Ottobre 8th, 2011 Riccardo Fucile
SI FA STRADA L’IPOTESI AMATO PER BANKITALIA PER RISOLVERE IL DUELLO CON IL PREMIER…E BOSSI PENSA AI LINGOTTI DELLA BANCA D’ITALIA, SILVIO A DUE BEI CONDONI
La realtà ha due facce. 
Ci sono Berlusconi e i ministri del Pdl, convinti di essere riusciti a «commissariare» Tremonti.
E c’è lui, il ministro sotto processo. Che di questo presunto «commissariamento» si fa beffe e spiega agli amici che «il ministro Romani farà l’elenco di tutte le proposte sul tavolo e poi dovrà comunque riferire a me».
Ma la verità è che il decreto sviluppo, il salvagente che dovrebbe tenere a galla ancora qualche mese il governo giustificandone la sopravvivenza, resta un miraggio.
Tanto che, annunciato per metà mese, slitterà ora almeno al 20 ottobre.
Solo sul braccio di ferro per la Banca d’Italia sembra essersi aperto uno spiraglio nella contesa tra palazzo Chigi e il ministro dell’Economia, visto che è spuntato il nome di Giuliano Amato tra le candidature contrapposte di Saccomanni (voluto da Berlusconi) e Grilli (voluto da Tremonti).
Nel lungo vertice a palazzo Grazioli, dedicato alla crescita, il Cavaliere non è comunque venuto a capo di niente.
Si è deciso di abbandonare l’impostazione di micro-interventi di semplificazione e sburocratizzazione. «Non servono, nessuno se ne accorgerebbe. Ci vuole una frustata». Meglio concentrarsi su 2 o 3 iniziative «che si vedano».
Campi d’azione individuati da Paolo Romani, il coordinatore del lavoro: energia, Tlc, infrastrutture, internazionalizzazione delle imprese.
«Ma non c’è una lira, su questo Tremonti è stato chiaro», ammette sconsolato un ministro.
La situazione, al momento, è senza uscite. Anche perchè la strada suggerita ieri da Umberto Bossi durante un summit a Montecitorio, alla presenza di Tremonti, Berlusconi e Letta, è apparsa subito impraticabile.
«Per me – ha buttato lì il capo del Carroccio lasciando tutti di stucco – l’unica è mettere le mani sull’oro della Banca d’Italia. Andiamo a vedere quanti lingotti gli sono ancora rimasti dopo l’ingresso nell’euro».
L’assalto ai caveau di via Nazionale è sembrato eccessivo.
Torna quindi in primo piano una vecchia idea del premier, rilanciata ieri da Fabrizio Cicchitto: il condono.
Anzi, i condoni, quello edilizio e quello fiscale.
Nonostante la contrarietà del ministro dell’Economia, che anche ieri ha ripetuto che «l’Europa non li vuole, non possiamo portarli a riduzione della spesa corrente perchè sono entrate una tantum», il premier alla fine è sempre lì che va a parare.
Tanto da aver già chiesto alla sondaggista Alessandra Ghisleri di testare l’impatto di un eventuale condono sull’opinione pubblica e alla Ragioneria di fargli sapere quanto gettito si potrebbe ricavare da una sanatoria di massa.
L’incontro di pugilato prosegue, nonostante la passeggiata in Transatlantico organizzata a sorpresa da Berlusconi con Tremonti per smentire dissapori con il ministro dell’Economia.
Intanto il primo round è proprio il ministro dell’Economia ad esserselo aggiudicato.
La stretta da 7 miliardi per l’anno prossimo, in sostanza i maxi-tagli ai ministeri della Difesa e delle Infrastrutture, dovrà essere contabilizzata nel disegno di legge di stabilità in arrivo la prossima settimana.
E Tremonti è sicuro di aver portato a casa il risultato, nonostante le proteste degli interessati.
«La legge di stabilità – spiegano dall’Economia – metterà in tabelle il pareggio di bilancio. Questo ci chiedeva l’Ue e la Bce e questo sarà fatto».
Quanto all’incarico di «coordinamento» sul decreto sviluppo affidato a Romani, Tremonti non ci vede alcuna diminuzione del suo ruolo. Semmai, osservano fonti vicine al ministro, a dispiacersene saranno stati più Roberto Calderoli e Renato Brunetta, che a quel posto aspiravano.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile
“NON LASCEREMO NESSUNO INDIETRO” PROMETTEVA BERLUSCONI: INFATTI IL GOVERNO LI LASCIA SOTTO UN PONTE…BRESCIA, VICENZA E MODENA GUIDANO LA CLASSIFICA E IL FONDO SOCIALE E’ RIDOTTO AL LUMICINO
Non solo è difficile arrivare a fine mese, ma per molte famiglie è pesante anche pagare
puntualmente il fitto di casa.
I ritardi negli ultimi mesi si sono moltiplicati tanto da far raddoppiare in 10 anni gli sfratti per morosità : erano poco più di 25 mila nel 2000 sono schizzati a oltre 56 mila l’anno scorso. In sostanza si è arrivati a uno sfratto ogni 380 famiglie, rispetto ad uno ogni 539 famiglie nel 2001 e a uno sfratto ogni 401 famiglie nel 2009.
Se nel 1983 gli sfratti per morosità rappresentavano il 13% dei provvedimenti di rilascio forzoso emessi, nel 2000 sono saliti al 64,5% per attestarsi lo scorso anno a quota 85,7%.
Le cifre evidenziano una situazione allarmante che emerge da uno studio del Sunia, il sindacato degli inquilini che ha fotografato anche le realtà locali.
A livello provinciale, è Brescia che guida la classifica con un vistoso 94,96%, seguita da Vicenza con il 94,55%, Modena con il 93,87% e da Torino con il 92,09%.
Il peso delle ingiunzioni si sente soprattutto nelle realtà industriali e nelle aree metropolitano dove hanno influito le crisi industriali e il precariato.
La crescita così forte degli sfratti è stata determinata anche da canoni di locazione mediamente alti: molte famiglie, pur di trovare una soluzione abitativa, hanno firmato contratti di locazione che non sono in grado di onorare.
Così scatta lo sfratto per morosità che porta, in molti casi, a soluzioni precarie come andare ad abitare presso familiari rafforzando, così, il fenomeno della coabitazione.
Ad aggravare ulteriormente la posizione degli inquilini con redditi bassi si è aggiunto lo “svuotamento” del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione che ha il preciso scopo di agevolare gli inquilini con reddito basso a pagare l’affitto.
L’integrazione poteva essere richiesta quando il reddito complessivo annuo imponibile del nucleo familiare non era superiore a due pensione minime Inps rispetto al quale l’incidenza dell’affitto non doveva essere inferiore al 14%.
Per i nuclei familiari con un reddito non superiore a quello fissato dalle regioni per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, l’incidenza dell’affitto doveva risultare non inferiore al 24%.
Da dati pubblicati sul sito lavoce.info emerge che nel 1999 era previsto uno stanziamento di 388 milioni e 778 mila euro.
Queste risorse si sono lentamente prosciugate: nel 2010 erano scese a 143 milioni e 826 mila euro.
Ma il crollo è avvenuto con il varo della legge di stabilità che ha drasticamente ridotto gli stanziamenti a oltre 33 milioni di euro per il 2011 e il 2012, per fissarli per il 2013 al lumicino: 14 milioni e 313 mila euro.
«Siamo di fronte alla dismissione da parte governo – spiega Claudio Fantoni, assessore alla casa del comune di Firenze e delegato Anci alle politiche abitative – degli interventi a sostegno della fascia di popolazione più a disagio, quella che non ha risorse per assicurarsi un’abitazione. Di fronte ad una necessità quantificata in un miliardo e mezzo all’anno non restano che una manciata di milioni di euro».
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Ottobre 6th, 2011 Riccardo Fucile
TENSIONE NEL PARTITO, PISANU A SCAJOLA VERSO LA CREAZIONE DI GRUPPI AUTONOMI…BOSSI RIAPRE IL CASO BANKITALIA
Stavolta la sopravvivenza del governo è a rischio.
Berlusconi, impegnato nel braccio di ferro con Tremonti su Banca d’Italia e decreto sviluppo, è il primo a esserne consapevole.
“Sulla crescita – confida il Cavaliere – ci giochiamo tutto”.
L’assedio che il Pdl e i ministri berlusconiani stanno portando al ministro dell’Economia, per spingerlo a riempire di contenuti la cartellina vuota del provvedimento, è tale da trascinare a picco l’intera coalizione.
Nella notte tra martedì e mercoledì, a Palazzo Grazioli, la luce nel salotto del Cavaliere è rimasta accesa.
Alla presenza di Gianni Letta, tra Berlusconi e Tremonti è andato in scena l’ennesimo litigio, un’ora dopo che le agenzie internazionali avevano battuto la notizia del declassamento dell’Italia da parte di Moody’s.
Il capo del governo ha chiesto conto a Tremonti di quell’uscita “improvvida” sulle elezioni anticipate come medicina per curare la febbre dello spread.
Il ministro, che si era già rimangiato la battuta su suggerimento di Maurizio Gasparri, si è difeso alzando il tono della voce: “Io stavo parlando solo del caso spagnolo eppure i tuoi mi sono subito saltati alla gola senza nemmeno curarsi della smentita”.
Ma è stato quando il premier gli ha chiesto cosa il governo potesse fare per sottrarsi agli attacchi della speculazione che Tremonti ha affondato il pugnale: “Silvio, ma ancora non l’hai capito? Il problema sei tu”.
Questo è quanto si racconta nel Pdl, dove è ripartita la caccia all’uomo contro il ministro dell’Economia.
“L’unica – sostiene un ministro – è dargli Grilli alla Banca d’Italia. Finchè non si sblocca quel nome Tremonti è irremovibile”.
Che sia questo il nodo di fondo lo dimostra anche la battuta pronunciata ieri da Umberto Bossi, che sembra aver perso la pazienza per l’immobilismo del Cavaliere: “Berlusconi si decida a far votare il milanese Grilli”.
Di questo e del decreto sviluppo parleranno questa mattina il premier e Tremonti in un nuovo incontro fissato a palazzo Chigi.
Ma l’intero Pdl è in rivolta contro Tremonti e le chance di Grilli sono al lumicino.
Basti pensare che al convegno che si aprirà a Spineto, organizzato da Maurizio Lupi con la partecipazione di una sessantina di parlamentari e del sottosegretario all’Economia Luigi Casero, l’invitato d’onore sarà proprio Mario Draghi, principale sponsor di Saccomanni alla Banca d’Italia.
Quello stesso Draghi che viene considerato da Tremonti il nemico pubblico numero uno.
In questo clima, è proprio sul decreto sviluppo che i bookmaker di Montecitorio fissano il terreno ideale per una crisi di governo.
Ieri è stato notato Beppe Pisanu parlare a lungo alla Camera con Walter Veltroni, complice il caos della seduta comune.
Mario Valducci è un altro scontento dell’attuale andazzo e con lui molti altri.
A sera, in un ristorante della Galleria Colonna, Claudio Scajola ha riunito una quindicina di fedelissimi per decidere il da farsi nei prossimi giorni.
Sebbene Denis Verdini, il coordinatore del Pdl che dal 14 dicembre ha blindato la maggioranza, non dia peso a questi movimenti (“vedo solo qualcuno in cerca di visibilità “) da “radio Pdl” si captano rumori sempre più forti.
Ci sarebbe in gestazione un documento molto duro nei confronti del governo, una richiesta di “discontinuità ” che salirebbe da questo gruppo di frondisti, unita alla richiesta di un passo indietro del premier.
La mossa successiva sarebbe la costituzione di gruppi autonomi alla Camera e al Senato, disponibili a sostenere un “governo del Presidente” per mandare avanti la legislatura e gestire l’emergenza.
Anche gli ex Fli Andrea Ronchi e Adoldo Urso sono in fibrillazione e ieri l’hanno detto chiaro e tondo ad Angelino Alfano in un convegno organizzato da Fare Italia. “O ci sono le risorse in grado di garantire il rilancio delle imprese occupazione e infrastrutture, oppure – ha minacciato Ronchi – noi questo decreto non lo votiamo”.
Il problema è che queste risorse, al momento, non ci sono affatto.
Altero Matteoli e Renato Brunetta hanno ricevuto da Berlusconi l’incarico di predisporre le misure del decreto, ma senza soldi la manovrina per la crescita rischia di restare soltanto un titolo.
“Siamo in un angolo – confessa un capogruppo del Pdl – perchè abbiamo caricato questo decreto di aspettative enormi e ci sarà un effetto boomerang tremendo quando si scoprirà che nel provvedimento ci sono solo zuccherini”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
LO STATO DEVE OLTRE 70 MILIARDI AI FORNITORI, FA LE LEGGI SUI TEMPI DI PAGAMENTO E POI NON LE APPLICA …IN COMPENSO PIGNORA ANCHE I MOBILI DI CHI NON PUO’ PAGARE PRIMA DELLA SENTENZA
Se la Pubblica amministrazione piange, figuriamoci l’esercito dei suoi creditori che vede
ridursi sempre più le già magre speranze di passare all’incasso.
Non si tratta di somme da poco: i calcoli di Abi-Confindustria di fine 2010 parlavano di un monte crediti scaduti pari a 60-70 miliardi di euro, più della metà dei quali vantati verso il Servizio Sanitario Nazionale.
La cifra poi, secondo Confcooperative che ha considerato tutti i tipi di forniture e tutte le amministrazioni pubbliche debitrici, compresi comuni e province, saliva a quota 200 miliardi.
Una situazione resa sempre meno sostenibile dai tempi di pagamento che al Sud ormai sforano i 400 giorni di ritardo e che si sarebbe dovuta risolvere con la legge 122 del 30 luglio 2010 che prevedeva che dal primo gennaio 2011 i crediti non prescritti nei confronti della pubblica amministrazione potessero essere compensati con le somme dovute al fisco alla voce debiti iscritti a ruolo.
Semplice, anzi, semplicissimo, quindi: l’azienda che ha delle pendenze col fisco e, allo stesso tempo, vanta crediti verso un Comune, una Regione o un ospedale pubblico aspetta che le arrivi la cartella esattoriale e la estingue utilizzando il proprio credito.
Troppo bello per essere vero. E in effetti non lo è, dal momento che per essere efficace la legge avrebbe dovuto essere seguita da un decreto attuativo del ministero dell’Economia che non è mai stato emanato.
Sul tavolo di Tremonti sono invece pervenute almeno un paio di interrogazioni parlamentari sul tema e la risposta è stata che, trattandosi di faccenda delicata, i lavori erano ancora in corso.
Nella manovra-bis, poi, si era aperto uno spiraglio subito richiuso dal maxi-emendamento.
Legittimo sospettare, quindi, che forse qualcuno si è reso conto a metà strada dell’evidente problema di gettito mancato che comporterebbe la compensazione denudando ulteriormente un re già in mutande, con buona pace delle aziende già sotto stress per la crisi.
Sorvoliamo, poi, sull’iniquità di fondo di questa normativa che non prende in considerazione almeno un paio di aspetti fondamentali.
Non tiene conto che perfino in Italia potrebbero anche esserci delle aziende virtuose senza alcun debito già a ruolo o in procinto di diventarlo, ma per le quali non è prevista alcuna via di uscita tranne la paziente attesa del pagamento di quanto dovuto da parte della Pubblica amministrazione.
Come dire: lavori per lo Stato? Bene, non pagare tasse o multe e sarai a tua volta pagato per il tuo lavoro.
Da non trascurare, poi, il fatto che l’iscrizione a ruolo di un debito comporta il pagamento di interessi.
E così se io vanto un credito di 100, non posso compensarlo con un mio debito finchè quest’ultimo non è lievitato a quota 130 a causa degli interessi.
Sul problema ci si sono arrovellati fior di consulenti e lobbisti che hanno sfornato proposte operative affinchè questa norma per lo scambio tra i debiti tributari e i crediti vantati nei confronti della Pubblica amministrazione sia rivista.
Anche per favorire quei fornitori virtuosi (ovvero non in possesso di ruoli) offrendo loro la ragionevole possibilità di cedere il proprio credito a soggetti titolari di avvisi di ruolo o debitori di altri tributi.
Dove per non sforare gli obiettivi di finanza pubblica, la pa avrebbe potuto fissare dei tetti annui delle somme da compensare.
A guastare tutto, però, è arrivata la nuova ondata della crisi che ha talmente messo in dubbio la solvibilità dello Stato e, quindi, della sua amministrazione, che le banche hanno iniziato a rifiutarsi di scontare alle aziende le fatture provenienti dal pubblico. Figuriamoci, quindi acquistarle direttamente a sconto, unica strada finora concessa alle imprese in difficoltà .
Anche perchè le nostre banche sono già strapiene di questo tipo di crediti cosiddetti non performing, letteralmente non performanti cioè dalla riscossione incerta, al punto che a inizio estate qualcuno ha iniziato a rivenderli massicciamente a operatori specializzati.
Che spesso sono stranieri, quindi entità che non hanno la stessa cautela dei nostri istituti di credito nei confronti del pubblico interesse e che potrebbero passare alla cassa senza troppi problemi.
Un rischio sgradevole viste le cifre in ballo.
Tremonti avvisato, mezzo salvato.
Annamaria Usuelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
NEL MIRINO C’E’ DI TUTTO: DALLE MULTE AL BOLLO…NESSUNA GUERRA TOTALE AL NULLATENENTE CON SUV
Uno spettro s’aggira per l’Italia.
à‰ quello delle nuove procedure di riscossione che il governo ha garantito all’Agenzia delle entrate e quest’ultima a Equitalia, il suo braccio armato.
L’obiettivo, spiegano fonti interne, è portare nel 2012 la quota di evasione recuperata a 13 miliardi di euro (quest’anno dovrebbero essere poco più di 11 miliardi).
Già questo obiettivo, peraltro, è puramente numerico: nei miliardi recuperati di cui si parla — solamente il 10,4 per cento dell’evasione “scoperta” — rientra di tutto, dalle multe al bollo del motorino fino alle procedure conciliative con maxi-sconto.
Insomma, non è proprio la guerra totale al nullatenente in Suv di cui si nutre l’immaginario collettivo.
In ogni caso, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha bisogno di soldi per il pareggio di bilancio e tutto fa brodo per aumentare gli incassi di Equitalia, anche i metodi vessatori: ci sono voluti tre interventi legislativi infatti — dalla manovra estiva del 2010 a quella di luglio scorso — ma alla fine il Tesoro è riuscito a mettere in mano ai suoi agenti riscossori una pistola carica.
E pazienza se ci sarà qualche vittima.
Fino al 1 ottobre, cioè sabato scorso, la procedura di recupero era la seguente: in caso di mancato pagamento, l’Agenzia delle entrate preparava la cartella esattoriale, poi passava la pratica a Equitalia che notificava l’inizio della fase esecutiva al contribuente, il quale aveva 60 giorni per pagare o fare ricorso.
Tempo medio della procedura: 15-18 mesi al netto dei ricorsi.
Ora si passa al cosiddetto “accertamento esecutivo”, che velocizza tutto l’iter: già con la cartella dell’Agenzia delle entrate — nota bene: anche se giace in qualche ufficio postale — partono i 60 giorni di tempo per il contribuente e, al 61esimo, la pratica è esecutiva.
A quel punto Equitalia, grazie ad una modifica estiva, dovrà comunque sospendere tutto per 180 giorni. Il tempo medio dunque s’aggira attorno agli otto mesi.
Si trattasse solo di un iter più rapido, però, sarebbe benvenuto, solo che le novità non sono finite.
Intanto se il contribuente decide di fare ricorso, dovrà comunque versare entro i famosi 60 giorni un terzo dell’importo contestato.
E poi esiste una larga possibilità per Equitalia di agire in via discrezionale e preventiva nel caso esistano “fondati motivi” di ritenere in pericolo “il positivo esito della riscossione”: dall’ipoteca sulla casa del presunto evasore, al pignoramento dei suoi conti correnti fino alla ganasce fiscali per i veicoli.
Curioso per uno Stato che ritarda di anni i pagamenti ai suoi fornitori o la restituzione dei crediti fiscali.
“Se questo fosse il trattamento che si riserva all’evasore totale sarebbe anche giusto, ma vale per tutti, anche per una piccola impresa che non riesce a pagare una rata per via della crisi o per uno che ha sbagliato a fare la dichiarazione dei redditi”, spiega Antonio Iorio, avvocato tributarista, collaboratore del Sole 24 Ore ed ex direttore delle relazioni esterne proprio per l’Agenzia delle Entrate: “La prima cosa da fare, comunque, è migliorare la qualità degli accertamenti. Bisogna sempre ricordare, infatti, che oggi il 40 per cento circa delle contestazioni vengono poi annullate da un giudice: in questo modo c’è il rischio che l’obbligo di versare un terzo della cartella per avviare il ricorso diventi un onere improprio per le imprese. Pensi ad una piccola azienda accusata di aver evaso o comunque non versato al fisco 2 milioni di euro: deve pagarne in due mesi 700 mila solo per fare ricorso e se non lo fa rischia di vedersi ipotecare gli impianti o pignorare i conti correnti col risultato che le banche le chiudono il credito perchè viene segnalata alla centrale rischi”.
Nel mirino, insomma, finiranno le Pmi, che già vivono un rapporto difficile con la pubblica amministrazione.
E’ lecito dubitare che la pistola gentilmente fornita da Tremonti verrà usata con prudenza: è stata data proprio per sparare.
Le pressioni dal Tesoro e dall’Agenzia delle Entrate, confermano fonti di Equitalia, sono tutte dirette al conseguimento degli obiettivi di budget.
Tradotto: gli agenti riscossori dovranno portare a casa l’osso dei 13 miliardi e poco male se nel frattempo un altro pezzo di imprenditoria italiana sarà desertificato o si finirà in realtà per aumentare l’evasione.
“I veri evasori — spiegano — non pagano quasi niente e mettono da parte una sorta di fondo rischi con cui poi chiudere una procedura di conciliazione col fisco: con gli sconti che strappano ci guadagnano lo stesso. E così anche chi paga pensa comincia a pensare che farlo sia da fessi”.
La reazione dei cittadini — per ora sottotraccia — è di esasperazione: il tono dei commenti sul web, per dire, è lo stesso ad ogni latitudine, dal blog di Beppe Grillo ai siti del Sole, del Giornale o della Repubblica.
Per capirci su cosa si rischia, in Sardegna — dove ci fu una sollevazione popolare contro Equitalia già ad aprile — vanno in esecuzione oltre 80mila cartelle: “C’è aria di rivolta”, titola un giornale dell’isola.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
APERTA UNA ISTRUTTORIA SULLE CONSEGUENZE ECOLOGICHE PRODOTTE DALL’AEROPORTO SUL PARCO NATURALE DELLA VALLE DEL TICINO
Si addensano nuove nubi su Malpensa. 
L’Europa ha un’istruttoria in corso sul “disastro ecologico” prodotto dall’aeroporto sul Parco naturale della Valle del Ticino.
“File status: file open”, si legge nell’archivio telematico della Commissione europea che ha acceso un faro sulle conseguenze che l’espansione di Malpensa ha avuto negli anni sull’area protetta dalle stesse direttive comunitarie (leggi il documento Pilot uno e due).
Per ora è una spia rossa perchè l’Italia è chiamata a fornire spiegazioni e illustrare se e quali misure di tutela del sito di interesse comunitario Brughiera del Dosso e Boschi del Ticino ha intrapreso per limitare il danno.
Ma se le risposte non saranno ritenute sufficienti, Bruxelles avvierà una procedura di infrazione con la messa in mora dell’Italia obbligandola a far fronte al “devasto ambientale” .
E un’altra incognita grava quindi sul futuro dello scalo varesino, già alle prese con diversi problemi: continua infatti la fuga dei grandi vettori, gli altri aeroporti del Nord si girano dall’altra parte e fanno network ovunque ma non a Varese, i comuni di sedime (nell’area occupata dall’aeroporto, ndr) sono in causa col gestore per danni ambientali e rivendicano il pagamento della tassa di imbarco dribblato dalla Sea. Ciliegina sulla torta, le previsioni di traffico sono in calo e vanno nella direzione contraria rispetto al piano industriale da 1,6 milioni di euro e al progetto di potenziamento della Terza Pista appena approvato (sulla carta, ora la palla passa a Tremonti).
Così, a un passo dalla quotazione — si è parlato di fine ottobre come prima finestra utile — la Lombardia mette le ali alla sua Parmalat: Sea non produce latte, sposta persone, ma al pari della società di Collecchio sarà messa sul mercato borsistico stando ben attenti a non pubblicizzare i rischi per gli investitori e le perturbazioni che potranno scatenarsi a decollo del titolo ormai avvenuto.
Con l’aggravante che a promuovere e gestire il collocamento del titolo non sono manager e finanziarie senza scrupoli ma un ente pubblico che sta in via Marino 1 e possiede l’84,6% delle quote, il Comune di Milano.
Una mossa suicida per la giunta di Giuliano Pisapia, se non fosse che il missile è stato piazzato sulla rampa di decollo dall’amministrazione di Letizia Moratti e che il carburante scarseggia ovunque.
Dall’appuntamento con Piazza Affari, infatti, le casse vuote del capoluogo dovrebbero ricavare 160 milioni di euro.
Su questo fronte l’orientamento dell’assessore al Bilancio Bruno Tabacci sembra quello di proseguire con la fase istruttoria ben oltre ottobre e fino al nuovo anno, con l’ipotesi concreta di spostare al ribasso l’asticella del collocamento, abbassando la quota dal 35 al 25% così da mantenere il controllo della società (51%).
Se tutto questo è fonte di incertezza si può anche aggiungere l’ipotesi ventilata nell’ultima settimana di bandire una gara per diluire la partecipazione azionaria pubblica e far salire il valore delle azioni.
Per ora all’orizzonte c’è solo un’ipotesi di scalata da parte di Vito Gamberale che nel settore aeroportuale controlla Capodichino e ha apertamente espresso il desiderio di mettere la targa del fondo F21 sui due gioielli della cassaforte del Comune, la Milano-Serravalle e, appunto, la Sea.
Tempo utile anche a sondare la possibilità di procedere a una Valutazione ambientale strategica (Vas) sul progetto di espansione con Terza Pista, come chiesto in un recente incontro dai comuni sorvolati (Cuv) al Comune.
Perchè l’unica verifica d’impatto attivata è una procedura di Via (il 29 settembre si chiude la raccolta delle osservazioni presso l’apposita commissione ministeriale che è anche chiamata a dare una risposta di merito) che non entrerà nel merito della reale compatibilità tra il territorio e il nuovo ampliamento disegnato dal Master Plan Sea. Ai sindaci è sembrato già un miracolo essere ricevuti a palazzo dopo i niet dell’era Moratti, ma le reali chance di poter condizionare la partita e gli interessi in gioco sono poche.
Così nel microcosmo della politica locale. Perchè allargando lo sguardo oltre il perimetro di palazzo Marino non tira davvero buona aria.
Gli amministratori di Milano, tutti, hanno dimenticato quella questione del danno ambientale che è costato alla Sea una condanna a risarcire 4 milioni di euro (sentenza n. 11169/08 del 22/9/2008) al signor Umberto Quintavalle, proprietario di un’area 220 ettari nel comune di Somma Lombardo, nel Varesotto.
Il Tribunale, per arrivare a sentenza, ha fatto eseguire una perizia che certifica un progressivo degrado dell’area boschiva, protetta da due direttive europee (Habitat/Uccelli), e riconduce il “devasto” proprio all’attività di sorvolo degli aerei in decollo e atterraggio nel vicino aeroporto di Malpensa.
Sea ha fatto ricorso in appello ma Quintavalle, assistito dall’avvocato Elisabetta Cicigoi che sta anche supportando legalmente diversi comuni di sedime, ha deciso, sempre con l’assistenza della Cicigoi, di fare reclamo a Bruxelles per la violazione delle Direttive Habitat e Uccelli, la cui osservanza avrebbe imposto l’adozione di misure di tutela per evitare il degrado delle aree naturali protette causato da “inquinamento acustico, luminoso e da idrocarburi dovuto anche al sorvolo degli aerei in bassa quota, al mancato rispetto delle quote e delle procedure antirumore”.
E oggi proprio la strada che sembrava più lunga sarà quella giusta per imporre al gestore aeroportuale l’obbligo di fare i conti con l’ambiente.
Di questa vicenda per ora si sa che il settore Valutazioni del Danno Ambientale dell’Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha confezionato per lo Stato italiano un documento (ISPRA) utile alla definizione della questione ambientale.
La relazione riconosce il danno e semmai ne amplia la portata ma esclude la possibilità che il Ministero per l’Ambiente proceda a una richiesta risarcitoria che sarebbe difficile quantificare.
Piuttosto indica come valida altrenativa quella di imporre “oltre a misure difensive come le barriere acustiche, di ripristino come la ricostruzione delle zone boschive compromesse dall’inquinamento, misure inibitorie come la riduzione del numero dei sorvoli o modifiche alle zone di sorvolo degli aeromobili”.
In pratica Malpensa andrebbe ridotta, non potenziata.
Ma il Comune di Milano e Sea sembrano voler tirare dritto e ignorare tutto questo per andare nella direzione esattamente opposta alla sentenza del Tribunale, alle perizie del Corpo Forestale e ora dall’Ispra e da Bruxelles.
Così Milano sfida l’Europa ed espone l’Italia all’ennesima infrazione.
Chi in Europa ci sta davvero, come le compagnie aeree internazionali, ha capito che qui tira brutta aria.
Le previsioni del piano di espansione Sea si scontrano con i numeri: il piano di potenziamento si basa sulla previsione di 50 milioni di passeggeri l’anno entro il 2030 ma i movimenti nell’ultimo anno sono stati appena 18 milioni quando lo scalo, con le due piste attuali, ha una capacità pari a 30.
Le compagnie lo sanno e sanno che su di loro graverà parte del costo di un allargamento dai ritorni incerti se non improbabili. E puntano i loro velivoli altrove. Dopo l’addio clamoroso di Lufhansa anche Air France prepara armi e bagagli e lascia Malpensa per Linate (trascinandosi dietro anche l’olandese Klm).
Alitalia praticamente non c’è più da un pezzo, fa decollare 148 voli settimanali contro i 1.238 del 2007.
Così, senza il francese, l’italiano e il tedesco sarà più difficile raccontare ai mercati e all’Europa la barzelletta del grande Hub del Nord.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
NUOVE REGOLE AL VIA, LO STATO VUOLE INCASSARE 13 MILIARDI…SI DOVRA’ PAGARE ANCORA PRIMA DI UN PROCESSO CHE DEFINISCA CHI HA RAGIONE…MA NON SI DOVEVA AIUTARE CHI ERA RIMASTO INDIETRO?
L’Agenzia delle Entrate cala l’arma “fine del mondo” sui contribuenti: in modo silenzioso, dopo un rinvio estivo e tre rivisitazioni in altrettanti decreti, ventiquattro ore fa l’Agenzia ha offerto al mastino Equitalia uno strumento di rara efficacia.
Dopo 60 giorni dall’avviso al contribuente (“Devi pagare”, e si parla di debiti con lo Stato contratti a partire dal 2007, imposte sui redditi, Iva, Irap), l’Equitalia guidata da Attilio Befera, l’istituzione più temuta del paese, potrà attivare i suoi mezzi per recuperare il debito.
Senza muovere un passo, potrà iscrivere ipoteca sull’artigiano considerato infedele (facendo scattare una comunicazione alla centrale rischi delle banche con conseguente chiusura dei fidi), potrà pignorare il suo conto corrente (rendendo impossibile il pagamento di dipendenti e fornitori), avviare i pignoramenti presso terzi (sono i crediti dei clienti, Equitalia ha il potere di arrivare anche lì) e far partire le ganasce fiscali su auto e van posseduti.
Da ieri, il “titolo di debito” è immediatamente esecutivo: basta un avviso per considerarti in mora.
Non c’è più bisogno di istruire una cartella esattoriale che, ricorsi compresi, portava al saldo dell’eventuale debito entro 15-18 mesi.
Il problema è che in quattro casi su dieci i ricorsi davano ragione al contribuente.
Già .
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha chiesto al suo braccio destro Befera certezza di entrate, gli ha assegnato l’obiettivo 13 miliardi per la prossima raccolta fiscale e, quindi, gli ha offerto una legge che dà al Fisco poteri mai visti nella storia della Repubblica.
Entro 61 giorni dall’avviso – a prescindere dal fatto che l’avviso sia stato ricevuto o dorma in un ufficio delle Poste, in una Casa comunale – il contribuente o paga l’intera somma o contesta pagandone un terzo (più gli interessi maturati).
Si deve saldare prima ancora dell’istruzione di un processo amministrativo che definisca chi ha ragione.
Di fronte al ricorso del cittadino, per sei mesi gli agenti della riscossione non potranno avviare pignoramenti, ma potranno ipotecare una casa e bloccare un’auto.
Se Equitalia, poi, si convince che c’è “fondato pericolo” di perdere il credito, ha il mandato per fare quello che crede: sequestrare una pensione, mandare un bene all’asta immobiliare.
Se il colpito dimostrerà di avere problemi di liquidità – novità della terza e ultima rivisitazione – chiederà a un giudice tributario una sospensiva per fermare l’azione (per 150-180 giorni) oppure aderirà a un concordato (sconto con trattativa).
«Non esiste più diritto alla difesa, devi versare che tu abbia torto o ragione», attacca l’avvocato Alberto Goffi, consigliere regionale Udc del Piemonte, riferimento della rivolta anti-Equitalia.
«Si sta colpendo chi ha fatto dichiarazioni fedeli e oggi, a causa della crisi, non è in grado di pagare le tasse. Non puoi impugnare quello che hai dichiarato, è la condanna a morte delle imprese oneste».
Pietro Giordano, segretario Adiconsum: «Con questi tassi prossimi all’usura crescerà il debito dei contribuenti, le misure introdotte a luglio vengono vanificate».
Già , sull’onda delle sconfitte alle amministrative e le conseguenti urla della Lega («tutta colpa di Equitalia»), a inizio estate il governo innalzò a 20 mila euro il tetto per l’ipoteca sulla prima casa, pretese due avvisi prima di apporre le ganasce fiscali e allungò a 72 mesi le rate per i debiti.
Quindi, per cercare di diminuire il gigantesco contenzioso fermo nelle commissioni di ricorso, l’Agenzia ha avviato un mini-condono per chi aveva contestato.
Ieri, però, è stata sguainata l’arma letale: “60 giorni per pagare”.
A fine mese arriverà il redditometro, quindi il carcere per gli evasori.
I dirigenti dell’Agenzia: «Ora possiamo andare avanti spediti, gli esattori punteranno al sodo. Usciamo dall’Ottocento, entriamo nel Duemila».
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, Giustizia, governo, Politica, radici e valori, rapine | 1 Commento »
Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
ECCO L’IMPATTO DEI TAGLI ALLE DETRAZIONI, CON IL RITORNO DELL’IRPEF SULLA PRIMA CASA….CONFESERCENTI: FRANCIA E GERMANIA IN DIECI ANNI LE HANNO TAGLIATE, NOI ALZATE
La caccia disperata alle risorse per far fronte alla frana dei conti pubblici e al
contenimento del debito, rischia di far passare in secondo piano la questione fiscale.
Ed in invece l’Italia sta per salire in testa alla classifica degli Stati che spremono più soldi dalle tasche dei contribuenti.
Soprattutto dopo la manovra d’agosto.
Un fenomeno più grave di quanto rivelino i documenti ufficiali.
Andiamo per ordine.
La pressione fiscale, secondo i dati della «nota di aggiornamento» al Def (Documento di economia e finanza) pubblicato il 22 settembre scorso, salirà in modo rilevante.
Lo ammette anche il governo tant’è che le stime ufficiali parlano di un incremento di circa 1 punto percentuale dal 2010, quando la pressione si collocava al 42,6 del Pil al 2014 quando arriverà al 43,7 per cento.
Un balzo notevole, soprattutto se si pensa alle parole d’ordine del centrodestra berlusconiano che ha affrontato campagne elettorali vincenti brandendo lo slogan liberista «meno tasse per tutti» e ha speso 2 miliardi per eliminare l’Ici dalla prima casa.
Ma i dati ufficiali, come dimostra uno studio della Confesercenti, non dicono tutta la verità : in realtà la pressione fiscale già nel 2013 raggiungerà , con un salto di 2,2 punti, il record storico del 44,8 per cento, stracciando ampiamente il «primato» segnato durante la rincorsa all’euro di Prodi nel 1997 (quando si toccò quota 43,3 per cento).
E collocandosi in vetta all’Europa, consolidando con tutta probabilità il sorpasso della Francia già effettuato tre anni fa.
Nella «nota di aggiornamento» non viene infatti considerata l’applicazione della «clausola di salvaguardia» cui è affidato il compito di portare a casa, a regime nel 2014, un totale di 20 miliardi grazie al taglio e al riordino della giungla delle agevolazioni fiscali.
Meno detrazioni e deduzioni e dunque più tasse: a partire, ad esempio, dal ritorno dell’Irpef sulla prima casa. Il paradosso sta nel fatto – come argomenta lo studio – che i 20 miliardi sono stati calcolati ai fini del raggiungimento dei saldi di finanza pubblica e del cosiddetto «pareggio di bilancio», ma non per l’effetto che avranno sull’aumento della pressione fiscale.
Lo tsunami delle tasse – il cui vento già si è fatto sentire con una serie di imposte «federali», dalle imposte di soggiorno, all’aumento delle addizionali comunali, a quello dei balzelli provinciali sulla Rc auto e sui passaggi di proprietà – soffierà ancora più forte dopo le manovre d’agosto.
Il 60 per cento dell’intervento, da circa 60 miliardi, è infatti costituito da entrate.
Nell’elenco: l’aumento dell’Iva, dell’Irap per banche e assicurazioni, dell’Ires per l’energia, rendite finanziarie, contributo di solidarietà e tassa sui depositi dei titoli di Stato.
A conti fatti l’Italia rischia la maglia nera in Europa: nei primi dieci anni del nuovo millennio il nostro paese è stato uno dei pochi che ha visto crescere la tassazione (quasi due punti di Pil) in un contesto in cui gli altri hanno ridotto le imposte (4 punti in meno in Svezia, oltre 2 in Francia e Spagna e 2 in Germania).
Oggi rischiamo di peggiorare la situazione.
«I dati testimoniano – spiega Marco Venturi, presidente della Confesercenti – che la pressione fiscale diventerà sempre più insopportabile se non ci saranno correzioni di rotta rapide. Agire ancora sulla spesa fiscale sarebbe un vero boomerang, bisogna tagliare le spese, soprattutto quelle improduttive».
Roberto Petrini
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
“NON SI PUO’ BUTTARE TUTTO ALL’ARIA”: IL GOVERNO ITALIANO E’ STATO FRENATO NELLA LINEA DA SEGUIRE DALL’INTERESSE A NON PERDERE UNA COMMESSA DA 10 MILIARDI?…DALL’INCHIESTA DI NAPOLI EMERGE UNO SCAMBIO SCONCERTANTE
“Purchè sia un governo che governi”. Questa è la frase più ricorrente in questi giorni, nel palazzo di piazza Montegrappa, la sede di Finmeccanica a Roma.
Segno che Silvio Berlusconi non regge più il peso della politica estera, quella che più interessa al colosso industriale italiano, legato a doppio filo con gli affari internazionali, come per Eni o Fincantieri.
Per capire le frizioni tra i colossi dell’industria, e la politica estera, basta rileggere il “caso Battisti” alla luce delle intercettazioni dell’inchiesta su Valter Lavitola.
Per comprendere quanto siano delicati i rapporti tra la politica estera “del fare” — quella che punta ai miliardi — e le dichiarazioni della politica parlata, è sufficiente rileggere un’intercettazione del 7 giugno.
I pm napoletani intercettano l’ex direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere, che parla con il presidente Piero Guarguaglini: “Guarguaglini — si legge negli atti — chiama Paolo e gli comunica di essere stato contattato dal Quirinale e lo avrebbe informato del fatto che oggi alle ore 02,00 brasiliane si riuniscono i giudici”. La data è fondamentale: siamo a ridosso della sentenza brasiliana che negherà l’estradizione del terrorista in Italia.
La politica preme perchè Battisti torni nel nostro Paese. E con toni durissimi.
Ai colossi industriali italiani, del rientro di Battisti, non interessa nulla: con il Brasile c’è in ballo una commessa che vale dai 6 ai 10 miliardi di euro.
Commesse per esportare navi che riguardano Fincantieri: fregate e pattugliatori destinati alla marina fluviale, sistemi satellitari per il controllo delle coste e dei giacimenti petroliferi (d’interesse Eni).
Le navi sono armate, da qui l’interessamento per l’industria di Finmeccanica.
È questo che c’è in gioco mentre il Brasile decide la sorte di Battisti. Ed è per questo che Pozzessere, quando il suo presidente gli dice d’essere stato contattato dal Quirinale e che, alle 2, si riuniscono i giudici, commenta con un laconico: “Purtroppo”.
Il direttore commerciale di Finmeccanica spiega che, della vicenda, s’è parlato già il 2 giugno con il ministro degli esteri Franco Frattini, e lascia intuire che l’affare rischia di sfuggire dalle mani.
Guarguaglini risponde: “Per quello che posso cercherò di tenermelo buono”, aggiunge che “se vede Frattini bisogna dirgli che gli hanno telefonato, che bisogna dirlo in modo chiaro a Berlusconi e a Letta”.
E Pozzessere è d’accordo: “Se ci sono casini — risponde — si passa dal Presidente, perchè non si può buttare all’aria tutto per un’impuntatura”.
L’impuntatura, secondo fonti attendibili, è soprattutto quella di Ignazio La Russa, perchè da mesi il ministro della Difesa usa toni durissimi nei confronti del Brasile. ù
E le parole di La Russa pesano doppio perchè, nella stipula degli accordi, è prevista la firma di entrambi i ministri della Difesa, quello italiano e brasiliano.
È soprattutto lui che Finmeccanica ha bisogno di zittire.
Il commento del presidente Napolitano, il 9 giugno, sarà durissimo: parlerà di un atto ”gravemente lesivo del rispetto dovuto” agli accordi tra Italia e Brasile e del rispetto della lotta al terrorismo combattuta dall’Italia ”nella rigorosa osservanza delle regole dello stato di diritto. Una decisione che contrasta con gli storici rapporti di amicizia tra i due paesi e appoggia pienamente ogni passo che l’Italia vorrà compiere”.
Ma la successiva dichiarazione di La Russa — alla luce delle pressioni di Finmeccanica — appare davvero interessante: ”Non sto contando fino a dieci, ma fino a mille, prima di fare un commento. Sto mordendomi la lingua e non cedo alla tentazioni di esprimere possibili contromisure”.
A gennaio, invece, La Russa aveva dichiarato che erano “a rischio le relazioni commerciali”.
Ma nel frattempo, a febbraio, il Parlamento in gran silenzio — mentre la questione Battisti era aperta e già si presagiva la mancata estradizione — aveva approvato un ddl per ratificare gli accordi — sull’affare in questione — tra Brasile e Italia.
Il doppio binario avanzava da tempo.
La diplomazia di Finmeccanica e Fincantieri aveva raggiunto l’apice durante il terremoto di Haiti, quando parte per il Sudamerica parte la nave Cavour, in soccorso degli sfollati, sì, ma quelli brasiliani.
Il ministro Tremonti s’acquietò soltanto quando seppe di non dover sborsare (quasi) un centesimo: l’operazione non venne finanziata dal governo, ma proprio da Fincantieri e Finmeccanica, per “oliare”, con un’operazione velata dalla solidarietà , la commessa da chiudere con il paese brasiliano.
Neanche Berlusconi, in fondo, aveva fatto il suo dovere appieno, in base al bon ton della diplomazia industriale: il Brasile chiedeva che la chiusura dell’accordo tra Stati fosse sancita a Brasilia ma gli impegni del premier non riuscivano a soddisfare la richiesta del paese che stava mettendo sul tavolo un affare da almeno 6 miliardi di euro.
L’accordo si chiuse nel 2009, ma a Washington, durante il G20.
Unica concessione di Berlusconi alla richiesta di Ignacio Lula: l’accordo fu comunque firmato nell’ambasciata brasiliana.
“Un governo che governi”, ecco cosa chiede Finmeccanica, e Berlusconi — con le sue intemperanze e le dichiarazioni di La Russa sul caso Battisti — non è più il soggetto ideale per la “politica estera” del colosso industriale.
Anche per questo, ormai, Berlusconi è stato scaricato da Guarguaglini con un’intervista al Messaggero — “A Berlusconi ho detto no quando mi parlò di Tarantini” — e da sua moglie, Marina Grossi, ad di Selex sistemi integrati: “Berlusconi poteva risparmiarci almeno Tarantini e Intini”.
E ora che nel ciclone c’è pure Valter Lavitola — l’uomo che, presentato a Finmeccanica da Berlusconi, consentì di chiudere un’affare da 180milioni di euro — il premier è definitivamente inaffidabile anche per la lobby di piazza Montegrappa.
Che è convinta, per esempio, di aver perso importanti commesse con la Turchia di Erdogan anche per colpa della pessima figura internzionale legata ai bunga bunga del premier.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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