Ottobre 1st, 2018 Riccardo Fucile
DAL 2014 AD OGGI ERA CALATO DAL 3% AL 2% E IL PIL E’ PASSATO DA 0,1% A 1,6%… E LA SITUAZIONE ECONOMICA MONDIALE 11 ANNI FA NON ERA PARAGONABILE A QUELLA ATTUALE
La nota di aggiornamento al Def prevede un rapporto deficit-Pil al 2,4% per tre anni. Perchè al
contrario di quanto promesso durante la campagna elettorale il M5S non è riuscito a trovare trenta miliardi di euro di sprechi da tagliare e per finanziare superamento della Fornero, Reddito di Cittadinanza e Flat Tax si farà più debito.
I soldi ce li presteranno i mercati e le banche. Sì, proprio quei mercati “colpevoli” di cospirare contro il Governo del Cambiamento e la sua Manovra del Popolo.
Dal momento però che i soliti rosiconi e uccellacci del malaugurio hanno criticato la scelta dell’esecutivo nel MoVimento 5 Stelle hanno pensato bene di rispondere per le rime.
Come? Con un bel confronto tra il rapporto deficit-Pil dei famigerati “governi precedenti”.
A dare il via alla controffensiva mediatica sul debito ci hanno pensato l’ex Iena — ora segretario particolare del viceministro dell’istruzione — Dino Giarrusso e il deputato Manuel Tuzi (che però poi ha rimosso il post su Facebook).
Lo stile è analogo a quello utilizzato da Di Maio per attaccare il commissario agli affari economici Moscovici per dimostrare che anche la Francia quando Moscovici era ministro delle finanze del governo francese i nostri cugini d’oltralpe hanno ampiamente sforato il tetto del 3% e fatto debito.
In realtà leggendo il grafico postato dal ministro dello Sviluppo Economico si vedeva chiaramente come Moscovici avesse progressivamente ridotto il rapporto deficit-Pil.
Ora la battaglia si gioca tutta in Italia e i pentastellati non mancano di far notare che i governi precedenti hanno fatto tutti più deficit di quanto previsto dalla Manovra del Popolo.
La tesi è semplice: se lo hanno fatto loro perchè non possiamo farlo anche noi? Il corollario è: se Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto manovre finanziare che hanno prodotto un rapporto deficit-pil più elevato perchè solo oggi gli economisti e i mercati si accaniscono contro l’Italia?
La risposta ovviamente è che c’è un complotto della casta dei competenti (e dei giornali) contro il governo presieduto dall’Avvocato del Popolo (non eletto dal Popolo) Giuseppe Conte.
Le cose non stanno proprio così, e per accorgersene basta sfogliare i giornali di qualche anno fa.
Ad esempio l’AGI calcolava la pesante eredità del governo Renzi rispetto all’aumento del debito pubblico.
Perchè è vero, Renzi voleva un deficit al 3% (per tre anni) ed è anche vero che la sua proposta e le sue promesse lasciarono perplessi molti giornalisti ed economisti che cercarono di spiegare che la ricetta dell’ex premier non era di così facile applicazione. Anche la trovata di Renzi di andare a battere i pugni sul tavolo in Europa fu criticata e addirittura ridicolizzata sottolineando il flop dell’ex segretario PD durante il semestre italiano di presidenza.
Ma c’è un altro aspetto delle recriminazioni pentastellate che non torna.
Dai numeri si vede come il rapporto deficit-pil sia andato calando dal 3% del 2014 fino al 2,0% previsto per il 2018.
Il trend quindi evidenzia una lenta ma costante riduzione del rapporto tra deficit e Pil. Nel 2019 il governo Conte prevede invece di invertire questa tendenza con un aumento di 0,3 punti percentuali del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo.
La differenza sta nel fatto che il M5S (i vari Giarrusso, Tuzi, Di Maio e Sibilia) confrontano i dati a consuntivo, quelli relativi al periodo 2009-2017 con le previsioni.
Inoltre non è possibile fare come fa Giarrusso: paragonare la situazione economica del 2009, ad un anno dalla crisi economica e in un periodo di recessione, a quella del 2019, ad undici anni di distanza.
Il tutto è capire quando reale sarà quel rapporto deficit-pil fissato al 2,4%.
Ad esempio se gli introiti per le casse statali della “pace fiscale” (o condono) fossero inferiori alle stime (una cifra che oscilla tra i 14 e i 20 miliardi di euro) quella percentuale finirebbe poi per aumentare.
I governi precedenti hanno ridotto il rapporto deficit-Pil e sempre nel periodo “incriminato” il Pil è salito passando dallo 0,1% all’1,6%.
Eppure ieri a Non è l’Arena Di Maio ha spiegato che quelli di prima facevano deficit «per dare soldi alle banche». Soldi che però non avrebbero fatto crescere il Pil. Il governo Conte ipotizza per il prossimo anno — anche grazie al Reddito di Cittadinanza — una crescita pari all’1,6%.
Eppure le agenzie di rating non sono della stessa opinione.
Ad esempio a fine agosto Moody’s ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil italiano dall’1,5% all’1,2% per il 2018 e dall’1,2% all’1,1% per il 2019.
E se le cose non andranno come previsto la soluzione sarà una sola: fare tagli alla spesa.
E così gli italiani non solo scopriranno di essere più indebitati, ma avranno anche meno servizi.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
LE BANCHE IN SOFFERENZA STRINGERANNO I CORDONI DEL CREDITO E LE PICCOLE IMPRESE SOFFOCHERANNO
L’economia italiana è molto lineare, semplice, quasi banale. Se scendono i valori dei titoli di
Stato (lo spread sale), soffrono i bilanci delle banche (che sono piene di quei titoli). E le banche stringono i cordoni del credito. La miriade di piccole imprese del nostro sistema produttivo soffoca.
Al ristorante non rinnovano il prestito per espandere la cucina, ed assumere un nuovo giovane. Alla microimpresa di mobili non prestano soldi per nuovi macchinari.
La startup di giovani non vede un euro anche solo per cominciare ad esistere.
La carne viva, la vera economia reale del nostro paese è questa.
Credito bancario e piccola impresa (di solito scarsamente produttiva). Piccola impresa e credito bancario.
Possiamo vivere nel mondo delle favole, e andare dietro ai descamisados dai balconi. Ma poi non diciamo che è colpa dei cattivoni dell’Europa, o di quei pochi migranti che si affannano disperati nel Mediterraneo.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 30th, 2018 Riccardo Fucile
GLI SFASCISTI DEL TERZO MILLENNIO SONO I TAFAZZI DELLA TERZA REPUBBLICA
I somari che, muniti di bandiere cazzaline, hanno ragliato entusiasti nella squallida parodia di
un’adunata oceanica inscenata da una banda di scellerati sotto il balcone di Palazzo Chigi, rischiano un’epilogo devastante per loro ma soprattutto per tutta l’Italia.
Il manipolo di militonti non avevano nemmeno letto la Manovra del Popolo per il semplice motivo che non è stata mai pubblicata.
Gli schiamazzi erano quindi un viscido atto di fede millenaristica degli adepti ad un setta.
Gli Sfascisti del Terzo Millennio (o più modestamente i Tafazzi della Terza Repubblica) inebetiti dalle fregnacce, non si accorgono della valanga che sta per abbattesi sul loro capo.
Ai nonni l’ora del destino riservò scarponi di cartone per marciare a 40 gradi sotto zero. A loro riserva un mesto rovistare nei bidoni di rifiuti, anzi nei cumuli di rifiuti che si accumuleranno sui marciapiedi tra gli autobus in fiamme.
La Manovra del Popolo Bue infatti fa i conti (a voler usare un eufemismo per descrivere l’accozzaglia di panzane diffuse e rilanciate dai media di regime), senza tre osti nerboruti, con due poderosi badili di titanio al posto delle mani.
Si chiamano agenzie di ratings e i loro nomi esotici diventeranno presto familiari agli aspiranti redditieri di cittadinanza, anche più dei protagonisti del Grande Fratello Vip da cui traggono modelli di vita e sostrato culturale.
Tali agenzie esprimono giudizi sulla solvibilità di governi e aziende che emettono obbligazioni. Al contrario di quello che i pescazzari o la Procura di Trani hanno abituato la gente a pensare, queste agenzie per i giudizi sui debiti sovrani seguono procedure estremamente complesse e articolate.
Avendole seguite per conto di un governo posso assicurare che il grado di dettaglio e l’ampiezza degli aspetti considerati supera di gran lunga un’analisi del Fondo Monetario Internazionale o di qualsiasi banca di investimenti.
Sull’Italia il nuovo ratings di queste agenzie era previsto tra fine agosto e inizio settembre. Ma per evitare l’accusa di entrare come un Materazzi nell’area politica in un delicato momento di passaggio, le agenzie avevano rinviato l’appuntamento a quando il governo avesse messo sul tavolo le carte della manovra di bilancio.
L’ora delle decisioni irrevocabili è arrivata la sera del 27 settembre, salutata dai rintocchi delle campane a morto.
Se i documenti ufficiali, ancora tenuti segreti, dovessero confermare che il rapporto deficit/Pil è stato davvero fissato dalla teppa al 2,4% per i prossimi tre anni, nei prossimi giorni le maggiori agenzie di ratings Moody’s, S&P e Fitch certificheranno che il governo ha deciso di imboccare il sentiero della bancarotta.
Di conseguenza declasseranno il giudizio. Immediatamente i prezzi dei titoli di stato italiani si inabisseranno, portandosi a fondo il capitale delle banche che a loro volta subiranno un declassamento e quindi avranno difficoltà a rifinanziarsi.
Lo tsunami colpirà in pieno le imprese e le famiglie a cui verrà decurtato il credito i cui tassi di interesse schizzeranno verro il firmamento giallo-verde.
In poche settimane l’economia si precipiterà in recessione. Ma questo sarà solo l’inizio della strada che porta al precipizio della bancarotta.
Ovviamente gli squinternati al governo con i volti paonazzi dalla rabbia inizieranno ad inveire contro i mercati, contro l’Europa ricorrendo a tutta la sequela di menzogne con cui hanno abbindolato milioni di analfabeti funzionali.
Gli sfascisti di Pomigliano inizieranno a straparlare ai loro ultimi adepti di armi segrete, di Piani B, C e pure Z.
Il passo potrà non essere breve, ma di sicuro è segnato.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
A PAGARE IL CONTO SONO GLI ISTITUTI DI CREDITO CHE DETENGONO I NOSTRI TITOLI DI STATO, INVESTITORI IN ALLARME
Spread su, banche giù. 
Per quale motivo ogni volta che cresce il differenziale a Piazza Affari è il comparto degli istituti di credito a soffrire più degli altri?
Lo spread rappresenta il differenziale di rendimento tra i nostri Btp decennali e gli omologhi bund tedeschi, presi come riferimento perchè più sicuri e stabili.
Piccolo inciso: il rendimento riflette la percezione del mercato sulla nostra affidabilità come debitori, sale quando cresce l’incertezza sulla capacità di rimborsare i prestiti che abbiamo chiesto sul mercato, scende nello scenario opposto.
La ragione è semplice: chi presta i soldi al nostro Paese lo fa a fronte di un premio, il rendimento, che aumenta con la crescita del rischio.
Il rialzo dei rendimenti però non è che la conseguenza diretta del calo dei prezzi degli stessi titoli.
Rendimenti e prezzi si muovono in maniera inversamente proprozionale. Il primo sale quando il prezzo del titolo scende. E il titolo scende per lo stesso motivo per cui scende il prezzo di un qualsiasi titolo quotato in Borsa: quando gli investitori vendono. Più il mercato cede titoli, più il loro prezzo scende.
Il rialzo dello spread quindi non rappresenta altro che un massiccio calo di valore dei titoli di Stato.
Banche e assicurazioni italiane sono i principali detentori di questi titoli: se questi si svalutano, per gli istituti rappresenta una perdita di valore.
Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, a luglio, gli istituti di credito avevano titoli di Stato in portafoglio per 373,4 miliardi di euro, a fronte di circa 2300 miliardi di euro di debito complessivo.
Il calo dell’indice dedicato alle banche di Piazza Affari: a maggio la prima spallata, con la prima fiammata dello spread in occasione della crisi istituzionale. Ora un nuovo tracollo
La perdita di valore dei Btp si tasforma in un ‘danno’ per il capitale delle banche stesse. Ne è un chiaro esempio quello che è successo nel secondo trimestre di quest’anno, tra marzo e giugno, quando la crisi istituzionale poi risoltasi con la nascita del governo Conte ha visto passare lo spread da 127 a quasi 240 punti base.
Il Crèdit Suisse ha calcolato che sulle cinque principali banche italiane – che hanno un’esposizione di 181 miliardi sul rischio sovrano – quell’aumento ha comportato un impatto sul coefficiente patrimoniale medio (cioè sul loro capitale) di oltre 3 miliardi di euro.
Ma non è tutto. Oltre al capitale, una crescita dei rendimenti impatta sugli affari delle banche anche per una seconda ragione: una buona fetta dei soldi che le banche prestano ai loro clienti viene raccolta dagli istituti sui mercati all’ingrosso, dove il costo di quei soldi cresce di pari passo con l’aumentare dei rendimenti dei Btp.
Più sale lo spread, più le banche devono pagare per prendere in prestito i soldi che a loro volta prestano, per esempio, a chi fa un mutuo.
Alla lunga, il duplice colpo su costi di finanziamento e riduzione del capitale si ribalta su famiglie e imprese: le banche stringono i cordoni, elargiscono meno denari e a costi più elevati.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
MERCATI IN TENSIONE COL DEFICIT AL 2,4%
Lo spread tra Btp e Bund tedeschi arriva a sfondare la soglia di 270 punti base alla riapertura delle Borse e all’indomani del Consiglio dei ministri che ha visto affermarsi al linea di Lega e M5s e quindi costringere il Tesoro a portare il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo al 2,4% nel prossimo triennio.
Secondo la piattaforma Bloomberg, il differenziale sulla scadenza a dieci anni – quando non è ancora mezzogiorno – supera quota 270 punti, una trentina in più della vigilia, per un redimento del Btp decennale ben oltre la soglia psicologica del 3%.
Sul titolo a due anni – solitamente più osservato dai mercati perchè termometro della fiducia degli investitori sulla tenuta del Paese in un orizzonte più a breve – il differenziale si allarga fino a 160 punti base, per poi ritracciare leggermente
Piazza Affari tratta in netto ribasso: il Ftse Mib apre in rosso dell’1%, ma ben presto il passivo si allarga al 2,9%.
Il contraccolpo si abbatte come sempre sul settore bancario, il più esposto al caro-spread e il più sensibile alle tensioni internazionali: l’indice di categoria perde più del 4% con i colossi come Intesa e Unicredit arrivano a cedere il 6 per cento, per poi recuperare.
Gli altri listini europei sono deboli, ma con variazioni molto meno marcate, mentre l’euro si conferma sotto quota 1,17 dollari calando a 1,163. Londra tratta in rosso dello 0,03%, Francoforte arretra dello 0,65% mentre Parigi cede lo 0,3%.
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2018 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DI ECONOMIA AL SANT’ANNA DI PISA ERA STATO INDICATO DAL M5S COME FUTURO MINISTRO DELL’ECONOMIA: “MA CHE PACE FISCALE, E’ UN CONDONO”
Andrea Roventini, classe 1977 e professore associato di economia alla Scuola universitaria
superiore Sant’Anna di Pisa, sarebbe stato il ministro dell’Economia italiano nel caso in cui il Movimento 5 stelle fosse riuscito a ottenere voti sufficienti per andare da solo al governo.
Poichè però non è andata così e al potere è salito un esecutivo nato da un accordo di governo tra la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, in via XX Settembre oggi c’è il ministro Giovanni Tria. Che proprio in questi giorni, mediando tra le numerose istanze delle due parti, sta cercando di trovare la quadra in vista dell’aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza) e, successivamente, della legge di bilancio da varare entro fine anno.
Business Insider ha domandato a Roventini un parere sui principali provvedimenti allo studio.
Le risposte del professore della Scuola universitaria superiore Sant’Anna di Pisa, sottolineando la distanza siderale tra alcuni dei temi cari al M5s e alcune misure volute dalla Lega, aiutano a capire quanto sia difficile e delicato in questa fase il lavoro di mediazione di Tria
Professor Roventini, cosa pensa della cosiddetta “quota 100” fortemente voluta dalla Lega, che dovrebbe offrire la possibilità di andare in pensione già da 62 anni ottenendo come risultato 100 dalla somma dell’età e degli anni di contributi? E’ d’accordo ad anticipare la pensione rispetto ai tempi previsti dalla legge Fornero in un contesto in cui l’età media è sempre più alta e la popolazione italiana continua a invecchiare?
“La demografia, che rispetto all’economia è una scienza più esatta, indica un progressivo invecchiamento della popolazione italiana. In questo contesto in cui dobbiamo rispettare vincoli europei stringenti, utilizzare le poche risorse che abbiamo per una quota 100 indiscriminata e rivolta a tutti è un’idea avventurosa. Meglio sarebbe correggere al margine la legge Fornero per tutelare le categorie di lavoratori più deboli, prevedendo per esempio una quota 100 solo per i lavori usuranti o forme di disincentivo ad anticipare la pensione come un ricalcolo con il metodo contributivo”.
La “flat tax” voluta dalla Lega sembra che in realtà non sarà una aliquota unica come il nome stesso implica, bensì una doppia aliquota per le partite Iva. Che ne pensa? E, più in generale, come vede una flat tax “canonica”?
“Mi sembra una bizzarria della contemporaneità definire qualsiasi taglio delle imposte una tassa piatta. Posto che mi trovo a seriamente a disagio a definire qualsiasi tipo di intervento fiscale come una flat tax, credo che una misura sulle partite Iva rappresenti un errore che non stimola la crescita economica, perchè gli imprenditori investono se c’è domanda, non se pagheranno meno tasse in futuro. Più in generale, la flat tax su tutti a redditi a due o tre aliquote — una sorta di pollo a tre gambe — rappresenterebbe un’ipotesi persino peggiore perchè porterebbe a una redistribuzione della ricchezza a favore dei più ricchi. Il bilancio statale ne risentirebbe, le disuguaglianza crescerebbero e non si riuscirebbe a stimolare la crescita economica”.
Immagino invece che si trovi d’accordo sul reddito di cittadinanza per cui sta combattendo il Movimento 5 stelle…
“Il reddito di cittadinanza, che di fatto è un reddito minimo condizionato, può essere applicato con gradualità , cercando di armonizzare tutti i sussidi che già ci sono. Costituirebbe un provvedimento positivo per due ragioni principali. La prima è che aiuterebbe le classi meno abbienti stimolando la domanda economica. La seconda è che contemplerebbe una serie di interventi per stimolare l’occupazione, a cominciare dal potenziamento dei centri di impiego, una misura che ritengo bipartisan. Chi afferma che si tratti di denaro per stare sul divano a guardare la tv sbaglia, perchè il reddito di cittadinanza richiede la frequentazione di corsi di formazione e una ricerca attiva di un nuovo impiego”.
Non si sa ancora quale forma assumerà il provvedimento definitivo, ma nei desiderata della Lega la cosiddetta “pace fiscale” dovrebbe prevedere uno sconto a chi ha incombenze e arretrati con il Fisco fino a 1 milione di euro. Il M5s sembra invece orientato a volere abbassare questa soglia. E’ d’accordo?
“Quando leggo di pace fiscale mi sembra di leggere ‘1984’ di George Orwell. E’ niente più di un condono fiscale. Il resto sono chiacchiere. L’esperienza storica del nostro paese e studi di istituzioni internazionali come l’Ocse mostrano che con i condoni si ottengono poche risorse, briciole insomma, ma il danno che si fa nel lungo termine è grande, perchè il contribuente perde ogni incentivo a pagare le imposte. Non mi è chiaro perchè il condono sia sempre andato così di moda in Italia, per tutti i governi. A ogni modo, sono stato molto contento di leggere questa mattina (il 24 settembre, ndr) che il vicepremier e ministro Di Maio ha ipotizzato il carcere per gli evasori fiscali”.
La proposta sul debito pubblico italiano elaborata da Marcello Minenna e di cui lei è cofirmatario, che in sintesi estrema prevede un meccanismo comune dell’area dell’euro per assicurare il rischio dei singoli paesi, ha fatto molto discutere e sui social network ha sollevato un vero e proprio vespaio di polemiche. L’economista Roberto Perotti, per esempio, vi ha contestato sostenendo tra l’altro che se la Germania accettasse una simile proposta sarebbe masochista. E’ sempre convinto di quell’idea o apporterebbe qualche modifica?
“La proposta, scritta a quattro mani con Minenna, Roberto Violi e Giovanni Dosi, non punta a gestire o, peggio, a non pagare il debito pubblico italiano, bensì si colloca nel più ampio dibattito su come riformare l’Eurozona e l’architettura dell’euro. Infatti, la via maestra per ripagare il debito pubblico italiano passa per una maggiore crescita economica guidata da aumenti della produttività . La nostra proposta prevede che il fondo Salvastati (Esm) diventi veramente una sorta di Fondo Monetario Europeo trasformandosi in un assicuratore di ultima istanza dei debiti dei paesi dell’area dell’euro. In questo contesto, l’Italia, gravata da un debito pubblico maggiore, pagherebbe un premio assicurativo più alto rispetto a paesi come la Germania e la Francia. Nello stesso tempo, il premio maggiore pagato dai paesi con debiti pubblici più elevati come l’Italia servirebbe sia per ricapitalizzare il fondo sia per un piano di investimenti pubblici indirizzati ai paesi più deboli: una sorta di piano Juncker potenziato. Il reinvestimento dei premi assicurativi nelle economie dei paesi che li pagano renderebbe minimo il rischio morale e disincentiverebbe possibili ristrutturazioni del debito pubblico. Non si tratta quindi di un regalo dei contribuenti tedeschi all’Italia, sia perchè la Germania non pagherebbe alcun premio, sia perchè di una riduzione del rischio di default del nostro paese beneficerebbero tutti i membri dell’area dell’euro.
Nel lungo periodo, la nostra proposta porterebbe alla nascita degli Eurobond (obbligazioni comuni garantite da tutti i membri dell’Eurozona, ndr) e a una politica fiscale condivisa all’interno della moneta unica. Il nostro piano quindi mira a una maggiore integrazione europea e non all’uscita dell’Italia dall’euro. Spero che gli economisti del nostro paese suggeriscano altre proposte invece di accettare lo status quo e che così possa nascere un dibattito costruttivo su come migliorare il funzionamento dell’euro. Purtroppo, in Italia si continua a perdere tempo, perchè invece di dialogare con l’Europa in maniera proficua con proposte concrete si alternano momenti di accettazione incondizionata e acritica delle riforme europee a momenti di sfida senza alcun approccio costruttivo”.
(da “Business Insider”)
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Settembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
IL RICHIAMO DI VISCO: “NELLA MANOVRA OCCORRRE PRUDENZA E GRADUALITA’ O SI RISCHIA”
“Non vanno sottovalutati i rischi a cui, dato l’elevato debito pubblico, ci esporrebbe un
aumento improduttivo del disavanzo. Una reazione negativa dei mercati, se ad esempio il premio per il rischio sui titoli di Stato salisse di 200 punti base, restando ancora al di sotto del livello registrato alla fine del 2011, avvierebbe un rapido aumento del rapporto tra debito e prodotto“.
Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, è così intervenuto sulla manovra nel corso del 64esimo Convegno di Studi Amministrativi della Corte dei Conti che si svolge a Varenna chiedendo al governo una strategia credibile.
“Non si possono applicare a situazioni di questo genere le stime basate sui valori registrati nelle economie avanzate in condizioni finanziarie normali — ha sottolineato — Bisogna comunque ricordare che ogni anno lo Stato deve collocare sul mercato circa 400 miliardi di debito pubblico”.
“Tenendo conto dell’impatto negativo sulla crescita economica esercitato dall’aumento dei tassi d’interesse e dalla crisi di fiducia, il rapporto si collocherebbe presto su una traiettoria insostenibile“, ha quindi spiegato il governatore alla vigilia del nuovo round governativo sulla manovra che si preannuncia sempre più infuocato nel fuoco di fila delle pretese dei due schieramenti al governo che chiedono misure difficilmente conciliabili tra loro e con i conti pubblici. Con il ministro dell’Economia che nelle opportune sedi comunitarie continua a garantire il mantenimento del rapporto deficit/Pil 2019 all’1,6%, ma poi viene tirato per la giacchetta dai ministri gialloverdi per salire oltre l’1,9 per cento.
“E’ essenziale che gli obiettivi di bilancio siano e appaiano fortemente e credibilmente orientati alla stabilità finanziaria e che le linee di riforma siano efficacemente indirizzate a una crescita sostenuta, e inclusiva, dell’economia”, ha quindi chiarito ricordando che “il profilo di riduzione dell’incidenza del debito che avevo tracciato lo scorso anno definiva uno scenario indicativo; è possibile disegnare strategie accorte, in grado di garantire la stabilità delle finanze pubbliche conciliandola con prospettive di crescita migliori. È quel sentiero stretto di cui si è parlato spesso in questi anni difficili”.
Secondo Visco, il sentiero può essere percorso “lentamente, un passo alla volta, attuando una sequenza di interventi che producono benefici gradualmente e in misura contenuta fino a quando non sono realizzati tutti i cambiamenti necessari. Oppure si può provare ad allargarlo definendo una strategia organica, che punti a una ricomposizione del bilancio pubblico verso gli impieghi più produttivi, ad accrescere l’efficienza dell’amministrazione, soprattutto nei programmi di spesa destinati all’accumulazione di capitale pubblico, materiale e immateriale, a sostenere l’attività d’impresa e l’innovazione”.
Visco precisa quindi che “accrescere la spesa per investimenti finanziandola in disavanzo, senza incidere sul potenziale di crescita, fornirebbe benefici solo temporanei“. Per questo, secondo il banchiere centrale, servono “intervenuti in grado di agevolare l’adozione di nuove tecnologie e la riorganizzazione dei processi produttivi” in quanto “il capitale pubblico non comprende solo le infrastrutture materiali” e quindi “bisogna accrescere il patrimonio di conoscenze e competenze di cui dispone l’economia”.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA: “RIFORMA FORNERO? FAREI DEGLI AGGIUSTAMENTI MA NON LA STRAVOLGEREI”
“Pace fiscale? Per qualunque definizione internazionale è un condono”. 
L’economista Carlo Cottarelli, in un’intervista a Circo Massimo su Radio Capital, commenta con questi termini la misura voluta dalla Lega. E spiega quali sarebbero, invece, secondo lui le iniziative che il governo dovrebbe prendere in campo economico: “Partirei da riduzione della burocrazia, c’è l’evasione fiscale che obbliga a tenere tasse più alte. Dovremmo ridurre il deficit, non aumentarlo, per non esporci ai rischi. Meglio fare le cose gradualmente, c’è la possibilità di vedere se qualcosa va immediatamente storto”.
Farebbe delle modifiche alla riforma Fornero ma non la stravolgerebbe perchè, spiega, “purtroppo è stata necessaria”. E sulla ‘Quota 100’ dice: “Sarebbe bello andare in pensione prima, il problema rimane quello del finanziamento. Perchè se tassi di più tassi i giovani, esiste un vincolo di bilancio che va al di là delle regole europee”.
L’economista è convinto che il governo sarà responsabile ed “eviterà una crisi immediata”. Ciò, però, non basterà a rendere l’Italia meno vulnerabile: “Con qualche scossone o qualche rallentamento dell’economia europea diventeremo di nuovo preda di una crisi di sfiducia e degli speculatori se non facciamo riforme per la crescita”.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
GLI INVESTITORI STRANIERI ABBANDONANO I TITOLI DI STATO ITALIANI
Prosegue l’uscita degli investitori stranieri dai titoli di Stato italiani.
A giugno, secondo quanto si ricava dalle tabelle della Banca d’Italia, i soggetti non residenti detentori di titoli della Repubblica sono scesi da 698 milioni a 664 milioni (sul totale di quasi 2.000 miliardi di euro) dopo che già a maggio si era registrata diminuzione rispetto ad aprile(722 miliardi).
Va ricordato come una parte dei titoli in mano a non residenti siano in realtà di proprietà di soggetti italiani che investono attraverso fondi o gestioni basate all’estero. In questa infografica del Sole 24 Ore vediamo il riepilogo della proprietà dei BtP tra investitori italiani e stranieri:
Secondo un report di UniCredit che analizza i dati Bankitalia citato proprio oggi dal Sole 24 Ore, quello di giugno è sicuramente stato «uno dei maggiori deflussi mensili dalla crisi del 2011. Questo importo è stato anche il doppio rispetto alla variazione del saldo Target-2 di giugno (16 miliardi di euro)».
A fronte delle vendite da parte di investitori non residenti, tra i quali ci sono molti fondi con residenza estera che gestiscono risparmi degli italiani, si segnala un maggiore impegno delle banche nazionali (14 miliardi di euro) e da parte delle famiglie e delle società non finanziarie (13 miliardi di euro).
Le altre istituzioni finanziarie residenti (compagnie assicurative, gestori patrimoniali, etc) non hanno invece evidenziato scostamenti di rilievo su base mensile.
Secondo l’analisi di UniCredit, che cita anche dati Bce, «le banche italiane sono rimaste acquirenti di titoli di Stato italiani a luglio (4 miliardi di euro) con un focus più concentrato sul breve termine e sui Bot».
Dai dati di Target-2, «le vendite da parte di investitori stranieri sono probabilmente diminuite, o addirittura invertite un po’ a luglio, il che sarebbe coerente con il restringimento degli spread osservato».
(da “NextQuotidiano”)
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