Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
ESISTE L’EVASIONE DI CHI NON DENUNCIA PERCHE’ VUOLE GUADAGNARE DI PIU’ E QUELLA DI SOPRAVVIVENZA E DI AUTODIFESA
Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta.
Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale.
Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità , lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.
Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe.
Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra – che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione – accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.
Meno male, verrebbe da dire.
Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga.
Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.
E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio.
Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo.
Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente.
Perchè l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa.
Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anzichè romperla (metaforicamente) agli evasori.
In Italia l’evasione fiscale ha due facce.
La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perchè vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di spirito civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote ragionevoli.
Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è prevalentemente un aumento dei prezzi, come sa chiunque abbia a che fare con idraulici e ristoratori.
Detto per inciso, è il ragionamento che – implicitamente fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura?
C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa.
È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività .
In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, un’eventualità che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna).
Immagino l’obiezione a questo ragionamento: «It’s the market, stupid!».
Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perchè questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive.
Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli.
Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia.
Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili.
E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «perchè le imprese italiane arrancano?», bensì «perchè ne sopravvivono ancora così tante?».
Ecco perchè l’idea di risolvere i nostri problemi intensificando la lotta all’evasione fiscale andrebbe maneggiata con cura.
Quello di far pagare gli evasori non è solo il sogno degli onesti, ma è l’ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare sè stesso e sfuggire alle proprie responsabilità . Incapaci di varare le riforme promesse, inadatti a prendere qualsiasi vera decisione, irresoluti a tutto, i nostri politici, di governo e di opposizione, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica.
Ma è un grande inganno.
Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione (specie al Sud), aumenti di prezzo, contrazione dei consumi.
Non solo, ma nulla assicura che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto: quando la pressione fiscale sui produttori è già altissima (e quella italiana lo è: nessun Paese avanzato ha un Ttr più elevato), non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuovi balzelli e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.
Se però ogni euro recuperato dall’evasione fosse destinato – per legge – a rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale.
Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere.
Il secondo è che, con aliquote via via più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diverrebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale. Il «mostro» dell’evasione fiscale non ha un solo genitore, ma ne ha due.
Ed è solo quando la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa ad un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro.
Luca Ricolfi
(da “La Stampa”)
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Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NON SOLO VENEZIA: SONO BEN 33 I PUNTI CRITICI DELLE NOSTRE COSTE CHE POTREBBERO SPROFONDARE ENTRO IL 2100
Non rischia solo Venezia. 
L’innalzamento del livello del Mediterraneo e l’abbassamento geologico della costa minacciano anche la Versilia, la laguna di Orbetello. E, ancora, Catania, Cagliari.
Trentatrè aree costiere in tutto il Bel Paese destinate ad andare sott’acqua entro il 2100.
A tracciare la previsione e la mappa dei punti critici è un team di ricercatori italiani, nell’ambito del progetto Vector, diretto dall’Enea in collaborazione con il geofisico Kurt Lambeck, dell’Università di Canberra in Australia.
Titolo dello studio “Sea level change along the Italian coast during the Holocene and projections for the future”, pubblicato su Quaternary International .
Nella squadra anche Marco Anzidei, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che oggi presenterà il lavoro al seminario “L’evoluzione del Mediterraneo”, nell’ambito della Notte Europea dei Ricercatori, organizzata da Frascati Scienza.
«Ci siamo basati su modelli previsionali, sui rilevamenti effettuati nei tratti costieri e su modelli geofisici», spiega a Corriere.it Anzidei. E da oltre 300 punti di osservazione, si è arrivati al risultato.
Messa da parte Venezia (dove il livello del mare potrà aumentare fino a 1,5 metri), in pericolo sembrerebbero essere anche molte aree costiere della Toscana (in particolare, la Versilia, il delta dell’Ombrone e la laguna di Orbetello).
«Qui si parla di una risalita tra i 20 e 143 centimetri», continua Anzidei.
Poi, la foce del Tevere, le aree basse pontine sottratte al mare dalle bonifiche del secolo scorso, e la Campania.
Guardando la mappa, presentata all’interno della ricerca, si nota poi come le zone “rosse” siano anche tutto il delta del Po (si prevede un innalzamento delle acque compreso tra i 31 e i 153 centimetri), alcune aree della Romagna, metà delle spiagge delle Marche e il 60 per cento di quelle dell’Abruzzo.
In Puglia tocca invece a Lesina e Manfredonia.
Infine, anche la Sardegna è assediata dalla risalita del mare, così come la piana di Catania, dove sono presenti un aeroporto e un porto. Messi da parte per un momento studi e dati complessi, «basta riguardare le foto di cinquant’anni fa delle nostre spiagge per vedere come si sono ristrette».
Sul banco degli imputati finisce dunque l’erosione delle coste. Ma non solo.
«Noi ricercatori collochiamo a 150 anni fa il momento in cui la risalita dell’acque ha subito un’accelerazione. Data che coincide con l’inizio della rivoluzione industriale».
E se è difficile provare che la responsabilità sia dell’uomo, considerato il suo intervento sul paesaggio, per il momento i responsabili di questa fosca previsione sono tre: «la risposta del mare dal termine dell’ultimo massimo glaciale; i più recenti cambiamenti nel volume del mare per l’espansione derivante dal riscaldamento delle acque; i movimenti verticali del terreno lungo le coste, inclusa la subsidenza».
«Noi siamo arrivati alla data del 2100 comparando le osservazioni dei siti e aggiungendo componenti isostatiche e tettoniche all’analisi dei trend previsti dai climatologi dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change)», spiega ancora Anzidei.
La previsione però potrebbe cambiare.
Se infatti i ghiacci antartici o della Groenlandia subissero un rapido collasso, come alcuni studiosi sostengono, il giorno X potrebbe essere anticipato. «Abbiamo ragionato basandoci sullo scenario peggiore, ma molti elementi potrebbero cambiare».
Uno su tutti, gli effetti dei maremoti che, in presenza di una costa molto più bassa, «potrebbero accelerare le conseguenze del run up (la risalita dell’onda)».
Da non sottovalutare poi i terremoti marini perchè «il Mediterraneo, che occupa l’1 per cento dei mari, non è solo un sistema idrologico vitale per più di 30 milioni di persone che abitano lungo le aree interessate dall’innalzamento delle acque, ma anche una delle zone geologiche più complesse della Terra».
I rischi che corrono le coste italiane non sono dunque da sottovalutare.
«Bisogna chiedersi se di fronte a questo scenario i governi avranno la capacità di tenere in considerazione gli studi dei ricercatori e avviare una corretta politica di uso e protezione delle coste».
Ma non solo.
Data la condizione delle pianure costiere italiane, oggi già prossime al livello del mare, presto suscettibili da inondazione marina (il Mediteranneo in 18 mila anni ha visto crescere il suo livello di 130 metri), il primo step, secondo Anzidei «è tenere a bada gli impatti ambientali degli interventi di costruzione sulle coste».
Politiche e interessi, insomma.
Oggi spesso molto lontane dalla testa dei nostri amministratori locali e nazionali, quando si tratta di guardare al futuro del Paese.
Marta Serafini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
RITORNA IL SUPER RIMBORSO PER LE MISSIONI DEI FUNZIONARI MINISTERIALI OLTRECONFINE…UN ANNO FA IL GOVERNO L’AVEVA ELIMINATA IN NOME DEI TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA
Anche la diaria all’estero tra i tagli ai costi della politica che escono dalla porta e rientrano dalla finestra.
A distanza di un anno e sotto mentite spoglie.
Succede con la curiosa vicenda della diaria per le missioni dei funzionari ministeriali all’estero, che il governo Berlusconi aveva deciso di abolire lo scorso anno con il decreto legge n.78, il quale prevedeva “misure urgenti” per la stabilizzazione economica.
Tra le altre misure, all’articolo 4 veniva cancellato il contributo di circa 200 euro al giorno per parlamentari e funzionari con un risparmio stimato per il triennio di 2 milioni di euro.
Il provvedimento viene pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 31 maggio del 2010 e viene data con enfasi alle agenzie di stampa a riprova che “non è vero che siamo la casta”.
Politici, sottosegretari e portaborse devono dunque accontentarsi del solo rimborso per le spese di viaggio e soggiorno.
Arrotondare prolungando la permanenza all’estero non è più possibile. Forse.
Perchè poco più di un anno dopo la diaria cancellata con un tratto di penna con un tratto di penna ricompare.
E’ contenuto tra le righe di una legge che nulla ha a che fare con i costi della politica.
E’ il disegno di legge riguardante “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità Europea-legge comunitaria 2010″, relatrice la senatrice della Lega Nord Rossana Boldi. E’ la cosiddetta “legge comunitaria”, quella cioè che serve a recepire le direttive europee.
Il testo ha avuto un iter a dir poco tormentato e dopo vari passaggi è approdato in terza lettura al Senato dove alcuni onorevoli del Pd si sono accorti della sorpresa.
L’articolo 4 cancellato nel 2010 è stato ripristinato nel 2011 con la formula: “il nuovo articolo 4 esclude dalla soppressione delle diarie per missioni all’estero, le missioni indispensabili ad assicurare la partecipazione a riunioni nell’ambito dei processi decisionali dell’Unione europea e degli organismi internazionali di cui l’Italia è parte, nonchè alle missioni nei Paesi beneficiari degli aiuti erogati da parte dei medesimi organismi e dell’Unione europea”.
Da qui la domanda a governo e maggioranza in commissione Affari Istituzionali: “Onorevoli colleghi di Pdl e Lega, state reintroducendo la diaria per le missioni all’estero che è stata tagliata lo scorso anno?”.
“Con questo articolo — ha precisato la senatrice Marilena Adamo — si fanno tali e tante deroghe al taglio della diaria per le missioni all’estero — da vanificare quanto deciso lo scorso anno con il DL 78. A parte il fatto che l’articolo non ha la necessaria copertura di spesa e la materia è del tutto estranea alla legge comunitaria, la sua formulazione incomprensibile sembra più che altro voler nascondere una modesta furbata: è anche per questi mezzucci che perdiamo credibilità all’estero”.
Ma non è solo questo il motivo della polemica.
L’Europa aspettava la legge comunitaria 2010 e l’avrà (forse) nel 2011. Il motivo del ritardo è presto detto: da novembre 2010 a luglio 2011 il governo è stato senza ministro per le Politiche comunitarie.
Così la legge fa la navetta tra commissioni di Camera e Senato e nel suo peregrinare si riempie di articoli che nulla hanno a che fare con la legge.
“Alla fine è una di quelle leggi-treno alle quali si aggiungono vagoni sperando che nessuno se ne accorga”, sostiene la senatrice ricordando che la legge nasceva con 11 articoli quando a novembre dello scorso anno è arrivata in Senato in prima lettura.
Dal Senato esce con 18 articoli, sette in più. Torna alla Camera il 6 aprile e viene accantonata dalla maggioranza per lasciar spazio al processo breve.
Mentre la legge staziona in commissione arrivano i nuovi vagoni: il Pdl ne approfitta per inserire nuovi articoli che portano a 41 i punti della legge, molti del tutto estranei al suo scopo.
Troppo.
Così quando la legge torna all’ordine del giorno, stravolta, riceve emendamenti soppressivi e inaspettatamente passa il primo emendamento sul primo articolo che è quello istitutivo della legge stessa.
Risultato: tutto il provvedimento decade. Si ricomincia. La legge viene riformulata e torna a 24 articoli ma tra questi compare qualcosa di nuovo, ma forse neppure troppo: quell’articolo 4 che reintroduce la diaria soppressa solo un anno prima.
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Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE FA PUBBLICARE IL SUO ATTO DI ACCUSA NELLO SPAZIO INIZIALMENTE DESTINATO ALLA PUBBLICITA’ DELLE SCARPE TODD’S…PARLA DI SPETTACOLO INDECENTE E NON PIU’ TOLLERABILE”
Una durissima invettiva contro la classe politica, lanciata comprando spazi pubblicitari su diversi quotidiani italiani.
Diego Della Valle ha scelto questa formula per esprimere la sua indignazione nei confronti della casta.
“Alla parte migliore della politica e della società civile che si impegnerà a lavorare in questa direzione – si legge nelle pagine originariamente destinate alla pubblicità dei modelli di scarpe Tod’s – diremo grazie. A quei politici che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza e di amor proprio per le sorti del Paese saremo sicuramente in molti a voler dire vergognatevi'”.
E ancora: “Lo spettacolo indecente che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda tutti gli schieramenti politici. Il vostro agire attento solo agli interessi personali e di partito trascurando quelli del paese ci sta portando al disastro e sta danneggiando la reputazione dell’Italia”.
Secondo Della Valle, “la classe politica si è allontanata dalla realtà , la crisi economica impone serietà competenze e reputazione che gli attuali politici non hanno, salvo rare eccezioni”.
Infine l’appello: “Le componenti responsabili della società civile che hanno a cuore le sorti del Paese lavorino per affrontare con la competenza e la serietà necessaria questo difficile momento”.
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Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile
CALA IL PREZZO DEL PETROLIO, MA QUELLO DELLA BENZINA RESTA FERMO
Iper e supermercati, botteghe di quartiere e perfino hard discount: per tutti, lo scorso
luglio, è stato un mese con incassi in calo.
L’aumento dell’Iva era allora solo una delle ipotesi da inserire nella manovra, eppure le vendite del mese hanno subìto un netto calo.
Lo certifica l’Istat: rispetto allo stesso periodo del 2010, nel mese di luglio di quest’anno gli acquisti sono calati del 2,4 per cento (meno 0,1 rispetto a giugno 2011). E sia i commercianti che i consumatori sono d’accordo nel dire che nei prossimi mesi il dato peggiorerà ulteriormente.
Gli iPad, i telefonini, creme e profumi sono gli unici prodotti in crescita o quanto meno in tenuta, tutto il resto – per le famiglie italiane – è stato materia di tagli.
Hanno rinunciato a cambiare gli elettrodomestici e la tivù (meno 7,4 nell’anno), hanno alleggerito il carrello della spesa (meno 2 per cento), hanno comperato meno vestiti e scarpe (in calo dell’1,9 e dell’1,8 per cento).
Se la tendenza è questa, dicono le imprese, per il prossimo inverno – incamerato l’aumento dell’aliquota Iva dal 20 al 21 per cento – non c’è d’aspettarsi niente di buono.
Tanto più che il sottosegretario alla Cultura Francesco Giro ha pure ventilato l’ipotesi di un ulteriore rialzo dell’imposta al «22 per cento per coprire la riforma fiscale».
Non solo: preoccupa molto il prezzo della benzina, arrivata alle stelle e intenzionata a restarci. Ieri, infatti, nonostante i cali registrati nel prezzo del petrolio (il Brent è sceso a 108 dollari al barile) i listini delle compagnie (benzina no-logo a parte) sono rimasti fermi.
Visti i risultati di luglio, è già allarme per i consumi del prossimo Natale, periodo nel quale le aziende concentrano prospettive di vendita e di incasso: «A fine anno i dati peggioreranno e ciò comporterà un ulteriore indebolimento nelle prospettive di sviluppo», commenta la Confcommercio.
«Già a luglio eravamo indietro tutta – concorda Marco Venturi, presidente di Confesercenti – lamentandoci per l’Iva non abbaiavamo alla luna».
Preoccupa molto la contrazione dell’alimentare: le promozioni di iper e supermercati non riescono più a mantenere alti i volumi, precisano alla Copagri che teme «un’ulteriore contrazione delle vendite che peserebbe come un macigno sulle aziende agricole».
E si teme anche che il calo dei consumi inserisca il volano per ulteriori peggioramenti: «Se saranno confermate le previsioni sulla debolissima variazione del Pil – commenta Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione – saremo costretti a rivedere i conti e a pensare a nuove misure».
Anche per i consumatori è urgente un cambio di rotta: «I dati Istat sono il segnale di una catastrofe annunciata – analizzano Adusbef e Federconsumatori – e grazie alle manovre le famiglie avranno altri aggravi per ben 2.031 euro annui».
Bisogna stimolare la crescita e soprattutto, «trovare risorse colpendo modo il vergognoso fenomeno dell’evasione».
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Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile
“SIAMO DONNE E UOMINI LIBERI CHE VOGLIONO FARE UNA OPERAZIONE VERITA’, LA DEMAGOGIA AFFONDA IL PAESE”
Per la prima volta nella storia niente esponenti politici sul palco di Capri, dove tra tre settimane si svolgerà il convegno annuale dei giovani industriali.
Ad annunciarlo è stato il loro presidente, Jacopo Morelli, che ieri, manifestando una linea conforme a quella espressa nei giorni scorsi anche dalla presidentessa senior Emma Marcegaglia, ha parlato di governo “codardo” che “umilia il Paese”.
L’unico esponente politico ammesso a parlare nell’isola azzurra è il Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Per il resto, Confindustria Giovani è composta da “donne e uomini liberi che vogliono contribuire a fare una grande operazione verità ”.
E la verità è che “gli elettori hanno capito che la demagogia affonda il Paese”. Insomma, la misura dell’insoddisfazione ormai è colma.
Tanto che Morelli non ha paura di invocare un cambiamento forte, che passa “per il voto subito”.
Niente governo tecnico e di transizione, dunque, ma la parola di nuovo agli elettori. Uno dei nervi scoperti sul quale la delusione è stata più forte è quello delle pensioni: ha vinto ancora il diktat della Lega Nord, con Bossi che ha imposto di non toccarle.
E Morelli commenta: “Non è possibile una cosa del genere, non possono condannare i giovani alla povertà futura, ci basta quella presente”.
Un bello smacco per il governo, ma del resto il malcontento del mondo degli imprenditori è palpabile: due giorni fa il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli è stato duramente contestato durante il suo intervento al meeting dell’associazione nazionale dei costruttori.
E la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia da tempo insiste: dieci giorni fa aveva lanciato un ultimatum, invitando il governo a “fare le riforme o andare a casa”, e venerdì scorso ha annunciato la presentazione di un Manifesto per salvare l’Italia, i cui contenuti sono stati resi noti proprio questa mattina.
“L’Italia si trova di fronte ad un bivio ed occorre agire in fretta”, c’è scritto in apertura del documento, che individua cinque obiettivi chiave: un intervento sulla spesa pubblica e sulle pensioni, la riforma fiscale per ridurre la pressione, nuove infrastrutture, privatizzazioni e liberalizzazioni.
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Settembre 30th, 2011 Riccardo Fucile
DECRETO SVILUPPO, SGRAVI AI PRIVATI, TAGLIO DI SEI MILIARDI AI DICASTERI…ARRIVA LA “TREMONTI-INFRASTRUTTURE”: SEI PROPOSTE PER LE GRANDI OPERE
Sgravi, esenzioni, incentivi, burocrazia “scontata” per semplificare e accelerare le grandi
opere, coinvolgendo i privati.
Il pacchetto per lo sviluppo prende forma in attesa di uno o più decreti, «a costo zero» per le casse dello Stato, che il Consiglio dei ministri potrebbe ratificare entro la prossima settimana, secondo le previsioni espresse ieri dal ministro Sacconi.
Arriva, intanto, il decreto che taglia gli stanziamenti dei ministeri per 6 miliardi, come deciso dalla manovra d’agosto, firmato ieri da Berlusconi e Tremonti.
Il provvedimento è in ritardo rispetto alla tabella di marcia inserita nella nota al Def, il documento di economia e finanza (era da varare entro il 25 settembre), a causa delle tensioni scatenate tra i ministri sulla distribuzione dei sacrifici da operare ai singoli budget, lontane dall’essere sopite e che alimenteranno altri scontri nei giorni a venire
La crescita, intanto.
Il cuore delle misure è la “Tremonti-infrastrutture”: sei proposte per far ripartire i cantieri.
La principale, a quanto si legge in bozza, prevede sconti Irap e Ires (meno tasse) alle imprese che si aggiudicano la concessione per realizzare un’opera pubblica e la contestuale, seppur parziale e limitata nel tempo, rinuncia dello Stato al relativo canone.
Altra novità , l’introduzione del contratto di disponibilità per «favorire il partenariato pubblico-privato nelle infrastrutture strategiche»: l’opera è di proprietà privata (il privato assume spese e rischio della costruzione), ma destinata a un pubblico esercizio.
Lo Stato, dunque, paga un canone di disponibilità al privato, nonchè un prezzo finale se vuole rilevarne la proprietà .
Le proposte avanzate dal dicastero dello Sviluppo economico prevedono la costituzione di una società «aperta alla partecipazione dei privati» per portare la banda larga e ultra-larga in tutto il Paese, l’estensione alle società a capitale prevalentemente pubblico (nei settori di acqua, energia, teleriscaldamento, smaltimento, depurazione) della deducibilità degli interessi passivi di natura finanziaria «nel limite del 30% del reddito operativo», l’aumento da 4 a 20 anni della durata della concessione demaniale per depositi e stabilimenti costieri degli impianti petroliferi. Buona notizia, l’idea di prorogare per un triennio le detrazioni per interventi di «efficientamento energetico» che vengono, però, rimodulate secondo tetti, ora non previsti (non più di tot euro per metro quadro di pannello solare, non più di tot euro per Kw della caldaia, ecc.), e limitata al 41% (anzichè il 55%) per finestre e piccole caldaie.
Dovrebbe poi tornare la detrazione per gli elettrodomestici ad alta efficienza e le pompe di calore
Tra le ipotesi plausibili, la devoluzione del 25% dell’extragettito Iva (fino a 15 anni), incassata dalla gestione di una nuova infrastruttura per i trasporti, alla stessa società che l’ha costruita. Poi, incentivi alle compagnie di assicurazione che apportano capitali ai privati che fanno le infrastrutture.
E soprattutto un iter molto rapido al Cipe che approverà le opere strategiche una sola volta, nella versione preliminare e non anche nella definitiva, se i due progetti sono coerenti rispetto a un «medesimo limite di finanziamento».
Saranno, infine, semplificati i controlli sulle società energetiche perchè non traducano la maggiore tassazione (la Robin tax) in aggravi di bolletta.
Per chiudere, la cessione delle partecipazioni Anas al Tesoro, prevista in manovra, sarà limitata a quelle dove Anas è concedente e non concessionaria.
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
SPUNTA IL “TERZO UOMO” PER DISARMARE TREMONTI… NAPOLITANO ATTENDE UNA DECISIONE PER LA SUCCESSIONE AL VERTICE DELLA BANCA D’ITALIA
Silvio Berlusconi, salutando l`ospite, conferma il suo sostegno al candidato “interno”,
Fabrizio Saccomanni, direttore generale dell`Istituto.
E tuttavia ammette tutta la sua impotenza: «quello», Giulio Tremonti, non solo insiste sul nome di Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, ma minaccia di gettare la spugna se non passa il suo uomo, trascinandosi appresso l`intero governo.
Bisogna trovare una scappatoia: un terzo nome? Una forzatura procedurale?
Di sicuro conviene prendere tempo.
La tattica attendista serve anche a trattare con Tremonti i contenuti del decreto-sviluppo avendo una merce di scambio preziosa.
Va bloccata la successione fino alla firma del provvedimento.
Oltretutto c`è anche la novità della sponda offerta da Bossi con il pubblico sostegno al «milanese» Grilli (anche se da via Nazionale ricordano che pure Saccomanni, da bocconiano, ha un`impronta lombarda).
Ma è stallo, la procedura di nomina non è stata neppure avviata: il consiglio superiore della banca, in assenza di una candidatura, si è chiuso con un nulla di fatto.
Il tempo stringe e anche il presidente Napolitano, che ha ricevuto di nuovo lo stesso Draghi, attende con impazienza una scelta che, per legge, spetta appunto al premier.
Stretto fra le insistenze di Tremonti e le pressioni di Draghi, Berlusconi si ritrova con le spalle al muro.
Tanto da aver escogitato una soluzione giudicata dagli stessi ministri Pdl «al limite del legalmente possibile»: presentare alla Banca d`Italia entrambi i nomi dei contendenti, scaricando su palazzo Koch l`onere della scelta di Saccomanni e quindi la responsabilità di scontentare il ministro dell`Economia.
Ma Berlusconi, temendo l`ipotesi delle dimissioni di Tremonti più di qualsiasi altra cosa, sta anche lavorando su un`idea del tutto opposta, a riprova della confusione che regna a palazzo Chigi.
Si parla di una forzatura della procedura di nomina per costringere la Banca d`Italia a “digerire” il candidato di Tremonti.
In pratica, il Cavaliere chiederebbe al consiglio dei ministri un pronunciamento politico sul nome di Grilli per mettere palazzo Koch di fronte al fatto compiuto.
Solo dopo passerebbe la “pratica” al consiglio superiore della Banca, che deve esprimere un parere, motivandolo.
Un`opzione del genere viene stoppata come «irricevibile» dal consigliere anziano, Paolo Blasi. E con ogni probabilità susciterebbe anche le resistenze del Colle che continua a chiedere a palazzo Chigi «il rispetto rigoroso delle procedure».
Di fronte a questi bizantinismi, nella maggioranza si sta facendo strada l`ipotesi di un candidato di mediazione, un uomo nuovo.
La “rosa” di cui si parlava ieri in Transatlantico ha quattro petali: l`interno Ignazio Visco, per cominciare, che è oggi il vice di Saccomanni.
Un precedente simile si è gàà verificato nella storia centenaria dell`Istituto con Antonio Fazìo, nominato da Ciampi governatore, dopo aver scavalcato l` allora direttore generale, Lamberto Dini.
E ancora: Domenico Siniscalco, ex ministro del Tesoro, oggi a Londra.
«Ma con lo stipendio che gli danno a Morgan Stanley», osserva malizioso un esponente del governo «lo voglio vedere che torna in Italia».
C`è poi Guido Tabellini, rettore della Bocconi, di cui si è parlato anche come possibile sostituto di Tremonti, nei giorni del grande gelo con il premier.
E per finire, l`economista Mario Monti, che ha già smentito.
Ma agli occhi del premier ha un vantaggio su tutti gli altri: eliminerebbe un pericoloso candidato per guidare un governo tecnico.
Federico Bei e Elena Polidori
(da “La Repubblica“)
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
PROTESTA AUTONOMISTA DI PICCOLI IMPRENDITORI, AGRICOLTORI E BANCARI: “VIA I NOSTRI RISPARMI DA QUESTA ITALIA AL COLLASSO”
È partita alle 8,30 di lunedì dal casello di Mira-Oriago la «gita fiscale » in Slovenia,
seconda avventura mediatica di Veneto Stato, dopo l’inaugurazione del «monumento all’imprenditore» di qualche tempo fa ad Arzignano.
Il tempo di riunire sul pullmino tutti i partecipanti (una trentina) sotto l’occhio attento delle telecamere.
Una umanità varia, unita sotto il bandierone del partito venetista da questioni fiscali e politiche.
D’altra parte, fisco e politica, combinazione irresistibile, sono stati il propellente per tutte le esperienze autonomiste nostrane: dalla prima Liga Veneta a Progetto Nord Est di Giorgio Panto.
A ben vedere, ora una differenza c’è: in gioco, qui, non c’è solo la «rivoluzione della pancia », quella dei leghisti della prima ora; per i membri di Veneto Stato la fine del sistema Italia è inevitabile.
E non è mica una iattura; piuttosto, una grande occasione per togliersi il resto del Paese dai piedi.
«Passione e collasso vanno a braccetto – chiarisce l’ideologo Alessio Morosin, avvocato e autonomista storico – perchè le rivoluzioni scoppiano quando la pancia è vuota».
La crisi, cioè, fa da detonatore.
Ed è sempre meglio prendersi per tempo: di qui la trasferta a Capodistria, in Slovenia, per mettere i risparmi al sicuro in un paese che vive i propri anni Sessanta.
Per la cronaca, sono una decina i partecipanti alla «gita fiscale» che hanno aperto conti correnti in Istria.
Tanto con l’Italia è comunque finita.
Non solo per gli slogan o per le carte di identità con il Leone appiccicato, ma perchè qui il portafoglio è sotto scacco.
«Non ho più fiducia nel nostro sistema – afferma Walter Torresan di Preganziol (Treviso) – può accadere di tutto: il crollo è dietro l’angolo, con il debito pubblico al 120% sul Pil». L’Italia? «Sempre quella di Gelli, Sindona, Calvi – spiega Claudio Rigo di Casier (Treviso) – non mi fido: chi lo sa, magari da un giorno all’altro ci tolgono i soldi dal conto corrente ».
E c’è chi al sistema si oppone di persona. Come Angelo De Marchi di Treviso, che le tasse non le paga più «da quando, nel 1996, la Finanza se l’è presa con me. Mi mandino Equitalia, che gli offro un caffè».
E come Giorgio Fidenato di Pordenone, presidente dell’associazione «Agricoltori federati», che ha stabilito, dal 2009, che la figura del sostituto d’imposta va abolita: «Non spetta a noi – spiega – fare gli esattori ».
Fra i venetisti accorsi ad aprire un conto corrente in Slovenia anche Stefano di Albignasego (Padova), che di mestiere fa il bancario: «Il rischio di una patrimoniale – afferma – c’è, eccome: tanto vale diversificare».
Cioè mettere il capitale un po’ qui e un po’ lì.
Unisce tutti la cocente delusione per i partiti di provenienza, Carroccio e Pdl: due volte traditori, per avere ingannato il popolo su federalismo e liberalismo.
«Non trovo parole – afferma Gianfranco Favero di Quinto (Treviso), ex pidiellino – per descrivere la mia delusione».
Ma perchè Veneto Stato dovrebbe riuscire lì dove ha fallito la Lega?
«Perchè il nostro percorso è diverso – chiosa il segretario Lodovico Pizzati -: allo Stato italiano non chiediamo niente. Come è accaduto nel Sudan del Sud e nel Montenegro, una volta al potere in Regione organizzeremo una consultazione popolare sotto l’egida della comunità internazionale. Certo, servono i numeri: ma in un anno ci siamo moltiplicati».
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia | Commenta »