Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
TAGLI, STIPENDI E TRASFERIMENTI DALLA MANOVRA 2010 ALLA LETTERA UE… BLOCCO DEL TURNOVER FINO AL 2014, NESSUN RINNNOVO CONTRATTUALE PRIMA DEL 2018
«Poteva andare peggio», sospira sollevato un alto funzionario pubblico. 
Ma è ironia amara.
Raccontano che a Roma, il giorno della lettera all’Europa sia stato vissuto come l’Armaggedon.
L’apocalisse degli statali. Un Natale senza tredicesime e stipendi tagliati di brutto.
E invece “solo” la conferma di strumenti già attivati, come mobilità obbligatoria e cassa integrazione a busta paga ridotta.
Da rendere «effettivi», però, «con meccanismi cogenti/sanzionatori». Più tartassati di quanto già deciso da tre manovre in un anno, più di 20 rasoiate?
Impossibile, replicano in molti dicasteri. «Siamo all’osso».
Tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici in Italia. Il 15% degli occupati.
Meno di Usa, Grecia, Gran Bretagna, Canada, Francia.
Il paese del ridente Sarkozy è al 23%. Ma con retribuzioni più alte.
Parigi spende per gli statali il 13% del Pil, Roma l’11%. Anzi spendeva, nel 2009.
Perchè la crisi – prima finanziaria, ora dei debiti sovrani – ha inciso nella carne viva del settore pubblico italiano. Peggio solo in Grecia.
La manovra del 2010 ha bloccato tutto: assunzioni, stipendi, contrattazione, carriere.
Per tre anni, fino al 2013.
Ha tagliato del 10% le spese dei ministeri. Ha mandato in pensione le statali a 65 anni nel 2012. Ha chiesto ai dirigenti un contributo – allora ancora non “di solidarietà ” – del 5% oltre i 90 mila euro lordi annui e del 10% oltre i 150 mila.
Poi sono arrivate le manovre estive di quest’anno.
Quella di luglio pesa per un terzo su ministeri ed enti locali: 5 e 6,4 miliardi di tagli, rispettivamente.
Oltre a prorogare fino al 2014 tutti i blocchi dell’anno prima: turnover, buste paga, rinnovo dei contratti.
Questi almeno fino al 2018, visto che tra 2015 e 2017 si rivedranno solo le indennità di vacanza contrattuale.
E poi ciliegine: mobilità rafforzata e visite fiscali già il primo giorno di malattia, se segue o precede un festivo.
Ad agosto, manovra bis. Mobilità obbligatoria in ambito regionale.
Scatti di carriera bloccati, se alla vigilia della pensione. L’erogazione della liquidazione, per i pensionati d’anzianità , slitta da 6 a 24 mesi. I tagli a ministeri ed enti locali salgono a 6 miliardi ciascuno nel triennio.
Rimane il contributo di solidarietà , tolto invece ai privati. Spariscono gli enti pubblici con meno di 70 addetti.
Si salva solo l’Accademia della Crusca.
Infine la lettera all’Europa. Con l’accenno vago a superare «le dotazioni organiche» dei ministeri.
Uno tsunami in arrivo per la città di Roma? Nei vari tira e molla, si salvano le tredicesime, i buoni pasto, il riscatto di laurea e militare, i permessi sindacali.
Capitoli messi e tolti.
Torneranno?
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
ANALISI CONFCOMMERCIO: GLI ORGANI ELETTIVI COSTANO 12.000 EURO A TESTA IN UNA VITA MEDIA… RIDUCENDO DI UN TERZO I PARLAMENTARI AVREBBERO BENEFICI CIRCA 30 MILIONI DI CONTRIBUENTI
Di “costi della politica” si parla tanto, spesso rimanendo nel vago.
A dipanare i dubbi arriva un’analisi di Confcommercio Imprese che rileva quanto costano gli organi elettivi a famiglie e individui.
E i numeri sono di tutto rispetto: oltre nove miliardi di euro l’anno, corrispondenti a poco più di 350 euro per nucleo familiare, circa 150 euro a testa.
Ovvero in una vita media di 80 anni, circa 12 mila euro.
L’organizzazione sottolinea che per contenere la spesa pubblica basterebbe ridurre di poco più di un terzo il numero dei parlamentari, per ottenere un risparmio di spesa di oltre 3,3 miliardi all’anno.
2.900 euro all’anno per i poveri.
Quello che si risparmierebbe, dice Confcommercio, è una “cifra sufficiente ad attuare una riduzione permanente di circa otto decimi di punto della prima aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di contribuenti o, in alternativa, a ottenere permanentemente una somma di 2.900 euro all’anno da destinare a tutte le famiglie in condizioni di povertà assoluta”.
Stando così le cose, sottolinea Confcommercio, e immaginando una vita media di 80 anni sia per le donne che per gli uomini, e un’indicizzazione dei costi della politica pari al tasso d’inflazione a sua volta pari al tasso d’interesse nominale, al momento della nascita ogni cittadina e cittadino italiano dovrebbero considerare un debito vitale per costi della rappresentanza pari a poco più di 12 mila euro.
Quasi il 77% dei costi monetari sono costituiti dalle spese di funzionamento delle strutture di supporto alle assemblee legislative nazionali e locali. All’interno di queste, le sole spese denominate indirette, corrispondenti alla remunerazione dei dipendenti pubblici che operano in funzione di staff, valgono poco meno del 47% dei costi monetari totali.
Solo organi elettivi.
Nella definizione del perimetro dei costi adottato nello studio Confcommercio non vengono considerati i costi della Presidenza del Consiglio dei Ministri nè degli organi costituzionali diversi da quelli direttamente elettivi, nè delle giunte di Regioni ed Enti locali.
Inoltre, non vengono inserite nei costi della politica, la spesa delle pubbliche amministrazioni per trattamenti di quiescenza.
Nel complesso i costi monetari misurabili della rappresentanza politica calcolati per l’anno 2009, superano i 9,1 miliardi di euro e quindi, considerando i quasi 25 milioni di famiglie e gli oltre 60 milioni di abitanti, i costi della rappresentanza politica valgono circa 367 euro per nucleo familiare, pari a 152 euro a testa.
I dati.
I costi diretti, invece, che rappresentano il totale delle indennità di funzione e di carica corrisposte ai rappresentanti politici, pesano per oltre il 19% del totale, una proporzione largamente inferiore a quella dell’insieme dei costi gestionali (il 30,1%, sostanzialmente gli acquisti di beni e servizi utilizzati nella ‘funzione di produzione della politica’).
Il costo complessivo vale in termini medi poco più di 59 mila euro per ciascun rappresentante eletto su base nazionale e locale (cioè 9.148,6 miliardi di euro diviso per gli oltre 154 mila membri di organi collegiali).
Stimando una proporzione di riduzione di eletti a qualsiasi livello pari a circa il 36,5%, valore che proviene dalla spesso ipotizzata operazione di passaggio dagli attuali 945 parlamentari a 600 rappresentanti, suddivisi in 400 deputati alla Camera e 200 senatori presso il costituendo Senato federale, si otterrebbe a regime un risparmio di oltre 3,3 miliardi di euro all’anno.
L’organizzazione ricorda che quei circa 3,3 miliardi di risparmi consentirebbero una riduzione permanente di circa 7-8 decimi di punto della prima aliquota dell’Irpef (quella al 23%), con un beneficio generalizzato per circa 31 milioni di contribuenti capienti.
In alternativa, per esempio, si disporrebbe di risorse pari a oltre 2.900 euro all’anno per ciascuna famiglia che in Italia versa in condizioni di povertà assoluta (un milione e 156 mila famiglie nell’anno 2010, secondo l’ultima indagine Istat).
Probabilmente, osserva ancora Confcommercio, “la più grande ed efficace operazione di redistribuzione mirata mai effettuata in Italia. Ma probabilmente priva, a oggi, di condizioni politiche per essere effettuata. Allora, un’ipotesi più concretamente praticabile, potrebbe essere quella di considerare, come base per applicare un taglio del 36,5%, il totale dei costi al netto di quelli di funzionamento indiretti, realizzando un risparmio quantificabile in quasi 1,8 miliardi di euro”.
In altre parole, spiega l’organizzazione, “stiamo escludendo dal computo (della riduzione dei costi) tutti i costi relativi al personale dipendente (i costi di funzionamento indiretti, appunto), ipotizzando, in qualche modo, un trasferimento dei dipendenti pubblici connessi al funzionamento delle assemblee legislative ad altre funzioni. La cifra di 1,8 miliardi di euro è, comunque, ragguardevole, anche perchè di carattere permanente”.
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
INDAGINE DEL MOVIMENTO CONSUMATORI: MANTENERE UN FIGLIO IN UN ATENEO DI UN’ALTRA CITTA’ COSTA OLTRE 11.000 EURO L’ANNO, CIRCA IL 34% DEL REDDITO MEDIO DI UNA FAMIGLIA…E BUONA PARTE DEGLI AFFITTI RESTANO IN NERO
Per studiare in un ateneo in un’altra città ci vuole impegno, volontà e tantissimi soldi. 
E’ questo il risultato di un’indagine del Movimento Consumatori sui costi che deve affrontare uno studente fuori sede. In cima alla classifica troviamo Roma e Milano, dove mantenere un figlio all’università può costare anche oltre 11mila euro l’anno. Ovviamente questo considerando le strutture pubbliche (circa 1000 euro l’anno di tasse), con l’iscrizione ai grandi istituti privati, la cifra può anche triplicare.
I dati parlano chiaro: 11.400 per una camera singola a Roma (tasse, libri e utenze incluse), 10.980 euro a Milano, 10.800 a Venezia, 10.200 a Torino.
I prezzi scendono un po’ se si va in doppia (7.620 a Roma, 8.360 a Milano, 7.100 a Venezia, 7.500 a Torino), ma mantenere un figlio all’università in un’altra città resta un salasso.
La spesa più grossa, manco a dirlo, è rappresentata dall’affitto.
Stanze in coabitazione, a volte veri e propri tuguri in edifici fatiscenti affittati a peso d’oro.
Una media di 310 euro (senza spese) al mese a Roma, 370 a Milano, 260 a Venezia, e bisogna essere fortunati.
A tutto questo vanno aggiunti i prezzi dei libri, stimati dal Movimento Consumatori in circa 500 euro annui negli atenei pubblici.
E poi bisogna pur mangiare qualcosa. Ecco altri 2400 euro annui di vitto, una stima al ribasso visto che dividendo questa cifra per 10 mesi (togliamone 2 l’anno dove magari si torna a casa) fanno appena 8 euro al giorno, perfetti per mantenere il peso forma.
La ricerca del Movimento Consumatori è stata effettuata partendo dal prezzo degli alloggi in diverse città sedi di università molto frequentate in Italia.
Per ogni città è stata fatta la media tra il costo più basso e quello più alto relativo all’affitto mensile di un posto letto in camera doppia e di una camera singola.
I prezzi degli alloggi sono comprensivi anche delle cosiddette “spese aggiuntive” (condominio e utenze).
Ma quanto incide sul bilancio familiare un figlio che studia fuori sede?
Se si prende come esempio Milano (in cui un posto letto in camera doppia costa 372 euro al mese e una camera ad uso privato ne costa 590) si calcola che un nucleo familiare con reddito medio di 32.148 euro annui (dato Bankitalia riferito al biennio 2006-2008) può arrivare a pagare dagli 8.364 euro ai 10.980 euro all’anno.
La percentuale di incidenza sul reddito familiare è da capogiro: dal 26 al 34% a Milano, dal 24% al 35% a Roma, dal 23% al 32% a Torino e dal 22% al 28% a Firenze. E tutto questo, ovviamente, per un figlio solo.
“Lasciando i costi dello studio a carico delle famiglie, in difficoltà per la crisi che le colpisce da dieci anni a questa parte, l’abbandono universitario, già molto elevato e nocivo per la competitività del sistema Italia, è decisamente favorito e non combattuto”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“Con i recenti tagli alle regioni si sono inoltre penalizzati gli enti per il diritto allo studio, tagliando così ulteriori servizi”.
Insomma Miozzi non ha dubbi, “In Italia, sembra ormai un triste dato di fatto, investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia e zero opportunità per i rinomati “cervelli” nostrani usciti con merito da università prestigiose, che spesso sono costretti ad emigrare all’estero”.
Senza contare il fatto che buona parte di questi affitti sono pagati in nero, con migliaia di studenti alla merce dei capricci dei padroni di casa e senza uno straccio di tutela legale. Un blitz della Guardia di Finanza di Padova a fine settembre ha portato al recupero di 2 milioni e 24mila euro di imposte di registro solo nella città veneta, sede di una delle università più antiche d’Italia.
“Ogni 100 verifiche nel settore delle locazioni, 80 si concludono con esito positivo”, ha riferito la GdF padovana.
Un passo avanti contro questo fenomeno lo si è fatto con l’approvazione del decreto legislativo 23/2011 che obbliga i proprietari che non hanno regolarizzato i propri inquilini a sottoscrivere un regolare contratto di locazione di 4+4 anni ad un canone mensile anche 10 volte più basso di quello attuale.
Si tratta della cosiddetta “cedolare secca” che dava ai padroni di casa tempo fino al 6 giugno scorso per registrare il contratto d’affitto. Adesso si aspettano le denunce.
Tuttavia regolarizzare i contratti di affitto darebbe più tutela agli inquilini e aumenterebbe le entrate nelle casse del Fisco, ma difficilmente diminuirebbe il costo degli affitti stessi, a meno che non si punti tutto sulla denuncia del proprio proprietario e sul relativo contratto scontato.
Ma allora quel è la soluzione?
Difficile a dirsi, per il momento non resta che aprire il portafogli.
“Purtroppo in Italia investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia” sintetizza Miozzi.
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…
Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
I RETROSCENA DELLA TRATTATIVA CHE HA PORTATO LA UE AD ACCETTARE UNA GENERICA LETTERA DI INTENTI DA PARTE DEL GOVERNO ITALIANO… UN PREMIER SCREDITATO E GUARDATO A VISTA
Una smentita lo seppellirà .? Ma quando mai. 
Ieri, lasciando Bruxelles dopo aver convinto, almeno in apparenza, i partner europei della solidità . dei nostri intenti sulle riforme strutturali, il Cavaliere è andato temerariamente oltre la fantasia raccontando una frottola così grave da imporre al portavoce della Cancelliera tedesca una immediata smentita.
“La signora Merkel è venuta da me a scusarsi per la situazione che è stata provocata” si era pavoneggiato Berlusconi in diretta da Vespa, millantando che tra Roma e Berlino fosse tornato il sereno, dopo le risatine di scherno contro l’Italia e anche dopo lo choc diplomatico seguito alle rivelazioni (mai smentite) sulla “culona inchiavabile”. Niente di vero, ovviamente.
“No apology from the Chancellor “ ecco il testo della seccata risposta del portavoce della Merkel “because there was nothing to apologise for (nessuna scusa perchè non c’era nulla di cui scusarsi, ndr) .
Le cose, infatti, sono andate diversamente.
I due si sono visti per circa mezz’ora faccia a faccia (presente solo Valentino Valentini, il suo uomo ombra, che sa l’inglese mentre Berlusconi lo parla davvero poco), il colloquio è stato senz’altro franco, ma tutt’altro che cordialissimo.
La Merkel, infatti, ha chiesto a Berlusconi rassicurazioni sull’effettiva fattibilità . e tempistica di quanto scritto nella lettera sostenendo che, anche da parte di altri alleati (leggi Sarkozy), erano invece stati avanzati dubbi molto forti e che lei, in qualche modo, voleva farsi garante della credibilità . italiana.
Ovviamente Berlusconi si è ben guardato dal dire la verità ., che cioè quella lettera è stata scritta nella consapevolezza che, probabilmente, saranno altri (tra sei mesi) a dover tenere fede a quelle promesse.
E’ stato in quel momento che la Merkel ha sottolineato la necessità . di avere risposte concrete al più presto, proprio per evitare di dover dare ragione a chi, come Sarkozy, queste sarebbero state le parole della Cancelliera aveva chiesto di mandare in Italia un commissario europeo per vigilare sull’attuazione di quanto promesso, ma poi abbiamo deciso che era il caso di dare fiducia; speriamo di non doversi ricredere…
Lo stesso Sarkozy che ieri ha detto: “Abbiamo salvato la Grecia per salvare l’Italia”.
Dopo questo dialogo senza sconti, il Cavaliere si è ben guardato dal tentare un approccio con Sarkozy, ma il dato politico di commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa non è sfuggito a nessuno, nonostante si sia soprasseduto a un commissariamento reale per evitare di provocare ulteriori danni all’immagine dell’Italia e nuove, più che probabili, ripercussioni in Borsa.
Ma Sarkozy, a differenza della Merkel, è molto meno attendista e fiducioso; il presidente francese, d’altra parte, non ha ancora visto luce riguardo le promesse dimissioni di Bini Smaghi dal board Bce, così come gli sono state prontamente riferite le voci sulle battutacce (ancora una volta provenienti dai colloquio intercettati con Lavitola) che Berlusconi avrebbe fatto sulla recente maternità . di Carla Bruni e sulla certezza della paternità di Sarkozy.
Insomma, commissariamento a parte, l’aria con la Francia, come ha anche sottolineato ieri il ministro Frattini, resta decisamente tesa.
E non solo con la Francia.
Il comportamento di Berlusconi, infatti, viene guardato all’estero con pesanti toni di scherno e di squalifica politica.
I giornali stranieri trasmettono, infatti, un’immagine dell’Italia davvero ai minimi termini: “Berlusconi si deve dimettere immediatamente“ spara il ‘paludato’ Times di Londra, “ l’Europa è nauseata da questo clownesco primo ministro la cui noncuranza, irresponsabilità e codardia politica ha tanto esacerbato la crisi attuale”.
Quindi la lettera d’intenti consegnata alla Ue viene giudicata senza impegni specificiࢠe frutto di un patto dell’ultimo minuto con UmbertoBossi.
Questo chiude il Times “è il peggiore dei mondi possibili”.
In Francia, “Le Monde” va al sodo svelando che la zona euro sorveglierà le riforme italiane, mentre oltreoceano, il New York Times, scrive che Berlusconi, rimproverato da Merkel e Sarkozy, ha portato solo una lettera d’intenti mentre l’impietoso Wall Street Journal sforna un’analisi dal titolo “L’Italia rischia i postumi del post-Berlusconi; il premier ha ampiamente perso la fiducia di investitori e leader politici”. E non solo di loro.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
SEI NUOVE MASERATI DEL VALORE DI 600.000 EURO ARRIVATE ALLO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO AL CASTRO PRETORIO A ROMA… A CHI SARANNO DESTINATE?
Il capitolo “casta” delle forze dell’ordine si allunga giorno dopo giorno.
Dopo le auto blu della polizia, ora si scopre che domenica sera, in gran segreto, sarebbero arrivate a Roma sei Maserati nuove di zecca.
Valore commerciale, almeno 600 mila euro.
A denunciarlo è stato ieri GrNet.it , portale di informazione su sicurezza, difesa e giustizia.
Le auto di lusso sarebbero state parcheggiate all’interno del reggimento logistico dello Stato maggiore dell’esercito, una struttura nei pressi di Castro Pretorio, e sarebbero state acquistate con l’esercizio finanziario corrente.
Ufficialmente non si sa ancora a chi siano destinate, ma si potrebbe ipotizzare che verranno utilizzate dai capi di Stato maggiore delle Forze armate, dalla direzione nazionale armamenti e dalla direzione del personale.
E forse una potrebbe essere messa a disposizione dei vertici civili del ministero della Difesa.
“Dopo i tagli operati dalle varie finanziarie e i blocchi stipendiali, i militari non pensavano proprio che in tempi di magra ci fossero i fondi per acquistare delle supercar”, si legge sul sito GrNet.it .
La notizia è stata ripresa dal Partito diritti militari: “I militari e i carabinieri — spiegano il fondatore, Maurizio Turco, e il segretario Luca Marco Comellini — sono costretti a comprarsi le tute mimetiche e gli altri accessori con i propri soldi mentre qualche giorno fa sono state consegnate al ministero della Difesa 6 nuove Maserati, per un costo superiore ai 600.000 euro”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
LA GRANDE ABBUFFATA: 5 MILIONI DI EURO A MEDIASET, IL 21,7% DEL TOTALE, 1,5 MILIONI A MONDADORI, SOLO BRICIOLE A SKY E A LA7… E LA RAI LI TRASMETTE GRATIS
Odore di santità . 
Non mentono, per carità , le narici di Bruno Vespa: il Cavaliere è uno e trino.
Finalmente l’agiografia è completa. E per ragioni terrene, di soldi, di milioni, di euro. U
n certo Silvio Berlusconi indirizza la pubblicità istituzionale (non abbandonate i cani, pagate le tasse…) verso una certa Publitalia, la concessionaria di una certa Mediaset: 4,659 milioni di euro su 21,466 milioni stanziati nel 2010 per radio, giornali e televisioni, cioè il 21,70 per cento del totale.
Risposta automatica: chiaro, le solite televisioni che s’abbuffano sul mercato. Falso.
Perchè a Sky e La7 finiscono spiccioli: 191 mila euro per l’azienda di Murdoch (l’intera piattaforma satellitare!), 333 mila euro per Telecom Italia Media (il rampante terzo polo!).
La tavolata di B. è lunga e larga come il portafoglio d’affari: c’è pur sempre Mondadori, 1,456 milioni di euro, quasi 8 volte l’elemosina per Sky.
L’appello è finito.
Però, manca un’emittente importante, storica, nazionale: già , la Rai.
I dirigenti di Sipra (teoricamente) hanno trasmesso pubblicità di ministeri vari e presidenza di palazzo Chigi per un valore di 890 mila euro, ma (praticamente) hanno incassato zero euro perchè viale Mazzini è obbligata a concedere spazi gratuiti al governo.
Un malloppo di soldi pubblici, senza controlli e senza controllori, viene distribuito fra amici di amici e, forse per casualità , al gruppo di Berlusconi.
Ci sono i giornali, trattati più o meno per la tiratura dichiarata.
Ci sono le radio, e l’eccezione di Rtl 102.5 con 489 mila euro.
I numeri più strani interessano il Cavaliere.
Sarà pur vero che il governo, a secco, riduca l’investimento pubblicitario e chieda sconti, ma i soldi che scappano seguono precise direzioni.
Nei primi sette mesi del 2011, mentre il fidato Paolino Bonaiuti strangola i fondi per l’editoria (ormai l’Avanti! e Lavitola sono latitanti), Palazzo Chigi e undici ministeri hanno speso 8 milioni di euro, di cui 2,2 per le televisioni.
Prendete la torta di 2,2 milioni di euro, non dividetela per parti uguali oppure per valore di mercato: l’ascolto di La7 l’anno scorso valeva 10 volte meno di Mediaset, 3,7 per cento di share contro 35,23.
La fetta più grande, che sfiora il 90%, è distrattamente offerta a Publitalia del Cavaliere (1,9 milioni di euro).
Per succhiare un pizzico di euro in più, il Biscione ha creato Digitalia 08 per i canali digitali racimolando 62 mila euro, circa la metà dei 100 mila euro arrivati a Sky (che sul satellite s’aggira intorno al 9% di share).
Mediaset ha un rapporto anomalo con la pubblicità , benedetto, forse miracoloso: nel 2010 i ricavi sono cresciuti di 160 milioni di euro, segnando la cifra mostruosa di 2,413 miliardi di euro (esatto, miliardi).
E l’impennata coincide con il ritorno al governo di Berlusconi. Curiosi gli investimenti pubblicitari di Eni ed Enel, citati anche dal Corriere Economia.
Capitolo Eni.
Ancora doloranti per la crisi finanziaria, nel 2009 viale Mazzini (8,9 milioni di euro) e il Biscione (12,7 milioni) sembrano appaiati: nel 2010 a Mediaset vanno 21,2 milioni di euro, mentre la Rai si ferma a 13 milioni.
Capitolo Enel.
Il confronto non regge: nel 2010 Mediaset riceve 19 milioni di euro, la Rai è inchiodata a 10,9 esattamente come nel 2009.
Nel 2007, durante il governo Prodi, Mediaset arrancava: un po’ con Eni (12,9 milioni), moltissimo con Enel (10 milioni). Non si capisce perchè. Le vie pubblicitarie sono infinite, e odorano di santità .
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
DALLA LEGGE PER L’EREDITA’ AI PROCESSI ANCORA IN CORSO… AL PREMIER BASTA RESTARE A GALLA
A luglio ha dovuto rinunciare alla norma “salva Mondadori”, un codicillo appositamente inserito nella manovra estiva.
È stata la prima pietra a rotolare giù: la circostanza ha costretto la Mondadori di Silvio Berlusconi a sborsare alla Cir di Carlo De Benedetti la bella cifra di 560 milioni di euro senza ottenere le dilazioni che aveva previsto quella legge finita al macero.
Di questo, Berlusconi, in pubblico e in privato, ancora si lagna.
Eppure quello doveva essere il primo campanello a suonare: allarme, la maggioranza non tiene neanche sulle leggi che servono al premier.
Poi, sulla roccia che si è andata sbriciolando sotto Palazzo Chigi, sono state messe le reti di diversi voti di fiducia.
La montagna ha retto alle richieste di chiarimento di magistratura e opposizioni su Marco Milanese e Saverio Romano.
E ha fatto finta che nulla fosse successo.
Le cronache dei nostri giorni ci raccontano di altri smottamenti: la marcia indietro sulle intercettazioni, con il testo che non sarà all’attenzione dell’aula della Camera nemmeno per novembre.
E la sospensione dell’iter sulla prescrizione breve al Senato, dove il provvedimento è finito nelle sabbie mobili della commissione Giustizia, affossato da 150 emendamenti e dall’ostruzionismo delle opposizioni.
Sono un modo per tenere su la parete mentre sotto Palazzo Chigi continuano a sgretolarsi pezzi di roccia.
Non passa settimana, che, barricati nell’aula di Montecitorio, deputati semplici e deputati ministri non vedano impallinato questo o quel provvedimento, dal rendiconto dello Stato (riapprovato al Senato, adesso è tornato in commissione Bilancio alla Camera sperando nel buon cuore delle opposizioni e della maggioranza), alle mozioni anche meno importanti. Incidenti di percorso sempre più ravvicinati che avrebbero mandato a casa qualsiasi altro governo.
Non questo che sopra la roccia friabile continua a resistere.
Dalle colonne del Giornale, l’amico Fedele Confalonieri consiglia a Berlusconi di “tenere duro”, come se la faccenda si riducesse a una questione personale, di carattere.
È uno che lo conosce, Fidèl: “Quando c’è da dar battaglia…”, ammicca.
Ma qual è la battaglia?
Politicamente è chiaro a tutti che il governo è a un passo dal tracollo.
Basta un incidente d’aula e la montagna frana tutta intera.
Il governicchio non riesce a fare le leggi “ad personam”, ma fatica pure su quelle “anche impopolari, da prendere ora”.
Eppure il presidente del Consiglio non solo non vuole farsi da parte (“è l’unico a non parlare mai del 2012 come data delle elezioni”, annota un ministro di peso), ma gli va bene anche andare avanti così.
È convinto di aver “salvato questo Paese” e che se qualcuno vuole metterlo alla porta deve avere il coraggio di votargli una sfiducia in Parlamento.
Di più: nonostante quello che affermano pubblicamente Roberto Formigoni e Gianni Alemanno, è convinto anche che, in ogni caso, sarà lui il candidato premier alle elezioni prossime venture.
Frattanto sta covando qualche rabbia.
Con il ministro Giulio Tremonti il problema è personale.
Il responsabile dell’Economia, raccontano, non fa mistero del fatto che Berlusconi se ne debba andare. Ma non c’è solo lui. Una certa insofferenza viene manifestata anche contro i direttori dei giornali che gli chiedono un passo indietro.
Ce l’ha con Repubblica e Corriere della Sera, dicono gli amici. Ce l’ha soprattutto con il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano.
Ma perchè resta anche a prezzo di non governare?
Resta perchè l’uomo, come diceva Indro Montanelli “non ha idee, ha interessi”.
E i suoi interessi, adesso, sono quelli di provare a sistemare l’eredità dei figli di primo letto, Marina e Pier Silvio.
Nella bozza del decreto Sviluppo c’è una norma che gli permetterebbe di pilotare meglio la ripartizione dei beni di famiglia.
La politica, d’altronde, è andata di pari passo con la moltiplicazione della sua ricchezza personale.
Se nel 1993 Berlusconi aveva un patrimonio personale di poco più di un miliardo di euro, nel 2011 quelle ricchezze ammontano a oltre 5 miliardi e mezzo.
Segno che gli anni di governo hanno fatto bene alle aziende di famiglia.
Per questo, meglio non allontanarsi troppo dalla postazione di comando. Non foss’altro per l’ultimo consueto problema del nostro: i processi.
Da Mills a Ruby, passando per le intricate vicende di Napoli e Bari. Meglio stare dietro lo scudo di Palazzo Chigi, a giovarsi di impedimenti legittimi.
Anche se sul palazzo le crepe sono evidenti, che la montagna sta franando, e che sotto di questa, purtroppo per loro, ci sono gli italiani.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO: LA COLF IDEALE LAVORA 16 ORE AL GIORNO, DEVE SAPER ANCHE LAVARE E CUCINARE… MA I CONTRIBUTI SONO UN OPTIONAL
Deve lavorare oltre 16 ore al giorno, vivere nella stessa casa dell’assistito, cucinare e
pulire, accettare uno stipendio basso.
Non è tutto: se si fa pagare in nero è meglio.
Eccolo l’identikit della badante “perfetta” secondo i desideri delle famiglie italiane.
Desideri, a dire il vero, non particolarmente rispettosi di diritti e dignità delle lavoratrici.
A fotografare le caratteristiche della collaboratrice domestica ideale è un sondaggio effettuato a fine settembre 2011 dalla Fondazione Leone Moressa su 600 famiglie.
Una ricerca che si avvale anche di dati Inps inediti.
Il risultato? Poco lusinghiero per lo spirito di generosità del Belpaese: in epoca di crisi la badante-tipo deve farsi in quattro e ottenere, in cambio, sempre meno.
Partiamo dai numeri: in Italia si contano oltre 871mila lavoratori domestici regolarmente iscritti all’Inps, di cui l’81,5 per cento è straniero (anche se stando alle stime Censis, nel 2010 l’esercito di colf e badanti, considerando regolari e non, ha raggiunto quota un milione e 554mila).
Dal 2001 al 2010 a crescere sono state soprattutto le badanti straniere: in dieci anni il loro numero si è quasi triplicato (222,9% in più), mentre per gli italiani l’aumento si è fermato a un più 23,7%.
Complessivamente i lavoratori domestici versano nelle casse dell’Inps 834 milioni di euro in contributi, di cui l’83,9 per cento proviene da immigrati (699 milioni di euro).
Nell’ultimo periodo (2001-2010) la crescita dei contributi versati è stata del 274,8%, ma se si osserva solo la parte riservata ai lavoratori stranieri si registra un boom del 487,6.
Sono poche, precisamente l’11,4%, le famiglie italiane che ricorrono al lavoro di una badante per l’assistenza ad anziani totalmente non autosufficienti.
È più frequente (nel 49% dei casi) che a essere assistiti siano anziani parzialmente non autosufficienti o pienamente autosufficienti (38,5%).
Il 62,5% delle famiglie affida alla badante anche compiti di pulizia della casa e di preparazione dei pasti e il 56,4 chiede cure infermieristiche per l’assistito. Non è tutto.
Il 38,5% delle famiglie assegna alle collaboratrici domestiche l’intera gestione della casa (fare la spesa o pagare le bollette).
Per svolgere tali incarichi, al 40,2% è richiesta una giornata lavorativa superiore alle 16 ore.
A fronte di queste condizioni di lavoro, il 46% delle famiglie intervistate paga uno stipendio inferiore agli 800 euro al mese più vitto e alloggio, mentre il 17,8 si limita a pagare uno stipendio simile addirittura senza altri benefit.
Sono appena il 4,1% le famiglie che danno alla badante più di mille euro al mese.
Chi paga il costo della badante?
Nella metà dei casi viene coperto dal solo reddito dell’assistito, ma spesso la pensione dell’anziano non basta: ecco allora che nel 26,1% dei casi intervengono i familiari con parte del loro stipendio.
Tra i canali utilizzati dalle famiglie per selezionare la lavoratrice, il prevalente rimane il passaparola (nel 55,4% dei casi).
Meno praticati sono i contatti tramite parrocchia o associazioni di volontariato (16,9%), annunci economici (11,1), istituzioni pubbliche (10,2), agenzie specializzate (4,6) o medici di base (appena l’1,8).
Su 10 badanti solo 5,7 hanno un regolare contratto di lavoro, le altre lavorano “in nero”.
Stando al sondaggio, l’ostacolo maggiore per la regolarizzazione del lavoro starebbe negli oneri burocratici (47,8%), non pochi però lo imputano alla mancanza del permesso di soggiorno delle badanti straniere (27,8%) o, più semplicemente, al costo troppo elevato (22,5%).
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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