Sardegna.
Ma il clima è tutt`altro che rasserenato, l`atmosfera è elettrica, Palazzo Chigi è in stato d`allerta, in vista della riapertura dei mercati di stamane, in una settimana che il G20 di giovedì e venerdì rende già  impegnativa.
Il Cavaliere è più che in apprensione, raccontano, dopo aver tirato un sospiro di sollievo col via libera condizionato di Bruxelles alla lettera di intenti.
Nelle ultime ore gli hanno spiegato che all`orizzonte si addensano nubi ancora più minacciose.
Non solo per il nuovo sos di ieri sulla fragilità  italiana, che ha alimentato le voci su una«rete di protezione» da Paese a rischio alla quale lavorerebbero Ue e Fmi.
Ma soprattutto per l`allarme piuttosto circostanziato del quale i vertici della Bce avrebbero messo al corrente, in via riservata, le più alte cariche istituzionali.
Oggetto di preoccupati colloqui delle ultime ore sarebbe una tempesta speculativa ai danni dell`Italia dalle proporzioni più consistenti rispetto a quelle che già hanno segnato la scorsa estate.
Il timore, insomma, è che quanto avvenuto venerdì a chiusura dei mercati, con i rendimenti dei buoni del tesoro schizzati al 6 per cento, come non accadeva dal`97, e Piazza Affari scivolata giù del 2 per cento, sia stato solo un anticipo.
Della necessità  di tenere alta la guardia sarebbe stato messo al corrente il capo dello Stato Giorgio Napolitano, come pure il sottosegretario Gianni Letta.
Il presidente della Repubblica ha incontrato il futuro presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in ultimo giovedì al Quirinale, in occasione del passaggio di consegne al nuovo governatore di Bankitalia lgnazio Visco.
Il filo diretto tra Draghi e Palazzo Chigi, pur nella massima discrezione, è rimasto sempre aperto nell`ultima settimana di fibrillazione seguita all`ultimatum Merkel-Sarkozy all`Italia.
Tutti sono al corrente di quel che potrebbe avvenire. Il Cavaliere ha liquidato come voci «prive di riscontri» quelle circolate ieri sulla rete di salvataggio.
Nel suo entourage in molti ritengono che dietro quest`altro affondo ci sia ancora la forte ostilità  di Parigi per le mancate dimissioni di Bini Smaghi dal board della Bce.
E chi ha sentito Berlusconi lo ha descritto su tutte le furie quel pasticcio del quale non riesce a venire a capo: «Ho fatto il possibile, la scelta è rimessa a lui».
Le ultime speranze sono affidate adesso alla “moralsuasion” del nuovo presidente, che proprio dal primo novembre si insedierà  ai vertici della Bce.
«Sulla rete di protezione c`è stata una smentita da fonti Ue, mi sembra – minimizza il portavoce del premier Paolo Bonaiuti- Detto questo, grande attenzione ai mercati c`è sempre, ma non solo per quello italiano, la speculazione è in agguato e le turbolenze dureranno un altro anno, come ha detto la Merkel».
Dalle file del governo l`ordine impartito alla maggioranza è di mantenere i nervi saldi.
Mercoledì, Berlusconi ha convocato un Ufficio di presidenza Pdl per far quadrato in aula e trasformare in provvedimenti gli impegni presi a Bruxelles. Consapevole che il quadro politico e quello sociale – dopo il ricompattamento del fronte sindacale che minaccia un autunno caldissimo- è molto critico. Nella mano d`aiuto delle opposizioni nessuno in realtà  confida, a destra.
«Eppure gli impegni presi ce li ha chiesti l`Europa, chi si defila non fa male al governo, ma al Paese – dice il sottosegretario Daniela Santanchè-   Qui si tratta di essere responsabili per il bene dell`Italia».
Il fatto è che già  su legge di stabilità  e rendiconto il Parlamento si trasformerà  in un Vietnam per la maggioranza che perde pezzi.
«Non è una fronda, come sostengono – spiega il senatore Pdl Giuseppe Saro, da tempo sul fronte critico come Pisanu e altri – ma una fetta ampia di parlamentari del centrodestra è consapevole che la missione che ci impone Bruxelles è irrealizzabile se non si costruisce una larga coalizione.
Nei prossimi giorni, quando i nodi dei mercati purtroppo verranno al pettine, quell`area vasta emergerà ».

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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IL MINISTRO TEDESCO SCHAEUBLE AL “DER SPIEGEL”: “STOP AGLI ANNUNCI, L’ITALIA DEVE VARARE SUBITO LE RIFORME”

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE PROMESSE AI FATTI CHIEDE IL RESPONSABILE ECONOMICO DELLA GERMANIA: “SOLO COSI’ L’ITALIA CONVINCERA’ I MERCATI”

Durissimo monito-accusa della Germania all’Italia: Roma deve decidersi con la massima urgenza a passare dalle promesse di risanamento e riforme ai fatti, perchè molto del destino dell’euro e dell’Unione europea dipende dal futuro italiano.
Lo dice il ministro delle Finanze federale Wolfgang Schaeuble, ex delfino del padre della riunificazione tedesca e dell’euro Helmut Kohl e numero due di fatto del governo, nell’intervista a Der Spiegel anticipata dall’edizione online dell’autorevole settimanale di Amburgo.
E’il secondo avvertimento di Berlino al governo Berlusconi in poche ore, dopo che venerdì la cancelliera Angela Merkel, per bocca del suo portavoce Steffen Seibert, aveva pubblicamente auspicato che l’esecutivo italiano segua l’opinione del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Affermazione seguita dalle note dichiarazioni del presidente del Consiglio contro l’euro, che evidentemente qui in Germania hanno esasperato pessimismo e allarme sulla sorte politica e di conti pubblici della terza economia dell’eurozona.
Al vertice di Bruxelles abbiamo fatto grandi passi avanti, ma molto resta ancora da fare, dice Schaeuble a Der Spiegel.
E continua: resta da fare molto lavoro, soprattutto da parte dell’Italia.
Perchè l’Italia ha annunciato dichiarato e promesso più volte e da tempo di essere disponibile a misure severe e riforme di fondo, e adesso queste promesse devono diventare fatti, nel modo più urgente.
“Annunciare e promettere sono gesti che non bastano da soli” nell’attuale situazione in cui versa l’Europa, ammonisce il ministro più importante nel gabinetto di Angela Merkel.
Non è finita: l’ex delfino di Kohl e attualmente uomo-chiave dell’Eurogruppo passa a elencare tutto quanto, secondo lui, il governo italiano deve fare con la massima urgenza.
L’Italia, dichiara a Der Spiegel, deve prima di tutto ridurre in modo veloce e significativo il suo debito pubblico e rafforzare gli stimoli alla crescita economica.
Poi ha bisogno di riforme strutturali sul mercato del lavoro e nei suoi sistemi di sicurezza sociale.
”L’Italia”, prosegue, “deve convincere i mercati di essere decisa e determinata a varare e a portare a termine tutte queste riforme strutturali”.
Il suo secondo monito, il ministro lo ha lanciato alle banche europee, chiamate a partecipare spendendo ben più di quanto abbiano fatto finora al salvataggio della Grecia, degli altri paesi in preda alla crisi del debito sovrano e dell’euro: attenzione, ha avvertito, “vie e scelte meno consensuali da parte dei poteri politici non sono escluse”.

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CGIA MESTRE: CON LE NUOVE NORME SUI LICENZIAMENTI 738.000 DISOCCUPATI IN PIU’

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

LO STUDIO DELL’ASSOCIAZIONE ARTIGIANA HA CONTEGGIATO IL NUMERO DI LAVORATORI CHE DAL 2009 HANNO USUFRUITO DELLA CASSA INTEGRAZIONE, STRUMENTO CHE, CON LE NUOVE NORME, SAREBBE UTILIZZABILE SOLO DOPO AVER PERSO IL LAVORO

Se le nuove norme in materia di licenziamento — annunciate nella lettera che mercoledì scorso Silvio Berlusconi ha portato a Bruxelles — fossero già  state in vigore in questi anni di crisi economica, la disoccupazione sarebbe schizzata all’11%.
E’ il dato che viene fuori da una simulazione dalla Cgia (l’associazione degli artigiani) di Mestre.
Che proprio mentre già  infiammano le polemiche nei confronti del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, fa sapere che la nuova disciplina, se applicata già  dal 2009, avrebbe fatto schizzare in alto il dato dei senza lavoro, attualmente pari all’8,2%.
E avrebbe prodotto 738mila disoccupati in più rispetto a quelli attualmente censiti dall’Istat.
Il segretario dell’associazione della città  veneta Giuseppe Bortolussi ha però chiarito che si tratta di “un puro esercizio teorico”, che come tale va interpretato.
Nella simulazione è stato calcolato il numero dei lavoratori dipendenti che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno   si sono trovati in cassa integrazione a zero ore. Cioè i lavoratori che per ragioni economiche hanno utilizzato questo ammortizzatore sociale del quale, con il nuovo provvedimento, si potrà  disporre probabilmente solo a licenziamento avvenuto.
Ma non si è tenuto conto, ha continuato Bertolussi, “di quanti lavoratori avrebbero potuto potenzialmente aver perso il posto di lavoro senza avvalersi di nessun ammortizzatore sociale”.
Bertolussi ricorda che accanto al provvedimento sui licenziamenti ci sono anche misure “per incentivare la trasformazione dei contratti di apprendistato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, per agevolare l’ingresso nel mercato del lavoro delle donne e per utilizzare il credito di imposta per chi assume in aree svantaggiate”.
Tutti interventi, aggiunge, che “dovrebbero facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”.
Ma il problema dei licenziamenti resta: “Se questa crisi economica durerà  ancora, c’è il forte pericolo che coloro che prima erano coperti da un ammortizzatore sociale, con questa misura non l’avranno più e ne potranno usufruire, eventualmente, solo dopo il licenziamento”.

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OMSA, CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA: LE OPERAIE RESTITUISCONO LA TESSERA CGIL

Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile

“SIAMO STATE ABBANDONATE DALLA CAMUSSO”… LA PRODUZIONE DEL GRUPPO GOLDEN LADY TRASFERITA TOTALMENTE IN SERBIA…LA RICONVERSIONE DEL SITO PRODUTTIVO RESTA UN MIRAGGIO…COSI’ E’ SCOMPARSA UNA DELLE ULTIME GRANDI INDUSTRIE DELLA ROMAGNA

L’Omsa come la Vynils: cronaca di una morte annunciata.
A Faenza non ci sono segnali per la riconversione del sito produttivo. Non migliore è la situazione negli stabilimenti dell’industria chimica di Porto Torres e Marghera, che sono prossimi alla chiusura.
Se ne è parlato alla libreria Mody Dick di Faenza in un incontro organizzato dal “Gruppo dello zuccherificio per la legalità , la Costituzione e la libera informazione”. Invitati, a colloquio con una rappresentanza delle operaie dell’Omsa, Michele Azzu e Marco Nurra, autori del libro “Asinara revolution”
I due ventisettenni sardi e le operaie faentine si sono conosciuti in Piazza San Giovanni a Roma, lo scorso 10 settembre, in occasione di un tavolo sul lavoro organizzato dal blog dell’Isola.
C’erano Indignati, esponenti del Popolo viola e rappresentanti di tutte le principali vertenze lavorative italiane: Vinyls, Omsa Faenza, Tacconi, Agile-Eutelia, Basell, Fiat, Teleperformance, Aiazzone, Teatro Valle Occupato.
Sono 242 le operaie ancora in forza allo stabilimento produttivo della Golden Lady Spa, di cui il marchio Omsa fa parte.
Solo 30 di loro varcano i cancelli degli stabilimenti produttivi per 4 ore al giorno e intanto la sabbia nella clessidra della cassintegrazione continua a scorrere inesorabile. Restano solo 5 mesi al 14 marzo 2012, giorno in cui cesseranno gli ammortizzatori sociali. Intanto di soluzioni in vista neanche l’ombra.
Alla Vynils pare che un accordo sia stato trovato solo per i 35 operai della fabbrica ravennate, mentre ai colleghi di Porto Torres e Marghera (200 per stabilimento, più tutte le migliaia dell’indotto) non resta che la protesta a oltranza.
In Sardegna la forza è quella della disperazione di chi capisce che non ce la farà , nonostante un anno e mezzo di occupazione dell’Asinara, un paradiso della natura tutt’altro che ospitale.
A Marghera invece gli operai sono tornati sulla torcia dell’impianto, una torre alta 150 metri.
Il 25 maggio e il 25 luglio sono stati organizzati due tavoli ministeriali, il primo a Bologna, il secondo a Roma, per rilevare e riconvertire il sito produttivo dell’Omsa.
A maggio nella sede bolognese della Regione c’erano Gianpiero Castano del ministero dello Sviluppo economico, Giancarlo Muzzarelli assessore regionale alle attività  produttive, Claudio Casadio presidente della Provincia di Ravenna, Giovanni Malpezzi sindaco di Faenza, Germano Savorani assessore al lavoro del Comune Manfredo e l’azienda Golden Lady rappresentata dal responsabile del personale Federico Destro.
In quella data è stato individuato l’advisor che si deve occupare di trovare investitori interessati all’acquisto dei due grandi capannoni di proprietà  della Golden Lady. L’uomo designato per questo ruolo chiave è l’ingegnere Marco Sogaro, rappresentante della società  torinese di consulenza fiscale Wollo Srl. Sogaro, raggiunto telefonicamente ha dichiarato di non poter fornire alcun dettaglio sulla vicenda Omsa, in quanto legato a “un patto di riservatezza” con la proprietà  Grassi.
Ma da chi ottenere risposte, se i proprietari storicamente hanno scelto la linea del silenzio?
In questi anni l’interlocutore aziendale, l’uomo che siede ai tavoli ministeriali per Golden Lady è stato Federico Destro, l’uomo irreperibile, perennemente fuori azienda quando lo si cerca.
La sua linea è sempre stata quella del silenzio: mai una parola con la stampa.
Il 25 luglio è stata la volta di un secondo incontro al Ministero dello sviluppo economico, due mesi dopo il tavolo di maggio. In quell’occasione l’incontro con il ministro Paolo Romani è servito a verificare a che punto fosse l’attività  dell’advisor incaricato, ma nulla di fatto, ancora una volta.
“Ci sono dei contatti” è il mantra che si sentono ripetere le operaie, ma quali non è dato loro sapere, per “una questione di riservatezza”.
Poche parole si lasciò sfuggire Sogaro a giugno, quando da poco aveva ricevuto l’incarico: “Comprendo l’aspetto sociale del problema, ma i tempi sono dettati da una situazione congiunturale di mercato che non dipende da noi”.
Da chi dipendano i loro guai lo sanno le operaie dell’Omsa.
È diretta la denuncia della Filctem Cgil alla proprietà  di Nerino Grassi, l’imprenditore di Castiglione delle Stiviere che “ha deciso di chiudere lo stabilimento di Faenza per continuare ad arricchirsi in Serbia, non rispettando l’accordo firmato al ministero dello Sviluppo economico il 18 febbraio scorso, il quale prevede di proseguire con la produzione ancora esistente e con la riconversione e rioccupazione delle lavoratrici”.
Un gruppo ristretto di queste continua a portare avanti l’impegno quotidiano, per mantenere i riflettori accesi sulla vertenza.
Iniziano però a serpeggiare i malumori di chi sente di aver giocato ormai tutte le carte: la via sindacale, l’apparizione mediatica, la realizzazione del documentario “Licenziata” per la regia di Lisa Tormena, le “brigate teatrali dell’Omsa”, per raccontare attraverso il palcoscenico la favola nera dell’azienda, fino al boicottaggio dei negozi Golden Lady, presidiandone l’entrata nei sabati dello shopping.
Alcune operaie iniziano a nutrire anche una certa disillusione nei confronti dell’appoggio fornito dal sindacato.
Non è stato chiarito ufficialmente dai vertici della Cgil perchè sia stato rimosso dal suo incarico Idilio Galeotti, coordinatore Cgil del comprensorio faentino.
Al sindacalista si deve la strategia, adottata sin dalla prima ora, che ha permesso alle lavoratrici di Omsa di arrivare ad Annozero e dare alla vertenza la eco che merita. Intanto molte operaie hanno restituito la tessera al sindacato, convinte che la mossa di ‘far fuori’ Galeotti sia da iscrivere in un contesto più ampio che giustifica -come si legge nel sito del Popolo viola di Faenza- “il sospetto che buona parte del mondo politico-istituzionale e sindacale avesse avallato da tempo la scelta di Golden Lady di chiudere l’Omsa e per questo avrebbe preferito il silenzio sulla vertenza”.
Accuse di un certo peso che un’operaia, sul suo profilo di Facebook, non ha risparmiato neppure al segretario generale della Cgil Susanna Camusso: “È avvilente, le abbiamo provate tutte! Prima abbiamo chiesto, poi gridato poi anche minacciato e raccolto firme. Abbiamo protestato con la Cgil provinciale, con quella regionale e addirittura con la nazionale, ma anche la signora Camusso che sbandiera tanto i diritti delle donne non ha voluto aiutarci”.
I problemi della faentina Omsa hanno ormai varcato i confini regionali e riguardano altri siti produttivi della Golden Lady.
La multinazionale ha deciso di ridurre drasticamente la sua presenza in Italia: anche negli stabilimenti di Gissi (Chieti) e di Basciano (Teramo) sono in discussione centinaia di posti di lavoro e si prospetta il rischio chiusura.
Fa ridere, di un riso amaro certo, leggere sul sito in quattro lingue della Golden Lady che l’azienda si promuove come “un nome del made in Italy”, “una grande impresa che cammina insieme alla donna italiana” in “un percorso lineare fatto di valori precisi”.
Bisognerebbe chiedere alle dipendenti dell’Omsa, “donne italiane”, se ritengono che la delocalizzazione si possa considerare un valore.
Non basta: anche la “mission” dell’azienda è un degna di nota: tra i “fattori che hanno contribuito al successo dell’azienda — si legge — c’è una capacità  di adattamento ai cambiamenti del mercato veloce e funzionale alle richieste”.
Come dare torto a Golden Lady?
Senza dubbio l’azienda è stata veloce, quanto inamovibile, nella sua decisione di spostare il ciclo produttivo in Serbia.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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