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MATTEOLI CONTESTATO DALL’ASSEMBLEA DEI COSTRUTTORI: “VERGOGNA, ANDATE VIA, STATE FACENDO FALLIRE LE IMPRESE”

Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE DA OSPITE D’ONORE A PRESENZA INDESIDERATA…LA REPLICA: “SOLDI NON CE NE SONO”

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti contestato durante l’assemblea dell’associazione dei costruttori edili.
Ovvero da coloro che contavano, e non poco, sulle promesse di sviluppo annunciate a più riprese dal governo di cui fa parte.
E’ successo stamane ad Altero Matteoli che, intervenuto al tradizionale meeting annuale dell’Ance, è stato duramente apostrofato da alcuni partecipanti alla manifestazione.
Da ospite d’onore, quindi, a presenza indesiderata.
Al momento di salire sul palco per il discorso d’ordinanza sugli interventi e le misure messe in atto dal governo sul fronte delle infrastrutture, dalla platea si sono levati prima commenti ironici (“Bravo”, “quelle parole non le hai scritte tu, ma prima di venire potevi almeno leggerle”), poi fischi e urla inequivocabili all’indirizzo del ministro, specie da parte dei giovani imprenditori nel campo dell’edilizia.
“Vergogna, basta, andate via, state facendo fallire le imprese” hanno gridato i contestatori, che poi hanno invitato i presenti ad abbandonare l’aula.
Matteoli, da par sua, in un primo momento ha dovuto interrompere il suo discorso, per poi riprenderlo davanti a una sala con evidenti vuoti.
“Mi rendo conto del momento difficile — ha detto Matteoli -, i costruttori hanno tutta la mia solidarietà , ma sono abituato a ben altro”.
In apertura d’assemblea, invece, era stato il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, a elencare le conseguenze della crisi nel settore dell’edilizia: 230mila posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, 350mila se si considera anche l’indotto.
E, soprattutto, crescita nulla anche nel 2012, specie “in assenza di misure che possano produrre effetti immediati sulla produzione”.
Tradotto: ennesima riduzione degli investimenti in costruzioni del 3,2%.
Da questi numeri, evidentemente, è nata l’azione dei contestatori, spiegata da Sandro Catalano, presidente dei Giovani dell’Ance di Trapani: “Il ministro è venuto senza sapere di cosa doveva parlare. E’ venuto qui senza portare risposte nè proposte, così ci ha confermato che non c’è niente in pentola per il futuro. Le imprese rischiano di fermarsi, ci aspettavamo qualche novità  e invece abbiamo solo tasse”.
Sulle misure da approvare “al massimo in dieci giorni”   il titolare del dicastero di Porta Pia ha poi spiegato i provvedimento in corso di studio, rispondendo così alle critiche del presidente Ance, Paolo Buzzetti, che contestava l’ipotesi di decreti a costo zero.
“Soldi non ce ne sono, il finanziamento avviene attraverso la defiscalizzazione — ha detto Matteoli -. Le risorse sono indirette ma sono sempre risorse. Noi stiamo lavorando per scrivere il decreto dopo di che andremo a incontrare le Regioni e l’Anci”.

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L’ULTIMA LITE TRA SILVIO E GIULIO: BRACCIO DI FERRO SU BANKITALIA

Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

NO DI TREMONTI ALL’IPOTESI SACCOMANNI, IL MINISTRO VUOLE GRILLI…L’IPOTESI DI UN TERZO CANDIDATO E DI UNO “SCAMBIO” CON IL PREMIER SULLA LINEA DI CRESCITA

Da una parte Giulio Tremonti, sponsor di Grilli, che torna alla carica sull’attuale direttore generale del Tesoro anche durante il colloquio di ieri mattina con il capo dello Stato.
E dall’altra Berlusconi, che non se la sente di rimangiarsi quanto promesso in alcuni colloqui privati e insiste per nominare Saccomanni, cercando così di non attirarsi le ire e il risentimento del futuro presidente della Bce.
Al momento l’esito della partita è incerto e lo dimostrano le due “voci” che iniziano a circolare in serata dopo il faccia a faccia tra il Cavaliere e Tremonti a Palazzo Grazioli.
La prima accredita un “patto” già  siglato tra Berlusconi e il ministro dell’Economia, uno “scambio” per portare il tremontiano Grilli al posto di Draghi in cambio di una maggiore duttilità  del Tesoro sui provvedimenti per stimolare la crescita.
Il ministro dell’Economia avrebbe convinto anche Bossi a dargli manforte, sostenendo il nome di Grilli durante la cena di ieri notte a Palazzo Grazioli.
Ma c’è anche l’ipotesi di un terzo uomo, una candidatura nuova, di mediazione, che Tremonti stesso avrebbe suggerito al premier per uscire dalla guerra senza vincitori nè vinti.
Dunque un governatore diverso dagli attuali contendenti.
Si saprà  forse già  stamattina se e come il braccio di ferro si sarà  risolto.
Alle undici e trenta è prevista infatti la riunione del consiglio superiore della Banca che deve dare un parere sul candidato: la riunione è convocata in seduta ordinaria, ma se Berlusconi dovesse indicare, come vuole la legge, il nome del nuovo governatore – il decimo della serie – i consiglieri di Palazzo Koch sono già  pronti a riconvocarsi mezzora più tardi, in via “straordinaria”, quella valida per le scelte di vertice.
Sei anni fa, d’altra parte, il sottosegretario Gianni Letta portò a mano – e all’ultimo minuto – l’indicazione di Draghi.
In ogni caso le due ore di confronto tra Berlusconi e Tremonti a Palazzo Grazioli si svolgono in un clima molto teso.
L’incipit è amaro: un sorriso di circostanza e un lungo elenco di recriminazioni.
“Perchè Milanese – attacca il Cavaliere – l’abbiamo dovuto salvare noi dai magistrati. Lui c’è rimasto malissimo, è venuto a sfogarsi da me. Con un tuo uomo che rischiava di passare la notte in galera per lo meno avresti dovuto fare un atto di presenza”.
Tremonti non risponde, incassa in silenzio e annota. “Perchè non puoi fare sempre il numero uno – insiste il premier – mentre agli altri ministri riservi solo la facoltà  di acconsentire. Tu fai il fenomeno e quelli, a ragione, vengono da me a lamentarsi tutti i giorni. Basta, non puoi essere un corpo estraneo al governo, ci devi aiutare”.
Lo sfogo del capo del governo dura a lungo e tocca tutti i capitoli della querelle di queste settimane contro Tremonti: la mancata “collegialità ” nella stesura della manovra, il parlare male del premier in giro per il mondo, i contrasti sulle singole misure, fino allo strappo che, agli occhi del Cavaliere, è stato il più difficile da digerire, ovvero l’assenza “umanamente incomprensibile” del ministro dell’Economia per il voto sull’arresto di Milanese.
Accuse a cui Tremonti, dopo aver ascoltato, ribatte punto per punto.
A partire proprio da quel contestato viaggio all’estero nel Milanese-day, “perchè a Washington ci sono andato a rappresentare il tuo governo al G20, non per turismo”.
Anche “Giulio” ha poi le sue lamentele da esporre, perchè in questi giorni “mi avete messo in croce in ogni modo”.
E parte il puntuale elenco degli attacchi dei vari Crosetto, della Santanchè, di Stracquadanio, di Martino, di Galan, del Giornale, di mille altri uomini del Pdl dietro i quali, per il ministro dell’Economia, altri non c’era che lo stesso Berlusconi.
E tuttavia, se pure il rapporto umano ormai è lacerato e tra i due la fiducia sia una parola senza più significato, la reciproca debolezza impone una tregua.
Tregua armata, ma Gianni Letta ci ha lavorato da tempo e sarà  proprio il sottosegretario a farsene garante.
Morta prima di nascere la “cabina di regia” pensata per imbrigliare Tremonti, finita in una vaga promessa di “collaborazione diretta” tra ministero dell’Economia e Palazzo Chigi la richiesta di collegialità , quel che resta del giorno è dunque solo un ruolo di Letta come supervisore.

(da “La Repubblica“)

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L’AGENZIA S & P DECLASSA UNDICI ENTI LOCALI: ORA INDEBITARSI COSTERA’ DI PIU’

Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

INSORGONO SINDACI E GOVERNATORI: “COLPA DELLA MANOVRA”… NEL MIRINO I COMUNI DI GENOVA, BOLOGNA E MILANO, LA PROVINCIA DI ROMA, LE REGIONI SICILIA, EMILIA, LIGURIA… PESANO I TAGLI E LA MANCANZA DI CERTEZZE SULLE ENTRATE DEL FEDERALISMO

Dopo il giudizio negativo espresso sul debito pubblico dell’Italia e su sette delle sue banche ora è il momento degli enti locali.
La mannaia di Standard and Poor’s questa volta si è abbattuta su Comuni, Province e Regioni.
Undici enti, ieri sbalzati un gradino più sotto di quello sul quale fino ad ora poggiavano.
La loro affidabilità  creditizia, secondo l’agenzia, è passata da A+ ad A; il loro outlook (le previsioni sul futuro) è considerato negativo.
Si tratta delle Province di Roma e Mantova, delle Regioni Sicilia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche e dei Comuni di Genova, Bologna e Milano.
Anche per la città  di Torino è stato rivisto – da stabile a negativo – l’outlook, ma per i debiti a lungo termine è stata riconfermata la A.
Rating di lungo termine in discesa e outlook negativo riconfermato pure sui bond emessi dall’Umbria (con scadenza 2017, 2018 e 2019), dalle Marche (scadenza 2018) e per i titoli della Sicilia con scadenza 2016
In molti casi sembrerebbe trattarsi di enti «insospettabili», considerabili finanziariamente più solidi rispetto a molti altri.
Ma il ragionamento che fanno le agenzie di rating si può riassumere nel detto «chi meglio sta più rischia».
In un quadro come quello attuale – visto il Paese sotto schiaffo – sono infatti considerati più in pericolo gli enti locali che fino ad oggi avevano avuto i giudizi migliori.
La lettura è legata a due motivi: il primo è che le agenzie – anche se non c’è una legge scritta – ritengono che Comuni, Regioni, Province non possano avere «voti» più alti rispetto a quelli che loro stesse hanno assegnato al debito pubblico dello Stato cui appartengono.
Il secondo è che – visti i nuovi tagli inseriti in manovra e la mancanza di certezza sulle entrate del federalismo – la dipendenza degli enti dai trasferimenti dello Stato aumenta.
Per chi stava messo male la situazione cambia poco, ma per gli altri l’allarme un tempo lontano ora si fa sentire.
Il fatto è che il declassamento delle emissioni obbligazionarie degli enti potrebbe tradursi in un aumento della spesa per interessi.
Conseguenza molto sgradita e, a detta di tutti gli enti, dovuta a esclusivamente a cause «estranee» alla loro gestione.
«Purtroppo paghiamo la situazione del paese» ha commentato Claudio Burlando, presidente della Liguria, riassumendo lo stato d’animo di tutti i sindaci e presidenti coinvolti.
L’abbassamento del rating, in realtà , non è un fulmine arrivato a ciel sereno.
Solo pochi giorni fa Moody’s, l’altra delle tre agenzie (c’è anche Fitch) che dettano legge sui giudizi di affidabilità , aveva avvertito che le manovre estive del governo «appesantivano ulteriormente» i conti di Comuni, Regioni e Province considerati «già  allo stremo».
I 7 miliardi di budget tagliati fra 2011 e 2012 e l’anticipo al 2013 per il pareggio di bilancio non potevano che rendere le cose ancora più difficili, quindi – aveva lasciato intendere l’agenzia americana – un ritocco verso il basso era più che probabile.
Ma il declassamento ora renderà  ancora più tesi i rapporti fra enti e Stato centrale. Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci, avverte: l’abbassamento del rating avrà  come inevitabile corollario l’aumento delle tasse che i cittadini saranno chiamati a pagare per gli interessi sul debito dei Comuni.
«Un aumento che non è imputabile in alcun modo agli amministratori locali – precisa Napoli – bensì a scelte prese a livello nazionale».
Bruno Tabacci, assessore al Bilancio di Milano precisa che «non ci dovrebbero essere conseguenze per i mutui già  in contratto», ma che ci sarà  un maggiore peso per le casse del comune nel caso se ne sottoscrivessero di nuovi.
«Visto però che anche le banche italiane sono state di recente declassate, il differenziale non muta».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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“BERLUSCONI CI PRESENTO’ LAVITOLA”: MARTINELLI, PRESIDENTE DI PANAMA E UN VIAGGIO IN ITALIA NEL 2009: “LUI ARRIVO’ CON IL PREMIER”

Settembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

MARTINELLI E ALCUNI SUOI MINISTRI VENNERO IN ITALIA PER UN INCONTRO CON BERLUSCONI….”QUI CONOSCE MOLTA GENTE, CI AIUTO’ AD AVERE IN DONO SEI NAVI DEL VALORE DI 300 MILIONI DI DOLLARI”

“Quando Berlusconi riunì sei panamensi e sei italiani per un incontro, uno di loro era Lavitola”.
Adesso anche il presidente della Repubblica di Panama sembra scaricare il Cavaliere e il suo amico Valter: “Martinelli prende le distanze da Lavitola”, titola il quotidiano panamense Prensa.
Alla domanda su come abbia conosciuto l’ormai famoso Lavitola, Martinelli punta il dito verso il Cavaliere, parla di un viaggio in Italia.
Il sito del giornale panamense ne dà  notizia il 20 agosto 2009, titolando “Sorprendente viaggio presidenziale”.
Di più: “Lavitola era conosciuto da tutti”, aggiunge il leader di Panama.
Nei giorni centrali di agosto i telefoni di Berlusconi e Lavitola squillano di frequente: è il 24 agosto quando il premier consiglia al suo faccendiere di rimanere fuori dall’Italia.
Abbandonato da tutti, a cercarlo pare essere rimasta soltanto la polizia.
Tempi duri per Lavitola, appena un anno fa scendeva con piglio sicuro dalla scaletta dell’aereo della Presidenza del Consiglio.
Divideva la tavo
Oggi è latitante e tutti negano di essere suoi amici, di averlo frequentato. “Non so dove si trovi”, esordisce Martinelli, cercando di superare l’imbarazzo (Lavitola, latitante, è ormai uno dei protagonisti delle cronache locali del paese del Canale, dove si è rifugiato).
Aggiunge il presidente: “Non so nemmeno se sia a Panama”.
Ma quando ha conosciuto l’ex direttore dell’Avanti?
Scrive Prensa: “Martinelli ha detto di aver incontrato Lavitola durante il suo viaggio in Italia (nel 2009, ndr)… Il presidente sostiene che Lavitola era “molto strumentale” per firmare il trattato in materia di sicurezza e di lotta all’evasione tra Italia e Panama nel giugno 2010 (quando l’ex direttore dell’Avanti sbarcò dall’aereo di Stato con Berlusconi, ndr)”.
Non solo: Lavitola “ha contribuito anche a migliorare notevolmente i rapporti tra Italia e Panama”.
Prensa e Martinelli rivelano importantissimi retroscena dell’accordo: “Lavitola ci ha aiutato anche perchè l’Italia ci donasse sei navi”.
Fin qui niente di nuovo. Il “dettaglio” inedito è il valore del “regalo” italiano: “300 milioni di dollari”, cioè 222 milioni di euro, secondo il presidente panamense.
“Lasciamo perdere la politica italiana… non so se Lavitola o altri turisti italiani siano a Panama”, conclude Martinelli, quasi a voler evitare di pronunciarsi.
Ma ormai Berlusconi è stato già  chiamato in causa, e proprio dal vecchio amico panamense.
Una presa di distanze che la dice lunga sull’aria che tira: Martinelli ha origini italiane, è imprenditore e politico, insomma si è sempre sentito vicino a Berlusconi, lo ha sempre sostenuto.
Eppure oggi mette in imbarazzo il Premier con le sue dichiarazioni.
Ma Lavitola di questi tempi è un personaggio che scotta, meglio maneggiarlo con le pinze.
Vale anche per il nostro ministro degli Esteri. Appena un anno e mezzo fa, si era nel maggio 2010, il titolare della Farnesina e Lavitola erano insieme a un importante ricevimento a Panama in onore di Frattini.
Le foto inequivocabili mostrano strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle. E, soprattutto, Lavitola che siede al tavolo d’onore insieme appunto con Martinelli e Frattini.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini di fronte alle immagini ha commentato: “Quando ci si circonda di personaggi come quelli è evidente che c’è qualcosa di poco trasparente”.
Fini, d’altronde, finì nel mirino di Lavitola per la storia della “casa a Montecarlo”.
E ora parla di “soddisfazione nel vedere che un faccendiere che oggi è salito agli onori delle cronache era ospite dell’aereo presidenziale con Berlusconi e ha partecipato a dei colloqui tra il ministro Frattini e le autorità  panamensi”.
Ma anche la Farnesina, nonostante le immagini eloquenti, prende le distanze da Lavitola: Frattini “ha effettuato dal 26 al 28 maggio 2010 una visita in America Latina.
Durante la sosta di circa 24 ore a Panama ha effettuato incontri istituzionali con il Presidente ed il Vice-Presidente, nonchè il Ministro degli esteri panamensi.
Giunto a Panama, il Ministro Frattini ha incontrato il signor Walter Lavitola tra i partecipanti al ricevimento offerto dal Presidente di Panama, Martinelli”.
Aggiungono dalla Farnesina: Lavitola “che peraltro a quel tempo non risultava oggetto di indagini conosciute dal pubblico, non ha in alcun modo fatto parte della delegazione che ha accompagnato il Ministro degli esteri”.
Insomma, Lavitola era solo “tra i partecipanti di un ricevimento” offerto da Martinelli. Peccato soltanto quelle fotografie che mostrano l’allora direttore dell’Avanti sempre accanto al ministro Frattini, le strette di mano, le pacche sulle spalle.
Del resto il Governo italiano negli ultimi due anni ha compiuto più missioni a Panama che in 106 anni di storia della repubblica centroamericana: per ultimo Berlusconi, prima di lui Frattini.
Senza contare Alfredo Urso.
Ma l’allora vice-ministro dell’Economia almeno non ha incontrato Lavitola.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CERVELLI IN FUGA: IL MIT LO CHIAMA A BOSTON, PER RESTARE IN ITALIA NON E’ BASTATO AVER FATTO OTTENERE CON UNA SUA RICERCA UNA COMMESSA DI UN MILIONE DI EURO

Settembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

IL RICERCATORE STEFANO BRIZZOLARA   AVEVA REALIZZATO PER L’UNIVERSITA’ DI GENOVA NUMEROSI PROGETTI, TRA CUI QUELLI DI UNA NAVE SUPERVELOCE… NON VINCE IL CONCORSO PER DIVENTARE ASSOCIATO E LO CHIAMANO SUBITO COME DOCENTE AL MIT DI BOSTON, L’UNIVERSITA’ PIU’ PRESTIGIOSA DEGLI STATI UNITI

Il giorno che ha perso il concorso per diventare associato all’università  di Ingegneria di Genova, al 391° posto nelle graduatorie internazionali, Stefano Brizzolara è stato chiamato come professore dell’Mit di Boston.
La migliore del mondo.
Adesso è sull’aereo che lo porta in America.
Lui, 43 anni appena compiuti, la moglie Claudia insieme da una vita, i tre figli.
Biglietto di andata e ritorno tra un anno, soltanto una valigia a testa.
Come fosse un viaggio qualunque, perchè è difficile pensare che stai lasciando il Paese dove sei nato e cresciuto.
E allora ti tieni ancora dietro una casa che aspetta, la barca ormeggiata in porto per le gite della domenica.
Pronti per il ritorno, anche se non ci sarà .
Non lo avrebbe mai detto, Stefano, che alla sua università  dedicava dodici ore di lavoro al giorno, dalla mattina a notte fonda.
Quando le luci di casa si spegnevano, il suo computer restava accesso.
Senza troppi sabati e domeniche, passava le giornate con gli studenti.
E amen se a fine mese si portava a casa uno stipendio che bastava appena per campare. Questo era il suo lavoro e Genova la sua città .
Punto.
Poi è arrivato il concorso atteso anni per il posto di professore associato.
E l’amarezza, il ricorso al Tar che si deciderà  a dicembre: “Per me è una questione di giustizia, vedremo la sentenza, ma non voglio fare polemiche”, taglia corto.
Già , il punto non sono le beghe universitarie.
Ma Stefano (un curriculum lungo 18 pagine, 25 progetti di ricerca conquistati per l’Università , 73 studi presentati a conferenze in mezzo mondo), per riuscire a fare il lavoro che ha sempre sognato, ha dovuto lasciare l’Italia.
E adesso, che sta volando a Boston per occupare una cattedra sognata da tutti gli ingegneri del mondo, si sente insieme vincitore e sconfitto.
Sbaglia, però. Lui ce l’ha fatta.
Chi ha perso sono altri, è un Paese che rinuncia a un ingegnere chiamato a lavorare per la Nato, che aveva portato all’università  di Genova il contratto per studiare le prime navi invisibili (stealth, come gli aerei-spia segreti) della Marina Americana.
Uno dei tanti contratti di Stefano, che da solo aveva messo insieme commesse per un milione di euro per il suo dipartimento e si era messo in testa di creare una squadra di giovani ingegneri navali.
“Torneremo”, dice Stefano, “ho preso un anno di permesso di studio”.
Chissà  se ci crede davvero.
Mercoledì sera eccoli, Stefano e Claudia, a salutare gli amici del liceo: una casa affacciata sul mare da cui si vede tutta Genova, l’intera vita sotto gli occhi.
Si stringono le mani, ci si abbraccia, poi birra, vino e ricordi.
Strani brindisi, al futuro, ma tutti pensano al passato.
Si sorride un po’ anche per dovere, ma dentro c’è una stretta allo stomaco, combattuti come sono tra la felicità  per l’amico e la malinconia di chi resta.
“Un brindisi a Stefano che va ad Harvard!”, sembra impossibile, quel ragazzo alto e sottile che stava sempre nell’ultimo banco a far casino, che alle interrogazioni sbagliava apposta per non sembrare secchione, ma poi nei compiti in classe infilava una sfilza di nove e finiva le espressioni quando gli altri ancora lottavano con parentesi e potenze.
I numeri, le formule per lui erano il linguaggio per decifrare il mondo: il funzionamento di una macchina, come il moto delle stelle nel cielo di un adolescente.
Niente di meno arido della matematica.
Da una combinazione di cifre Stefano sapeva mettere su un gioco per il computer.
Ma in fondo attraverso le sue formule sperava di poter trovare un senso. Addirittura un’armonia: i numeri e le note del suo pianoforte.
E i compagni già  allora ad ascoltarlo.
Poi l’università , i trenta e lode tanto frequenti da sembrare scontati.
L’affermato studio del padre? Troppo facile.
Stefano punta tutto sulla “sua” facoltà .
Fonda un gruppo specializzato nei calcoli sul moto delle navi. Motori, eliche che avanzano nell’acqua, roba astrusa, ma a sentirlo raccontare ti appassioni come a una sfida titanica.
È esigente, perchè la matematica è una cosa seria, una disciplina di vita, ma alla fine gli studenti gli vanno dietro.
E lui se li porta in giro per il mondo, per vedere come si studia all’estero e riportare i segreti in Italia.
Ma poi ecco l’intoppo, il concorso. E la realtà : il rischio, per lui senza padrini, di restare impantanato per tutta la carriera mentre altri vanno avanti.
No, impossibile rifiutare la chiamata da Boston.
Eppure forse Stefano ci ha provato.
Ha cercato di capire se c’erano sicurezze, prospettive nella sua città . Insomma, se poteva raccogliere il frutto di anni di lavoro.
Niente da fare.
Eccolo allora con i suoi amici di una vita: Riccardo, Roberto, Daniela, Laura, Rosetta, Luca, Francesco.
Altri, tanti, se ne sono già  andati, a Milano, in Inghilterra, Francia, chissà .
Stefano il festeggiato se ne sta in disparte, già  altrove.
E poi stasera ogni cosa pare avere un significato, racchiudere un simbolo.
Ovunque guardi gli viene in mente un volto: nelle luci della città  vede gli amici, i genitori, le sorelle.
Lontano c’è un’altra vita.
Non c’è formula matematica che racchiuda quello che sente. È dai discorsi degli amici che l’amarezza esce fuori come la schiuma dell’ennesima birra.
Riccardo: “Questo non è un paese di merda, peggio, è un paese ingiusto”.
Luca: “Dai, poi Stefano tornerà  con la legge per il rimpatrio dei cervelli. Un mio amico fisico ha deciso di rientrare dall’America e dopo sei mesi gli hanno chiuso il dipartimento ed è rimasto disoccupato”.
Roberto: “Vai a vedere la lista dei professori, dei responsabili dell’università … e poi dai un’occhiata alle tessere dei partiti, alle associazioni politiche”.
Daniela: “L’ideale è essere figli o parenti di un professore, a quarant’anni hanno la cattedra. Sarà  un caso…”.
E giù nomi, vale a Genova, come altrove.
Sì, la rabbia è più facile da accettare della malinconia.
Stefano no, non si mette a fare il gioco delle colpe. “In fondo per Stefano è meglio così”, sospira Francesco.
Aggiunge: “Io gliel’ho detto subito: vai! Anche se dentro di me avrei voluto trattenerlo. Perchè il giorno che mi hanno bocciato all’esame di diritto costituzionale è Stefano che si è presentato alla porta e mi ha portato a fare un giro in bici. Senza bisogno di dire una parola. Quando è stato il momento del dolore, Stefano era lì. Lo so, ci rivedremo. Lo so, nella vita in fondo sei solo, ma è come nelle battaglie, insieme si trova la forza per andare avanti. E la sera affacciandomi dalla finestra sentivo che anche Stefano c’era. La chiamano fuga dei cervelli, sarà , ma per me è soprattutto un amico che se ne va”.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ANATEMA DI SILVIO SU TREMONTI RIACCENDE L’ALLARME DI NAPOLITANO

Settembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PREOCCUPATO PER IL DISCREDITO DEL NOSTRO PAESE ALL’ESTERO…L’INCOMUNICABILITA’ TRA IL PREMIER E IL MINISTRO DELL’ECONOMIA NON E’ PIU’ SOSTENIBILE: LA RESA DEI CONTI RISCHIA DI FAR PRECIPITARE L’ITALIA

Il presidente Napolitano segue ora per ora l’evolversi della crisi che è certo finanziaria e internazionale, ma che a Roma ha un’aggravante politica.
Apprensione che, raccontano, al Colle si è trasformata negli ultimi giorni in irritazione per quanto avvenuto in seno al governo.
Aver mandato Giulio Tremonti quasi allo sbaraglio a Washington, screditato da pesanti giudizi del premier («Immorale») non smentiti da Palazzo Chigi e infilzato da giudizi sprezzanti degli altri ministri dopo il voto sull’arresto di Milanese, il tutto mentre il ministro dell’Economia rappresentava il Paese al G20 e dinanzi ai vertici del Fmi, ecco, è stato uno spettacolo al quale al Quirinale avrebbero preferito non assistere.
Sul colle più alto – come avrebbe avuto modo di apprendere personalmente Gianni Letta – si sarebbero attese precisazioni ufficiali, smentite, magari un intervento del premier per arginare gli affondi dei ministri contro l’inquilino di via XX Settembre.
Quanto meno in questi giorni già  abbastanza critici e delicati per l’Italia. Non è avvenuto nulla di tutto questo e non è stato un buon segnale.
Così, adesso tocca correre ai ripari.
Proprio facendosi interprete e ambasciatore delle aspettative e delle preoccupazioni del capo dello Stato, in queste ore il sottosegretario Letta si è mobilitato per riaprire un canale di dialogo con Tremonti.
Lo ha ripetuto al Cavaliere rientrato eccezionalmente a Roma e non ad Arcore dopo il breve soggiorno sardo a Villa Certosa.
Bisogna trovare il modo di riattivare le comunicazioni col ministro, meglio ancora un incontro, è stato il suggerimento del braccio destro.
Diplomazia al lavoro tra Chigi e via XX Settembre, dunque, con l’obiettivo di organizzare a breve un faccia a faccia chiarificatore tra Silvio e Giulio. Fino a ieri non tirava aria. Il premier tentenna riluttante.
Nonostante ci sia un decreto sviluppo da varare per il rilancio dell’economia e sarà  difficile farlo in autonomia, senza un confronto col ministro responsabile.
Perchè Tremonti è certo sulla corda, ma è anche saldamente in carica e tutt’altro che intenzionato a farsi da parte.
Il clima nel governo resta assai teso. I ministri pidiellini non fanno mistero, nei colloqui privati, di essere pronti a non votare il decreto o altri provvedimenti economici eventualmente portati in Consiglio da Tremonti «a scatola chiusa».
Collegialità  o il professore di Sondrio sarà  messo «in minoranza» nel governo, è il messaggio-avvertimento che fanno filtrare all’esterno.
Musica per le orecchie di un Berlusconi che intanto fa sapere di essere rientrato anzitempo a Palazzo Chigi proprio per lavorare al decreto.
Ma anche per lanciare nel giro di pochi giorni un segnale rassicurante all’indirizzo di Confindustria.
Il Cavaliere ha mal tollerato gli affondi quasi quotidiani della Marcegaglia. Allo studio c’è proprio l’accoglimento di alcune delle proposte del “manifesto” che gli imprenditori si accingono a pubblicare per «salvare l’Italia».
Dismissioni, liberalizzazioni, opere pubbliche in cima alla ricetta della presidenza del Consiglio. Sarà  sufficiente?
Giulio Tremonti, di rientro dalla missione Usa, si è ritirato a Pavia, oggi incontrerà  Bossi. A Fiumicino, in attesa dell’imbarco per Milano, ieri lo hanno incrociato Francesco Rutelli e l’ad Enel Fulvio Conti.
Parlando poi coi suoi, il leader dell’Api ha confessato di essere rimasto «basito per il pessimismo cosmico, quasi disperato» del ministro dell’Economia.
A dispetto delle rassicurazioni pubbliche di sabato da Washington al termine del vertice Fmi, Tremonti si sarebbe lasciato andare a «giudizi catastrofici sulle prospettive europee, sulla crisi Usa, sul ruolo delle banche».
D’altronde, da oggi si riparte con le montagne russe, per borse e titoli italiani. Berlusconi lo sa, lo teme.
Sono gli unici contraccolpi che ritiene possano davvero impensierire il suo governo. Non certo le levate di scudi dei pidiellini irrequieti, da Alemanno a Formigoni, intenti a invocare già  primarie e rinuncia del premier alla futura leadership.
Sarà  pure vero, come diceva ieri mattina Gasparri ai vari Guido Crosetto, Enrico Costa, Fabrizio Cicchitto, Laura Ravetto a margine della manifestazione Pdl di Cuneo, che «a questo punto è assai probabile che si voti in primavera 2012», per schivare il referendum elettorale.
Ma è altrettanto vero, va ragionando un berlusconiano doc come Osvaldo Napoli, che se si vota tra sei mesi «l’unico leader per noi è Berlusconi».
E allora addio primarie e addio ricambio per il centrodestra.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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TREMONTI AL VERTICE DEL G20, BERLUSCONI A QUELLO CON LA BEGAN

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER VUOLE CACCIARE IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, MA NON PUO’ METTERE IL NASO FUORI DALL’ITALIA…RICEVE PERO’ LA “CONSIGLIERA” BEGAN A PALAZZO GRAZIOLI E MANDA AVANTI SCILIPOTI A CHIEDERE LE DIMISSIONI DI TREMONTI

Lezioni di etica a Giulio Tremonti. A cominciare da Domenico Scilipoti, il leader dei Responsabili salva-premier.
Ormai non è più tempo di tappeti rossi per il superministro dell’Economia.
Nel corpaccione del Pdl la ferita causata dall’assenza del ministro al voto su Milanese sanguina sempre di più.
E così ieri Scilipoti è arrivato a chiedere le dimissioni dell’ex Divo Giulio della Seconda Repubblica: “Sarebbe opportuno che il ministro pensasse a dimettersi e lasciasse il posto a persone che potrebbero avere maggiore sensibilità  nel gestire meglio il dicastero dell’Economia. Così vuole l’etica politica. Non ci possiamo permettere ancora il lusso di lasciare al loro destino milioni di famiglie e imprese per tutelare gli interessi di pochi”.
L’ultimatum dell’icona dei Responsabili non è da sottovalutare.
Nel voto di giovedì scorso per l’arresto dell’ex consigliere tremontiano, lo scarto a favore della maggioranza è stato esiguo: appena sei voti.
Scilipoti ne dispone di tre: che cosa succederebbe se i mal di pancia dei salva-premier?
In ogni caso, dal suo provvisorio rifugio di Washington per la riunione del Fmi, Tremonti ha fatto recapitare al Cavaliere un messaggio chiaro: “Io non me ne vado, alle dimissioni non ci penso proprio. L’ho fatto già  una volta, nel 2004, e non ripeterò mai più l’errore”.
Il processo intentato da Berlusconi in persona è come se fosse finito in un vicolo cieco, senza sbocchi.
Due bunker a distanza che si fronteggiano in una guerra di posizione.
Ma questo non scoraggia affatto i falchi che stanno conducendo lo scontro. L’obiettivo a breve gittata è accerchiare e isolare il ministro resistente. E logorarlo , facendogli saltare i nervi.
Ammette una fonte autorevole della prima cerchia berlusconiana: “Giulio è fragile psicologicamente, alla fine potrebbe anche cedere e andarsene”.
La prima provocazione sarà  una cabina di regia per blindarlo.
Su Berlusconi, che ieri a Palazzo Grazioli ha incontrato nell’ordine Sabina Began, Angelino Alfano e Bruno Vespa, le pressioni per ingabbiare e de-potenziare in questo senso Tremonti sono fortissime.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, l’ha già  detto pubblicamente: un gabinetto collegiale per gestire la fase sviluppista della crisi, presieduto dal premier e composto da altri ministri e tecnici esterni di grido.
Si parla anche di spacchettamento dell’Economia con apposita legge, lasciando solo i conti a Tremonti e affiancarlo con nomi come Lamberto Dini e Antonio Martino.
Il piano è questo e a quel punto Tremonti non potrà  opporre la più classica delle sue minacce in questi anni: “O si fa come dico io oppure mi dimetto”. Quindi, convivenza feroce da separati in casa.
Nel Pdl, ieri, solo Alemanno e la Mussolini l’hanno difeso sull’assenza “immorale” di giovedì.
Il secondo step della guerra di logoramento riguarda le voci e le allusioni sul suo rapporto con Milanese, e in cui potrebbe inserirsi il Giornale di famiglia con il consueto trattamento Boffo (circostanza che Tremonti teme già  da mesi, come dichiarò a dicembre ai magistrati napoletani dell’inchiesta P4).
Ed è stato lo stesso Milanese a spedire il primo pizzino in un’intervista a Klaus Davi.
La dichiarazione che ha provocato stupore in alcuni ambienti di Palazzo, dove si sottolinea anche “il passaggio di Milanese coi suoi segreti nel clan vincente della P4, quello di Letta e Bisignani”, è questa: “Certe dicerie sul rapporto tra me e Tremonti non mi hanno ferito assolutamente. Anche perchè non ci sarebbe nulla di male, se non fossero cose inventate di sana pianta. Se fosse vero, non avrei timore a dirlo. Ribadisco, anche se fosse vero, non avrei timore a dirlo”.
Ripetuto due volte: “Se fosse vero, non avrei timore a dirlo”.
Strano.
Su questo versante, si inseriscono le dichiarazioni della sorella di Tremonti, Angiola.
Ancora più esplicite, nel giorno in cui compare online una lista di dieci politici di centrodestra che sarebbero gay.
Angiola Tremonti definisce il fratello come Ponzio Pilato, gli suggerisce le dimissioni e osserva, stavolta al programma di Radio2 Un giorno da pecora di Sabelli Fioretti e Lauro: “Non dobbiamo dimenticarci che tra due individui, come Milanese e Giulio, nel corso degli anni si instaura un rapporto di profonda amicizia e fiducia. E quando sorge il dubbio che questa fiducia venga a mancare, si soffre molto, come nelle storie d’amore. Chi ha sofferto di più questa rottura tra Milanese e Tremonti? Non lo so, credo però che da parte di chi ha sensibilità  ci possa essere anche del dolore”.
Questo stillicidio di allusioni come continuerà ?
A parte la difesa di Alemanno e forse di metà  Lega (Bossi e Calderoli), la solitudine di Tremonti è davvero tanta.
Nel Pdl, con il passare delle ore, gli attacchi contro di lui non fanno più notizia. Semmai il contrario.
Nulla è più come un tempo. Nemmeno con l’opposizione.
Le frequentazioni bipartisan del ministro sono un ricordo antico.
Nel Pd, l’ordine di Bersani è di “attaccare, attaccare, attaccare Tremonti”.
Una direttiva che stride un po’ con lo spirito di “coesione nazionale” invocato ancora una volta dal capo dello Stato.
Da divo a bersaglio, dall’altare alla polvere nel giro di un’estate.
Al punto che pure Mario Monti, l’ex eurocommissario indicato in maniera stabile come premier o ministro tecnico all’Economia, dice con amarezza: “È stato molto sgradevole vedere come sono state voltate le spalle al ministro Tremonti dopo che ci si è messi in fila per omaggiarlo e riverirlo”.
Chissà  se il riferimento è anche ai quotidiani della grande borghesia con cui lo stesso Monti collabora.
Chissà .

Fabrizio d’Esposito
(“Il Fatto Quotidiano”)

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LA CRISI METTE IN GINOCCHIO AIR FRANCE: SI ALLONTANA L’ACQUISTO DI ALITALIA

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO IL PRESUNTO SALVATAGGIO DEL 2009, LA COMPAGNIA FRANCESE NEL 2013 AVREBBE DOVUTO AUMENTARE LA PRESENZA AZIONARIA…LA CRISI DEI VOLI E QUELLA ECONOMICA STANNO INVECE ORMAI PIEGANDO L’EX COLOSSO DEI CIELI

Alitalia parlerà  francese.
Il suo destino è ormai chiaro: Air France-Klm, che ne ha già  acquisito il 25% (a basso prezzo, all’inizio del 2009: “Merci Silvio” titolò il quotidiano Les Echos), dovrebbe prendere il controllo della nostra compagnia aerea a partire dal 2013, quando gli azionisti potranno vendere liberamente a chi vogliono.
Ad Air France, il colosso dei cieli. Macinatore di utili. Salvatrice della malmessa compagnia di bandiera italica.
Ma dall’acquisto del 2009 a oggi la stabilità  del gigante con le ali è cambiata.
Non poco.
Perchè il colosso franco-olandese, numero due del settore in Europa, è una delle vittime illustri dell’ultima tempesta finanziaria.
E’ sempre più traballante e preoccupata che alle bufere dei listini faccia seguito una recessione, con l’inevitabile calo del traffico aereo.
Sarebbe duro da sopportare per un gruppo già  in difficoltà .
Nei giorni scorsi i vertici di Air France-Klm hanno messo le mani avanti: con ogni probabilità  dovranno varare un piano per ridurre i costi (fra i 700 e gli 800 milioni di euro) e un nutrito pacchetto di licenziamenti (tra i 5 e i 10mila dipendenti sui 58mila totali).
Quindi nel 2013 il gruppo potrebbe non riuscire ad acquistare Alitalia.
Il titolo Air France-Klm ha perso il 53,4% rispetto al primo gennaio scorso.
In pochi mesi il gruppo ha ceduto oltre la metà  della sua capitalizzazione, scivolata sotto i due miliardi di euro. Air France-Klm cade.
Il titolo nell’indice Sbf 120, che raccoglie le principali capitalizzazioni della Borsa di Parigi, è quello che ha registrato la peggiore performance dall’inizio dell’anno.
Anche le azioni dei maggiori rivali europei della compagnia sono andate giù, ma non così tanto (Lufthansa il 33% e Iag, dal 24 gennaio scorso, quando questa alleanza fra British Airways e Iberia è diventata operativa, il 46%).
A fine giugno l’indebitamento netto di Air France-Klm ammontava a sei miliardi di euro contro 1,4 per Lufthansa e 480 milioni per Iag.
Il gruppo franco-olandese non ha ancora pienamente digerito la crisi nel trasporto aereo del 2008 e del 2009.
Un mese fa i vertici del gruppo davano per scontato un bilancio 2011 in attivo. Ma a tale eventualità  a Parigi ormai non crede più nessuno.
La compagnia, ancora più delle altre, ha subito i contraccolpi delle “primavere arabe”, lo sbocciare della democrazia in vari Paesi del Maghreb e del Vicino Oriente, che però ha avuto riflessi negativi sul traffico aereo: Air France-Klm non ha saputo riadattare sufficientemente i suoi programmi di volo verso destinazioni come l’Egitto e la Tunisia. Molti aerei, in sostanza, volano vuoti.
Altro problema: per ridurre i costi, soprattutto del personale (gli stipendi assorbono un terzo del fatturato rispetto a un quarto per Lufthansa e per Iag), già  un anno fa Air France-Klm aveva annunciato una nuova organizzazione dei voli a breve-medio raggio, le cui basi logistiche saranno spostate in parte nelle città  della provincia francese (si comincia da Marsiglia in ottobre).
Ma pure questo programma procede a rilento.
E Easyet e Ryanair, i principali rivali su tali rotte, hanno già  avuto il tempo di reagire.
C’è poi la crisi finanziaria. Con possibile recessione.
Tra le compagnie aeree europee proprio Air France-Klm appare la più vulnerabile.
A riprova di tutto questo, un incontro lunedi’ scorso voluto dai vertici dell’azienda (che è controllata per il 15,7% dallo Stato francese e per il 9,8% dai dipendenti) con i sindacati per ventilare la possibilità  di tagli su tutti i fronti. Air France-Klm salverà  Alitalia?
Prima deve pensare a salvare se stessa.

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LA BUVETTE DEL SENATO ALZA I PREZZI, SPARISCE LA META’ DEI CLIENTI

Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LE POLEMICHE SUI PRANZI A PREZZI IRRISORI DI CUI GODEVANO I SENATORI, ORA UN PASTO E’ PASSATO A COSTARE 25-30 EURO…E I SENATORI VANNO A MONTECITORIO DOVE IL PREZZO E ANCORA MINIMO

«Sa cosa sta succedendo? La stessa cosa della barberia: finchè era gratis c’era chi ci andava anche due volte al giorno, ora che si pagano 15 euro nessuno ha più bisogno di barba e capelli…», sospira il senatore dipietrista Stefano Pedica, prevedendo la sorte del ristorante di Palazzo Madama. Causa un’ondata di indignazione generale, da settembre il costo di un pasto tra stucchi e velluti è stato più o meno triplicato: per gli avventori del Palazzo è finito il tempo della scelta tra primi a un euro e sessanta o del pesce spada a 3 e 55.
Decisione tempestiva del Collegio dei questori, solerti ad arginare la rivolta anti-Casta: adesso per un primo piatto si sborsano sei euro, per gli spaghetti all’ astice anche 15-18, per un pasto completo tra i 25 e i 30.
E il primo effetto dell’adeguamento al costo della vita dei comuni mortali si è fatto subito sentire: crollo delle presenze e degli incassi di circa il 50% rispetto a luglio, quando ancora si banchettava allegramente con pochi euro.
«Si parla di un centinaio di persone in meno al giorno», calcola il senatore questore Angelo Maria Cicolani, del Pdl. «Ma è troppo presto per fare un bilancio», predica, dall’innalzamento dei prezzi sono passati pochi giorni «ed è stata una settimana particolare, con il voto di fiducia e quindi l’attività  delle Commissioni sospesa. Mi auguro che non ci sarà  nessun calo».
Qualche senatore si è risentito per questo intervento sui prezzi, sentendosi poco tutelato: «Non hanno protetto i nostri diritti: il ristorante è un servizio, non un privilegio», sbuffa qualcuno.
«Il ristorante serve: è un luogo di aggregazione dove spesso si continua a lavorare in modo informale. E poi se ne servono ospiti in visita, ministri stranieri, personalità : è importante avere un posto decoroso dove accoglierli a pranzo», spiega Cicolani.
«In pochi giorni il ristorante s’è svuotato», valuta Pedica.
«Ho sentito colleghi cominciare a lamentarsi del cibo, del servizio. Ma è da paragonare a un buon ristorante: perchè lamentarsi se si pagano 25 o 30 euro quando fuori sono disposti a pagarne 50?».
La soluzione però c’è: intanto, il ristorante di Montecitorio, a pochi minuti a piedi, almeno per ora costa meno.
E poi ci sono già  gruppi parlamentari che stanno cercando accordi e convenzioni con ristoranti esterni, per pagare 15 euro o giù di lì.

Francesca Scianchi
(da “La Stampa“)

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