Settembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
IERI IL MONITO DI DRAGHI, OGGI I CONTI DELL’AGENZIA DBRS SUL RENDIMENTO DEI TITOLI DI STATO
Ieri Mario Draghi ha battuto un colpo contro il governo Lega-M5S in conferenza stampa dopo l’annuncio sui tassi della BCE che rimarranno ancora invariati.
Il governatore ha puntato il dito contro le parole dei governanti, distinguendole dai fatti: «Purtroppo le voci che abbiamo ascoltato hanno già fatto danni. I tassi di interesse sono saliti per le imprese e le famiglie».
E ancora: «Stiamo aspettando i fatti. E i fatti principali sono la bozza di legge Finanziaria e la discussione parlamentare. A quel punto i mercati, i risparmiatori e gli investitori daranno i loro giudizi».
Il riferimento, chiarissimo, è alla prima bozza del contratto Lega-M5S che prevedeva curiosi tentativi mascherati di uscita dall’euro, e alla successiva crisi istituzionale scatenata dalla vicenda di Paolo Savona al ministero dell’Economia.
Ma quanto ci è costato lo spread delle parole?
La Stampa dice che le parole di Draghi sembrano ispirate a quelle di un report di DBRS:
L’agenzia di rating, il cui giudizio sul debito italiano è uno dei quattro considerati dalla Bce per accettare i titoli in deposito a fronte delle linee di finanziamento alle banche, ha spiegato martedì, con i numeri, come «il rischio politico influenza i costi di finanziamento sovrano dell’Italia», i cui effetti saranno che «l’impatto dei maggiori costi di finanziamento sarà maggiore di quanto il governo aveva inizialmente previsto. I numeri dicono questo: il costo del debito pubblico all’emissione (il rendimento dei titoli) nel periodo tra gennaio e agosto è stato dello 0,16% per i titoli a due anni e del 2,37% per i titoli a dieci anni.
Tra gennaio e aprile, l’ultima asta di titoli pubblici prima del caos di metà maggio sulla formazione del governo Conte, lo stesso costo era negativo (-0,24%) per i titoli a due anni e dell’1,97% per i titoli a dieci anni.
Se i rendimenti fossero rimasti stabili, avremmo risparmiato circa 180 milioni all’anno di interessi sui 27,8 miliardi di euro di Btp decennali emessi nel corso del 2018 e circa 80 milioni sui titoli a due anni.
Altri 180 milioni è il maggior costo di interessi sui 52,2 miliardi di Bot a un anno emessi da gennaio a oggi. E così via per tutte le scadenze.
Il totale, secondo uno studio Teh Ambrosetti con l’Osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli, per il 2018 è di 898 milioni di euro, più altri 5,1 miliardi per il 2019.
Un totale di sei miliardi a cui si devono aggiungere i costi per l’aumento dei tassi bancari per i prestiti.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
ESCLUDE UN OMBRELLO BCE PER EVITARE L’IMPENNATA DELLO SPREAD DOPO LA FINE DEL QE
La Bce conferma la sua strategia. In primi con i tassi invariati “almeno fino all’estate 2019”. Vengono limate le stime sulla crescita dell’Eurozona, ma l’istituto guidato da Mario Draghi vede una ripresa “solida e diffusa”, una “convergenza” dell’inflazione verso i target che necessita però ancora di “un ampio accomodamento monetario”, un progresso sostanziale del mercato del lavoro. “Aumentano però i rischi” legati al crescente protezionismo, alle vulnerabilità nei mercati emergenti e alla volatilità dei mercati finanziari.
Draghi assicura però anche che non cambia la mission della Bce in una risposta rivolta principalmente a quanti in Italia insistono sulla necessità di una garanzia della Bce sul rifinanziamento del debito pubblico, una sorta di soccorso comunitario per non far impennare lo spread.
“Il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi nel medio periodo e abbiamo usato il QE come strumento verso questo scopo. In passato ci è stato chiesto perchè abbiamo fatto ricorso a tassi di interessi negativi sottraendo rendimenti agli investitori. La risposta – ha detto il presidente della Bce – è che il nostro mandato è la stabilità dei prezzi nel medio periodo e non altro. In questo caso, relativamente al QE, non è uno strumento per garantire che il debito governativo sia finanziato in ogni circostanza”.
Sull’Italia, in particolare, Draghi afferma che “negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare”.
Ed ancora: “Purtroppo – ha detto – abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese” anche se “tutto ciò non ha contagiato granchè altri paesi dell’Eurozona, rimane un episodio principalmente italiano”.
Draghi invita anche a “considerare che sia il premier italiano, sia i ministri delle Finanze e degli Esteri hanno detto tutti che l’Italia rispetterà le regole” europee sui conti pubblici.
Il Pil dell’Eurozona, secondo le stime formulate dagli esperti della Bce, crescerà al ritmo del 2% nel 2018, dell’1,8% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. Una limatura per l’anno in corso e per il prossimo anno rispetto alle precedenti previsioni: 2,1% nel 2018, dell’1,9% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020.
Draghi ha tuttavia voluto rassicurare, spiegando che “nonostante qualche moderazione dopo la forte performance di crescita del 2017” gli indicatori economici confermano che “è ancora in corso una solida e diffusa ripresa dell’eurozona”.
L’attuazione delle riforme strutturali nei paesi dell’area dell’euro va considerevolmente accelerata per consolidare la capacità di tenuta, ridurre la disoccupazione strutturale e rafforzare la produttività e il potenziale di crescita dell’area, ha detto il presidente Draghi rivolgendo ancora una volta un invito ai governi ad approfittare, per quanto riguarda le politiche di bilancio dell’espansione generalizzata in corso per ricostituire margini di manovra nelle finanze pubbliche. “Cio’ è particolarmente importante – ha sottolineato – per i paesi in cui il debito pubblico resta elevato”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’ECONOMIA ITALIANA NON E’ IN GRADO DI SOSTENERE SCHERMAGLIE CON I MERCATI FINANZIARI
Chissà se gli è venuta fuori spontanea, oppure era preparata per sembrare tale.
Ma Matteo Salvini ieri mattina a Cernobbio ha pronunciato una battuta che suonava distante anni luce dalla precedente incarnazione del leader leghista, quando a febbraio scorso nell’aula di Strasburgo accusava l’Unione europea di essere un «Titanic». Ormai vicepremier da cento giorni, ieri al Forum Ambrosetti Salvini invece ha tenuto a ripetere che il suo governo farà di tutto per rispettare le regole europee sul deficit. «Ormai mi alzo la mattina e guardo lo spread invece di telefonare ai miei figli».
La ragione specifica di questa conversione, ammette lo stesso Salvini, è l’esplosione dei rendimenti dei titoli di Stato da quando a maggio scorso uscì la prima versione del «contratto» di governo (con l’ipotesi di referendum di uscita dall’euro e default verso la Banca centrale europea).
Dev’esserci però anche una ragione più generale, nei tentativi di rassicurare di Salvini e degli altri leader di governo.
Perchè di solito le sfide le si lanciano quando ci si sente forti. Invece più o meno da quando questo governo si è affacciato alla ribalta e si è messo al lavoro, l’economia italiana dà segni di una debolezza sempre maggiore.
Quasi al punto da riavvicinarsi, magari provvisoriamente e per pochi mesi, allo stadio della crescita zero. Tutt’altro che nelle condizioni di sostenere una schermaglia con la Commissione Ue o con i mercati finanziari.
Da qualche tempo in effetti le spie rosse hanno iniziato ad accendersi e non solo quelle, molto visibili, attivate dagli investitori.
Target 2, il sistema di pagamenti della Banca centrale europea, ha accumulato per l’Italia un rosso di 45 miliardi di euro fra inizio maggio a fine luglio: segno che molti capitali hanno iniziato a lasciare il Paese.
Anche nell’economia reale però le spie hanno stanno girando al rosso più intenso.
Nei primi due mesi di governo, giugno e luglio, si sono persi in Italia 90 mila posti di lavoro a tempo indeterminato secondo l’istituto statistico Istat (solo in piccola parte compensati da 24 mila nuovi contratti precari netti).
Il ritmo al quale l’economia ha bruciato posti estate è stato dunque di 1.131 impieghi al giorno: un netto cambio di stagione da quando, fino a cinque o sei mesi fa, ogni giorno se ne creavano 900 netti in più. In realtà era dall’inizio della ripresa nel 2014 che l’occupazione nel Paese non diminuiva per tre mesi di seguito, come nell’ultimo trimestre. E neppure durante le ultime tre recessioni (governo Amato nel ’92, quarto governo Berlusconi nel 2001, governo Monti nel 2011-2013) il ritmo di distruzione di posti è stato tanto rapido.
Va detto che il periodo sotto esame del governo legastellato è più breve e provvisorio. Ma che qualcosa stia andando storto in questi mesi lo segnala anche la cassa integrazione, che ha ripreso a crescere dopo una lunga fase discendente.
Ancora a maggio scorso le ore autorizzate erano 50 mila in meno rispetto a anno prima, secondo i dati dell’Inps; a luglio erano già 878 mila più del luglio del 2017. Sono tutti segni che le imprese hanno rallentato e rinviato gli investimenti. L’indice Pmi della fiducia dei manager dell’industria è sceso in agosto alla soglia sotto la quale c’è contrazione dell’attività . In parte c’è stato un (piccolo) rallentamento europeo.
Ma certo l’incertezza seminata dai governanti di M5S e Lega, sull’euro o sui conti, ha congelato i piani delle imprese.
Non stupisce che ora Salvini e colleghi cerchino di rassicurare, prima che l’Italia faccia un altro passo di troppo verso il fantasma della crescita zero.
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
RAPPORTO SVIMEZ SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO: GLI INVESTIMENTI AL SUD FANNO CRESCERE IL PRODOTTO INTERNO LORDO DEL NORD
Il Rapporto Svimez 2018 sull’economia del Mezzogiorno che sarà presentato a novembre,
anticipato oggi dal Messaggero, riporta un’analisi interessante che riguarda il rapporto tra gli investimenti e i consumi al Sud e la crescita del prodotto interno lordo del Nord del paese.
La domanda interna del Sud, stando all’analisi Svimez, attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord.
Come dire, spiega il direttore di Svimez Luca Bianchi al Messaggero, che «la domanda espressa dai consumatori meridionali per beni di consumo e di investimento ha dato luogo a una produzione del Centro-Nord pari a circa 180 miliardi, 177 per la precisione».
Un’enormità se si pensa che stiamo parlando di un numero che vale il 50% dell’export, cioè metà della ricchezza che la domanda estera attiva nel Centro-Nord.
Insomma, i trasferimenti di risorse pubbliche dal nord al sud del paese poi generano flussi di risorse di ritorno proprio verso il settentrione, perchè il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale.
Ma anche perchè il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord, dice il Rapporto.
Senza contare che l’emigrazione di giovani, studenti o lavoratori, alimenta l’accumulazione di capitale umano prezioso nelle regioni settentrionali.
E quindi, se nel 2019 la negoziazione con Bruxelles consentisse un margine di flessibilità sugli investimenti, pari allo 0,3% del Pil, si avrebbero 4,5 miliardi in più da investire in Infrastrutture del Mezzogiorno.
Una dote preziosa che potrebbe fruttare quasi un punto di Pil in più per il Sud.
«L’incremento associato al Pil 2016 sarebbe dello 0,8% per il Mezzogiorno, dello 0,2% per l’intero Paese e dello 0,1% per il Centro-Nord», conclude Bianchi con il quotidiano romano.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOTHA IMPRENDITORIALE RICAMBIA IN RIVA AL LAGO, CONFIDANDO DI INCASSARE FAVORI DAL GOVERNO
Due applausi decisi, non timidi, che partono spontaneamente senza bisogno dell’aiutino del moderatore. I primi della platea di Cernobbio nella lunga carriera politica di Matteo Salvini.
Da qui si deve partire per inquadrare quello che succede al Forum Ambrosetti sul lago di Como, il tradizionale incontro settembrino del gotha dell’economia e finanza con i governanti di turno.
Stavolta, per la prima volta, a governare sono due forze che negli anni scorsi non hanno mai trovato un feeling con i “poteri forti” finanziari, per usare un eufemismo. Basti pensare che un paio di anni fa sia Di Maio che Salvini declinarono l’invito, con quest’ultimo che non disdegnò una battuta sprezzante – “Mi sembra il concerto sul Titanic”.
Oggi invece, manager, imprenditori e banchieri, fra uno Spritz e un caffè sulla terrazza mozzafiato vista lago di Villa d’Este, iniziano a guardare e trattare il leader leghista non più come un pericolo da contenere, ma come un interlocutore con cui poter intavolare un dialogo.
Fra mille cautele e precauzioni, per carità , ma intanto qualcosa si muove. Fondamentale sarà la legge di bilancio: a seconda di quello che verrà scritto nero su bianco nella manovra, si capirà se dar seguito a questo primo interesse.
Lo dicono senza mezzi termini figure di lungo corso come Alberto Bombassei e Luisa Todini. Il primo, in una pausa dei lavori, inquadra perfettamente la questione. Per il patron di Brembo “il rapporto con il mondo imprenditoriale era in crisi nera fino a qualche giorno fa. Credo che con i comportamenti degli ultimi tempi ci sia un riavvicinamento”.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’ex manager di Poste, ora in Green Arrow: “C’è stata una presa di coscienza di quello che deve essere la costruzione di un dialogo con le imprese attraverso azioni concrete. Abbiamo avuto aperture negli scorsi giorni, che ci danno una prospettiva diversa. C’è stato un cambio di passo: voglio leggerlo come positivo”.
Ma cosa è successo da inizio settembre? Semplice: Salvini e il suo governo hanno cominciato a parlare una lingua più comprensibile a imprese e mercati, quella della responsabilità .
Che sia vero o meno, che sia un sincero cambio di rotta o solamente tattica politica, lo si vedrà a breve, appunto in corrispondenza della imminente manovra economica e ancor prima col Documento di Economia e Finanza.
Sta di fatto che il vicepremier ha vestito i panni del politico affidabile e misurato anche oggi all’incontro con i partecipanti del Forum. “Ormai ho capito che la mattina devo guardare come prima cosa allo spread – dice usando come sempre una punta di ironia -. Sono qui per rassicurare tutti voi – e qui si fa più serio -, faremo una manovra rispettosa dei vincoli europei e che non sfascerà i conti pubblici. Vogliamo accompagnare una buona crescita economica, vi assicuro che non seguiremo chi vuole una decrescita felice”, non disdegnando così una piccola stoccata agli alleati di governo. Ma le parole che più sono piaciute al piccolo mondo cernobbiano arrivano in chiusura, durante la fase delle domande e risposte non aperta al pubblico.
Qui più di un imprenditore gli chiede della prossima campagna elettorale per le europee e delle prospettive dell’alleanza con i 5 stelle. “Stiamo preparando il Def, documento che ci darà un’orizzonte triennale, inoltre le riforme che inizieremo a fare con la prossima legge di bilancio si espleteranno nei prossimi 5 anni. Insomma, per me questo governo deve durare tutta la legislatura, non ho nessuna voglia di portare instabilità nel paese. Conto di vederci anche l’anno prossimo e venire nella stessa veste”.
E qui appunto scatta l’ultimo dei due applausi.
Insomma, il Salvini pragmatico non dispiace agli industriali. Forse anche più dell’altro dioscuro Di Maio. Ce lo confida un manager di una importante azienda pubblica, ovviamente off the record, mentre fuma una sigaretta fra un workshop e un altro. “Ho parlato in questi due giorni con tanti miei colleghi e ho avuto l’impressione che dall’intervista di Salvini al Sole in poi, il leghista viene percepito come più affidabile rispetto al pentastellato.
E questo per diversi motivi. Prima di tutto perchè la Lega amministra già in tante regioni ed è abituata a rapportarsi agli imprenditori e poi perchè è sempre stata sviluppista, fautrice delle grandi opere e contraria a nazionalizzazioni o amenità del genere. E infine diciamocelo chiaro: la ferita del decreto dignità , bandiera dei 5 stelle, non si è ancora sanata”.
Al di là della competition con l’alleato di governo, è un dato di fatto che il riavvicinamento col mondo dei poteri forti che in passato non gli hanno mai dato credito, non dispiace a Salvini. Anzi.
È il suo staff a rivendicare con favore il nuovo clima. “Il ministro è soddisfatto degli incontri di Cernobbio e ha avuto la sensazione di un rinnovato interesse nei confronti della Lega e del governo. Il Carroccio vuole confrontarsi con mondi che tradizionalmente l’hanno guardata senza eccessivo calore”. Rivelando anche un piccolo retroscena: prima dell’intervento pubblico, Salvini ha anche incontrato alcuni dirigenti di colossi italiani. Non si ha la certezza, ma più di un indizio porta ai manager delle grosse aziende pubbliche, che dal governo dipendono e che sono presente in massa qui in riva al lago.
In ogni caso, da oggi inizia una nuova fase fra Salvini e i poteri forti economici.
Se sarà vero amore o soltanto un semplice annusamento, non bisogna aspettare più di tanto: Def e legge di bilancio sono in arrivo.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO BUFFAGNI NON SA DI COSA PARLA
Un paio di giorni fa Stefano Buffagni, sottosegretario M5S agli Affari Regionali, ha dimostrato la
sua clamorosa competenza in materia economica sul Blog delle Stelle esultando per l’aumento dei rendimenti dei BtP.
Oggi Buffagni, che viene dipinto come un fedelissimo di Di Maio e si vede proprio che lo è, in un’intervista al Corriere della Sera invece di accettare il fatto di aver detto una fregnaccia ribadisce il concetto
Sì è espresso in modo favorevole sull’asta dei Btp…
«Mi faccia chiarire».
Dica.
«La crescita del tasso di emissione per me era purtroppo già assodata ma stiamo lavorando per farla rientrare. La nota positiva è che anche in questa fase la domanda dei nostri titoli alle aste non manca affatto, ed è rimasta più o meno in linea con le precedenti emissioni; non nascondo ci fosse attenzione particolare sul tema».
Il chiarimento in effetti chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che Buffagni non sa di che parla.
Il problema che sfugge a Buffagni è che quando i rendimenti sono alti significa che lo Stato dovrà pagare di più di interessi a coloro che gli hanno prestato i soldi.
Detta facile: costerà di più pagare perchè coloro (investitori italiani e stranieri, banche etc) che hanno comprato i Btp chiederanno più soldi per compensare il maggior rischio d’investimento.
Quando lo spread poi salirà ancora è probabile che nessuno sia disposto a comprare i Btp perchè il rischio è troppo elevato.
Indovinate chi pagherà i maggiori interessi? Esatto, proprio i cittadini italiani con le loro tasse.
In più, come ha spiegato oggi proprio il Corriere, l’ultima Indagine della Banca d’Italia mostra infatti che solo il 20% più ricco degli italiani ha quote sostanziali di patrimonio sotto forma di ricchezza finanziaria (per gli altri prevalgono gli immobili). E solo il 30% più ricco investe almeno un decimo di queste somme direttamente in titoli di Stato; in parte lo fa poi anche attraverso fondi gestiti.
In base agli equilibri attuali, quasi un quarto dei nuovi titoli e un quarto di quei sei miliardi in più dovrebbe andare a loro. Pochissimo andrà invece al 30% di famiglie che possiede di meno, non solo perchè appunto possiede di meno – la ricchezza netta per abitante nel quindicesimo «ventile» è appena di 11 mila euro – ma perchè la quota di risparmio finanziario investibile non supera il 3%.
I titoli a cedola più alta li comprano invece banche e assicurazioni (oltre un quarto) e appunto investitori esteri (poco meno di un terzo).
Resta da capire chi paga questi creditori con le proprie tasse, ed è qui che gli italiani con redditi medio-bassi entrano in scena.
Praticamente metà dei contribuenti è compresa in redditi fra i 12mila e i 26 mila euro e versano ogni anno 38 miliardi in Irpef netta. È da lì che parte delle loro tasse saliranno sotto forma di cedole verso i ceti più alti,verso le banche e gli investitori esteri.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
SPREAD A 290, PAURA DI TENSIONI CON L’EUROPA
“La politica italiana tiene gli investitori globali sulle spine”: è il titolo di un articolo del Wall Street
Journal, secondo cui “gli investitori temono che il governo italiano possa annunciare una legge di bilancio questo autunno che metta il debito del Paese in una direzione insostenibile e amplifichi le tensioni con Bruxelles”.
Il quotidiano ricorda che il gap tra il debito italiano e tedesco ha raggiunto in agosto il livello massimo negli ultimi cinque anni, secondo Tradeweb, e che gli interessi sui bond italiani a 10 anni sono saliti sopra il 3% ai loro livelli più alti dal 2014.
“In un Paese che si prevede cresca dell’1,2% quest’anno – prosegue – le promesse fatte nell’accordo della nuova coalizione di governo, inclusa la flat tax, il reddito di cittadinanza e le riforma pensionistica, aggiungono ulteriori spese tra il 4,5% e il 7% del Pil, secondo le stime di Ubs”.
“La posta in gioco è alta: l’Italia è il più grande governo debitore dell’eurozona”, ammonisce il Wsj, sottolineando pure il rischio di un impatto sul sistema bancario italiano.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 1st, 2018 Riccardo Fucile
PORTARE IL RAPPORTO DEFICIT-PIL AL 2,9% COMPORTA UN ESBORSO DI ALTRI 34 MILIARDI
Poichè mi è stato ricordato che la situazione è grave e c’è poco da scherzare, mi sforzerò (non garantisco il risultato) di scrivere qualche riga seria di finanza pubblica. Le novità delle ultime ore sono sostanzialmente 2: un prepotente rialzo dei tassi in collocamento dei titoli di debito e il nuovo target di deficit annunciato dalla componente pentademente del governo, ovvero il 2,9%.
Cominciamo dalla prima.
Il debito pubblico in circolazione, al netto della tesoreria e di altre componenti minori, ammonta a circa 2160 miliardi; la durata media dei titoli in circolazione è di 6,8 anni con una componente in BTP del 65%.
I tassi di aggiudicazione (rendimento lordo cedolare) dei BTP a 10 anni sono passati da marzo (elezioni) ad agosto dall’1,83% al 3,25% con un aumento di 142 basis points. Se questi livelli dovessero essere mantenuti, considerando che andiamo a sostituire con nuove emissioni all’incirca 358 miliardi e che la componente con rendimento più alto aumenta, l’aggravio di spesa per interessi per i soli BTP è di circa 5 miliardi per l’ esercizio in corso; lo 0,3% del pil programmato.
Possiamo apprezzare anche come il rendimento dei BOT a 12 mesi sia passato da negativo (-0,4%) a positivo (0,679%) da marzo ad agosto. Non dubitiamo che cittadini come Azzurra Cancelleri si possano sentire ringalluzziti da questi dati, ma sommessamente ricordo anche che due recenti aste sono andate deserte e quando i portafogli della bot people erano pieni l’Italia sprofondava nella peggiore crisi mai vista dal dopoguerra in poi.
Passiamo ora alla seconda.
I quotidiani titolano di pressing grillino su Tria per portare il rapporto deficit/pil al 2,9% in vista della legge di bilancio.
Questo rapporto l’avete già sentito da qualche parte, vero?
Se non ricordate dove e per bocca di chi, vi rinfresco io la memoria. Parlò del 2,9% il missing man Matteo Renzi nel luglio dell’anno scorso e poi quando diede alle stampe il suo best seller “Avanti. Perchè l’Italia non si ferma”.
Probabilmente l’Italia non si è fermata ma lui sì; a fermarlo fu anche la commissione UE che bollò come fuori dalle regole la sua ipotesi.
Perchè tanti manifestano questa morbosa attrazione per quel numero?
Perchè devono aver letto da qualche parte che fino al 3% ci si può indebitare e così, ritenendosi più furbi di una volpe, credono che basti fare un po’ meno per stare nelle regole.
Invece non è così, perchè quelle regole sono cambiate dal 2012 e valgono, semmai valgono, per quei Paesi che non devono ridurre il rapporto debito su Pil e/o si trovano a dover fronteggiare gravi crisi strutturali. Non l’Italia dunque.
Tralascio i discorsi sul deficit strutturale chè se il sottosegretario all’economia Castelli non sa che il PIL è composto anche dai consumi dubito abbia senso inserire nel discorso questi barocchi tecnicismi.
In attesa del 27 settembre, giorno in cui il governo legastellato varerà il suo DEF ed io potrò riprendere il tradizionale appuntamento semestrale con i commenti, fa fede la Nota di Aggiornamento approntata da via XX settembre sotto Padoan.
Ci dice che il deficit programmato per il 2018 a legislazione vigente è l’1,0% con un indebitamento netto di poco più di 17 miliardi nonostante un saldo primario di 46. Portare il rapporto deficit/pil al 2,9% significa aumentare l’indebitamento di altri 34 miliardi al netto della maggior spesa per interessi vista prima.
Sufficienti forse a varare uno dei patti del contratto di governo come il reddito di cittadinanza, o la flat tax, o l’abolizione della Fornero, o l’annullamento dell’aumento dell’IVA, o la cancellazione delle accise.
Ma non tutti e 5; mai. Chi vi dice il contrario vi sta prendendo per i fondelli. Continuativamente.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 1st, 2018 Riccardo Fucile
CI SALVA PER ORA LA CONVINZIONE CHE NON VOGLIAMO USCIRE DALL’EURO E CHE VERRANNO ACCANTONATE LE PROMESSE ELETTORALI
L’agenzia di rating Fitch non ha modificato il giudizio di affidabilità sul debito pubblico italiano. Il
livello resta quello BBB, basso ma a distanza di (relativa) sicurezza da quello dei “titoli spazzatura” che nè la Bce nè i grandi fondi possono comprare.
L’outlook, la prospettiva, è però peggiorata: da “stabile” diventa “negativa”.
Spiega oggi Repubblica che Fitch ha scelto di non bocciare l’Italia perchè non ritiene credibili le minacce di uscita dall’euro:
La nota dell’agenzia dimostra l’inapplicabilità del contratto di governo per intero: il rapporto deficit/Pil avrà una ciclica riduzione all’1,8% nel 2018, già peggiore di 0,2 punti delle stime del governo, spiega ancora Fitch, ma poi nel 2019 si impennerà al 2,2 e poi nel 2020 al 2,6, al di fuori dei target strutturali dell’Ue. L’auspicio, e insieme la raccomandazione, è che ci si limiti alla sterilizzazione dell’Iva, a maggiori investimenti pubblici e a cambiamenti minori della Fornero: «Il governo probabilmente penserà alla flat tax e al reddito di cittadinanza ben dopo il 2019».
Unica consolazione, la «bassa probabilità che il governo avanzi politiche che minaccino un’uscita dall’Europa o la creazione di una moneta parallela». Ma l’avversione di alcune componenti dell’esecutivo verso l’Ue e l’euro rappresenta comunque un rischio.
In base a quello che scrive, quindi, Fitch non ritiene credibili le minacce che arrivano dall’Italia riguardo l’uscita dall’Unione Europea e dall’euro.
L’Italia è salva perchè non è credibile.
Magari la prossima volta ci appelleremo alla seminfermità mentale.
(da “NextQuotidiano“)
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