Agosto 13th, 2018 Riccardo Fucile
IL SOLE 24 ORE: UNA CIFRA MONSTRE, 217,7 MILIARDI, CINQUE VOLTE QUELLA DEL 2012 …SENZA CONTARE QUELLI IN NERO
Mentre il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri dice che bisogna “trattenere” i soldi degli italiani in Italia, il Sole 24 Ore fa i conti e scopre che il tesoro posseduto all’estero dagli italiani — o, almeno, quello “in chiaro” — vale 217,7 miliardi, stando alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017. Una cifra monstre, che corrisponde a poco meno del 10% del debito pubblico.
E che, nonostante il calo registrato nell’ultimo anno, risulta comunque cinque volte più grande di quella del 2012. Da questo conto vanno ovviamente esclusi i soldi depositati senza essere stati dichiarati al fisco italiano.
Secondo le statistiche ufficiali, il balzo più grande si registra nelle dichiarazioni del 2015 e in particolare nelle due asset class più facili da nascondere e movimentare: quella legata alla liquidità (conti correnti e depositi), che pesa per un quarto dei patrimonio all’estero ed è passata da 11 a 40 miliardi, e quella più puramente finanziaria (quote societarie, titoli, obbligazioni, trust, fondazioni e così via), moltiplicata da 31,5 a 133 miliardi.
Il timing non è casuale. Come rilevano il dipartimento delle Finanze e la Corte dei conti, l’anno d’imposta 2014 è quello su cui si è fatto sentire di più l’effetto “emersione” della prima voluntary (da cui è arrivato il 92% dei 66,6 miliardi emersi con le entrambe le operazioni, di cui 44,4 dalla Svizzera e 5,5 da Monaco).
Fa riflettere, se mai, il calo di valore dei conti correnti e, soprattutto, delle attività finanziarie nell’ultimo anno dichiarato (2016).
Diminuzione solo in parte riconducibile all’andamento dei mercati, dal momento che i titoli non quotati sono spesso indicati in RW al valore nominale.
Piuttosto, il calo dei “dichiaranti” lascia pensare che parte della liquidità e degli investimenti esteri siano rientrati in Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile
PER COMPRENDERE LA QUESTIONE IN TERMINI SEMPLICI
Come la galassia novax è popolata di individui che rifiutano 500 anni di progresso scientifico, la galassia noeuro è popolata di somari a digiuno di qualsiasi cultura economica e refrattari alla logica elementare.
Da qui deriva l’epiteto “somarista” con cui vengono sbeffeggiati i guru del ritorno alla minkio-lira (il cui fuoco sacro ultimamante è stato spento con l’irrorazione di lucrose cadreghe).
Il somarismo nel mondo animale si misura attraverso i decibel dei ragli. Nel mondo politico romano con i punti di spread tra i tassi di interesse sui titoli pubblici italiani e quelli degli altri paesi, in particolare quelli dell’area euro, specie la Germania.
Da quando il somarismo è diventato ideologia di governo, lo spread ha cominciato a salire inesorabilmente.
Ora è posizionato ad un passo dal livello di guardia che rende il debito pubblico di un paese insostenibile e spalanca la porta alla bancarotta sovrana.
Inutile dire che per le vittime dell’analfabetismo di ritorno lo spread è un complotto dei mercati internazionali, della finanza ebraica, del Bilderberg e delle multinazionali. Ma per chi, non attirato dai ragli, volesse comprendere la questione in termini semplici, prendiamo un’ipotetica casalinga di Pomigliano e immaginiamo che a un certo punto erediti 10mila euro da un lontano zio.
La casalinga ha due fratelli. Saputo del lascito entrambi le telefonano per chiedere un prestito. Il primo è un affermato dentista con una clientela consolidata e fedele. Avrebbe bisogno di comprare delle nuove attrezzature mediche. Tuttavia gli mancano momentaneamente i liquidi perchè ha acquistato un immobile dove intende trasferire lo studio, dopo aver intrapreso costosi lavori di ristrutturazione che sfortunatamente si sono protratti più del previsto.
L’altro fratello è fuoricorso da 11 anni in Scienze della Comunicazione, con precedenti per spaccio di droga, vive alla giornata ubriacandosi con gli amici punkabestia e non ha fissa dimora. Chiede un prestito perchè giura di voler affitare un appartamento, riprendere a studiare, disintossicarsi dalla droga, curarsi la cirrosi epatica e mettere su famiglia. –
Queste promesse da 10 anni si susseguono con cadenza più o meno semestrale e hanno una durata variabile tra i 5 minuti e i due giorni (quando coincidono con il Carnevale).
La casalinga, che ha un cuore d’oro, invece di godersi una vacanza a Mauritius, decide di condividere la sua fortuna con entrambi i fratelli.
Ad ognuno presterà per un anno un parte dell’eredità ricevuta, ma ad un tasso di interesse che rifletta il sacrificio ed il rischio a cui si sottopone. Ai fratelli spiega “Teng o core d’oro, ma cca niscun è fess”.
Ora, se la casalinga investisse i soldi in uno strumento abbastanza sicuro, ad esempio i bund del governo tedesco, otterrebbe l’1% (semplifico approssimando per eccesso). Domanda al lettore: a quale tasso di interesse la casalinga dovrebbe prestare ai due fratelli? Allo stesso tasso dei bund? A un tasso uguale per entrambi i fratelli? A tassi diversi? E quanto diversi?
Inoltre: come dovrebbe dividere i 10mila euro? 5mila euro ad ognuno? Una percentuale maggiore al dentista? Una percentuale maggiore al fuoricorso?
Ecco dalle risposte a questi marzulliani interrogativi il lettore forgerà la propria nozione sullo spread in un mercato in cui operano tante casalinghe di Pomigliano e tanti debitori con caratteristiche disomogenee. Molto più disomogenee di quelle dei due fratelli.
Ma è così…se ti regalassi 10000€ preferiresti investirli in titoli tedeschi o italiani se entrambi dessero lo stesso tasso di interesse?In questo l’Europa non c’entra nulla. Sarebbe uguale con sovranità monetaria.
Chi presta soldi vuole essere ripagato. Di più dai più rischiosi.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile
L’IPOTESI E’ SOSTENUTA ANCHE DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA
Da una parte Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due leader, categorici nell’escludere un aumento dell’Iva.
Dall’altra il ministro Giovanni Tria e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, leghista sì ma realista e pragmatico.
Al vertice di governo va in scena la divisione fra due “filosofie” opposte, un primo assaggio di quella che sarà la vera trattativa sulla legge di Stabilità .
«Siamo il governo del cambiamento – scandisce Salvini rivolto a Tria – e non possiamo certo iniziare aumentando l’Iva». Parole simili a quelle che pronuncia Di Maio davanti ai giornalisti, uscendo dal summit: «L’Iva non deve aumentare: lo abbiamo promesso e non aumenterà ».
Tutt’altra musica era stata quella suonata da Giancarlo Giorgetti poche ore prima, quando aveva fatto capolino al brindisi offerto dal premier Conte ai giornalisti.
Ai cronisti che gli chiedevano delle ipotesi che circolano insistentemente sugli aumenti selettivi sull’Iva, Giorgetti replicava chiaro e tondo che «anche l’Unione europea potrebbe chiederci di aumentare la tassazione indiretta».
Giorgetti ha letto l’intervista al «Sole 24Ore», in cui il ministro Giovanni Tria dice che il governo sta lavorando su simulazioni basate sulla mancata attivazione delle clausole di salvaguardia, ma senza escludere «un riordino per semplificare alcune aliquote: ipotesi che producono piccoli aumenti di gettito e altre qualche riduzione». Peraltro, anche la Banca d’Italia vedrebbe di buon occhio lo spostamento del peso dalle imposte dirette a quelle indirette; e la stessa cosa pensano al Fmi e all’Ocse.
Tria nell’intervista esprime cautela, ma da economista sa bene che per fronteggiare spese importanti – come quelle per realizzare flat tax e reddito di cittadinanza – ricorrere all’Iva darebbe certezza ai conti.
Tra le molte ipotesi tecniche allo studio del Tesoro, in effetti, c’è anche un progetto per intervenire in modo articolato sulla imposta indiretta più importante.
Ad esempio, con una riduzione delle aliquote Iva che gravano su generi di consumo di massa, come l’energia elettrica e l’acqua (oggi al 10%) ma anche gas e telefono (oggi tassati al 22%).
Per queste voci sarebbe possibile – e anche abbastanza «popolare» – scendere all’aliquota minima del 4%. In tutti gli altri casi, invece, si accetterebbe l’aumento delle aliquote – rispettivamente, dal 10 all’11,5%, e dal 22% al 24,2% – previsto dalle cosiddette «clausole di salvaguardia».
Tirando le somme, per far quadrare i conti con Bruxelles basterebbe reperire nelle pieghe del bilancio pubblico 4,5 miliardi, invece dei 12,5 miliardi necessari a una sterilizzazione completa dell’aumento Iva.
Altri schemi, poi, prevedono anche un intervento per ridurre le accise che gravano sulla benzina.
Sul resto della manovra Giorgetti pare scettico, consapevole che i margini per riforme radicali in questa legge di Stabilità sono pochi.
«Non credo riusciremo a fare granchè sulla Fornero», ammette. Nè la cancellazione, nè la sua revisione totale, annunciata in campagna elettorale da entrambi i partiti di maggioranza.
Resta in piedi «quota 100» come unica alternativa, pienamente sulla linea del ministro dell’Economia Tria, che si limita a parlare di interventi previdenziali «che non incidano in modo troppo pesante sulla spesa a medio e lungo termine».
Per andare in pensione servirà un minimo di 64 anni di età , e sarà possibile inserire solo due anni di contributi figurativi. Già così la misura costa circa 4 miliardi.
Per far quadrare i conti, e avviare (in versione molto lontana dalle promesse elettorali) flat tax e reddito di cittadinanza, il governo certamente metterà mano a quelle che sono chiamate le «tax expenditures», ovvero le agevolazioni fiscali.
Sono tantissime, 468: accanto a molte sconosciute ai più o super-settoriali, ce ne sono tante che – se eliminate – potrebbero dare cospicui risparmi.
Certamente, pagando un costo politico, con la protesta degli interessi di volta in volta toccati.
Il ministro Tria fa sapere che le imprese pagheranno dazio, ma che nel mirino c’è anche il bonus Renzi da 80 euro. «Crea complicazioni infinite», dice, promettendo però che «il sistema va rivisto con la garanzia che nessuno perda nel passaggio dal vecchio al nuovo».
(da “La Stampa“)
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Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile
LO HA AFFERMATO IL MINISTRO TRIA IN UN’INTERVISTA AL SOLE24ORE, SALVINI SI LEGGA ALMENO I GIORNALI
Sulla questione degli ottanta euro il governo, come sempre, sarebbe vittima di fake news altrui. Ma chi ha detto che si taglia il bonus del governo Renzi?
Oggi il Corriere e la Repubblica hanno aperto con la stessa notizia ma nessuno è andato a vedere quale fosse la fonte. Eppure era facile.
A dire che c’è bisogno di un riordino profondo delle tax espeditures (ovvero di detrazioni e deduzioni) e di mettere in discussione il bonus Renzi da 80 euro è stato infatti un certo Giovanni Tria, che da notizie non confermate risulterebbe essere il ministro dell’Economia del governo di cui Salvini e Di Maio fanno parte e che Di Stefano appoggia:
“Le coperture devono arrivare da un riordino profondo delle tax expenditures, che finora non si è fatto perchè è realizzabile solo se accompagnato da una riduzione delle aliquote generali. In un certo senso bisogna applicare una versione adattata dell’«ottimo paretiano», in cui nessuno perde e qualcuno guadagna in un’ottica pluriennale.
In discussione entra anche il bonus Renzi da 80 euro?
Non c’è dubbio, anche per ragioni di riordino tecnico. Per com’è stato costruito, il bonus da 80 euro crea complicazioni infinite, a partire dai molti contribuenti che l’anno dopo scoprono di aver perso o acquisito il diritto per cambi anche modesti di reddito. Ma proprio per la delicatezza del tema, è importante ribadire che tutto il sistema va rivisto con la garanzia che nessuno perda nel passaggio dal vecchio al nuovo. L’obiettivo è di definire la distribuzione dei benefici e di modulare di conseguenza l’intervento sulle tax expenditures.”
Insomma, Tria ha chiaramente spiegato che il governo opererà su detrazioni e deduzioni — come era stato già annunciato — e sul bonus per un’operazione che dovrebbe portare al taglio delle tasse.
Che ci riesca è un altro paio di maniche, come si suol dire, ma è certo che le presunte fake news le ha messe in circolazione il ministro Tria.
O forse a via XX Settembre sono gli unici a dire la verità o a rendersi conto che è inutile coglionare l’opinione pubblica inventando fake news dove non ci sono.
Cos’è il bonus 80 euro
Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 aprile 2014, il ‘decreto Irpef’ prevede che i lavoratori dipendenti con un reddito tra gli 8 e i 24.000 euro all’anno hanno in busta paga (da maggio 2014) un bonus di 80 euro al mese, 640 euro annui. Il bonus Irpef nel 2014 è stato di 640 euro per i redditi fino a 24.000 euro per decrescere fino a zero da 24.000 a 26.000 euro. Restano esclusi gli incapienti.
Il bonus è diventato strutturale con la legge di stabilità 2015. L’Inps potrà recuperare i contributi non versati dai sostituti di imposta alle gestioni previdenziali rivalendosi sulle ritenute da versare mensilmente all’Erario nella sua qualita’ di sostituto d’imposta.
Nel 2017 il governo ha deciso di ampliare la platea dei beneficiari del bonus alzando il tetto di reddito da 24.000 a 24.600 euro e da 26.000 a 26.600 euro, garantendo cosi’ il beneficio degli statali che, per effetto degli aumenti del rinnovo contrattuale di 85 euro mensili, supera la soglia prevista di 26mila euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile
NON SIA MAI CHE SI INCAZZINO I MILIONI DI ITALIANI GRATIFICATI DALL’EX PREMIER… MA ERA STATO PROPRIO TRIA A DIRE DI VOLER RIVEDERE IL BONUS
A paventare l’ipotesi dell’abolizione del bonus istituito dal governo Renzi era stato lo stesso
ministro dell’Economia, Giovanni Tria.
Ma Matteo Salvini teme ripercussioni sul suon elettorato e smentisce: “Il governo non pensa di togliere gli 80 euro e non vuole aumentare l’Iva. Lavoriamo per attuare il programma. Spiace dover rincorrere alcune indiscrezioni dei giornali, palesemente false e che servono solo per riempire le pagine dei quotidiani in agosto”.
Prima di Salvini anche fonti di Palazzo Chigi avevano smentito “i titoli di alcuni giornali che parlano di ‘abolizione degli 80 euro per finanziare la flat tax’ o ‘via gli 80 euro per gli sgravi fiscali'”
Il governo smentisce qualsiasi intervento ma il ministro dell’Economia ha aperto a un “riordino” per entrambe le misure.
Da lì potrebbero arrivare risorse preziose per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza. E anche se i 5 Stelle frenano l’addio al bonus di Renzi anche se era previsto nel loro programma
Parole a parte e numeri alla manola questione è più complessa. Bonus 80 euro e aumento dell’Iva possono assicurare oltre 21 miliardi di euro. Risorse più che mai preziose in vista della prossima legge di Bilancio.
Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, intervistato ieri dal Sole 24 Ore, non ha usato troppi giri di parole. “Non c’è dubbio”, ha detto Tria, che in discussione ci sia anche un “riordino” del bonus 80 euro. Stessa apertura sul fronte dell’Iva. Anche se il governo prevdede di non fare scattare le clausole di salvaguardia, ha spiegato il ministro, “sull’Iva possiamo al massimo effettuare qualche riordino per semplificare alcune aliquote”.
Timide aperture che riflettono un problema sostanziale. Flat tax e reddito di cittadinanza costano diversi miliardi. Fino a 70 miliardi nelle simulazioni del professor Roberto Perotti, che ha preso in considerazione però l’ipotesi di spesa massima mentre il governo si è rassegnato da tempo ad un intervento molto più graduale, proprio per l’impossibilità di reperire adeguate coperture.
Da qui la necessità di rompere il tabù dell’aumento dell’Iva e del bonus 80 euro.
Il primo è il capitolo più delicato. Lo stop integrale all’aumento vale 12,5 miliardi di euro. Significa che se il governo non vuole far aumentare l’Iva come previsto dalle clausole, con l’aliquota principale che salirebbe al 24,2% dal 22% attuale, deve trovare queste risorse.
Il Bonus 80 euro vale invece circa 9 miliardi. Qui non si tratta di risorse da trovare visto che la misura è strutturale, quindi prevista a legislazione vigente, ma di risorse che potrebbero essere dirottate altrove.
D’altra parte, smentite di rito a parte, la cancellazione degli 80 euro era tra i punti del programma elettorale del Movimento 5 Stelle, che nell’ambito del riordino dell’Irpef, con un abbassamento complessivo delle aliquote, prevedeva proprio l’assorbimento del bonus 80 euro.
“La riforma – scriveva il Movimento nel Blog 5 Stelle – costerebbe oltre 13 miliardi (un intervento di rilievo), ma in essa inglobiamo gli 80 euro e ne utilizziamo le coperture”.
(da agenzie)
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Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile
LO STUDIO DEL SOLE24ORE: GLI INVESTITORI NON SI FIDANO E OGNI DICHIARAZIONE NON RASSICURANTE FA AUMENTARE IL DIFFERENZIALE
Il Sole 24 Ore mostra oggi in un’infografica l’andamento dello spread BTp-Bund dal 4 marzo ad oggi e, soprattutto, fa vedere l’andamento del differenziale ieri, quando si sono susseguite interviste e dichiarazioni di ministri e del premier.
Lo spread tra BTp e Bund, racconta il quotidiano di Confindustria, si era calmato in mattinata, scendendo dai 247 punti base di martedì sera ai 243 toccati alle 8,34 grazie alle dichiarazioni rassicuranti (dal punto di vista dei mercati) rilasciate dal ministro Giovanni Tria proprio al Sole 24 Ore.
Poi, quando alle 11 è iniziata la conferenza stampa del premier Conte, lo spread è ulteriormente sceso fino ad arrivare al minimo di 241 punti a metà giornata. Poi, però, lo spread ha ripreso a salire.
Ma il balzo vero e proprio è arrivato dopo le 17,20. In quel momento l’agenzia Bloomberg pubblica (in inglese) alcune dichiarazioni del vicepremier Luigi Di Maio. Il flash dell’agenzia, uscito alle 17,20, titola così: «Di Maio promette che l’Italia userà una dura tattica nella battaglia con l’Europa sulla Manovra di bilancio».
Il movimento dello spread — che poi va a riflettersi sul debito — dimostra perchè sia arrivato l’aumento di questi mesi e perchè sia tecnicamente imprevedibile sapere cosa succederà domani: perchè nessuno sa come si comporterà il governo Lega-M5S e ogni dichiarazione, magari anche diplomaticamente bellicosa ma nel filone del “tutto fumo e niente arrosto”, viene invece interpretata al contrario dai mercati che ancora non conoscono l’indirizzo del governo e non sanno se prevarrà la linea Tria o quella di Salvini e Di Maio.
In attesa dell’incidente che magari arriverà in autunno.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 8th, 2018 Riccardo Fucile
I FATIDICI 40 MILIONI RISPARMIATI CON I VITALIZI SONO STATI GETTATI NEL CESSO CON IL PASSIVO DI UN MESE DI ALITALIA, MA QUESTO DI MAIO NON LO DICE
Il fuoricorso italiano più famoso e di successo, in un’intervista al TG1 sulle coperture per il
reddito di cittadinanza e la Flat Tax (che unico caso nell’Universo e nella logica umana in Italia avrà aliquote multiple) rispondeva con una sublime dimaialata: abbiamo tagliato i vitalizi.
E’ oltremodo avvilente dover constatare quotidianamene che ai danni della Legge Basaglia si sono aggiunti quelli delle molteplici riforme della scuola dell’obbligo.
Per cui ormai l’artimetica è diventata un’opinione, peraltro sottoposta al voto sulla piattaforma Russò.
Ma noi che purtroppo siamo legati ad un passato dove le tabelline si imparavano in prima elementare e non al dodicesimo anno fuoricorso a Giurisprudenza avremmo qualche pacata considerazione da condividere con i lettori sani di mente.
I vitalizi degli ex parlamentari consentono risparmi per 40 milioni di euro, a detta degli esegeti gialloverdi, ma ancora tutti da verificare.
Tuttavia prendendo per buona la stima, non si recuperano nemmeno i 49 milioni che i compagni di merende padane hanno fatto sparire.
Ma di questa incresciosa sottrazione al limite Giggino può affermare di non avere colpa. Si limita a fare spallucce, tanto la setta degli honesti è onesta solo quando fa comodo. Con gli amici si chiudono occhi e bocca.
Però sull’Ilva il dossier è in mano proprio al Mancato Giurista di Pomigliano che in 5 anni di attività parlamentare non è riuscito a studiarlo per sua stessa ammissione. L’Ilva brucia cassa per oltre un milione di euro al giorno, quindi da quando è entrato in carica il governo è costata il doppio dei risparmi sui vitalizi.
Ma se fosse finita qui ci sarebbe da recitare un Te Deum. Invece manca all’appello la patata bollente Alitalia.
Siccome le clientele grulline romane hanno bisogno di pastura abbondante invece di chiuderla i gialloverde la tengono in vita al costo di oltre un milione al giorno. Quindi i fatidici 40 milioni sono stati gettati nel cesso in poco più di un mese.
Ma anche ammettendo che ILVA e Alitalia sparissero per incanto, il governo giggioleghista al momento paga in interessi quasi 66 miliardi di euro all’anno che diviso per 365 giorni fa circa 180 milioni (incluse domeniche e feste comandate). Quindi i 40 milioni dei vitalizi sono bastati per pagare gli interessi per una manciata di ore dal momento in cui sono stati aboliti.
Insomma in barba alla Legge Basaglia, ci dispiace informare il pubblico che per i sogni grillini non sono disponibili neanche le briciole o il pulviscolo cosmico.
Peraltro tra Fornero, flat tax, reddito di cittadinanza e grandi opere l’universo onirico costa, secondo varie stime, circa 100 miliardi all’anno.
Non volendo rovinare la digestione agli adepti, lascio loro alle prese con i conti per verificare quanti minuti di REM durano 40 milioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 6th, 2018 Riccardo Fucile
QUOTA 100 PER LE PENSIONI COSTA PER IL 2019 11,5 MILIARDI, LA RIDUZIONE DI 20 CENT SULLE ACCISE DELLA BENZINA COSTA 6 MILIARDI, LA FLAT TAX AL 15% SOLO PER PARTITE INA 2,5 MILIARDI (E SAREBBE UNA PRESA IN GIRO, DATO CHE LE PROMESSE ERANO BEN ALTRE)
La manovra di Matteo Salvini costa 42 miliardi. 
Repubblica oggi mette a confronto le soluzioni indicate dal ministro dell’Economia per la legge di stabilità 2019 e quelle di Salvini, che promette le modifiche alla legge Fornero, il taglio di 20 centesimi sulle accise dei carburanti e la Flat tax per le partite IVA .
Insieme, si tratta di un conto che arriva quasi a 42 miliardi, ovvero una ventina di più di quanto messo a preventivo da Tria, che punta alla sterilizzazione dell’IVA per 12,4 miliardi, a 3,5 miliardi di spese indifferibili e 6,5 miliardi per tamponare l’effetto spread e la minore crescita del Prodotto Interno Lordo.
Un rapido calcolo sui rilanci di Salvini, come accennato, arriva a 20 miliardi: lo smontaggio della Fornero e l’introduzione di quota 100 tra età contributiva ed età anagrafica, costa 11,5 miliardi nel solo 2019; la promessa riduzione delle vecchie accise sulla benzina, se fosse di soli 20 centesimi, costerebbe 6 miliardi; mentre l’estensione del regime forfettario del 15 per cento per piccole imprese e professionisti avrebbe bisogno di coperture per 2-2,5 miliardi.
Lo spettro dell’aumento dell’Iva si allunga sulla manovra: naturalmente Di Maio e Salvini negano, ma gli studi che circolano dicono che esiste una strada per far scattare aumenti per 8 miliardi e per spenderne solo 4,5 per mettere al riparo le famiglie più bisognose intervenendo sul luce, gas e acqua.
Si sa anche che Tria, prima di diventare ministro, si era espresso a favore di un aumento dell’Iva, come del resto fanno regolarmente Fmi e Ue nei loro rapporti tecnici. La strada è quanto mai stretta.
Anche perchè la richiesta di flessibilità a Bruxelles sarebbe una forzatura politica.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 4th, 2018 Riccardo Fucile
SE LO SPREAD ARRIVA A QUOTA 400-500 L’ITALIA RISCHIA IL CAOS, GLI INVESTITORI STANNO ABBANDONANDO L’ITALIA
Il governo Lega-M5S promette reddito di cittadinanza e flat tax nella stessa Legge di Stabilità
2019. E ieri lo spread Btp/Bund ha messo a segno una nuova fiammata a 268 punti per poi chiudere la settimana a quota 254 (246 giovedì).
Il ministero dell’Economia ha comunicato di aver proceduto a un buyback da 950 milioni di CCT e BTP, con l’evidente obiettivo di raffreddare l’attacco speculativo che ha interessato solo i titoli italiani.
E mentre oggi Repubblica racconta di un incontro tra gli investitori internazionali e il senatore della Lega Alberto Bagnai, ieri è andato in scena il vertice di governo per concordare le linee di impostazione della prossima Legge di bilancio.
Al termine il ministro Giuseppe Tria ha spiegato che la priorità del governo è impostare il percorso per la flat tax e il reddito di cittadinanza, “dimenticando” la riforma della Legge Fornero promessa a più riprese da Lega e M5S.
Peter Cardillo di Spartan Securities, in un colloquio con il Corriere della Sera, oggi ha spiegato che nella percezione dei mercati il provvedimento più “pericoloso” che potrebbe scatenare la speculazione sui mercati o, più semplicemente, l’abbandono dei bond italiani, è proprio la riforma delle pensioni.
E ha fatto un pronostico su cosa accadrà : «Se lo spread arriva a quota 400-500 l’Italia rischia il caos. Sarebbe una pazzia non bloccarsi prima. Ecco perchè, in un certo senso sono ottimista: siamo di fronte a una delle tante tempeste finanziarie che toccano l’Italia. Ma alla fine non succederà nulla di grave, proprio perchè il governo a un certo punto capirà e si ritirerà ».
Non solo. Repubblica racconta che il rapporto di Merril Lynch (il Fund Manager Survey) relativo ai mesi di giugno e luglio sostiene che il 36 per cento dei gestori europei dichiara di voler ridurre la propria esposizione sul mercato italiano e di volerla accentuare in Germania e in Francia.
Il primo effetto lo si può già vedere sullo spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani che ieri ha toccato l’allarmante quota 270.
Quasi il doppio rispetto agli ultimi mesi del governo Gentiloni (solo questo fattore sta portando ad un spesa per interessi superiore per oltre 6 miliardi di euro).
La quotazione di larga parte di Btp o Bot già emessi risulta in flessione. E le statistiche su quanti bond emessi dallo Stato passano di mano ne sono il segno.
Tra maggio e giugno il volume si è dimezzato. Così come si è compressa la capitalizzazione della Borsa di Milano che ha visto ridurre il valore delle azioni tra maggio e giugno di quasi quattro miliardi; un trend che è solo parzialmente migliorato a luglio. In vista della legge di Bilancio, dunque, il governo giallo-verde dovrà fare i conti con tutti questi dati. Rassicurare o meno chi investe in Italia farà la differenza sui mercati finanziari.
Il problema è che l’aumento che lo spread ha registrato negli ultimi mesi ha già iniziato a colpire i bilanci delle banche, dato che detengono 353 miliardi di titoli di Stato.
Tutte le banche in questi giorni stanno annunciando, nei conti trimestrali, un’erosione del capitale di maggiore qualità (Core Tier 1) a causa dell’aumento dello spread tra BTp e Bund. Scrive il Sole 24 Ore:
Ieri Ubi ha comunicato un impatto- causa spread — di 56 punti base: il capitale Core Tier1 resta abbondante (11,78%), ma un’erosione c’è stata. Idem il Banco Popolare: il capitale Cet1 è stato eroso di di 84 punti base, pur collocandosi ugualmente a 12,9%. Nel mondo assicurativo, Cattolica ha annunciato un’erosione di quasi 40 punti. E nei giorni scorsi altre banche e istituzioni finanziarie avevano comunicato effetti più o meno forti.
Se il capitale si indebolisce troppo, le banche sono costrette a ricapitalizzarsi o a chiudere i rubinetti del credito.
Ed è fin troppo facile intuire dove si va a finire quando si prende questa china. Isabella Bufacchi segnala che oggi il caso BTP spaventa la City più della Brexit:
Traders e investitori esteri temono quel che non si vede, quel che si progetta dietro le quinte con una lunga schiera di consiglieri economici euroscettici e senza scrupoli accorsi alla corte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Qualsiasi deficit sopra quell’1,2% potrebbe rivelarsi ostico da piazzare dal prossimo gennaio, quando sparirà dalla scena la Bce, quel compratore inossidabile che dal marzo 2015 ogni mattina è entrato sul secondario(e continuerà a farlo fino a fine dicembre)a rincuorare i traders con i suoi sistematici acquisti netti di BTp.
Dall’anno prossimo Bce/Banca d’Italia si limiteranno a riacquistare i titoli di Stato italiani che andranno in scadenza, e lo faranno senza preannunciare data ed entità degli acquisti.
Le banche italiane potrebbero limitarsi a riacquistare i BTp in scadenza, per il chiasso che si fa sulla loro esposizione al rischio sovrano. Con quale premio a rischio, si domanda la City, il Tesoro italiano dovrà collocare le aste delle emissioni nette positive? Altra fonte di tensione in arrivo è il calendario dei rating che prevede l’Italia il 7 settembre con Moody’s, il 26 ottobre con S&P e il 7 dicembre con Scope.
Cosa succederà dopo l’estate
Quello che sta succedendo oggi è quindi un’avvisaglia di ciò che accadrà dopo l’estate, ovvero quando il governo dovrà cominciare a fare sul serio nella programmazione economica e nella dichiarazione degli obiettivi da raggiungere con la legge di bilancio 2019, vera cartina di tornasole di un esecutivo che deve mantenere le sue promesse elettorali ma per farlo rischia di rompere tutti i fronti.
E per farlo è facile che cominci nella prima crescita impetuosa dello spread a dare la colpa alla Banca Centrale Europea: è quello che stanno già suggerendo oggi i consiglieri economici a Matteo Salvini. Ed è ciò che porterebbe, dal punto di vista del dibattito pubblico, a incolpare Mario Draghi in caso di difficoltà sui mercati per l’Italia: un capro espiatorio perfetto.
Proprio per questo oggi Tria cerca di gettare acqua sul fuoco per normalizzare la situazione. E proprio per questo dovrà cercare di calmare gli appetiti di Salvini e Di Maio.
O prendere atto del suo fallimento.
(da “NextQuotidiano“)
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